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#RSD11 – ruolino di marcia, LAST MINUTE

Francesco Farabegoli | 16/4/2011


Docu-filmato del nostro Daniele Piovino

I Belle & Sebastian li avevo trovati per caso a Roma qualche mese prima, in una delle ore libere durante una gita (non andavo a Roma altrimenti: dal mio fazzoletto di provincia sono due ore e passa di pullman fino all’Anagnina, ed io ero molto pigro già all’epoca). Avevo trovato quel disco da Messaggerie Musicali – o almeno credo fosse MM. Ricordo che non avevo mai visto niente di così smisurato dedicato unicamente ai dischi; che c’era la possibilità di ascoltarne alcuni, evento che mi pareva inverosimile, e che sentivo che dovevo sanzionare la cosa in qualche modo compatibile col mio ristretto budget. Dei Belle & Sebastian avevo letto sul Mucchio, anche se non ricordavo bene a che proposito. La copertina era bella e il disco, a metà prezzo, lo comprai e lo ascoltai mezza volta, e non mi impressionò positivamente. Lo accantonai in un angolo dove rimase fino alla conversazione col giovane americano su Napster. Quindi, sentii per la prima volta, seriamente, If You’re Feeling Sinister. E.
Giorgio, Inkiostro

D’altra parte investire sul concetto di “negozio di dischi” come ultimo baluardo dell’amore ai tempi di amazon.it è una cosa che può funzionare giusto per un giorno all’anno, nella segreta speranza che non si diffonda come un virus. I negozi di dischi non sono romantici. Sono un simbolo della grettezza dell’individuo, una minuscola società della discriminazione e del malumore generico gestiti da persone che ne rappresentano al meglio i principi cardine.
L’unica cosa per cui ancor oggi i negozi di dischi (e quindi il RSD) hanno senso di esistere è che entrare in uno di questi negozi significa entrare in quella tipica durezza di cuore anni ‘90, nella quale è necessario SAPERE LA MUSICA anche senza Google a portata di mano. In poche parole, comprare al negozio di dischi è una cosa che richiede centinaia di ore di esperienza sul campo. O in alternativa, la perfetta conoscenza dell’agile manualetto in cinque punti che vi andiamo a sfoderare qui sotto.
Manuale di sopravvivenza, su Vice (è mio, per la verità)

Mi ricordo anche di Oggiono, ma ho dimenticato il nome del negozio. Fu la prima volta che avvicinai il sesso femminile da vicino. Ero già meno new wave, attecchiva la neo-psichedelia. Giravo vestito come Greg Prevost e ricordo che cercai anche di coltivare un ridicolo caschetto. Però a Monica piacevano ancora i Cure. Che ci vuoi fare. Per farla contenta, di sabato giravo con un crocifisso fosforescente su una camicia nera. Solo che lei faceva difficoltà, diceva la paura, mi guardava molto negli occhi, limonavamo appena, le carezzavo il maglione in zone sicure e ascoltavamo A Forest con le lacrime agli occhi. Del resto, avevo pratica solo su me stesso, non ero di grande conforto con la paura. Tornando poi deluso verso casa, in macchina, alla prima curva piantavo su i Fuzztones. Però da Oggiono, quel pomeriggio vicino al suo compleanno, tornai con la intiera discografia dei Cure a prezzo speciale, Three imaginary boys, Seventeen Seconds, Faith e Pornography: le scrissi un biglietto che terminava con ci perderemo assieme in questa fantastica foresta. Capitolò. Uscimmo di casa dopo Hanging Garden. Ciulammo come porcospini per tutta la notte sul sedile posteriore della panda verde di suo papà prestinaio.
Alessio, Trasmission

#RSD11 – ruolino di marcia, 15 aprile (seconda parte)

Francesco Farabegoli | 15/4/2011

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(Sara per il RSD)

Un negozio di dischi è un posto dove il meglio che ti possa succedere è che accada l’imprevisto, che te ne torni a casa con una bustina e un supporto digitale su cui c’è registrata della musica che non stavi cercando proprio per niente.
Giampiero, Polimeri

Per sbarcare il lunario si è invento un mestiere: corre, urlando e fischiettando, per le strade del centro, oliando con delle bombolette spray le serrande dei negozi, in cambio di qualche spicciolo. In pratica: svolge un servizio, ma lo fa interpretando un personaggio. Dando vita a uno spettacolo.
Ovviamente è passato anche lui da Rock 86, ieri. E anche dopo che era andato via, tra una chiacchiera su un concerto dei Litfiba del 1989 che mise a ferro e fuoco un grande teatro cittadino, e un’altra sui Coldplay costretti a brindare col Cinzano al loro primo numero uno in Inghilterra, in quel di Misterbianco, il suo fischio continuava a risuonare, da lontanto, a tempo col disco degli Altra che stavamo ascoltando.
Emiliano, Stereogram

Tanto per rimanere nell’ambito delle cose rotonde, per come la vedo io un mondo senza negozi di dischi è come un mondo senza pizzerie: possibile, certo, ma più brutto. Voglio dire, perché rinunciarvi – alle pizzerie, e ai negozi di dischi – se non per una qualche forma di esecrabile masochismo?
Aurelio, Vitaminic

