Evidentemente non è mai stato il destino dei pionieri quello di godere dei frutti del proprio pionierismo. Specialmente sulla scena sotterranea inglese, dove le cose sembrano procedere a una velocità tale da non concedere il tempo dell’assestamento, e dove l’ instancabile ricerca di continui punti di rottura provocati da nuove generazioni di suoni e musicisti finisce spesso per provocare delle perdite o delle cadute nell’oblio. E accadde a un certo punto che Wiley, proprio nel momento di massima esposizione mediatica del grime, annunciò il proprio allontanamento dai microfoni. L’eventualità ha finito per essere fortunatamente scongiurata e questo disco è qui a testimoniarlo. Nel frattempo saranno arrivati alcuni dei suoi allievi a portargli via la corona, ma non c’era una sola ragione valida per cui Wiley, the godfather of grime, avrebbe dovuto sottrarsi al ruolo di capofila della Grime Wave che continua a scuotere Londra. La cattiveria del flow è rimasta inevitabilmente intatta, come lo è rimasta l’attitudine a prendersi gioco dei suoni su cui spalmare la voce. In particolare la title track iniziale e Anything is Possible (prodotte entrambe da Bless Beats, nome su sui vale la pena di puntare un riflettore) rivelano un paio di impronosticabili variazioni etniche sul tema degli strumenti a corda, lontanissime dai synth progressivi e dai bassi catramosi della monolitica Local Lad (prodotta sempre Bless Beats ma questa volta con una mano decisamente più pesante), un enfatico saggio di orgoglio geografico che inaugura il versante hardcore del disco. E quando i battiti rallentano (Where you gonna run too?, Living in London) la rime continuano ad arrivare a destinazione. La padronanza del microfono e la gestione del flusso attraverso gli sbalzi di BPM si rivelano un micidiale antidoto per combattere il declino.
Adesso che era arrivato il momento di passare alla cassa dopo il sensazionalismo seguito alla pubblicazione di Reset, Steven Ellison/Flying Lotus recapita un disco più complicato del previsto, che richiede costanza e sacrificio nell’ascolto per provare a sintonizzarsi su quel grado di ipnosi che consente di avvertire ogni minima rifrazione e variazione del battito. Los Angeles sembra un campionamento strappato via da un endless beat che trasmette su delle frequenze inaccessibili, una battuta interminabile sulla quale Ellison si inserisce con una serie di fragili manipolazioni in lotta per emergere il più nitidamente possibile da una giungla di glitch. I campioni di batteria si dispongono sopra a un tappeto di frequenze in mutazione costante, capace di attrarre magneticamente al suolo la cassa e i clap ultrariverberati. Le componenti ritmiche si abbattono a terra senza opporre resistenza alla forza di gravità, precipitano fragorosamente addosso a un’incalcolabile gamma di bassi, dalle viscose distorsioni sintetiche di Riot e GNG BNG, al contrabbasso di Testament, o la leggera pulsione elettronica di supporto ad Auntie’s Lock/Infinitum (non manca di aleggiare per il disco il fantasma della zia di Ellison, Alice Coltrane).
Per essere un disco intitolato a Los Angeles, nel corso di questo viaggio nel cuore dell’hip hop strumentale più mutante e a suo modo jazzato, bisognerà sforzarsi molto per riuscire a vedere il sole tra le palme che scorrono via dal finestrino. Ma la velocità costante della battuta prelude al flusso di una coscienza ritmica capace di rimbalzare contro le superfici liquide che le danzano intorno, aprendo una serie di interrogativi senza risposta sulla materia di cui sono fatti questi suoni. Poi esplodono alcune rare ma folgoranti epifanie sonore, come il cambio di tonalità dei campanacci in corrispondenza dell’ingresso degli organi in mezzo al pezzo intitolato Camel, e arriva finalmente il momento in cui ci si decide a smetterla di farsi troppe domande.
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Visita il sito di Flying Lotus, con videogioco annesso.
