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Artista della Settimana: Kinski

Margherita Ferrari | 27/8/2007

kinski.jpgLe avvisaglie del cambiamento che ora stringiamo tra le mani ascoltando il nuovissimo ed assai pregevole Down Below It’s Chaos si erano gi� manifestate nel 2005, quando uscì Alpine Static. Credevamo di aver incasellato definitivamente i Kinski nel filone space rock, ma ci sbagliavamo più che mai. Il nuovo lavoro della band di Seattle è per certi versi disarmante. Il brano d’apertura Crybaby Blowout destrutturò molte aree del nostro cervello, portandoci vicini al collasso cardiaco.
I Kinski di Down Below It’s Chaos sono i Blue Cheer di Vincebus Eruptum quarant’anni dopo, sottoposti ad una massiccia contaminazione kraut e shoegaze.
Delle sonorit� dilatate, tenui, ipnotiche ed intervallate da esplosioni distorte dei primi tempi, quando i Kinski parevano una felice commistione tra Mogwai e Godspeed You! Black Emperor, rimane una reminiscenza sottile, che è quasi una trama invisibile su cui si muove il nuovo album.
Down Below It’s Chaos, uscito per la Sub Pop, è una potentissima folata di vento in grado di sollevarti da terra e sbatterti contro un muro sonoro altamente psichedelico.
Ti stordisce non poco il modo in cui il quartetto di Seattle gioca con l’hard rock, mentre cerchi di staccare la faccia dai riverberi, che ricordano mattoni incollati al naso: gli ridanno trionfalmente vita in apertura dell’album, poi lo abbandonano, poi ci ritornano pesantemente.
E’ davvero strano ascoltare un disco del genere nel 2007, specialmente se ti aspettavi del post-rock. Ed è anche per la loro innegabile capacità di stupirci che decretiamo i Kinski Artisti della Settimana.

Visita il MySpace dei Kinski
Leggi cosa ne pensa allmusic di Down Below It’s Chaos
Scarica Punching Goodbye Out Front dal sito della Sub Pop
Guarda il video di The Wives of Artie Shaw (sotto)

Le Luci della Centrale Elettrica: Precaria era l’aria

Margherita Ferrari | 22/8/2007

luci.jpgNon molto tempo fa era ancora estate.
Ci crogiolavamo nel tragica assenza di eventi notturni della provincia berica, scalfendo ulteriormente le nostre ferite aperte. Dato che a Vicenza ogni evento è un Evento, una sera il collega mi fece una sopresa e senza dirmi nulla mi condusse presso un paesello della provincia, dove quella sera avrebbe suonato il noto cantautore italico Moltheni.
Quando scoprii che genere di concerto avrei dovuto subire sulle mie carni provai l’irrefrenabile desiderio di schiantarmi contro una voltante della polizia. Non perché io disprezzi Moltheni, semplicemente a volte raggiungo un limite oltre cui la mia depressione cronica non può andare.
Il collega ed io decidemmo comunque di occupare un posto degno e ci mangiammo la cena portata da casa, per evitare l’ira funesta dei nostri genitori.
Dopo un quarto d’ora circa salì sul palco un giovane dalla chioma corvina noto come Le Luci della Centrale Elettrica.
Poggiai fugacemente gli occhi sulle sue terga e il tempo si dileguò. Solo a concerto terminato realizzai che genere di esperienza avevo immagazzinato nel cervello.
Vasco, questo è il suo nome di battesimo, è un raro e pregevole esempio di cantautore marchiato indelebilmente dalla crudezza degli anni zero. I suoi testi, decantati con voce distorta ed accompagnati solamente da una chitarra acustica, trasudano Riforma Biagi ed assolutismo mediatico di Mediaset. Le Luci della Centrale Elettrica è un tentativo di raccontare qualcosa di questo decennio controverso, attraverso occhi giovani e una mente pensante. E’ un dolce e al contempo feroce documento dal potere catartico.
In pochi minuti di ascolto tutti i mali della nostra becera società italica e i piccoli grandi traumi della giovinezza ti passano davanti e, sotto forma di poesia, ti ricordano che sono ancora nascosti nei meandri della tua mente, pronti a riaffiorare e a farti provare un forte senso di sconfitta.
Vedere Vasco mentre suonava i suoi pezzi in uno dei tanti schifosi paesi che popolano le mie terre pianeggianti mi ha fatta sentire meno sola.
La provincia è dentro di noi, ci accompagna per mano ovunque. Ci fa fare figure di merda, ci fa sentire in colpa, ci fa vergognare di noi stessi e non c’è una cura per questo male.
Forse premeditare la fuga. Ma nella melodrammatica attesa non resta che raccontare il proprio mondo, per lasciare una traccia, per consolarsi, per ricordare com’eravamo prima del collasso ambientale, il nostro incubo in atto prediletto.
E la traccia lasciata da Vasco è sublime, ipnotica, completa.