Quanto costa la musica? Perché costa così?
E’ questo che ti stai chiedendo? Sbagliato, dovresti chiederti:
Quanto sono dispoto a pagare perché questo sistema rimanga in piedi? O perlomeno, quanto sono disposto a pagare perché la parte che mi piace di questo sistema rimanga in piedi?
Francesco, Indieriviera

Io ovviamente non scarico musica perché ho amici altolocati come il Trota, Oscar Giannino e Daniele Capezzone che mi passano i dischi in anteprima esclusiva Rockit, ma quando un disco mi piace sul serio lo compro – perché in fondo è davvero bello odorare la copertina di un album appena aperto e poi mettere il cd nel lettore per la prima volta è sempre una bella sensazione. E se devo comprarlo preferisco recarmi da Semm Store a Bologna perché hanno tutto, i prezzi sono ragionevoli e poi nei cestoni con i dischi ad un euro ci trovo perle che suono quelle rare volte in cui posso fingere di fare il dj.
Accento Svedese

Ora l’unico negozio di dischi dove mi rifornisco e dove ho il piacere di stare lì, chinato sulle ginocchia a scorrere tra le copertine di cd e vinili interessanti e nuovi è Buscemi, dietro alla stazione di Cadorna. Ma uno è un po’ poco per una città come Milano. Ovvio che la situazione mi sembra inconciliabile perché il web è più comodo e soprattutto costa meno, d’altra parte non vorrei mai rinunciare al negozietto dove vai a comprare ma anche a parlare di musica. Dovrebbe esistere un posto che venda dischi fichi con personale fico a prezzi del web.
Pieromod

C’è sempre gente che ci chiede da quanto siamo aperti. Nessuno ci chiede come mai abbiamo deciso di aprire un negozio di dischi un paio di anni fa. Voglio smentire la diceria che chi compra i dischi è ormai un numero chiuso di persone: vado orgoglioso del fatto che spesso ci sono persone (spesso giovani) che si avvicinano all’acquisto della musica o di un libro proprio nel nostro negozietto.
Disorder parla con uno dei ragazzi del Black Candy Store

Il fatto non è quanti dischi brutti hai comprato, in locali ancora più brutti gestiti da personaggi di dubbio gusto. Il fatto è che andare a cercare negli scaffali polverosi di cd o vinili usati è una cosa che ha fatto al nostro sviluppo psico-fisico molto più dello sport e dei corsi di nuoto. E ci ha fatto diventare belli, alti e pure con i denti dritti.
No alla fine non è vero neppure questo. La questione è che averlo fatto ci ha fatto, e continua, a farci stare bene. E solo per questo che continuiamo a farlo.
Massimo, Sofabed

FIGHT NIGHT – Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o anche solo ricordarvi che domani è il giorno giusto per uscire, entrare in un negozio di musica serio (no catene) e comprare un disco. E suonarlo a rovescio, se proprio vi va.
Nanni Cobretti, I 400 calci

Un disco era una scelta, se ne prendevo uno avrei rinunciato a un altro, almeno per un po’. Il Baffo mi aiutava molto in questa scelta. Andavo alla cassa con due dischi e lui mi diceva, prendi quello lì, l’altro te lo faccio ribassato tra una settimana. Affare fatto. Il giorno che comprai la colonna sonora di The Doors al posto di Dangerous il Baffo mi fece un mezzo sorriso. Stiamo facendo progressi, fu il suo commento. Non l’avrei più comprato, Dangerous. Io non lo sapevo, ma il Baffo sì.
Caterina, Barabba

#RSD11 – ruolino di marcia, 15 aprile (prima parte)

Francesco Farabegoli | 15/4/2011

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Anzi no, non è vero, qualcosa compravamo. Discussioni talmudiche che duravano settimane per decidere cosa acquistare. Perché da quel cd non dipendeva solo la bontà dell’acquisto di chi lo comperava effettivamente, ma i destini di tutti noi che eravamo l’indotto di quel cd, che l’avremmo ascoltato riprodotto in cassettine di fattura domestica. E quindi eccoci lì, brufolosi e flanellati a bivaccare per ore nel negozio uscendo con UN unico cd a 19.900 lire in sei. Tanto comunque l’alternativa non c’era. O lì, o lì. Qualunque fosse il trattamento.
Tostoini, ovviamente anche l’immagine

E così, per quanto abbia visitato con devozione molti dei più celebri negozi di dischi in giro per il mondo (dal classico Rough Trade di Talbot Road a Londra, a Other Music a New York, ai Pet Sounds e Record Hunter a Stoccolma), e ad ogni viaggio cerchi sempre di trovarne qualcuno nuovo, quando parliamo di negozi di dischi a me continua a venire in mente il Play Loud di Cento, piccola cittadina di provincia in mezzo alla Bassa emiliana.
Enzo, Polaroid

Un negozio gestito praticamente sempre dalla stessa persona, una signorina dai capelli bianchissimi che ogni volta sembrava stupita dalle mie richieste. Ho comprato un milione di dischi lì, ma Vitalogy lo ricordo ancora come il più importante. Per le bestemmie formulate alla vista del prezzo e per Immortality, Better Man, Corduroy e Nothingman su tutte.
Non posso dire di aver instaurato, nel corso degli anni, un rapporto degno di nota con la negoziante dai capelli bianchi, ma ancora oggi credo mi ricordi come la persona che arrivava in negozio con un’unica domanda: “E’ uscito quello dei… ?”, ottenendo sempre la risposta: “Dovrebbe uscire domani” o “E’ arrivato stamattina”. Perchè compravo le riviste e conoscevo le date. Le riviste! Le date! Ora non so un cazzo di niente. Sono un ignorante di merda.

