La cosa figa di essere un artista in qualche modo apprezzato è che puoi svegliarti al mattino, magari in un giorno in cui la noia ti attanaglia e decidere di chiamare qualche amico e dirgli: “Hey fratello,ti va di registrare un disco?” Non ho idea di come Elisabeth Esselink, aka Solex, abbia deciso di collaborare con Jon Spencer e compagna per questo Amsterdam Throwdown, King Street Showdown, ma mi piace pensare che sia stata una cosa del genere. Difficile che con tali premesse possa venirne fuori un capolavoro, ma in questo caso il disco almeno nella forma è impeccabile. Soul-funk-rock e modernariato danzereccio con uno spruzzo di hip-hop ci consegnano un album sensuale e caldo quanto basta per essere promosso e mandato giù come una bevanda fresa nelle afose sere d’estate. Manca la scintilla per alimentare il grande fuoco, ma per un affare che sembra una specie di divertissement tra amici, direi che non è il caso di lamentarsi.
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Ero in cerca di qualcosa di energetico, in vecchio stile rocchenroll. Quel quid che nasconde la voglia di celebrare, e poi di mettersi al lavoro. Ebbene, i Deluded By Lesbians mi hanno salvata. Gruppo emergente da qualche anno, il nome assai divertente e i visuals semplici ma accattivanti, i tre ragazzi di Milano non hanno certo rischiato di finire nel dimenticatoio. Potrebbero rischiare se continuassi a seguirli dal computer del mio ufficio, che blocca i siti con su scritto “lesbian” e altre parole cotanto perniciose. Ma spero non sia il vostro caso. Se volete galvanizzarvi, sentirvi eroi, immortali e dei gran fichi, mettete su United States Of Delusion o Ringo Starr e poi rassegnatevi a saltare e pogare come dei ragazzini. Sono gli effetti collaterali, non è colpa mia.
Questo è il primo LP che segue i due simpatici EP dai gloriosi titoli The Importance Of Being Ignorant e The Ignorance Of Being Important, neanche Wilde sarebbe arrivato a tanto. E infatti loro ci giocano sul, come dicono loro, “Sembrare intelligenti pur non essendolo veramente” o piuttosto usando il loro trucchetto: “sembrare di non essere intelligenti, pur essendolo completamente”.
Ignoranti sono ignoranti, bravi sono bravi, ora aspettiamo la crescita maturata. Hanno già suonato quest’estate allo Sziget, che è già un traguardo. Ripetono con altre gustose date, mentre noi aspetteremo alla transenna. Nel frattempo, buona fortuna, oh Evoluti!
Prossimi Concerti:
3 settembre @Magnolia Parade – Milano
16 settembre @Milano Film Festival – Milano
12 novembre @Lochness club – Riva del Garda (TN)
26-28 Novembre 2010 (TBC) @ MEI – Faenza (Ra)
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C’era una volta uno svitato che veniva dalla Svizzera e amava vagare per l’Europa. Non che adesso abbia messo la testa a posto, ma di certo un approdo l’ha trovato. Kreuzberg. Nel cuore multiculturale della Berlino in cerca d’identità, Tobias Jundt ha fondato i Bonaparte, collettivo la cui unica prerogativa è far casino, improvvisare, divertirsi, dire cose leggermente sensate sotto un pulviscolo di cazzate. L’atteggiamento ricorda vagamente le Chicks On Speed, con quella voglia di usare corpo, anima e trucchetti per travolgere un pubblico che il più delle volte accorre solo per godersi il circo. Ma dicono che ne vale la pena. Forse l’unica. In questi giorni saranno in Italia per la Magnolia Parade e l’occasione è ghiotta, ghiottissima. Vogliamo capire questo pulsare di beat di chitarre e arpeggi sintetici, vogliamo confonderci nella Hedonistic Army, come Monsieur Bonaparte ama chiamare la sua azienda circense, e scontrarci su temi scottanti e noiosi (”Titten und Kapitalismuskritik, tette e critica al capitalismo”). Vogliamo trasformarci in cavalli, travestirci da panda, agitarci come scimmie, “non essere uomini perché non esistono”, suonare un’ouverture di fiati e bit, e poi agitare i nostri sitar al ritmo di blues. Vogliamo farci comandare da un ometto con un occhio pesto e la pelliccia da leone. Non c’è nulla di stabilito, niente di banale. Come far rimare Tolstoj con Playboy. O come il fatto che tu piaccia al mio cavallo. Oh sì.
