Low: Magazzini Generali, Milano (28/11/2011)

Tomm. | 5/12/2011

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Foto: Kirstie ShanleyJuicyrain

Dici che non è importante, sussurri le parole che hai scritto negli ultimi giorni, rileggi -ormai senza voce, senza crederci più di tanto- quello che dovrebbe essere l’inizio, la prima frase ma “No, come inizi non conta”. L’importante è andare avanti, restare in piedi, insistere, costruire la tensione verso l’ultima pagina. Aggrapparsi alla seconda riga, la seconda strofa, la seconda canzone e poi scendere senza fermarsi, verso il punto. “No, come inizi non conta”. Invece loro sono così. Tempo di trovare posto sul palco -senza dire niente (che non serve, no. A loro no)- infilano Lazy e Lullaby e si prendono tutto. Si prendono tutti. A quel punto ogni pezzo diventa una scure violentissima su quello che rimane dei nostri cuori. A quel punto fa malissimo, a prescindere, ogni singolo sospiro di Alan Sparhawk, e la voce e le carezze delle spazzole di Mimi Parker sui suoi quattro pezzi di batteria e le chitarre e. Fino alla chiusura. Vicinissimi, stretti là dove fa più male. Chini sulla cassa come due raver d’altri tempi, con gli occhi chiusi, nella ricerca di un ultimo battito sottile. Definitivo. Necessario. Mentre alle nostre spalle il sole restituisce alle montagne agli alberi al cielo i colori del giorno, un nuovo domani, e sai che “tutto quello che possiamo fare è tentare di lottare, tutto quello che possiamo fare è tentare di nasconderci”.

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Control+C Festival: La Fine del Mondo

Tomm. | 18/11/2011

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Leleganza. Scritto così, tuttoattaccato. Murcof, Peter Broderick e Welcome Back Sailors al Teatro Comunale, Geoff Farina al Kalinka, Andrew Weatherall (dj-set annullato per motivi di salute), Wolther Goes Stranger, Cannibal Movie al Mattatoio oltre alla proiezione del film di Gipi, la performance di danza, musica, teatro “Un luminoso scrutare” e l’esposizione diffusa a cura di Studio Blanco. Leleganza, un intelligente e misurato insieme di influenze, suoni, arti e riferimenti diversi. Control+C è ormai Lappuntamento che da queste parti segna inequivocabilmente l’inizio dell’inverno. Un piccolo meraviglioso rito che si ripete ogni anno in diversi luoghi di Carpi, a prescindere che fuori le strade siano coperte di neve o che la nebbia cancelli lentamente la pianura circostante. È Lafinedelmondo. Sorridete. Vestitevi bene.

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Il numero di Playboy con Stephanie Seymour (Bastonate/Barabba Edizioni)

Il numero di Playboy con Stephanie Seymour uscì nell’autunno del 1988 e si è impossessato del nostro immaginario -ma soprattutto della nostra pubertà disagiata- per molti anni successivi. Quello che conta e che non sapevamo è che di lì a poco avremmo smesso di usurare quelle pagine perché qualcosa di ancora più grosso e meno stropicciato ci avrebbe tumulato -di nuovo ma non più in silenzio per sentire se arrivava qualcuno- nelle nostre camere: nello stesso anno i Nirvana nascevano con una formazione stabile. Il 24 settembre di vent’anni fa la Geffen faceva uscire il loro secondo album di studio. “Da lì in poi i Nirvana diventeranno un fenomeno di costume, un’ideologia e un luogo comune della cultura pop degli anni Novanta”. Bastonate, il nostro blog-di-musica-pesa preferito, e Barabba Edizioni pubblicano in ebook -disponibile in formato EPUB e PDF, con la copertina di Giudit- un libro su come eravamo belli e sfigati a quei tempi, un (possibile) tributo a Nevermind fatto di ricordi, storie sparse, “la prima volta che”, i negozi di dischi, il bus che ci portava a scuola, la vacanza studio a Londra, In Utero, le fanzine punk, le riviste metal e il numero di Playboy con Stephanie Seymour, appunto. Quello che segue è il nostro “centone”, un remix dei ricordi de Il numero di Playboy con Stephanie Seymour. Una storia che potrebbe essere quella di tanti altri, e di altri ancora. Dentro ci siamo anche noi. Un po’ più vecchi, emozionati come quel giorno e ancora maledettamente belli.
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Banjo or Freakout: S/T (Memphis Industries/Rare Book Room)