Massimo, Dietnam

E insomma ero lì a Londra e mi ritrovo con la copertina del cd qui sotto in mano. Un disco che cercavo da 10 anni e più. Venduto in poche copie. Esaurito senza appelli altrove. Vado in cassa trionfante. Il cassiere è uno dei curatori dell’etichetta. Un vecchio punk come me. Lo ringrazio per quello che fa dopo aver pagato, in genere. Stavolta però il tipo prende la scatola e inizia a girare per il negozio. Dopo 10 minuti torna da me. “I’m sorry. There’s only the box in the store. I can’t find the cd”. “Will you reissue this record?” chiedo. “No chance. It was a bad seller. Try the internet”, mi risponde con un sorriso.
Paolo, The pulpit

La musica tra l’altro la metto io. Cioè, scelgo cosa ascoltare, beninteso con alcune limitazioni: e la prima limitazione è che il cd suonato deve essere presente in negozio. Beh sì, lo so che è una ovvietà, il problema è che anche se qui siamo pieni di musica, spesso manca proprio la musica che vorrei sentire. Non è colpa mia se il disco che ho scaricato ieri notte dall’mblog di turno, nel mio negozio inspiegabilmente non c’è. Che non ci sia è assolutamente sicuro, lo so perché sono sempre io a fare anche le ordinazioni: ed ammesso che quel disco scaricato ieri notte esca davvero su una qualche etichetta, sono abbastanza scarse le probabilità che tale etichetta sia distribuita da uno dei nostri distributori. Ne abbiamo parecchi di distributori, certo, però da qui a coprire tutto l’arco della NuovaP2 ce ne corre: e infine, se proprio avessimo quel distributore che distribuisce quell’etichetta che produce quel disco, ci arriverebbe tra un mese.
Massimo, complottoemezzo

Nel posto in cui sono cresciuto i negozi di dischi hanno sempre avuto scarsa fortuna, divorati dall’incompetenza e dalla pirateria.
Ricordo ancora quella volta in cui chiesi un disco dei Morcheeba, Who can you trust?, e mi sentii rispondere -
Antò, hai sentito? Questo vuole Murgita!
(all’epoca Roberto Murgita era un calciatore del Napoli).

Everybody Hertz, Frigopop

Che comprai Mellon Collie and the Infinite Sadness la sera in cui uscì, ma tardi, verso le 18 che era già buio, e piovigginava e poco prima di Rinascita c’era all’angolo una ragazza in lacrime, e quando poi uscii dal negozio lei era lì tutta consolata, abbracciata dal fidanzato, e questa è o non è la cosa più Smashing Pumpkins mai successa?
Ashared apil-ekur, Bastonate

In Italia una buona metà dei cittadini, forse anche di più, non usa Internet. La rete, specialmente a Frosinone che è una città non proprio all’avanguardia, è un lusso riservato soprattutto ai giovanissimi. Non è un caso che la mia clientela sia mediamente pittosto in là con gli anni. Le generazioni passate fanno fatica a legarsi alla musica senza l’oggetto intorno, non accettano di possedere una cosa evanescente.
Giulia, Inpausa, intervista Marco di Nordovest

La telefonata non si è conclusa così, è proseguita amabilmente con l’invito a continuarla nel negozio quanto prima. Nonostante l’abbia registrata, ho dato parola al titolare che non avrei pubblicato la chiacchierata originale. Il fatto poi è che questo atteggiamento di rifiuto gentile ricevuto, duro e puro, le cui motivazioni in realtà vanno al di là di quello che posso comprendere, o anche solo intuire, mi fa amare ancora di più quel posto.
Federico, La Belle Epop

#RSD11: Cose rotonde (e indispensabili)

Aurelio Pasini | 15/4/2011

La mia prima cassetta, 20 Greatest Hits dei Beatles, me la sono fatta regalare quando avevo dieci anni, nel 1985. Il primo vinile – il mix di Holiday Rap degli orridi MC Miker G & DJ Sven: ognuno ha i propri scheletri musicali nell’armadio – è arrivato un anno più tardi. Mio padre mi aveva promesso un giradischi per Natale, e io mi ero portato avanti e avevo cominciato a comprarne già mesi prima. Da allora i negozi di dischi sono diventati un luogo fondamentale per la mia vita. O, meglio ancora, una presenza indispensabile. Al punto di vivere la loro scomparsa come un fatto personale, un affronto portatomi da un’epoca di fruizioni sonore frettolose e incivili. Spiegare a chi ne è indifferente la passione e l’amore che ci stanno dietro è come far capire a un inglese perché gli spaghetti al ragù non hanno senso: tempo sprecato.

