Adriano Modica: Il fantasma non ha paura
Alcuni dischi finiscono nella cassetta della posta del recensore sbagliato. Così l’ultimo lavoro del cantautore calabrese Adriano Modica è finito nella mia. Io che ho ascolti vari ma raramente mi dedico al cantautorato di casa nostra, fatta eccezione per alcuni classici non più recenti dei ‘70 di De Gregori e diverse cose della trasversale scuola romana di qualche tempo fa. È forse merito della sua inaspettata trasversalità se Il fantasma non ha paura cattura da subito, come alcuni dischi di Max Gazzè. Ma con Gazzè le somiglianze sono solo superficiali. Il polistrumentismo di Modica e il suo cantato incerto — sulla linea Battisti-Zampaglione, ma diverso e migliore — implodono infatti in un tratteggio di chiaroscuri avant-pop di una riservatezza elettrica, piuttosto che allargarsi in forme incontenibili ed eclettiche. Del terzo album di Modica arriviamo così ad apprezzare, anche se con colpevole ritardo, la cura estrema e l’intimità compunta della sua mezz’ora appena — ma mezz’ora emotivamente densissima. La sensibilità è quella del cantastorie chiuso in casa nel mezzo dell’inverno, a suonare per sé stesso, con un freddo e un’oscurità fuori che non sono però mai davvero ostili. La ricerca sonora, al di là del cantautorato obliquo, è ricca. Si va dalla purezza di sprazzi di chitarra acustica al theremin, dal familiare all’insolito, passando per tutto ciò che serve per ammantare le storie di ombre e mostri di una luce antica. La somma è una musica stranita e soffice, di pianoline sbiadite, di un mondo surreale triste ma ironico esplorato attraverso le fotografie in bianco e nero trovate in un baule.
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