Visita il MySpace delle Luci della Centrale Elettrica
Visita il blog di Vasco “Vlad” Brondi
Leggi cosa scrive di lui Ciccsoft
Guarda Le Luci della Centrale Elettrica dal vivo (sotto)

Smashing Pumpkins: Mayonaise Scaduta

Margherita Ferrari | 20/8/2007

sp.jpgAscoltando Zeitgeist, il primo album degli Smashing Pumpkins dopo la reunion, sorgono spontanee centinaia di domande.
Una di queste: “Billy Corgan è forse divenuto un surrogato di Enya?”
Sembrerebbe di sì ascoltando Pomp and Circumstances, uno dei più catastrofici brani che compongono l’opera.
Ma spieghiamo le ragioni di cotanto scemio: come ben saprete, Corgan è stato recentemente mangiato dal suo stesso personaggio. Con esso ha ingerito anche le personalità, già tristemente svilite, dei suoi colleghi.
Tra di essi è doveroso ricordare i tre giovani, un tempo dediti alla pastorizia e successivamente acquistati da Corgan su Ebay, noti come Jeff Schroeder, Ginger Reyes e Lisa Harriton.
Il nostro amico William, un tempo noto per aver messo mano ad un paio di dischi davvero pregevoli, con l’avvento degli anni zero pare aver dato il suo ritegno in pasto ai rinoceronti.
Ricordiamo i già tragici episodi di Machina, Machina II, Mary Star of the Sea con i suoi gioiosi Zwan nonché il suo album da solista, che nessuno ricorda.
Zeitgeist si distingue però da tutto questo ciarpame. Esso è infatti disponibile in quattro diverse versioni, acquistabili in precisi megastore, ognuna delle quali dotata di un numero infimo di brani inediti. Quella dalla copertina rossa esiste anche in edizione limitata.
A questo punto mi risulta difficile soffermarmi a lungo sullo scarso contenuto dell’album. L’unico pensiero che con fermezza vegeta nel mio cervello è: “Corgan sta cercando di fare soldi alle nostre spalle dei suoi fans.”
Per il resto Zeitgeist sembra partorito da un bulldozer in preda ad una profonda crisi sentimentale.
I tempi del tenue struggimento e della dolce Tristessa paiono essere dispersi nei meandri di tante folte collezioni di dischi, e lì dimenticati.
Questo spiega il germogliare di una miriade di recensioni entusiastiche di questa enorme e goffa creatura. Coloro che hanno osato affermare che Zeitgeist merita un voto dalla sufficienza in su di certo hanno perso la ragione o in alternativa non hanno mai veramente colto quanto di più empatico ed avvolgente c’era negli Smashing Pumpkins dei tempi di D’Arcy e di Iha.
Zeitgeist merita il dimenticatoio in quanto: è dotato di una roboante apertura nu metal, contiene versioni stantie delle antiche ballate, come Thirty-Three e Luna, e un mammut di dieci minuti che tenta disperatamente di rifare i Pink Floyd privi di Barrett chiamando a gran voce una rivoluzione che potrà a malapena solleticare le menti psicotiche dei marxisti-leninisti che affollanno le nostre strade alla ricerca di nuovi adepti.
Ora non ci resta che provocarci l’ansia ipotizzando un futuro non troppo remoto, in cui gli Smashing Pumpkins saranno sopravvissuti al tour in atto, cosa poco credibile, e decideranno di dare alle stampe una nuova opera.
Non è agghiacciante?