Tanto per rimanere nell’ambito delle cose rotonde, per come la vedo io un mondo senza negozi di dischi è come un mondo senza pizzerie: possibile, certo, ma più brutto. Voglio dire, perché rinunciarvi – alle pizzerie, e ai negozi di dischi – se non per una qualche forma di esecrabile masochismo?

discopizza

Tra i tanti meriti del Record Store Day, oltre a quelli più evidenti, c’è anche l’aver riportato negli appassionati l’attesa spasmodica per le uscite discografiche, che purtroppo si è ormai persa. Personalmente sono già in fibrillazione da parecchi giorni, e sto aspettando il 16 aprile con la stessa impazienza di un bimbo che aspetta la mattina di Natale per aprire i regali. E, quando domattina andrò al mio negozio di fiducia, mi aspetto di trovarlo pieno – e magari anche di riuscire a recuperare i dischi che cerco, che schifo non farebbe.

#RSD11 – ruolino di marcia, 14 aprile

Francesco Farabegoli | 14/4/2011
(Elena/Infetta per il RSD11)

(Elena/Infetta per il RSD11)

Come ben vi ha già detto Nur, per noi gioventù 2.0 il Record Store Day forse non è proprio l’occasione per rivangare nostalgiche storie ed immagini in stile Super8 riguardo il piccolo negozietto di dischi dietro l’angolo fra i cui scaffali siamo cresciuti o nel quale investivamo la nostra paghetta settimanale. Noi siamo i figli di internet, dei forum musicali, del vecchio e caro eMule (ma qualcuno lo usa ancora?), e quasi sicuramente nessuno di noi ha avuto mai un negozio di dischi del cuore.
Ma, oltre ad essere la generazione di 2.0 figlia di internet, siamo anche la generazione 2.0 dei voli low cost, dell’Erasmus, dei master/corsi/tirocini all’estero. Di conseguenza siamo la generazione che già in tenera età ha avuto la fortuna di infilare le mani in pile di dischi e vinili fra i più assurdi e chiacchierare con commessi e gestori dai più svariati accenti.
Ramona, Frigopop

Mi era già capitato di andare in un negozio specializzato, a Milano, si chiamava Sound Cave: bastava scorrere i nomi dei gruppi per sfondare la quarta parete del metallismo e ritrovarsi nei campi beati del LOAL. Eppure, con un adeguato supporto (cioè Attilio che sentenziava «merda… merda… fico… pazzesco… brucialo…» mentre passava in rassegna i dischi che gli proponevo) oggi sono fiero di quella modesta ma decorosa discografia scandinava che mi saluta dallo scaffale con le sue copertine nere e i suoi font più o meno gotici. Oggi al posto di Sound Cave ci dev’essere un qualche show room, perché i vestiti non si possono (ancora) scaricare da internet.
Federico, Musica noiosa

Mi ricordo il mio paese senza negozi di dischi, e dovevo fare quindici chilometri per comprarne uno, prima con la macchina e la mamma, poi con la corriera, poi col motorino e alla fine con la macchina, da solo, senza mamma.
Mi ricordo che ci lavorava Cisco, in quel negozio lì, lavorava con la musica per vivere, prima ancora di vivere di musica e non lavorare.
Mi ricordo le bustine gialle con sopra il nome del negozio e mia madre che diceva Come son comode, queste bustine gialle, per raccogliere le merde del tuo cane.
Marco, Barabba

avsomo
un negozio di dischi può davvero essere un luogo meraviglioso, dove passare ore ad ascoltare curiosare chiacchierare leggere.
per scoprire, giorno dopo giorno, che il proprio mondo è ancora più pieno di cose belle, e nuove, e inaspettate.
Elena, A visible sign of my own

Il periodo 1993-95 è stato il cuore della mia educazione sentimentale: occhi e orecchie spalancate, Videomusic e Radio Deejay a palla, l’“Intrepido” e “Dylan Dog” in edicola, e quando ero particolarmente ricco anche “Cyborg” e “Rockstar” (Max Prestia è stato il mio Lester Bangs), Last Action Hero e Il Corvo al cinema, le partite dell’NBA su Telemontecarlo con le telecronache di Guido Bagatta e Ugo Francica Nava, “Talk Radio” su Italia1, il Super Nintendo, le riviste di videogiochi scroccate dal compagno di banco ultraviziato che ovviamente aveva già il Super Nintendo in casa, i videogiochi della Simulmondo, le Nike Air Max, la pubblicità delle Nike Air Max con Charles Barkley che parlava in italiano, il Bologna in serie C1, Eric Roberts praticamente in ogni film al videonoleggio di fiducia… In tutto questo, Nannucci era il passaporto per i miei anni novanta: ci passavo davanti praticamente tutti i giorni, ogni pretesto era buono per entrare anche solo a dare un’occhiata o fermarsi fuori davanti alla vetrina a leggere la lavagnetta degli ‘ultimi arrivi’ scritti a pennarello in tre colori, rosso-verde-blu.
Matteo, Bastonate

Quei banchetti erano i nostri negozi di dischi preferiti, improvvisati forse, ma non per questo meno autentici, anzi, ancor più veri degli altri, perché dietro quel tavolinetto imbandito, il cantante si faceva venditore, il bassista con il polsino mi faceva perdere un paio di battiti ed il batterista mi offriva una birra e un autografo al volo, ricamato proprio lì, sul cd appena scartato, sul retro di copertina, sempre sotto ai numerosissimi ringraziamenti, dove a volte ti ritrovavi citata nemmeno sai come.
Tatiana, Smetto quando voglio