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Un po’ come il tizio che consiglia di smettere di fumare accendendosi una sigaretta, anche se ne faccio regolamente uso sto diventando contrario ai campionamenti. Soprattutto da quando ultimamente l’arte di sminuzzare, citare, copiare/incollare -vedi un album maestoso come Since I Left You dei The Avalanches o semplicemente la genesi di Smack My Bitch Up dei Prodigy- si sia ridotta nel rubare un brano sconosciuto degli anni ‘70, aumentare il pitch ed aggiungere una batteria ed una linea di basso con sidechain. È stato così un piacere scoprire un’album che reinterpreta un genere nato e cresciuto con i sample -l’hip hop- interamente con degli strumenti veri, e che addirittura presenta una “sonata in quattro movimenti” -così come fece un paio di anni fa con l’electronica il jazzista della Ed Banger, Krazy Baldhead- con piano (Sig), voce (Joy Frempong), sax (Christophe Turchi) e basso (Marcello Giuliani). Purtroppo il risultato finale di Freespeed Sonata non è all’altezza del concept iniziale: la lunga improvvisazione jazz al pianoforte non spesso si lega con il rap lento e sensuale della ghanese Frempong, ed il sax di Turchi sembra quasi un salvagente nell’interruzione di loop lunghi fuori misura; ovvero, la sonata ricorda una di quelle registrazioni brainstorming in cui i musicisti della band confrontano le proprie idee e cercano di far nascere, da un amalgama che non c’è, IL pezzo. Dopo buoni momenti, come l’incalzante Midnight Fever o il riflessivo The City Sleep, IL pezzo arriva con il nome di Angel Dust: una melodia misteriosa alla Art Tatoum ed un sax noir che gli fa da eco aiutano la Fremong a costruire la perfetta ballata trip-hop che cerca di chiudere simbolicamente quello che viene definito ‘un viaggio nella città addormentata’. Si spera che più che altro faccia da ripartenza per un futuro lavoro di Sig più strutturato, visionario e divertente come nelle potenzialità del proprio ensemble.
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Tipico esempio di inutilità spettinante destinata, per l’appunto, a spettinare l’ingenuo dai capelli mossi che va in giro con forte vento. Si chiamano General Fiasco e già parte qualche riflessione, scopri che sono irlandesi (del nord) e ti auguri non offendano la memoria di Bobby Sands, senti Buildings, comprendi il loro indie-tto da balera e scrivi per dovere qualche riga. Con questi- come regola vuole- tutto va a -etto: melodiette furbette, presunte derivette strumentali che dovrebbero spezzare il cuore (al massimo di un infartuato, la titletrack), appiglietti post punk per muovere un po’ il culo. Prendendo a piene mani da qualsivoglia formazione inetta intenta a fare questa robetta da alcuni legata al concetto (post o meno) adolescenziale, quando, perbacco, nell’adolescenza si può anche ascoltare roba che non termini in -etto.