Cosa vuoi dirgli a un disco così, che si è già raccontato tutto nel titolo. Guardi la copertina e ti sembra di conoscerlo già senza neanche il bisogno di ascoltarlo, fermo restando che si tratta del terzo volume di una serie e che gli tocca competere con un discreto numero di compilation rivali (una dritta al volo: la serie Computer Incarnations for World Peace selezionata dai Jazzanova, secondo volume in arrivo in questi giorni su Sonar Kollektiv) che da qualche anno rispondono a un morboso bisogno di ricerca delle radici del versante meno presentabile della disco, bisogno scaturito parallelamente all’imporsi del suono DFA. E la Strut Records, riesumata dalla !K7 dopo il fallimento, prova appunto a riaffacciarsi in quel settore di mercato che in passato dominava affidando la selezione a Bill Brewster (forse vi ricorderete di lui per il biblico volume Last Night a DJ Saved My Life, il libro reo di aver sparpagliato in giro per le consolle di mezzo mondo migliaia di dilettanti epigoni di David Mancuso). Il risultato è storiograficamente ineccepibile, nonostante gli esperti del settore lamentino l’eccessiva reperibilità di alcuni pezzi (Contort Yourself di James White & the Blacks) inseriti in un contesto dedicato a quei frammenti di post punk e new wave rimasti sepolti sotto le coltri dell’oblio collettivo. Riemergono comunque reperti interessanti, come My Spine is the Bassline di Shriekback (gruppo che ha raccolto due fuoriusciti di XTC e Gang of Four), la proto-house dei Quando Quango (gente del giro Factory/Haçienda) e la battuta bassa dei giapponesi Yellow Magic Orchestra (Seoul Music).
Guarda un video di Contort Yourself dal vivo.
Peccato perchè iniziava bene il disco della giovane DJ parigina Missill (bello gioco di parole, Miss Ill). Peccato perchè iniziava con un featuring notevole del leggendario Dynamite Mc, storica voce di migliaia di party drum and bass che invece qui dentro è coinvolto in un rap (Forward) non troppo sorprendente sul versante lirico ma che lascia comunque il segno a contatto col campione reggae della base. Continua con il contributo di Junior Red in un pezzo (Ill) di dancehall cattivissima che prosegue sulla strada del tribalismo guerriero concepito con l’intento di far male. E la violenza dei suoni finisce purtroppo per rivelarsi l’unico obiettivo del disco, che inizia a grondare quantitativi preoccupanti di testosterone nonostante sia interpretato per buona parte da personaggi femminili. Il tribalismo tende a svanire nel regolarizzarsi delle batterie, che smettono di rimbalzare e cominciano a precipitare rovinosamente al suolo, accompagnate da synth grassissimi, acidi, che pescano nell’immaginario electro per introdurre la vera sciagura del disco: le chitarre elettriche (vere o simulate) che sopra le batterie elettroniche tendono inevitabilmente a creare imbarazzo. Se poi ci rappiamo anche sopra allora iniziano ad emergere i fantasmi di certo crossover anni ’90 (ma la collaborazione Anthrax + Public Enemy è ormai lontana 17 anni, e qui le parti vocali si limitano per lo più a slogan declamanti la propria superiorità sul resto del mondo). Nei suoi frangenti più dichiaratamente etnici, Targets può far pensare al baile funk, ma tende a suonare per lo più come degli Asian Dub Foundation con la passione per i cartoni animati giapponesi al posto della coscienza politica. Una volta svoltato verso l’electro, almeno quando tacciono le chitarre, il riferimento principale è decisamente il Vitalic più scalmanato (stessi synth, stesse ripartenze) e infatti non si può negare che sia composto da quindici potenziali agitatori di pista che non mancheranno di spopolare nei dancefloor più orientati al rock.
Personalmente credo che lo terrò comunque fuori dalla mia valigetta, essendo il tipo di disco che rischierebbe di catalizzare in pista grossi quantitativi di energumeni sudati che inizierebbero a fare headbanging con i loro capelli immaginari.
Visita il myspace di Missill
Scarica un mix di Missill (dal suo myspace)
Guarda il video di Forward, feat. Dynamite MC
Mai più senza: crea il tuo Riot Crew Character sul sito di Missill
Dove vado a comprarmi i dischi mi prendono sempre per il culo per via del fatto che magari per due mesi gli ordino delle vagonate di techno minimale e poi un giorno entro e loro mi dicono, oh, guarda che ti abbiamo tenuto da parte l’ultima compilation della M_nus, e io gli rispondo guarda lascia perdere che tanto oggi mi sa che mi prendo Paranoid dei Black Sabbath. La volta dopo allora mi fanno trovare la discografia completa di Ronnie James Dio e invece io volevo l’ultimo di Snoop Dogg. Alla fine quando sei così vivi male e non sei mai contento perché finisci sempre per importi l’ascolto di qualcosa che avresti ascoltato molto volentieri qualche mese prima o dopo il momento in cui lo stai sentendo.