Il secondo era (e ignoro se lo sia ancora) il titolare del negozio di dischi più figo di Pescara. Egli somigliava al Michael Stipe del periodo di sospetta sieropositività, e io mi ero convinta che con lo Stipe condividesse anche l’orientamento sessuale, ipotesi avvalorata, fra l’altro, dalla sua militanza in una cover band dei Frankie Goes To Hollywood.
Un giorno lo vidi baciare appassionatamente una bionda sul lungomare Cristoforo Colombo.
Tale fu il dolore che smisi di frequentare i negozi di dischi.
Bugia. Iniziò l’era di Napster e smisi di frequentare i negozi di dischi.
Letizia, capitolazioni

Ecco, di storie simili- un po’ in giro per l’emilia e la romagna- ne avrei tante ed è palese il mio integralismo sul comprare i dischi nei negozi di dischi. Non tanto per questioni etiche o morali, quanto per avere veramente il disco. Per ascoltarlo mentre tieni in mano la confezione e sentirlo concretamente. Cioè, ascoltarlo in maniera sessuale senza alcuna virtualità. Ritengo inconcepibile, ad esempio, sentire un disco Constellation senza averlo addosso.
Marco, Happy days are here again

#RSD11 – ruolino di marcia, 13 aprile

Francesco Farabegoli | 13/4/2011

giud(immagine disegnata all’uopo da Giudit)

La mia generazione è nata e ha vissuto i suoi anni fondamentali quando ancora i dischi e gli strumenti musicali erano gli unici modi per fare l’amore con la musica. Ripeto: un rapporto carnale, vero e tangibile. Quando provi questa intima passione è impossibile che tu riesca a liberartene.
Il Record Store Day, per quanto mi riguarda, è la festa degli innamorati.
Un amore anacronistico che durerà sempre.
Daniele, Frequenze Indipendenti

Però, girando e girando, un posticino l’avevo trovato. Inculatissimo in una vietta senza marciapiedi nell’intrigo dei sensi unici del centro c’era il Musicland, quello che definirei il reale punto di riferimento del me teenager in fatto di dischi. Ci ho preso robe che nemmeno ho più, tipo “90-93” o “Gli Amici di Roland“. Ai tempi io non avevo internet e per me l’informazione musicale arrivava unicamente dalle persone che conoscevo a scuola. Quindi andavo al Musicland e passavo gli espositori, chiedendo consigli e pareri. Era divertente.
Manq (a sorpresa)

Un finto burbero, una trasfigurazione-biker-ultrabarbuta di mio padre ma meno fascista di mio nonno. Se ti chiami Martino e vendi dischi in un paesello di quindicimila teste scarse ti becchi il corollario di diventare LA macchietta.
Alex, poco sopra

Il fatto é che in tutte le fasi dei miei ascolti la cosa bella del negozio di dischi era lo scartabellamento, e in aggiunta la richiesta di consigli a chi poi il disco te lo metteva in mano. Bastava dire “mi piace roba tipo” oppure se ti conoscevano il giusto e chiedevi “è uscito qualcosa di figo?” ti mettevano il disco o il vinile davanti.
Giorgio, Junkiepop

Negli anni ‘90, quando montò in me e nei miei amichetti, la passione per la musica suonata, sentita, illustrata, c’erano diversi negozi di dischi a Gorizia: ma sentivamo che il gestore del Music Shop era il solo che ne capisse effettivamente di musica. Era un tipo allampanato e gentile, alto e magro, con gli occhi azzurri ma perennemente arrossati e la barba sempre incolta. Oggi, col famoso senno di poi, avrei almeno una decina di ipotesi per passare una serata affinché questo aspetto governi la faccia di chiunque per il giorno successivo, ma allora le caratteristiche fisiche del gestore erano tutt’uno con quelle del suo negozio: la disposizione dei dischi negli espositori, l’odore dell’aria, il tintinnio del campanello che segnalava l’entrata o l’uscita di un cliente.
Francesco, A day in the life

Ma c’è una ragione per il cazzo di X Factor domina la classifica ogni anno. E -badateci bene- su iTunes anche le cover fatte in quel programma! Questo perché la vasta maggioranza delle persone è passiva, e quello che gli viene detto di ascoltare, ascolta… e non gli frega un cavolo di scavare più in profondità. Se negozi di dischi son sopravvissuti finora forse è proprio perché si sentiva, almeno alcuni, un’esigenza diversa rispetto all’acquisto del mainstream. Il commesso, che dovrebbe quindi essere un pochino più motivato rispetto agli altri, ad esempio molti commessi americani dei negozietti di dischi sono m-blogger, riescono a darti almeno una dritta. Ecco perché anche qui resistono i negozi di musica lirica, a Parma. Visto lo zoccolo duro d’appassionati.
Francesca, Radionation

Però ricordo con piacere la lista dei due cd o cassette che mi si regalavano alla fine dell’anno scolastico al negozietto di paese che teneva i dischi e un po’ tutta l’elettronica. Ora è sparito e al paesino non c’è un cazzo di nessuno che vende cd. La trovo una roba tristissima, e prodroma di tutte le cose andate a rotoli nel paesino.
La stessa Francesca, nel suo blog