Visita il MySpace degli Smashing Pumpkins
Scarica The Doomsday Clock, comparsa anche nella colonna sonora del film fracassone Transformers (via VLM)
Scarica Mayonaise e rimembra i tempi andati di Siamese Dream (via TLG)
Guarda il video di Tarantula (sotto)

Artista della Settimana: Six Twilights

Tomm. | 30/7/2007

six_twilights.jpg Invece no. Nelle fragili e dolci composizioni di Aaron Gerber -artista di Portland già negli A Weather, accompagnato qui da Liz Isenberg e Zoe Wright- non c’è spazio per immagini dell’estate. I bimbi giocano vicino al mare chiusi nei loro cappotti pesanti. Sciarpa e cappellino di lana. Il primo timido sole della mattina si alza a fatica nei riflessi chiari dell’aria fredda mentre un uomo cammina lentamente affondando i passi pesanti nella neve. I rami scuri. I lunghi pomeriggi di pioggia. Il vento. Ecco. L’estate di Six Twilights -CD+DVD uscito a fine giugno su Own Records (Uzi & Ari, Gregor Samsa, Bexar Bexar…)- è piuttosto una notte trascorsa davanti ad un ghiacciaio, bellezza immobile e dolente. Dieci momenti impalpabili e dilatati fatti di rumori incerti e pianoforti e chitarre acustiche appena sfiorate e fruscii ed elettronica minuscola e parole sussurrate e voci morbide smontate e ricomposte e. Piano. Nel silenzio della luna di queste ultime notti di luglio. Nella luce di un ruscello che scivola tra le rocce e le ultime tracce di neve. Ancora. Ad agosto, un attimo prima dell’autunno. Da un’altra parte.

Ascolta in streaming i 3 brani scelti da Vitaminic: Still Talk, Tonight I’m Letting You Drive e The Way You Smile
Scarica Tonight I’m Letting You Drive
Guarda il video di Tonight I’m Letting You Drive

Brano del Giorno: My Sad Captains

Enzo Baruffaldi | 23/7/2007

my_sad_captain.jpgAlcune piacevoli scoperte che si fanno all’inizio dell’estate vengono travolte dalle burrascose settimane di vacanze lontane o dalle altrettanto smemorate mareggiate di noia che ci sommergono. Fino a quando una quieta domenica pomeriggio di fine luglio, mentre la casa e le finestre tacciono, ritrovi una canzone che avevi messo da parte e che ti viene incontro con un sorriso silenzioso e trasparente. Fai tuoi la canzone e il sorriso ed esci di casa da solo, pensando ancora una volta a una lunga serie di decisioni prese con maggiore o minore coscienza, ma che alla fine, guarda caso, sembrano tutte incastrarsi per farti arrivare lì, alla tua afosa, solitaria, quieta domenica di pomeriggio di fine luglio.
«It’s all messed up so I start again / but what’s the point when I never win / and I’ve thought of a few / bad decisions that will bring some comfort to you / ’cause you’re the only reason I try / and the competition dies away».
Neanche a farlo apposta, questa canzone viene pubblicata da un’etichetta chiamata Fortuna POP, e non c’è sarcasmo qui. La banda che la canta proviene da Camden e si chiama My Sad Captains. Ricordano tanto qualcosa di un altro outsider come Preston School of Industry, ma mitigati da una sensibilità pop tutta britannica, alla Lloyd Cole, per esempio. E la scrittura dei pezzi ha quel bel respiro disteso alla Go-Betweens.
Hanno appena inciso una cover dei loro beniamini Sparklehorse, Steve Lamacq li ha suonati alla BBC, sono stati in tour con Tilly and the Wall e Loney Dear, fra gli altri, e stanno per andarci anche con Darren Hyman, di hefneriana memoria.
Decisioni sbagliate? Forse. Buona musica almeno? Di sicuro.

