“I Verdena sono una merda”. Questa sembrava essere una delle poche certezze dei tardi anni ‘90, almeno in certi contesti dove suonare post-grunge e farlo all’età dei Silverchair (e farlo su major) significava essere il perfetto capro espiatorio per tutta una serie di mali nazionali (tipo il nepotismo: l’esordio prodotto da Giorgio Canali, dalle mie parti, sollevò non poche accuse di “intrallazzo”, seppur nessuno sapesse bene tra chi e cosa).
Per chi scrive, tuttavia, questi non sono mai stati problemi. I Verdena mi sono sempre piaciuti, e comprato l’esordio a 17 anni non ho avuto difficoltà a crescere con loro fino ai 27. Li ho sempre difesi nonostante facessero schifo a cugini, zii e fratelli maggiori. Dal mio punto di vista quindi Wow sarà il solito ottimo album che non sposta di una virgola ne le opinioni dei cugini, ne le mie. Spero sinceramente che le cose vadano così. Non vorrei ritrovarmi a brindare coi parenti dopo dieci, piacevoli anni di divergenze. — Continua a leggere
I pezzi di chiusura sono difficilissimi da indovinare, ma descrivere un sentimento conclusivo, il senso (affettivo più che letterale) della fine, è ancora più difficile. Clementi come al solito parte dalla concretezza degli oggetti: prima c’è stato un mondo condiviso, un noi avvinghiato alle cose. Ora c’è solo la constatazione di una cesura che queste cose amplificano. I personaggi sembrano accettarlo con ammirevole stoicismo, e lo sferragliare delle chitarre ti fa credere che di queste cose si possa davvero morire. Per un residuo di adolescenza che fatica a passare, trovo sempre un po’ scandaloso il fatto che no, non si muore sul serio.
Certi dischi ti fanno sentire stupido di default. Nel senso che nonostante l’eleganza formale e l’impeccabile confezione, fai fatica mettere a fuoco sia le motivazioni del progetto che la logica del sistema che lo sostiene. E sia chiaro che non mi riferisco alle ragioni personali di Philip Selway (più che rispettabili) o ai meccanismi dell’industria musicale. Intendo, più prosaicamente, che se scrivo “Selway Familial” su Google mi ritrovo circondato da persone che si sono garbatamente (talvolta velatamente) rotte le scatole ad ascoltarlo. Eppure sono (siamo) tutti lì a raccontarlo, regalando ad un disco onesto, ma sostanzialmente inutile, la visibilità che Selway merita SOLO come batterista dei Radiohead. Il nucleo concettuale del progetto si riduce a questo: il batterista di una delle band più conclamate del pianeta che, sorpresa, suona e canta senza far troppo rumore, talmente silenzioso da eclissarsi a dispetto del mumble mumble mediatico. Poi possiamo parlare dei raffinati arrangiamenti acustico-orchestrali, inventarci un nuovo crooning e discettare di britishness, ma io continuo a pensare che costui è garbato persino nel modo di aggiornare Twitter. Ci si sente quasi in colpa ad attaccare un progetto così complessivamente…pacato. Una qualità non disprezzabile se non fosse eletta a sistema estetico. Il che fa venir voglia di organizzare un pestaggio di gruppo dalle parti di Oxford.
Lasciamo stare la parte in cui dovrei tessere le lodi di Mike Patton. Lo fanno già tutti e la parola genio non è proprio il massimo in termini esplicativi. Seconda premessa: non sono un filologo del pattonismo, conosco solo una parte delle sue produzioni extra-FNM. Tuttavia per apprezzare Mondo Cane non è necessario appartenere al circolo dei fan. Ad un primo livello, infatti, le cose che più colpiscono di questa selezione di canzoni italiane (quasi tutte degli anni ‘60) sono l’entusiasmo e il calore dell’interpretazione. Mettersi a fare i pignoli sulla pronuncia non impeccabile, o ridacchiare del fatto che Mike si cimenti col napoletano, lascia davvero il (triste) tempo che trova (parafrasando l’autore: “if you like orchestral music and have a heart in your fucking chest, you will like this record“). Ma veniamo al secondo livello: Mondo Cane non specula sulla nostalgia o sul mito di un’Italia che non esiste. Cioè non tenta di vendere suoni e inflessioni che fanno tanto ‘esotico’ ad un pubblico anglofono. Gli arrangiamenti sono squisitamente bastardi, esaltati da una produzione che smorza la sovrabbondanza strumentale attraverso riverberi, dissolvenze, e in generale con una gestione dello spazio sonoro che meriterebbe un saggio di musicologia a sè. L’impressione è che Patton abbia dimostrato il suo amore per la ‘tradizione’ nel miglior modo possibile: giocando di gusto, sia con la musica che con la sua immagine (ad esempio in quel compendio sull’urlo pattoniano che è Urlo Negro). L’aggettivo più adeguato per l’intero album è brillante, oltre che intelligente. Qualcosa di meno del genio, ma non azzardatevi a liquidarlo come colonna sonora dell’estate.