Originario dell’Abruzzo, Robertò ha un sogno: mettere soldi da parte con Hellnation per poi, da vecchio, comprarsi la squadra del Castel di Sangro. Qui ci sono i prezzi migliori di Roma e anche il servizio migliore. Nonostante abbia uno status semileggendario nella scena, Robertò è sempre disponibilissimo e gentilissimo con chiunque, dalla signora impellicciata capitata per caso che pretende di trovare là dentro un disco di Eros Ramazzotti al quindicenne esaltato e supponente con la cresta viola e il chiodo dei Rancid che però non sa neanche con chi sta avendo la fortuna di parlare.
Roberto, Metal Shock

Comprare un CD all’autogrill e comprarne uno in un negozio specializzato in “buona musica” non è la stessa cosa. E scaricarlo da Megaupload è un’altra ancora. Probabilmente lo sapevate già, magari non ci avevate mai pensato. Un negozio di dischi scelti uno a uno, provenienti da etichette indipendenti, curati fino all’ultimo dettaglio dentro e fuori, è una risorsa. Per capire come gira il mondo: il mondo vero, non solo quello della musica.
Santeria

E io, i soldi su un cd, non ce li butto più, anche perché, la maggior parte di quei soldi, finisce nelle tasche delle case discografiche, della SIAE e dello stato. Tutte entità a cui preferisco dare la minore quantità possibile dei miei risparmi.
Life is a lemon and i want my money back, grida Meat Loaf nelle cuffie che mi sono rimesso sulle orecchie. E cazzo se ha ragione.
Perché è vero, il negoziante ha ragione: in Italia non c’è la cultura del pagare il giusto prezzo per le cose. Preferiamo rubarle, se è possibile farlo a riparo dalla legge.
Ma è pure vero che, in Italia, il giusto prezzo non esiste. E che chi paga, paga per tre (quando va bene).
Arrivato a quel punto delle mie riflessioni, sto per andarmene.
Poi vedo il piccolo espositore dedicato ai vinili.

RRobe, dalla parte di Asso Merrill

#RSD11: Martino o muerte

Alex Grotto | 13/4/2011

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Martino ha dovuto convivere una parte importante della propria vita, quella dove si è guadagnato da vivere vendendo dischi ad adolescenti di campagna, con l’immaginario di quell’altro Martino del libro di Brizzi. Cioè a dire il vero nel mio paese quel libro l’avremo letto in sei ed apprezzato in due, ma io ho sempre visto il Martino dei dischi come una versione sopravvissuta ed invecchiata del Martino di Brizzi. Un finto burbero, una trasfigurazione-biker-ultrabarbuta di mio padre ma meno fascista di mio nonno. Se ti chiami Martino e vendi dischi in un paesello di quindicimila teste scarse ti becchi il corollario di diventare LA macchietta. Maiuscolo. Se poi ti va di alimentare il pregiudizio arrivando al bar, bevendo uno stravecchio per poi congedarti dicendo “Il caffè però lo bevo da un’altra parte!”, salvo poi riapparire al TG della sera dopo in sella alla tua vespa nella Barcellona degli anni ‘80 col suddetto caffè in mano, allora davvero te le cerchi. Mio padre diceva che Martino era tanto buono quanto alienato dalla realtà al punto che, se per fatalità (ebbrezza) fosse andato a sbattere con la vespa contro un albero, si sarebbe rimesso in piedi solo per chiedere scusa all’albero. Nella metà degli anni ‘90 decise di dare lo smacco definitivo al paesello aprendo The Wild Side, bilocale otto metri per otto un tempo macelleria, e per la prima volta si vedevano dei punk campeggiarne all’esterno seduti sul muretto: i punk di sedici anni che pisciano sul muretto antistante un negozio che vende dischi sono tipo i camion parcheggiati fuori dalle trattorie sulle tangenziali, vuol dire che ci si nutre bene, da pollice alto insomma. Ok, qualcuno di questi se ne usciva con roba dei Gesta Bellica (precursori della cinghiamattanza ed altre subumanità), ma bisogna anche saper perdere. Martino l’ho conosciuto tardi rispetto al resto della comunità che gli muggiva davanti, anche perchè mio padre ci aveva lavorato insieme in gioventù e mi diceva che mangiava cibo per gatti, anzi mangiavano: lui, la sua compagna sciancata e tatuata a cinquantanni, e i suoi gatti; però io volevo assolutamente un disco degli Hawkwind e quindi chissenefregava della sua dieta.
Hawkwind+-+Doremi+Fasol+Latido+-+Front
Strofinai i piedi sul tappetino di fuori per pulirmi le scarpe prima di entrare e Martino mi guardò male. Sfoggiai un “Buonasera” balbettando e Martino mi guardò malissimo. Chiesi un disco degli Hawkwind e Martino mi offrì da bere, una sigaretta e mi cacciò un clamoroso sorriso ammuffito ma appagato. Un pomeriggio passato in negozio da Martino era come trascorrere una settimana a Three Mile Island: se ne usciva radiottivi dal puzzo, ma non sbagliavi mai un acquisto, anche quando ti mostrava fiero le sue edizioni privatissime e limitatissime de Il Balletto di Bronzo, Biglietto per l’Inferno e Garybaldi. Era come andare a casa di un pazzo mai uscito da una certa decade, facciamo i ’70s, con un disturbo ossessivo-compulsivo di ammassare roba che sapeva sarebbe rimasta per lo più invenduta, ma “Non è mica colpa mia se la gente è ingorante”, diceva, rimarcando la prima differenza tra il suo negozio e una qualunque attività commerciale: lì dentro il cliente non aveva sempre ragione, anzi, non ce l’aveva mai; il cliente la ragione doveva guadagnarsela, perchè “i dischi non sono mica arredamento, i dischi sono animali e se ne compri uno che non ti piace non è che lo puoi buttare così a freddo. Se ti pigli un gatto (c’aveva la fissa dei gatti, prima che venisse a tutto l’internet) e quello dopo due giorni si ammala e perde il pelo, non è che lo riporti indietro al negozio e te la prendi con chi l’ha accudito prima, no? Al limite lo dai a qualcun altro che sappia apprezzarlo nonostante tutto. Ecco, io coi dischi la penso uguale. Vieni qua, ne parliamo, compri, se non ti piace lo dai ad un amico e torni qua che ti vendo dell’altro”. Hai voglia ad andargli poi a dire che il disco che t’aveva consigliato lui faceva pietà e dover affrontare una discussione infinita che si sarebbe conclusa con l’essere bandito da lì dentro per qualche mese: forse è anche per questo che i dischi comprati da lui erano tutti belli, lo diventavano per forza, anche Discipline. Poi anche lui doveva adattarsi per mangiare e non poteva essere sempre così talebano: sapeva fare anche del buon marketing Martino, appendendo di volta in volta i cartelloni di Antichrist Superstar, White Pony e gigantografie in cartone dei fratelli Gallagher o di Robert Plant per tirare dentro i fighetti e cavalcare l’onda. Poi però l’onda l’ha travolto, i punk che una volta gli pisciavano sul muretto di fronte sono scompars nel 2001, estinti come il dodo, dall’oggi al domani: si erano fatti la patente e non ci rimanevano più lì, nel paese. Io e loro siamo stati dei bastardi fortunati, abbiamo avuto la possibilità di avere un barbone borderline in centro che credeva di campare con la musica solida. Non ci sarà mai più, in paese, uno come Martino. E nemmeno Martino stesso: nel 2002 l’hanno arrestato per aver rapinato cinque discount e due tabaccai in provincia mascherato come uno dei Tre Allegri Ragazzi Morti.