Visita il sito dei My Sad Captains
Scarica Bad Decisions in mp3
Visita la pagina myspace della Fortuna POP

The Ladybug Transistor: Can’t Wait Another Day

Margherita Ferrari | 18/7/2007

lt.jpgA volte capita, la domenica mattina, di svegliarsi e scoprirsi in condizioni pietose. I postumi del sabato sera si manifestano sotto forma di spossatezza, incapacità di coordinare gli arti ed irrefrenabile desiderio di dormire fino al sabato successivo. Il lunedì si avvicina. Siamo irritabili, tristi, a volte sconsolati. Ci viene da piangere e non sappiamo neanche perché.
Non ce la facciamo proprio ad ascoltare qualcosa di rumoristico od impegnativo.
E’ a quel punto che ci ricordiamo di Can’t Wait Another Day, il nuovo album dei Ladybug Transistor, che fa capolino dallo schermo dell’iPod e con degli occhietti da procione ci invita ad ascoltare.
Lo avviamo e ci mettiamo subito a fare qualcos’altro. Raccogliamo i vestiti sparsi ovunque, laviamo i piatti della sera prima, ci mettiamo lo smalto alle unghie dei piedi.
I Ladybug Transistor ci accompagnano per manina mentre ci dedichiamo alle faccende domestiche e poi, dopo un po’, si nascondono dietro il divano. Ci sono e non ci sono.
Se ci guardiamo intorno per localizzarli li scopriamo intenti ad abusare della nostra doccia.
Tutto questo perché il loro è un indiepop vagamente psichedelico d’altri tempi che, a seconda dei gusti, potrebbe risultare carino e giocoso piuttosto che irritante e fastidioso.
E’ fuggevole.
Nella nostra testa questi aggettivi si alternano. C’è un sentore di schizofrenia nell’aria.
La voce baritonale di Gary Olson, così piacevole ad un primo impatto, dopo un quarto d’ora d’ascolto tende a divenire noiosa. E’ un processo inesorabile.
Can’t Wait Another Day è un disco pacato, probabilmente quello di cui tutti avremmo bisogno nei momenti in cui ci sta per esplodere il cervello, ma a tratti non va oltre questo significativo pregio.
La malinconia regna sovrana in questa friabile sequenza di ballate. Ci sono gli archi, che rendono il tutto ancor più drammatico. Non mancano poi le canzonette pop, dense di atmosfere 60s, di suoni che rimandano ai Beach Boys, a Bacharach, ad un Tarantino annebbiato.
Una volta concluso l’ascolto focalizziamo la nostra attenzione sul divano. Senza pensarci più di tanto ci stendiamo e ricominciamo a dormire, cullati dalle reminiscenze del suono dei Ladybug Transistor.
Can’t Wait Another Day si aggiudica conseguentemente il premio Disco Valido (ma Soporifero) del Mese.

Visita il MySpace dei Ladybug Transistor
Scarica le Daytrotter Sessions
Visita la pagina dei Ladybug sul sito della Merge
Guarda i Ladybug intenti a suonare A Burial at Sea (sotto)

Brano del Giorno: Tunng

Enzo Baruffaldi | 17/7/2007

l_93c6befd8467a180f6438a12634cbe21.jpgA volte mi trovo a pensare al folk come alla struttura di legno di una casa in riva in mare. Gli inquilini si succedono così come le stagioni, e la arredano di volta in volta in maniera diversa, come se ogni strumento fosse un soprammobile, un tavolo, un pezzo d’arredamento qualsiasi. Ed il genere in cui si inseriscono – e contribuiscono a cesellare – siano le pareti, e la carta da parati di cui sono rivestite.

La casa dei londinesi Tunng, per come me la immagino io, ricorda quella celebre canzone che parla del cielo in una stanza. Definire il sound dei due (ormai quasi tre) magnifici album della band come “bucolico” non funziona; il legame ctonio degli Animal Collective è ben lontano, ed il folk infantile del buon selvaggio di Devendra Banhart altrettanto. Sarà perchè ultimamente penso al verde lussureggiante che mi rapisce ed alle radici nella sabbbia, ma il gioco di chitarre e voci applicate all’elettronica dei Tunng ha una qualità diversa, impetuosa: è una sfida alla terra, l’individuo se ne immerge e ne è respinto, affronta il pericolo alla ricerca di un integrazione impossibile. Fuor di metafora, quando la formazione a sei imbraccia giocattoli digitali e corde il risultato è avvolgente e lievemente spaventoso. Anche nella malinconia, anche nel ricordo gentile che è nostalgia, il coro di arrangiamenti si allarga come un mantello che avvolge tutto quel che lo circonda.