Invece questa compilation Funky Nassau per qualche strano tipo di congiuntura mi è caduta addosso proprio nel lasso di tempo in cui mi stavo dedicando all’approfondimento di certo primitivismo dance. Mi ero appena deciso ad appropriarmi della compilation della Rhino dedicata a Larry Levan e i miei fornitori mi avevano giusto l’altro giorno intercettato la doppia raccolta di singoli mixati da Tom Moulton. E allora questo seminale riassunto dei pezzi incisi nella prima metà degli anni ’80 al Compass Point Studio delle Bahamas, The Greatest Recording Studio in The World (that doesn’t have “Abbey” in its name…), sembra fatto apposta per incastonarsi nel mio lettore.
Nonostante il termine world music sia stato coniato con il preciso intento di non significare nulla e di venire usato sempre e solo a sproposito, riteniamo comunque di doverlo chiamare in causa per provare a raccontare un monumento di panteismo ritmico come quello che scaturisce da queste tredici tracce registrate nello studio di proprietà della Island Records. La presenza alla posizione numero tre di quel frammento di perfezione contaminatoria che è stato Born Under Punches dei Talking Heads (di fianco a Genius Of Love dei Tom Tom Club, sorprendente riscoperta) basta a inquadrare l’ininquadrabile e a restituire un’idea vaga di quello sfuggente spazio sonoro dentro il quale hanno saputo convivere i ritmi afrocaraibici, le scorie del punk, l’uso malsano dello studio di registrazione inaugurato dai pionieri del dub e più in generale quell’ibrido elettrofunk dentro il quale germogliava il destino della dance (ascoltare la conclusiva Adventures in Success di Will Powers). Da qualche parte tra l’orientamento reggae di Grace Jones (pilotata da Sly & Robbie), la new-wave neyorkese, la discodemenzialità di Ian Dury e i remix firmati Larry Levan e François K. si nasconde un coagulo di sonorità capace di fotografare il fragile e complesso equilibrio ritmico che ha finito per insinuarsi nel cuore della Disco.
Visita il sito della Strut Records (se ti piacciono i siti in construzione)
L’attesa per il primo mix album di Skream aveva in effetti iniziato a farsi spasmodica. Le testimonianze dei reduci dei suoi set tendevano a descriverlo come un dj all’altezza della sua fama di produttore (estremamente prolifico e pressochè infallibile). Parte della leggenda l’avevo alimentata anch’io dopo il set dello scorso Pukkelpop, soprattutto dopo che il golden boy del dubstep era riuscito nella mirabolante impresa di annichilire con una colata lavica di bassi l’adiacente concerto di un indispettito Badly Drawn Boy, costretto a riporre la chitarra nel momento in cui i subwoofer di Skream hanno tossito Dutch Flowerz, una delle prime indimenticate hit del genere.
Nonostante l’anagrafe dica il contrario, l’attitudine di Skream ai piatti è decisamente sbilanciata verso una certa radicalità old school: cambi di disco e di ritmo vorticosi, mix approssimativo e scaletta infarcita di produzioni inedite in forma di dubplate freschi di stampa, oggetti capaci di scatenare morbosi desideri di possesso tra gli ascoltatori condannati a presenziare fisicamente ai dj set per avere il privilegio di ascoltare le hit del momento. Tipo quel remix assassino di Not Over Yet dei Klaxons che ha viaggiato per mesi nascosto nella valigetta di Skream, esibito furtivamente dal vivo o nel corso della sua trasmissione su Rinse Fm, prima di apparire sul suo myspace e poi finalmente qui dentro, misteriosamente occultato nella scaletta (?) e fuso dentro il remix di Night Vision di Distance. Rallentamento esasperato, synth magniloquenti e un’ipertrofica linea (trattasi in realtà di un’autostrada) di basso che insidia la voce androgina. Più o meno la stessa ricetta che ha fruttato un altro strepitoso remix presente in scaletta, Some Way Through This dei Black Ghosts, rilavorata in coppia con Plastician. Tra le produzioni originali di Skream (che ha evidentemente finito per cannibalizzare la sua stessa tracklist con 15 pezzi su 24) la palma d’oro va sicuramente all’inedita Refuel, descrivibile come il corrispettivo sonoro dell’infilare la testa dentro un tagliaerba. A conferire ulteriore prestigio alla scaletta intervengono Kode 9, D1, Caspa & Rusko, Coki e Zinc (remixato dal padrone di casa).