Il 16 Aprile è il Record Store Day e si dovrebbe andare tutti dentro dei veri negozi, non le grandi distribuzioni, a infilare la testa negli scatoloni per qualche ora. Martino ne sarebbe stato contento e pur di continuare a vendere qualcosa avrebbe accettato di rimanere in silenzio e battere solo gli scontrini, che le feste comandate gli facevano schifo, ma l’affitto non si paga con l’idealismo. I negozi di dischi sono come gli anziani delle case di riposo, si conoscono tutti e sono lì da un sacco di tempo, andateli a trovare spesso e non siate i soliti nipoti con la maglia degli Impaled Nazarene che si fanno vedere una volta all’anno per poi sparire: uno come Martino vi sarebbe venuto a prendere a casa.

#RSD11 – ruolino di marcia, 12 aprile

Francesco Farabegoli | 12/4/2011

rsd

Quando andiamo a Londra, anche noi cresciuti senza un negozio di dischi di fiducia ci sentiamo in dovere di fare una tappa da Rough Trade. Perché? Perchè è una figata, il negozio è esteticamente bellissimo, ci si trovano sempre le ultime novità, i commessi sono giovani almeno quanto te, ci vai a sentire gli in-store, c’è il bar caffetteria, il merchandising delle band, gli accessori music-related, le riviste. Insomma è un posto fantastico con una personalità tutta sua, dove probabilmente andresti anche se non hai nemmeno un penny per comprare un 7”.
I negozi di Roma invece sono tutto il contrario: bettole impolverate nascoste in viette sperdute, dischi ammassati come cassette di arance, commessi ultra quarantenni con lo sguardo basso che non dicono neache “ciao” quando entri.
Nonostante tutto, quando per la prima volta solo qualche mese fa sono entrata da Soulfood (Via di S. Giovanni in Laterano 192) non mi è sembrato vero stringere tra le mani un vinile degli Smith Westerns, un 7” dei Cat Walk e uno degli Spectrals arrivati freschi freschi da chissà dove.
Nur su Frigopop.

Il negozio di Fabio osserva la rigida regola della socialità temperata autoimposta che i negozianti ed i clienti di questo ambiente non vedono l’ora di mettere in piedi. Per certi versi le regole sono simili a quelle del barbiere di Gran Torino. Entri, insulti il negoziante, il negoziante insulta te. Cesena non è una città cosmopolita, per cui gli insulti a sfondo razziale non hanno senso di esistere, ma tutto il resto è permesso. Sono quasi convinto che prima o poi Fabio estrarrà un fucile a pompa e me lo punterà in faccia per il LOAL.
Anonimo, su Bastonate.