Pur celebrando la maestà in-studio dei Tunng, la loro vitalità, il loro essere, appunto (forse era questo che cercavo di dire dall’inizio) una “forza della natura” emerge soprattutto dal vivo. Questa sera i Tunng suoneranno dal vivo a Bologna per la rassegna Julive, nella Piazza Verdi martoriata e bersaglio dell’opinione pubblica bolognese, e so che sarà un concerto impressionante. Il cemento ed i cocci per terra si trasformeranno in cicloni e germogli: se siete in zona, non pensate neppure di mancare.


Visita il MySpace dei Tunng

Scarica delle canzoni dei Tunng incluso il nostro Brano del Giorno Woodcat

Guarda Pioneers live (qua sotto)

Violent Breakfast: Nient’altro che Tempo

Margherita Ferrari | 12/7/2007

vb.jpgAmiamo incondizionatamente i Violent Breakfast pur deprecando l’emo poiché siamo incoerenti.
L’incoerenza radicale è per noi maestra di vita. Vogliamo essere un tutt’uno con Essa.
Ne mastichiamo i lembi e con sguardo allucinato brandiamo verso il cielo la targhetta plastificata del gruppo di studio Ferma l’Emo Prima che sia Troppo Tardi.
Venimmo a conoscenza dei Violent Breakfast durante un triste bimestre della nostra breve vita durante il quale quale amammo unicamente i Laghetto, una ilare band ninja-core che vorremmo tanto sfoggiare nel nostro giardinetto in occasione del prossimo festone domestico.
I Violent Breakfast si materializzarono tra le nostre mani quando acquistammo per via internautica un loro gradevole split condiviso con i sopraccitati Laghetto.
Pur avendoli apprezzati, decidemmo di rifuggire le loro sonorità screamo per questioni morali.
E fu così che caddero nel Dimenticatoio, nella sezione Vergogna.
Recentemente però le nostre viscere si mossero un poco quando venimmo a conoscenza dell’uscita del loro primo album, chiamato Nient’altro che Tempo.
E dopo averlo ascoltato per bene non possiamo far altro che affermare che, ebbene sì, esso è valido.
Piacerà anche ai nostri amichetti dai ciuffi sugli occhi e le magliette a righe nere e viola, ma questo non deve distoglierci dalla sua essenza.
Nient’altro che Tempo è un pregevole album in cui convergono sonorità screamo e post hardcore, con un pizzico di tappeti sonori post-rock, come testimonia il brano d’apertura Una Scatola Piena di Inverno. Ci ricordano quanto di più bello c’era negli At the Drive-In, nei Death of Anna Karina, ne La Quiete, ma sempre con un quid in più, una scintilla deflagrante.
Poetici e strazianti, i Violent Breakfast sono indubbiamente la band che tutti noi vorremmo ospitare nella nostra cantina.
Consigliati a chiunque.

Visita il MySpace dei Violent Breafast
Inebriati sul sito della Donna Bavosa Records.
Guarda i Violent Breakfast live @ Cry Me a River Fest 2007 (sotto)

Melt Banana: What Do You Slaughter Next?

