Mostri adolescenziali crescono. I soliti vampiri, ormai saturi, contro finti vampiri e nuovi supereroi: le mode cambiano, si evolvono. E cosa fanno le colonne sonore? Figlie dello stesso gioco, dallo schermo allo stereo (ma che dico, smartphone), continuano la buona tradizione. Ma qui bisogna parlare della novità italiana che combatte i botteghini statunitensi: finalmente qualcosa di nuovo. O no?
Grande scalpore tutto italiano per la serie in onda solo su Youtube, finchè poi però tutto finisce nello stesso calderone: gruppi rockmelodici in stile Muse o nu-metal, e poi ritmi dance in acido che piacciono agli alternativi del dancefloor, contro nuove leve dei cuoricioni da classifica capitanati dal cioccolatoso Bruno Mars e dalla passabile Christina Perri. Stiamo parlando della OST di Freaks! contro la nuova puntata dellaTwilight Saga: Breaking Dawn parte I. Pensando di scrivere della prima, sono finita naturalmente sulla seconda, esempione massmediatico della sonorizzazione degli anni Zero. Cosa cambia, e cosa rimane? La ricerca di una propria identità e allo stesso tempo di una approvazione esterna. Se Breaking Dawn I vira su un taglio più mainstream (già i singoli la dicono lunga: vi ricordate, con nostalgia, i Death Cab For Cutie?), Freaks! se ne esce con una cosa che sembra molto distante, eppure vuole piacere allo stesso modo. Sì, vuole disperatamente catturare il pubblico di MTV. — Continua a leggere
E adesso, da qualche settimana, Trallalàlla. Cioè, cito, la web-tv musicale “che passa al sud della penisola”. Frutto del lavoro combinato del Tycho Creative Studio, cioé Giacomo Triglia e Mirella Nania, regista e graphic designer, insieme con Fabio Nirta (Partyzan Produzioni) e L’Ora di Italiano di Ester Apa (Rockit, Rumore), che da tempi non sospetti portano musica bella in posti in cui è più difficile trovarla. Non faccio ironia: da bolognese acquisito proveniente da una provincia in cui il pienone lo fanno cover band dei Foo Fighters – se va bene – ho buona percezione del coraggio e della fatica che ci vogliono per spostare certi gruppi e certi bacini d’utenza (e tutte le belle idee che li accompagnano) dalle solite zone. — Continua a leggere
The more you know: al liceo avevo la passione per gli insetti e tenevo in camera un terrario con della torba per allevarci una colonia di grilli e ho scoperto che possono morire per colpa degli acari che depositano le uova sulle loro teste e sulle ali. Esseri più piccoli fungono da simbionti per quelli più grandi, prosciugandoli lentamente roba che Steve Albini ne farebbe un trattato sul valore dell’indie e dell’underground, io ne faccio volentieri a meno. The Night All Crickets Died introduce il ritorno, dopo un anno e passa trascorso in studio a scrivere e reinventarsi, dei Mauve e suona (il titolo dell’album, non il disco in sè) un po’ come un presagio divino che marca la fine di qualcosa: nel caso specifico oserei dire l’abbandono della compostezza e dei limiti della classica forma-canzone wave, per come siamo stati (ben) abituati a digerire, per virare su un’esperienza incentrata sui riverberi noise da salotto. Tutto è perfettamente pensato per oltrepassare le sensazioni dei dischi precedenti ed adattarsi alla nuova realtà senza disturbare o straniarci rovinosamente, una cura al limite del maniacale per amalgamare al meglio questa transizione si nota in un pugno di pezzi splendidi che compongono a mio avviso l’ossatura di un disco più che buono: la combo a sfondo storico e letterario Ahab-Ludovico regge tutto quanto e fa stare benissimo con un tiro pazzesco, la parentesi rude di Grasshopper ne aumenta lo spessore mentre le due parti di The Solitude Of The Ship aprono e chiudono la tracklist in un clima di deriva assoluta. L’evoluzione subìta dalla band sembra portare sulla strada giusta, non c’è tempo e spazio per la pacchianità e questo è sinonimo di eleganza sempre gradita. Dobbiamo rimanere aggrappati a dischi come questo senza lasciare che l’ultimo grillo sia costretto a morire per forza: il silenzio che ne conseguirebbe sarebbe danno assai grave. — Continua a leggere