E il mondo normale? Il mondo fatto da persone che non spendevano vagonate di soldi per un 7” pollici di importazione della fiorente scena noise giapponese (il gruppo si chiamava Gerogerigegege, il singolo “Tokyo Anal” e la persona in questione se non mi fa il piacere che mi ha promesso vedrà il suo nome sputtanato per sempre…)? Insomma, cosa pensava di Disfunzioni e di noi tutti, la maggioranza silenziosa? La risposta è semplice. Molta compassione e, sullo sfondo, inquietitudine. Ho le prove per questo. Il memorabile racconto di due miei colleghi di Università (gente che ascoltava Pino Daniele per intenderci). Carucci. Avevano deciso di farmi un regalo di compleanno. Raccolsero informazioni. I Germs, un disco dei Germs. Andarono a Disfunzioni di sabato pomeriggio. Il loro racconto del fragoroso impatto fra due tranquilli uomini medi e la fiorente scena punk e dark della capitale merita tuttora una sceneggiatura di Tarantino.
Francesco Mari, MyTapeRecorder

“The Velvet Underground & Nico” è ancora oggi il mio disco preferito, ho imparato a non ascoltarlo in macchina perchè richiede troppa attenzione e non posso permettermi di farlo diventare musica di sottofondo, non posso proprio.
Da quel giorno il rapporto con mio fratello è migliorato mano a mano che i cd e i vinili aumentavano in casa nostra…
Oddio, ci picchiavamo ancora e mi sono incazzata molto quando ho ricevuto come regalo un cd dei Cream, dajè non me ne frega niente dei capelli di Eric Clapton, io di lui conosco solo la storia con Lory Del Santo e la tragica morte del figlio.
Elena Mariani, Infetta

Voglio vederli, i miei dischi. Voglio accumularli in pile traballanti, di fianco a divano, per poi metterli su seguendo sentieri di passioni e ricordi. Perché dovrebbe essere meglio avere dei fantasmini digitali, sperduti nel computer? Perché? Domanda a cui non voglio risposta, non mi interessa. Resto qui, a Fort Alamo, a sentire la Rollins Band e i Laibach e i Led Zeppelin e i Residents, a manetta. Avevo smesso. Da qualche tempo ho ricominciato, e voi non immaginate quanto mi faccia sentire vivo.
Tito Faraci, Flusso di coscienza

Intendiamoci: il mio amore per il vinile è stato grande. Talmente grande da superare il pur ragionevole desiderio di perdita della verginità. E’ una storia per niente lunga: la scelta di fronte alla quale mi trovavo nell’estate dei miei 17 anni era strettamente economica. Con la somma di cui disponevo (racimolata fra regali e lavoretti di basso cabotaggio) non potevo certo scialare. O me ne andavo in campeggio all’estero con gli amici che ci erano già andati l’anno prima tornando a raccontarci mirabolanti gesta erotiche (che per essere delle “prime volte” uno a sentirli ci restava secco) o realizzavo il sogno di un’adolescenza passata sbavando alle spalle dei dj in consolle, ovvero comprarmi un mixer, due giradischi e i primi vinili di orrenda musica commerciale anni 90 (poche storie, se volevi imparare a mixare nel 1990 quella era la musica). Quindi mi fregio (wtf?) di essere fra i pochi casi mondiali in cui il vinile, per l’esattezza il desiderio di imparare a maneggiare vinile, prevalse persino su degli ormoni imbizzarriti da diciassettenne di provincia.
Benty, in zona cesarini.

#RSD11 – ruolino di marcia, 11 aprile

Francesco Farabegoli | 11/4/2011

endtroducing

La settimana inizia da dio.

Per me inizia tutto lì. Virus era un punto fermo della mia vita, così tanto che a un certo punto mi venne voglia di scrivere una storia ambientata in un negozio di dischi (no, High Fidelity non l’avevo ancora letto). Rileggendola adesso, ho pensato, oh, era il ’97 e già si parlava di recessione. Plus ça change.
Giulia Blasi, Stereogram.

Come se non bastasse, sabato sarà una festa memorabile per coloro che amano dire: “il giradischi ha un suono caldo e corposo”; “qui una volta era tutto vinile” e “l’mp3 è un formato di scarsa qualità: lo so perché le mie orecchie captano gli ultrasuoni”. Poi arriveranno quelli de “L’ODORE DELLA CARTA!” e si accorgeranno di aver sbagliato giornata.
Pop Topoi

nello stesso periodo, credo, aveva anche aperto un nuovo negozio di dischi a pesaro: il plastic. ora potrei tesserne le lodi fino domattina (sperando in un aumento ) in quanto saltuariamente ci lavoricchio anche io ma, effettivamente, è un gran negozio, c’ha un sacco di gran roba, il titolare ne sa a pacchi di dischi su qualsiasi cosa gli chiedi. è praticamente il meglio che è rimasto e spesso viene gente fino da ancora o da rimini a comprare roba, o altri turisti che capitano li coi lacrimoni perchè, dicono, dalle loro parti non ci sono negozi del genere.
Carlo Minucci AKA Gecco

una mattina entrano due signori. una coppia di una 50ina di anni. e si mettono a scartabellare tra i dischi punk. poi il signore prende su la copia di agheist de grein e dice questo è il gruppo di mio figlio. e marcello fa tutto stupito e eccitatone macchì?! bret ghereviz? e il tipo fa si col testone e va via. e marcello rimane fermo immobile a guardare verso la soglia appena attraversata dalla coppia con la fissità del macigno nello sguardo per dei lunghi interminabili secondi. al che gli faccio oh, marcello? e lui continuando a guardare la soglia con la stessa espressione scema dice avrei dovuto chiedergli l’autografo. “to marcello, sincerely brett guerewitz’s daddy”. ma che autografo sarebbe stato?
Jacopo&Febio, Vita di Legno

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