Scarica l’ultimo podcast di Skream su Rinse FM (via Rinse FM Blog)
Un breve documentario su Skream.
Video di Skream al Pukkelpop 2007.
Video di Skream al Sonar 2007.
Stage one: denial. Ovvero l’intollerabilità di un disco con sopra il simbolo della Stones Throw che però non è un disco della Stones Throw per come ce lo aspettavamo noi e che quindi preferiamo smettere subito di ascoltare. D’altronde se avessimo posseduto l’elasticità mentale per accettare che le cose potessero andare diversamente da come avremmo voluto che andassero, molto probabilmente non ci saremmo rifugiati nell’ascolto compulsivo di musica e avremmo dedicato le nostre esistenze a qualcosa di più intimamente relazionato con la realtà. Quando guardo al catalogo della Stones Throw è in genere per rispondere alla necessità di quel surrogato sonoro del THC che gronda fuori dalle produzioni di Madlib/Quasimoto. Oppure per fare un giro su quella macchina del tempo dell’hip-hop che viaggia tra la storiografia campionaristica del povero J Dilla all’avanguardia spinta di Madvillain. Invece questo disco qua è un casino. Le produzioni di quell’oscuro personaggio che risponde al nome di Sweet Steve, a.k.a. Baron Zen, sono per lo più riconducibili a uno smanettamento pre-punk-funk senza troppo costrutto, cronologicamente circoscrivibile a una manciata di anni a cavallo tra gli ’80 e i ’90. Programmatore di queste batterie fu il giovane Peanut Butter Wolf, futuro boss della Stones Throw che un giorno avrebbe deciso di riesumare le registrazioni del suo vecchio amico. Un gesto di mecenariato discografico che prosegue con questa raccolta di remix firmati da produttori dell’area Stones Throw, pochi dei quali rivelano in realtà di avere una qualche idea sul dove mettere le mani per rimettere ordine in questi frammenti di elettropunk a bassissima fedeltà. Meno ispirato di tutti è paradossalmente proprio Peanut Butter Wolf, che sperava di cavarsela mashando Bela Lugosi’s Dead dei Bauhaus sopra una drum machine ma evidentemente si sbagliava di grosso (il cantato ubriaco di Baron Zen non aiuta). Si salvano i due episodi remixati dall’emergente M-80 (nome prontamente appuntato sui nostri taccuini) e soprattutto il funk galattico massicciamente vocoderizzato di dam-funk.
Visita il myspace di Baron Zen
Visita il myspace di Peanut Butter Wolf
Visita il myspace di M-80
Visita il myspace di dâm-funk
Guarda il video del remix di At the Mall (Peanut Butter Wolf remix)

Tanto vale arrivare subito al punto e dire che un libro sottotitolato “Lucio Battisti. Gli anni con Panella” non poteva probabilmente essere scritto, dal momento che gli anni con Panella sono stati per il cantautore laziale anche gli anni dell’annichilimento della sua dimensione pubblica e questo comporta in un certo senso la rinuncia alla componente cronachistica del saggio. Una componente non trascurabile nel contesto della letteratura musicale visto che è quella che meglio si concilia con il gesto della scrittura e che riesce in parte a ripianare il territorio impervio rappresentato dallo scrivere di musica. L’autore non sembra però porsi il problema e sceglie di lavorare a un saggio costruito sull’ascolto approfondito della musica e delle parole dei dischi del Battisti “panelliano” (Don Giovanni, L’apparenza, La sposa occidentale, Cosa Succederà Alla Ragazza, Hegel). In realtà il libro si apre con un ampio e accurato saggio di Luca Bernini su E già, disco transitorio e “spaiato”, successivo alla separazione da Mogol e precedente all’arrivo di Pasquale Panella, che scopriamo essere il primo disco della storia della musica italiana prodotto con una strumentazione interamente elettronica. Questo potrebbe in parte contribuire a sostenere la teoria, inesatta ma largamente condivisa, di un Battisti post-mogoliano unicamente votato alla sperimentazione di orizzonti musicali inesplorati, mentre come sottolinea giustamente Ivano Rebustini, l’ascolto di questi ultimi sei dischi fotografa un musicista che prova semplicemente a collocarsi nel proprio tempo, non un precursore di scenari sonori futuri ma un attento osservatore dell’evoluzione ritmica e tecnologica in atto in quegli anni. In un contesto come quello italiano, in cui lo stato della musica leggera continua a mostrare con orgoglio un ritardo ventennale nei confronti di quello che suona in giro per il resto del mondo, una scelta di questo tipo è bastata a decretare la sostanziale emarginazione artistica di Battisti proprio nel momento di massima espressione del suo genio pop.