Un luogo lontano, otto musicisti e una videocamera. An Island è il film-documentario realizzato da Vincent Moon che racconta -con l’inconfondibile sguardo dei suoi Concerts à emporter- i quattro giorni trascorsi insieme agli Efterklang (con Niklas Antonson, Heather Broderick, Peter Broderick e Frederik Teige) su un’isola al largo delle coste della Danimarca. Il viaggio in nave, i fienili silenziosi, il rumore della pioggia e dei fogli di un giornale, le performance improvvisate del gruppo danese con gli abitanti di Als. Le canzoni di Magic Chairs ricostruite insieme ai musicisti, i bambini e gli amici di un luogo che nelle immagini del film-maker francese diventa teatro di incontri e collaborazioni insolite. Torna ad essere casa e suggerisce una differente idea di condivisione. Pubblicato sotto licenza Creative Commons, ognuno può organizzare una proiezione, richiedere il materiale e vedere il film dove vuole, con chi vuole, quando vuole. Incontrarsi, parlarne e ascoltare insieme. Facilissimo. Bellissimo. — Continua a leggere
“Buonasera compagni. Oggi quattro astronauti stanno per decollare…” Lo scorso 25 novembre alla Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano i Trabant hanno impacchettato il loro bagaglio punk-funk per caricarlo su un’astronave. Missione: salvare la cagnolina Laika dispersa nello spazio. È il Presidente Горбачёв in persona a chiedere ai Nostri l’estremo gesto di coraggio e loro non se lo fanno ripetere due volte. Pannelli di controllo accesi, monitor illuminati, sintetizzatori roventi tutto è pronto per il lancio e c’è anche il fantasma dei Kraftwerk a proteggerli. Tute spaziali indossate. Pronti a partire.
Per chi c’era sarà un po’ come rivivere quella serata, per chi invece se l’è persa un bel documento che racconta di un esperimento speciale: a metà strada tra il concerto, la performance, la stramberia e la registrazione di un programma tv. L’idea era quello di ricreare l’atmosfera dei varietà della tv in bianco e nero anni Sessanta, italiani e stranieri. Ballerine, coreografie, canzoni d’altri tempi. Gli A Classic Education sono saliti a bordo con l’entusiasmo di chi capisce subito che in ballo c’è qualcosa di speciale. Il risultato ce lo vediamo assieme qui sotto. A suo modo irripetibile, emozionante.
“Mogwai will be the best band of the 21st century.” Lo dichiarò Stephen Malkmus, non Marco Delsoldato o Rob Strong. E, tolto il lato prog, Malkmus ha sempre avuto ragione. Nel caso specifico come Marco Delsoldato e Rob Strong. Con l’aggiunta di un numero imprecisato di altri esseri umani, da sempre (o per qualche periodo della loro vita) convinti del fatto che sì, puoi ascoltare tanta roba, ma una roba come i Mogwai non la sentirai da nessuna altra parte. Perchè il discorso, al solito, può dividersi fra oggettivo e soggettivo, come in effetti faremo, ma in aggiunta occorrerà qualche virgolettato, preso, rubato e memorizzato a dispetto di alcolici, chilometri e polase. Oltre alla cronaca, dura e cruda, basilare in quanto Burning è un film ed è un documentario ed è un concerto ed è, in aggiunta, un (più ricco) album live. Ed è necessario. — Continua a leggere
Nel catalogo Ikea c’è un specchio bellissimo con le imposte di un castello medievale, e in corredo pure il forziere. L’avete mai visto? Mai pensato che sarebbe stato fantastico averlo nella vostra vecchia cameretta? Il bello di questo disco è che, oltre a contenere tutti i nostri musicisti preferitiimpegnati a musicare un film, parla la stessa lingua di un film – ma che dico – di un immaginario, che è come avremmo voluto fosse la nostra infanzia: avventurosa, coraggiosa, piena di sogni. Anche un po’ stramba. “E’ la storia dell’infanzia e dei posti in cui ci rifugiamo per capire il mondo in cui viviamo”. Non so voi, io non vedo l’ora di guardarmelo, il film con le sue canzoni. Spike Jonze poeta. Il lato selvaggio che vive nostalgico nella nostra fantasia. Bella scelta, il libro di Maurice Sendak. Bella anche la scelta di Karen O, che di solito è un po’ più eccentrica coi suoi Yeah Yeah Yeahs ma che, come dicono i producer, in fondo ha sempre rivelato un certo lato giocoso, lì sul palco. Per Il paese delle creature selvaggeriesce a sfornare anche 8 canzoni in 9 giorni, è ispirata e perfetta. Ci sono immagini e musica che si parlano davvero. Ci sono bambini che partecipano direttamente alle incisioni e giocano e vivono la musica. Più di così, non so cosa ancora si può sognare.