Tomm. | 7/3/2011


Foto: Anika

Nevicava. Stavo rileggendo un post di Francesco che parlava di una t-shirt e mi sono fermato. “A volte la musica dei gruppi non è molto diversa dalle storie che puoi raccontare su di loro”, diceva. Forse, pensavo io, la musica dei gruppi non è molto diversa dalle storie che puoi raccontare sulle copertine dei loro dischi, o sulle immagini che sceglieresti per rappresentarli. Perché il primo LP di Banjo or Freakout potrebbe essere (anche) quel disegno. I tratti ravvicinati e sovrapposti, il segno spontaneo -originale e fortemente riconoscibile- e un’immagine (bellissima, lo diciamo subito) che si rivela già da lontano. A prescindere dai dettagli, a prescindere dalla fitta trama di particolari che emergono avvicinandosi. Da una parte c’era il pezzo di Francesco sui Pontiak -o sulla maglietta di Van Carney, e sulle mille altre cose che ci sono dietro- e dall’altra la neve, il disco di Alessio e una casa di fianco al fiume. Non ricordo nient’altro. Le montagne attorno si perdevano nelle immagini sbiadite dal tempo e dall’abitudine, dallo sguardo su altri luoghi, altri colori.
Invece Banjo or Freakout è un album immerso nel bianco, e nella luce. Nitido. Estremanente essenziale ed equilibrato nei pesi come nei suoni, eppure ricchissimo. Le chitarre registrate nel ghiaccio, le voci ricamate e sovraincise con cura, le lievi -necessarie, consapevoli- imperfezioni di alcuni passaggi, il lavoro attento su ritmiche, texture e trasparenze. E le canzoni, soprattutto. Un album rarefatto e gentile, che sposta la scrittura di Alessio verso strutture più definite e -per quanto possibile- minimal, non per questo meno vibranti. Un lavoro capace di raccontare ogni singolo istante (e luogo) in cui i pezzi -le parti registrate in casa a Londra o il lavoro in studio a Brooklyn con Nicolas Vernhes- hanno preso forma. Un bellissimo disco di altro-pop -senza tempo, lontano da tutto- per il quale abbiamo atteso tanto, per cui saremmo disposti ad aspettare ancora. E ancora.
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An Island: a film by Vincent Moon featuring Efterklang

Tomm. | 25/2/2011

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An island is an unconventional music performance film and an abstract documentary about a band and an island.”

Un luogo lontano, otto musicisti e una videocamera. An Island è il film-documentario realizzato da Vincent Moon che racconta -con l’inconfondibile sguardo dei suoi Concerts à emporter- i quattro giorni trascorsi insieme agli Efterklang (con Niklas Antonson, Heather Broderick, Peter Broderick e Frederik Teige) su un’isola al largo delle coste della Danimarca. Il viaggio in nave, i fienili silenziosi, il rumore della pioggia e dei fogli di un giornale, le performance improvvisate del gruppo danese con gli abitanti di Als. Le canzoni di Magic Chairs ricostruite insieme ai musicisti, i bambini e gli amici di un luogo che nelle immagini del film-maker francese diventa teatro di incontri e collaborazioni insolite. Torna ad essere casa e suggerisce una differente idea di condivisione. Pubblicato sotto licenza Creative Commons, ognuno può organizzare una proiezione, richiedere il materiale e vedere il film dove vuole, con chi vuole, quando vuole. Incontrarsi, parlarne e ascoltare insieme. Facilissimo. Bellissimo.
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Altro: Estate 7″ (Holidays Records)