(S.V.)
La Tempesta Sotto Le Stelle, ovvero l’occasione irripetibile di sentire tutti i gruppi di casa Tempesta festeggiare il decennale dell’etichetta a solo 15 €, nella consueta cornice di piazza Castello a Ferrara. Quasi tutti i gruppi: meno gli Altro, e meno il gruppo per cui, sul modello dello stimatissimo professore cui in ambito accademico ci si riferisce tuttora come “l’insigne anglista”, proporremo la denominazione di “combo milanese”. Partiamo dai secondi, Il combo milanese: le gioiose vicissitudini che hanno accompagnato l’uscita del disco si sono protratte a tutto il tour, iniziato con un furgone rotto e conclusosi con un polso rotto: quello del batterista, e addio serata ferrarese. Per gli Altro invece la colpa è solo nostra, che siamo riusciti ad arrivare troppo tardi (la fila di fan che speravano nelle compilation gratuite per i primi mille ingressi comunque non perdonava). — Continua a leggere
A 17 anni mi sono innamorato di una ragazza che poi si è messa con un tipo più corpulento e vecchio di me. Io e Jon Spencer ci siamo conosciuti in quell’occasione, perché lui (il tipo corpulento) utilizzava una stupenda foto di Jon nel suo profilo online. Mio malgrado, avevo scoperto che esiste una cosa chiamata mitopoiesi. Per farla breve: sei nato troppo tardi per veder fiorire il blues urbano e il rock ‘n’ roll, oppure non possiedi il carisma e il ghigno Jon Spencer. In entrambi i casi, se ti applichi e rifai queste cose alla perfezione, se credi di “essere” loro, nell’attitudine prima che nella forma, puoi superare lo status di copia fino a diventare semplicemente sublime. Non so se la persona di cui dicevo pubblicherà mai un Best Of, ma Jon Spencer l’ha fatto e i conti tornano. Dirty Shirt Rock ‘N’ Roll conferma che i Blues Explosion ci han creduto talmente tanto, nei loro miti, da costruire un luogo dell’immaginario in cui parecchi di noi trovano piacevole passare il tempo. Che poi questo luogo esista o meno ce ne frega poco, così come è secondario che la musica sia una mistura di influenze parecchio più complicata del concetto di rock ‘n’ roll. Ciò che conta è il senso ideale: quello incarnato nel modo di stare sul palco, nelle foto che vorresti fossero la tua faccia, nella strafottenza di certi riff. Questa roba esiste tutte le volte che Jon, Judah e Russell hanno voglia di farla succedere. E conta davvero poco che sia il 1955, il 1990 o il 2010.
Un cartello con su scritto “attenzione: questa è Arte” non è esattamente il miglior biglietto da visita per la musica (e non solo per il pop). Informazioni tipo “ispirato alle ultime lettere di Jacopo Ortis”, riferito al secondo brano di questo EP dei padovani Riaffiora, suonano un po’ intimidatorie. Come a dire: “ciccio, guarda che qui si fa sul serio”. Va benissimo, ma non è che il risultato debba essere migliore di altre produzioni che parlano, per dire, di gite fuori porta o capre scozzesi. Inoltre, a fronte di 10 minuti di musica, qui ci sono testi parecchio verbosi e tante, tante altre parole (per la precisione un racconto di 30 pagine). Parole abbastanza confuse e poco efficaci: si parla di follia, solitudine e amore, ma i presupposti concettuali del progetto restano vaghi e lo stile non è particolarmente originale. Detto questo, la musica di Antonio P. suona bene e può essere situata da qualche parte tra l’approccio dei Perturbazione e i primi Giardini di Mirò. Suonando di più, i Riaffiora potrebbero convincere senza bisogno di scomodare lettere maiuscole (tipo la L di Letteratura) e un estetismo di maniera.