La decisione di far ruotare il libro intorno alla trascrizione e al commento dei testi di Panella, da una parte costringe all’esperienza urticante di leggere dei testi che conosciamo per come sono stati cantati e che invece “letti nel pensiero” tendono a stonare (e urticanti risultano anche i tentativi di interpretazione di testi che non sono stati scritti per essere approcciati testualmente ma sensorialmente, come se l’ascolto in qualche modo ne precludesse la lettura). D’altra parte però un libro come questo, che rischia inevitabilmente di rivelarsi un libro sul Panella battistiano e non viceversa, aiuta a comprendere come sia stata in gran parte la sostanziale non-cantabilità di questi testi a costringere Battisti a ricercare nuovi dispositivi metrici per adattare la forma canzone a una struttura testuale radicalmente poetica (i testi di Mogol, oltre a essere decisamente meno interessanti, erano orientati verso la narrativa). La complessità lessicale, semantica e metrica che scaturisce dai testi di Panella ha probabilmente finito per legarsi alla ristrutturazione ritmica del suono di Battisti e soprattutto ha permesso a quest’ultimo di nascondere più a fondo le epifanie melodiche del suo cantato, che in questa nuova forma della canzone perdono ogni prevedibilità e sono finalmente libere da un sovraccarico narrativo che non competeva loro.
Sui dischi dei Pulp campeggiava sempre la scritta “Please Do Not Read the Lyrics While Listening the Recordings”. In effetti la lettura e interpretazione di questi testi fatica ad aggiungere qualcosa all’esperienza (doverosa) dell’ascolto delle canzoni di cui sono parte, ma Specchi opposti risponde comunque alla necessità di esplorare un oggetto troppo affascinante e troppo enigmatico per essere contemplato da lontano, anche se inevitabilmente lontani e taciturni sono i protagonisti di questa storia (affermazione parzialmente smentita dalla bellissima intervista finale a Pasquale Panella).
Per me si è trattato prevalentemente di un anno trascorso esplorando le forme e le mutazioni del dub, prima fra le quali la contaminazione con la techno. Gli echi della Basic Channel hanno continuato a risuonare così forte da farmi eleggere etichetta dell’anno la casa discografica che ne ha raccolto il testimone, la Modern Love di Manchester. Loro il mio disco dell’anno (Deepchord presents Echospace: The Coldest Season), loro alcuni dei singoli più eclatanti (Dependent di Claro Intelecto, Fear of Heights EP di Andy Stott, Ac1d di Move D…). L’incoronamento di Rod Modell/Deepchord è dovuto anche al disco di remix di Vantage Isle, uscito su echospace [detroit]. In prima fila anche l’infaticabile Vladislav Delay, che ha continuato a sperimentare sul tema consegnando ben due dischi nel giro di sei mesi (Whistlebower e Karhunainen). Rientrando nei confini teutonici occorre versare una buona dose di rispetto sul lavoro della berlinese ~scape: The Journeyman’s Annual di Deadbeat (insieme a Foundation Bit di Disrupt, uscito su Werk) fotografa uno dei migliori momenti di dub contemporaneo, mentre la doppia fatica di Pole (Steingarten e Steingarten Remixes) ricorda molto da vicino il See Me Ya Remixes di casa Rhythm & Sound dell’anno scorso (là remixavano François K. e Carl Craig, qui Shackleton e Mike Huckaby, ma si vola comunque discretamente alto). A sancire la collisione tra dubstep e techno (a sancire la collisione tra qualunque cosa) è arrivato il folle Boogy Bytes vol. 03 di Modeselektor (che quest’anno soddisfano in consolle ma deludono in studio).