Tomm. e Alex Grotto | 4/2/2011


Foto: Federico Tixi (Genova, 2004)

Al ritmo delle stagioni. Un passo in anticipo (o in ritardo) rispetto all’alternarsi dei mesi sul calendario. L’ultimo sette pollici (uscito sempre per Holidays -lode infinita- nel 2009) si chiamava Autunno ed è stato pubblicato a novembre, questo si intitola Estate e siamo a febbraio. In un aprile che verrà, magari anche tra uno o due anni, uscirà Primavera e col caldo -alla fine di luglio- sarà la volta di Inverno. Giusto così, ironica semi-coerenza. Tre tracce, sei minuti soltanto, soltanto gli accordi e le parole necessarie per riuscire a raccontare senza mezzi termini le storie di una vita, mentre Sangue è già il nostro pezzo italiano dell’anno. “Aspettavo solo lei/Quando non cercavo te…” E ancora una volta è una questione di urgenza. Intima, attesa fino a sentirsi mancare il fiato e infinitamente preziosa. Come l’irrimediabile immediatezza di un gruppo che “piace perchè sono loro. Gli Altro, appunto.” Altro da tutto, altro dal tempo, altro dai dischi che non si fanno toccare e dal trascorrere delle stagioni.

Altro: Sangue by vitaminicmag

Godspeed You! Black Emperor live: “See you next winter…”

Marco Delsoldato e Tomm. | 25/1/2011

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L’ultima volta che vidi in Italia i Godspeed You! Black Emperor era il 2002, al Link di Bologna. In apertura suonavano i Giardini Di Mirò. Erano tempi belli per la musica tutta, anche se i punti esclamativi erano in fase di trasloco ed il silenzio successivo a Yanqui U.X.O. avrebbe, per alcuni, quasi chiuso un’epoca. Un’epoca in cui la dilatazione strumentale significava vera indi(e)pendenza, senza alcuna furberia da dover aggiungere per spiegare la narcolessia dinamica. Un concetto di epica necessario per chi, l’epica nella musica, l’aveva sempre schifata. I sussurri ed i rumori di fondo. Il vero impatto del crescendo. La concezione filmica indispensabile per comprendere suoni ed immagini (virtuali? Nemmeno tanto). L’usura del termine emozionale, che, purtroppo, sarebbe incorso negli anni successivi in continui stupri da parte di puttanieri del consiglio. Era anarchia vera, propulsiva quando orchestrale e rabbiosa, claustrofobica negli istanti trattenuti e lasciati sfocati da colori drammatici. Ed incessante, infinita, destinata a prosciugare qualsiasi tipo di energia. Da quel silenzio accennato prima sono passati sette anni. Di quello che è successo durante il periodo in questione pensiamo di aver parlato anche troppo. Ora è tempo di fermarsi e smetterla con le cazzate. “See you next winter…”, scrivevano qualche mese fa. L’inverno -finalmente- è arrivato. I Godspeed You! Black Emperor suoneranno mercoledì 26 Gennaio a Bologna (Estragon) e giovedì 27 al Live Club di Trezzo sull’Adda e le immagini del concerto parigino del 14 gennaio sono solo una minima parte di quello che potranno offrirvi in queste serate. Necessarie.
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Shackleton: Fabric 55 (Fabric)

Tomm. | 22/12/2010


Foto: Lars Borges — larsborges.de

“I don’t like the idea of it being dark music. (…) But what you’re describing as the darkness, I call the warmth.” (The Wire #322) Nel ventre incandescente di un mostro di acciaio e cemento uno schivo (e gentilissimo) middle-class hero con gli occhialini da bibliotecario e la camicia bianca spinge il suono tra stomaco e pavimento e si lascia cadere -senza protezione- in mare profondo di beat e desolazione e frequenze e bassi in cui è impossibile non farsi trascinare immobili e affondare. La solita implacabile tensione -minimal e istintiva- a cui abbandonarsi tramortiti e senza scampo tra le pareti rosse di questa stanza senza uscita. Senza ossigeno. Senza luce. Un sommergibile nero in viaggio dai Murazzi alle banchine di Southwark, alla riva est della Sprea, a qualsiasi corso d’acqua dimenticato tra Gaza, Lagos e Istanbul, a quella distesa di ghiaccio e lava e fango e cenere che ricopre il pianeta lontanissimo e sconosciuto su cui Shackleton regna incontrastato. Da solo -“I don’t expect everyone to like it. I know it is not to everyone’s taste…”- quattro metri sotto tutto, quattro metri sopra tutti.
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Caribou Vibration Ensemble LP (feat. Marshall Allen)