Margherita Ferrari | 9/7/2007

mb10.jpgCiò che in questo istante balena di fronte ai miei occhi, mentre ritorno ai miei ascolti più recenti è un Giappone giovane, incattivito e rude.
Nelle mie orecchie martoriate rimbalzano lamentele senili con cadenza strettamente veneta, quanto di più dissimile esista al suono dei Melt Banana.
Ho da tempo abbandonato le mie terga su una delle sedie lignee della sala d’aspetto del medico di mia madre, che necessita di simpatici certificati lavorativi.
Se i Melt Banana potessero vedermi in questo istante, mi suggerirebbero di fuggire e di abbandonare Mater con la sua caviglia slogata e il ghiaccio in mano. Aggiungerebbero poi che è bene essere delle donne cattive, perché per millenni siamo state trattate come degli straccetti per pulire i cessi.
Questa loro tendenza ad impersonare l’archetipo della donnina asiatica hardcore ha stimolato le fantasie di tanti uomini dediti alla sublime arte della recensione, che hanno visto nel loro nuovo album Bambi’s Dilemma cose incredibili. Io non faccio uso di acidi ed ascolto i dischi più di una volta prima di scriverne. Conseguentemente credo di poter affermare che questo disco non è un documento programmatico marxista né un saggio criptico sulla necessità di abbadonare le città per istituire delle cooperative femminili nel mezzo di qualche boschetto.
Bambi’s Dilemma è piuttosto un allontanarsi quanto mai evidente dalle sonorità vagamente grind-core del materiale precedente (a tratti benedetto dall’intervento dell’onnipresente Steve Albini), privilegiando invece delle velleità hard-core tout court in cui la trama melodica diviene a tratti quasi pop. Ecco perché udendo ripetutamente il suo contenuto non ho potuto fare a meno di pensare a qualche cartone animato che provoca epilessia.
Bambi’s Dilemma non è dunque altro che una cavalcata di vocine isteriche che negli ultimi anni si sono raddolcite non poco, forse a causa dell’insorgere del desiderio di impossessarsi di qualche bel vestitino rosa con applicati dei fiorellini in organza. Vi troviamo traccia delle Sleater-Kinney e della proverbiale ira giovanile indirizzata verso tutto e tutti.
Consiglio questo album come forma di tortura da applicare ai vostri consorti amanti dell’HC, che votano Rifondazione e che disprezzano le donne per partito preso.
E’ inoltre molto adatto ai viaggi in macchina prolungati, quando vorreste solo lanciarvi in un fosso e restare lì per sempre, ma non ce la fate, perché nonostante tutto amate ancora la vita.
Energetico, entropico e fastidioso: nel suo genere probabilmente il miglior album della settimana.
Se amate farvi del male e aggravare ulteriormente la vostra emicrania, questo è il disco per voi.

Visita la pagina Wiki dei Melt Banana
Scarica alcuni mp3 dei Melt Banana (via BofMH)
Guarda il video di Sick Zip Everywhere (sotto)

Brano del Giorno: Blitzen Trapper

Marina Pierri | 9/7/2007

l_fb431b9f7a073184b67eac11e6e82e88.jpgDa queste parti si è in qualche modo dell’idea che smascherare le influenze di una band al primissimo ascolto sia leggermente sconfortante. Ci siamo abituati a non chiedere alle band di dare un senso nuovo alla parola “innovazione”, ma se è vero che qui a Vitaminic non ci sentiamo di dichiarare alleanza alla fetta di critici ed ascoltatori che butta via anche un buon disco tanto perchè ricorda fortemente qualcos’altro (se l’avessimo fatto, quanti gruppi avremmo gettato dalla finestra senza pensarci due volte, onestamente?) ci sentiamo di riconoscere che condizioni differenti chiamano commenti differenti.

Prendete i Blitzen Trapper. Avremmo potuto sopravvivere diversi anni senza mai averli mai sentiti nominare una sola volta, cosa che del resto vale per tante altre band, incluse quelle che magari adoriamo. E invece come al solito abbiamo fatto “un giro” su Pitchfork – perchè li facciamo sempre, anche sbuffando, i “giri” su Pitchfork – e gli abbiamo vista attaccata l’etichetta Best New Music. Li abbiamo ascoltati e ve li proponiamo come Brano del Giorno. Ci vuole poco a descrivere il sound della formazione di di Portland: Pavement + primo Beck, quello dell’intramontabile Mellow Gold. Pop sghembo che ogni tanto si sfliaccia nel noise, il tutto furioso, scanzonato o scalciante come se pestasse una specie di piattaforma di country fragile e sordo come polistirolo. E’ Wild Mountain Nation. Terzo album della band. Ed è un bel disco. Che suona come se metteste insieme i Pavement ed il primo Beck. Appunto.

Visita il MySpace dei Blitzen Trapper

Leggi la recensione esaltata di Pitchfork

Guarda il video di Devil’s A Go-Go (qua sotto)

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