Il manierismo da star consumate e la mentalità da producer maniacali, l’immagine sfattona e la ricerca sul suono, senza dimenticare i vaffanculo e gli orgasmi di detrattori e fan (rispettivamente). I Crystal Castles stanno nel mezzo di tutto questo e si godono la festa finché dura, visti i tempi di vacche magre. Le contraddizioni, d’altronde, sono la forza del loro suono brillantemente in bilico tra caramelle nere e cristalli di MDMA. Forse questo secondo album non sposterà di un millimetro gli schieramenti in campo. Tuttavia, per chi ha orecchie per intendere, il messaggio è abbastanza chiaro: il gruppo sta lavorando a un’idea di futuro. La granulosità da Atari 2006 si è fatta più stratificata e le idee sono state sviluppate in profondità, anche se a scapito dell’immediatezza e dell’affascinante piattume/pattume dell’esordio (il pezzo più diretto, Celestica, suona troppo umanista per reggere il confronto). Sospetto che i palati più raffinati faranno nuovamente spallucce, mentre chi ha voglia di ballare, tutto sommato, troverà meno cocaina del previsto. Per come la vedo io (II) è la conferma che l’intelligenza del suono, da queste parti, va a braccetto con il gossip da due lire, i mozziconi puzzolenti e il vomito di Alice Glass. E non è affatto un male.
Visita il sito del gruppo Ascolta Celestica (Thurston Moore remix)
Come se la passano i Deftones? Abbastanza male, se consideriamo un bassista (Chi Cheng) in gravi condizioni di salute e un disco-svolta (Eros) rimasto nel cassetto a causa dell’accaduto. Diamond Eyes deve essere stato concepito tra una discreta quantità di situazioni e sentimenti spiacevoli, ma mi rendo conto di aver evaso la domanda: i Deftones potrebbero stare meglio, sia sul piano personale che artistico. Nell’incertezza infatti hanno deciso di attaccarsi a quelle due sicurezze su cui hanno fondato un’intera carriera. I riff caparbiamente grezzi e minimali del signor Abe Cunningham, e l’idea (molto americana) di Chino Moreno circa il modo in cui dovrebbe suonare una canzone dei Cure (cioè come un’ espansione in stile McDonald’s del gothic e delle sue emozioni). La buona notizia è che Diamond Eyes risulta molto più solido del precedente Saturday Night Wrist, ma si ha l’impressione che qualche volta, nel dubbio, i Deftones tirino i calci un po’ dove capita. Tuttavia qualcosa mi impedisce di liquidare il disco con la storiella del suono ammorbiditosi nel tempo. Il punto è che le cattedrali di emotività erette dal gruppo potrebbero essere smantellate con appena un pizzico di cinismo, soprattutto da chi – rispetto al ‘96 – si ritrova nei suoi trenta-e-qualcosa in compagnia di musica più arty (concetto in cui potete includere tanto Dente quanto Lady Gaga). Eppure, credo proprio di non essere interessato a questo sport. Preferisco godermi la parte migliore della minestra – e a voler prestare orecchio ce n’è abbastanza – facendomi scendere la fottuta lacrimuccia tutte le volte che i pezzi se lo meritano.
I Calibro 35 sfornano il secondo disco e puntano quasi tutto sugli inediti. Una scelta coraggiosa perché significa, in un certo senso, uscire fuori dallo scudo protettivo del passato inteso come età dell’oro. Intendiamoci, il suono (così come l’immaginario) resta quello del cinema di genere degli anni ‘70: dal poliziottesco fino all’horror passando per l’americanissima blaxploitation. Tuttavia, se qualcuno è colpevole di aver scritto un gran disco, non è certo Morricone (omaggiato con Milano Odia: La Polizia Non Può Sparare). Il delitto è stato compiuto da una compagine di musicisti mostruosamente dotati che vivono le contraddizioni del ventunesimo secolo. Non a caso le poche cover sono tutt’altro che calligrafiche: basti citare la punkeggiante Cinque Bambole Per La Luna D’agosto (scritta da Piero Umiliani per l’omonimo film di Mario Bava). Il confine tra passato e presente – e tra inediti e cover – diventa indistinguibile, perché il presente si è preso la sua rivincita con una poderosa virata elettrica rispetto alle sonorità anni ‘70. Da questo punto di vista, il senso dell’operazione sta tutto in quel basso distorto che apre il disco con Eurocrime!. Citando il titolo, Ritornano quelli di…Calibro 35. E in effetti sono cazzi.