Dubstep: attenzione ampiamente catalizzata, anche se i singoli più appetibili continuano a essere per mesi prerogativa esclusiva dei dj prima di arrivare al pubblico. Il ricorso massiccio al dubplate è sintomo di disinteresse nei confronti del mercato discografico e garanzia della vitalità che continua a spingere una delle correnti sotterranee più interessanti degli ultimi anni. La Soul Jazz ha già provveduto a storicizzare l’evento con i due Box of Dub, la Planet Mu di Mike Paradinas ha sgomitato fino a raggiungere le avanguardie, la Hyperdub di Kode 9 ha scatenato l’isteria collettiva intorno al secondo disco di Burial, il Fabric tiene il tempo con i set di Tayo e Caspa & Rusko. Defilata ma sempre presente la Tempa, che dopo aver acceso le micce negli anni scorsi prosegue con la collana Dubstep Allstars (Vol. 5 mixato da N-Type) e con il quarto volume degli Skreamizm. A proposito di Skream, in chiusura di calendario è finalmente arrivato il suo attesissimo mix album (secondo volume della serie RinseFM). Per quanto riguarda il grime, una volta consacrato oltreoceano Dizzee Rascal, lo scettro è passato alla crew Roll Deep, che a inizio anno ha fatto il vuoto intorno con Rules and Regulations.
Drum and bass: gradino più altro del podio per il FabricLive 35 di Marcus Intalex, seguono Andy C e Grooverider (attualmente ancora residente in una prigione araba. Vergognoso l’atteggiamento della BBC che ha scelto di ignorare la notizia della carcerazione di un suo dipendente) con il loro doppio manuale di storia targato Drum & Bass Arena. Degne di nota le prove sulla lunga distanza di Calibre, High Contrast e Commix.
Rap: la tragica morte di Pimp C non fa che consegnare prematuramente alla storia Underground Kingz degli UGK. Sempre in grande forma la Def Jux, due volte a segno con El-P e Aesop Rock.
Skepta sarebbe uscito dal 2007 a testa altissima anche soltanto grazie alla sua presenza dentro quel capolavoro di collettivismo grime che è stato Rules and Regulation della crew Roll Deep. O per il featuring incendiario ai microfoni di Plastician che ha partito uno dei pezzi più aggressivi dell’anno (Intensive Snare). Invece ha finito per innalzare ulteriormente il vessillo della famiglia Adenuga pubblicando per la Boy Better Know del fratello JME un disco di debutto saggiamente intitolato Greatest Hits, giustificandosi affermando che purtroppo ogni volta che entra in studio gli riesce di produrre soltanto grandi successi. Per sua fortuna ha consegnato un disco in grado di competere in grandezza col suo ego, tra l’altro prendendosi una certa percentuale di rischio e ripagando in pieno le attese di chi sapeva di aver trovato in lui il nuovo golden boy della scena grime sotterranea. Il merito più grande di Joseph Junior Adenuga è sicuramente quello di aver tenuto in vita l’irruenza innovativa di un genere che dopo aver conquistato l’attenzione del grande pubblico non ha perduto l’istinto per la progressione e la ricerca, e nonostante Skepta abbia legato la sua crescente fama soprattutto alle sue doti di MC, colpisce in questo disco soprattutto l’imprevedibilità dimostrata in fase di produzione (affidata quasi interamente a sè stesso). L’esempio più eclatante è Sweet Mother, affidata a delle ritmiche soca che arrivano a rimarcare con una certa prepotenza le radici africane trapiantate dentro i marciapiedi londinesi. Doin’ it again è un’esilarante virata su temi funky house, l’ innalzamento dei BPM con l’arrivo di In a corner spinge il disco in territorio jungle, per poi rientrare nei confini della classicità con il brusco rallentamento dell’ottima Not Your Average Joe. Un debutto ampiamente all’altezza delle aspettative, rivelatore di un talento anche più complesso del previsto.
Ascolta due brani da Greatest Hits