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Volendo puoi ascoltare altri gruppi
Questo dischetto potrebbe essere la fedele riproduzione di uno dei migliori concerti- in senso assoluto- a cui siete mancati, perchè non abitate a Knoxville, nel Tennessee. E se ci abitate adesso non eravate presenti il 7 febbraio 2009, quando tutto avvenne, poi sembrò sparire ed infine tornò sotto nuova forma grazie alla preziosa registrazione qui raccontata. Ed è anche uno dei migliori concerti- in senso assoluto, lo ribadiamo- a cui mai potrete assistere, perchè è stato un unicum e così come è stato non tornerà mai. Ammesso ciò (ossia il discorso del miglior concerto ecc.ecc.), aggiungiamo un’onesta e necessaria pre-condizione: per goderne appieno è preferibile essere affini a giurisdizioni Kranky, di certa Alien8 (ma ascoltatevi anche quella riferibile ai Molasses che fa sempre bene) e ovviamente Thrill Jockey. Per il resto nessuna controindicazione, tutto bello e tutto buono negli scheletri di Christian Fennesz, David Daniell (chitarrista avant-ista- spesso in combutta con Douglas McCombs dei Tortoise) e Tony Buck (batterista- sul modello geniale- già nei Necks). I tre si sono incontrati ad un festival di musica sperimentale, quindi un brevissimo soundcheck e poi tanta improvvisazione (ma proprio tanta, pur sintetizzata in trenta minuti e quattro episodi). Da qui un approccio in stile ancien règime, perchè legato più ad atteggiamenti in crescendo di fine anni ‘90 che alla contemporaneità, fra pulviscoli shoegaze e marchi a fuoco, tratteggi ambientali e rumorismo spaziale. Nella cornice una ritmica essenziale e jazzata, anche se fremente di lanciarsi nelle galassie. Allora, vuoi per certo scorrere sonico, vuoi per il riflusso dronico, vuoi per l’alternanza di impressioni sempre creata, si percepisce una sorta di percorso in divenire, attraverso una nebbia bisbigliata di accordi e flussi dissonanti. Una roba, come scritto, irripetibile e proprio per questo godibilissima anche su disco.
La pagina di Fennesz, Daniell e Buck sul sito Thrill Jockey
Conta il personaggio. Questo mi viene in mente non appena metto su The Boxer e, nonostante tutte le mie resistenze al nuovo pentagramma fatto di beat, mi ritrovo ad apprezzarlo. Il trait d’union che permette di capire questo disco è tutto nel carisma del cantante dei Bloc Party. Perché se quello di cui ci troviamo qui a discutere non è un disco della band, sappiamo che dopotutto è la stessa cosa. Come se considerarli in stanze distinte fosse un peccato. Ci sono di sicuro delle resistenze, e io stessa non posso esimermi. Tipo perché devi rivendermi un disco blocpartiano come disco-kele, o se non sarà la solita storia del cantante di una band che è la band ma poi alla fine senza gli altri è come se si perdesse.
Ma così come mi ero schierata in favore di Intimacy e della vena danzereccia, ora non posso che apprezzare la coerenza di un flusso evolutivo che, al passo coi tempi, si sposta sempre più dalla pessima etichetta ”post punk revival” da cui era partito per approdare qui dove Kele lo vuole condurre. Come succede in quel grosso universo parallelo dove suonano Franz Ferdinand, Editors, Killers e compagnia bella, anche qui si sfocia (più ferocemente) nelle contaminazioni, nelle sperimentazioni, ma soprattutto, nella smodata ricerca di un Sehnsucht moderno. I Bloc Party, e quindi Kele, ne sono sempre stati pieni, ed è in quella magica parolina che vedo il loro mantra. Quella vena strisciante di spaesamento. Londra, Kreuzberg, se stessi: il punto è cercare il proprio posto nel mondo. Così fa Kele, in continua ricerca. Non lascia la presa, nonostante i suoi compagni abbiano mollato, confidando forse nella ripresa. Intanto ascoltiamo, qui, un disco che non si perde certo nella scia di Tenderoni, ma che sa giocare con tutto quello che Kele è stato e che sarà. Già. Qui ci sono i semi del domani – perlomeno quel domani che sarà un giorno della band londinese. Per questo vi consiglio vivamente di non abbandonare del tutto il suo ottimo cantante. Quello dalla faccia carina e la verve trascinante.
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L’ambivalenza di certi dischi mi mette in difficoltà anche nel trarne un giudizio. Ad esempio, questo album a nome Nevica su quattropuntozero, progetto del cantautore Gianluca Lo Presti, è buono o no? A giudicare da certe atmosfere new wave metropolitane sintetiche in chiaroscuro si direbbe proprio di sì. Se si guarda al rovescio della medaglia ci sono, di contro, una serie di episodi che ricalcano fin troppo fedelmente le ombre dei Bluvertigo e del Battiato vecchia maniera, che suonano anacronistici e fuori fuoco rispetto al tema portante del disco. Questo duplice aspetto non permette un ascolto uniforme e di conseguenza limita le possibilità di trarne un giudizio netto e preciso. Se tra gli Interpol e i Bluvertigo per voi la differenza è poca, allora dategli pure un ascolto, in caso contrario magari fareste meglio ad aspettare un nuovo capitolo e di capire meglio di che pasta sia fatto.