Tomm. | 30/11/2010

Foto: work.charlesbergquist.com

Prendete quindici (15) musicisti, metteteli su aereo e buttateli -insieme- sul palco dell’ATP Festival organizzato dai Flaming Lips a New York (più una data all’Opera House di Toronto qualche giorno prima, tanto per capire cosa, per vedere come). Prendete una manciata di canzoni dai vari album di Caribou e caricatele di fiati e synth e inserti free e percussioni. Prendete Kieran Hebden/Four Tet, Marshall Allen (Sun Ra Arkestra), Koushik (Stones Throw Records), John Schmersal (Enon), Andy Lloyd (Born Ruffians) Kathryn Bint, Ahmed Gallab (con quattro batterie, cinque trombe, macchine, manopole e voci varie…) e lasciateli fare. Prendete le registrazioni che raccontano questa strepitosa follia in bilico tra mostruosità e improvvisazione -compresi errori, stonature, silenzi, una delle migliori versioni possibili di Melody Day, la coda interminabile di Barnowl e l’esplosione di Skunks- e fatene un disco. Un LP in vinile (doppio, più il DVD del concerto) capace di fotografare e ridisegnare -pur lontano dall’intensità della performance live- queste nuove forme di frastuono. Larghissime e complesse, per quanto grezze e sfuggenti. La chiusura del cerchio (di un cerchio), il momento in cui The Milk Of Human Kindness, l’ampiezza armonica di e Andorra e la scura verticalità di (quello che sarà) Swim si sciolgono in 55 minuti di grandissima eleganza. Senza ma. Senza esitazioni. Perché il giorno in cui anche uno solo di questi signori sbaglierà un disco probabilmente sará un brutto momento per tutti. Ma ho come l’impressione che non accadrà tanto presto. Divertissement puro. Genii.
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Luke Abbott: Holkham Drones (Border Community/Audioglobe)

Tomm. | 29/11/2010

chksw Non so quante volte vi sia capitato di provare a trasformare uno scatolone in altro. Dico rubare un cartone dal retro della Coop sotto casa e tentare di regalargli un’altra forma, una nuova vita. Non so, provare a farne un bus. I finestrini, le ruote, le porte per salire, il volante, il posto dell’autista. Il vano per i bagagli e i sedili. Ecco, una cosa cosi. Non so a voi, però a me capita sempre che ad un certo punto manchi qualcosa. Non si accende, non parte, non si muove, non arriva da nessuna parte. Insomma, rimane uno scatolone. Uno scarto (più o meno) sopravvissuto alla grande distribuzione. Un pezzo di carta scura. Lo stesso pezzo di carta che Luke Abbott sarebbe capace di far parlare ridere piangere correre danzare. Andare ovunque, suonare. Una scatola (due scatole, tre scatole, quattro scatole e qualche cavo) in grado di restituire quel suono kraut e sintetico che in Holkham Drones -primo LP dell’artista di Norfolk su Border Community- diventa un racconto che non si può scrivere. Una traiettoria lucida e meravigliosa tra ampi scenari à la Boards Of Canada, texture organiche simil-Emeralds e la techno dello stesso James Holden. Una magia, insomma, inventata con qualche macchina recuperata chissà dove. Macchina che probabilmente agli occhi di molti resterà per sempre soltanto uno scatolone immobile. Senza finestrini. Senza colore. Un pezzo di carta scura abbandonato sul retro di un supermercato.
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