#RSD11 – ruolino di marcia, LAST MINUTE
Docu-filmato del nostro Daniele Piovino
I Belle & Sebastian li avevo trovati per caso a Roma qualche mese prima, in una delle ore libere durante una gita (non andavo a Roma altrimenti: dal mio fazzoletto di provincia sono due ore e passa di pullman fino all’Anagnina, ed io ero molto pigro già all’epoca). Avevo trovato quel disco da Messaggerie Musicali – o almeno credo fosse MM. Ricordo che non avevo mai visto niente di così smisurato dedicato unicamente ai dischi; che c’era la possibilità di ascoltarne alcuni, evento che mi pareva inverosimile, e che sentivo che dovevo sanzionare la cosa in qualche modo compatibile col mio ristretto budget. Dei Belle & Sebastian avevo letto sul Mucchio, anche se non ricordavo bene a che proposito. La copertina era bella e il disco, a metà prezzo, lo comprai e lo ascoltai mezza volta, e non mi impressionò positivamente. Lo accantonai in un angolo dove rimase fino alla conversazione col giovane americano su Napster. Quindi, sentii per la prima volta, seriamente, If You’re Feeling Sinister. E.
Giorgio, Inkiostro
D’altra parte investire sul concetto di “negozio di dischi” come ultimo baluardo dell’amore ai tempi di amazon.it è una cosa che può funzionare giusto per un giorno all’anno, nella segreta speranza che non si diffonda come un virus. I negozi di dischi non sono romantici. Sono un simbolo della grettezza dell’individuo, una minuscola società della discriminazione e del malumore generico gestiti da persone che ne rappresentano al meglio i principi cardine.
L’unica cosa per cui ancor oggi i negozi di dischi (e quindi il RSD) hanno senso di esistere è che entrare in uno di questi negozi significa entrare in quella tipica durezza di cuore anni ‘90, nella quale è necessario SAPERE LA MUSICA anche senza Google a portata di mano. In poche parole, comprare al negozio di dischi è una cosa che richiede centinaia di ore di esperienza sul campo. O in alternativa, la perfetta conoscenza dell’agile manualetto in cinque punti che vi andiamo a sfoderare qui sotto.
Manuale di sopravvivenza, su Vice (è mio, per la verità)
Mi ricordo anche di Oggiono, ma ho dimenticato il nome del negozio. Fu la prima volta che avvicinai il sesso femminile da vicino. Ero già meno new wave, attecchiva la neo-psichedelia. Giravo vestito come Greg Prevost e ricordo che cercai anche di coltivare un ridicolo caschetto. Però a Monica piacevano ancora i Cure. Che ci vuoi fare. Per farla contenta, di sabato giravo con un crocifisso fosforescente su una camicia nera. Solo che lei faceva difficoltà, diceva la paura, mi guardava molto negli occhi, limonavamo appena, le carezzavo il maglione in zone sicure e ascoltavamo A Forest con le lacrime agli occhi. Del resto, avevo pratica solo su me stesso, non ero di grande conforto con la paura. Tornando poi deluso verso casa, in macchina, alla prima curva piantavo su i Fuzztones. Però da Oggiono, quel pomeriggio vicino al suo compleanno, tornai con la intiera discografia dei Cure a prezzo speciale, Three imaginary boys, Seventeen Seconds, Faith e Pornography: le scrissi un biglietto che terminava con ci perderemo assieme in questa fantastica foresta. Capitolò. Uscimmo di casa dopo Hanging Garden. Ciulammo come porcospini per tutta la notte sul sedile posteriore della panda verde di suo papà prestinaio.
Alessio, Trasmission