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Lasciamo stare la parte in cui dovrei tessere le lodi di Mike Patton. Lo fanno già tutti e la parola genio non è proprio il massimo in termini esplicativi. Seconda premessa: non sono un filologo del pattonismo, conosco solo una parte delle sue produzioni extra-FNM. Tuttavia per apprezzare Mondo Cane non è necessario appartenere al circolo dei fan. Ad un primo livello, infatti, le cose che più colpiscono di questa selezione di canzoni italiane (quasi tutte degli anni ‘60) sono l’entusiasmo e il calore dell’interpretazione. Mettersi a fare i pignoli sulla pronuncia non impeccabile, o ridacchiare del fatto che Mike si cimenti col napoletano, lascia davvero il (triste) tempo che trova (parafrasando l’autore: “if you like orchestral music and have a heart in your fucking chest, you will like this record“). Ma veniamo al secondo livello: Mondo Cane non specula sulla nostalgia o sul mito di un’Italia che non esiste. Cioè non tenta di vendere suoni e inflessioni che fanno tanto ‘esotico’ ad un pubblico anglofono. Gli arrangiamenti sono squisitamente bastardi, esaltati da una produzione che smorza la sovrabbondanza strumentale attraverso riverberi, dissolvenze, e in generale con una gestione dello spazio sonoro che meriterebbe un saggio di musicologia a sè. L’impressione è che Patton abbia dimostrato il suo amore per la ‘tradizione’ nel miglior modo possibile: giocando di gusto, sia con la musica che con la sua immagine (ad esempio in quel compendio sull’urlo pattoniano che è Urlo Negro). L’aggettivo più adeguato per l’intero album è brillante, oltre che intelligente. Qualcosa di meno del genio, ma non azzardatevi a liquidarlo come colonna sonora dell’estate.
(S.V.)
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Strange weather, isn’t it? è quel genere di domanda che usi per attaccar bottone, interrompere un silenzio scomodo o sviare la conversazione da toni potenzialmente pericolosi. Il nuovo disco di !!! esce dopo tre anni di silenzio e la morte del batterista Jerry Fuchs. Si chiama nell’unico modo in cui poteva chiamarsi un disco che evita le questioni concrete (soprattutto quella fondamentale in merito alla di resistere come ex-innovatori in un genere che ha dato quasi tutto nel suo farsi recuperare) ed allargandosi a coprire quanto più possibile dei territori che la band aveva già esplorato nei dischi e nei singoli precedenti. Con !!!, oltre alla botta clamorosa che la band continua a sfoderare dal vivo, c’è la soddisfazione di avere un gruppo di matti veri che giocano in serie A da quasi dieci anni e non hanno ancora perso lo smalto dei vincenti. Strange Weather, in questo senso, si fa notare soprattutto quando si riempie dei numeri spettacolari di una Wannagain Wannagain, ai limiti delle casio-fricchettonaggini dei primi Holy Fuck, o nell’essenzialità carichissima di una Hollow. Ma si fa notare anche nel momento in cui ci si accorge che il resto del programma, delirantemente in bilico tra chitarroni psichedelici e funk beats di classe assoluta, continua a suonare fresco ed intrigante un lustro dopo la data di scadenza del suono in questione, come se !!! fosse riuscito in qualche modo ad imporsi come un classico contemporaneo, piazzandosi appena sopra tutto il susseguirsi dei flussi e dei riflussi (e potrebbe persino, ehm, essere così). Come filosofia non è molto diversa dall’idea di cianciare del meteo mentre intorno a te stanno affilando i coltelli, con il risultato di portare una ventata d’aria fresca dentro la casa e far contenti più o meno tutti quelli che vogliono o meritano di esserlo. Un disco/gruppo che c’è, e che continua a pulsare alla faccia di tutto e di tutti. Esaltante, per certi versi.
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