
Nel 1991 la DGC fece uscire il secondo disco dei Nirvana, un gruppo del nord-ovest degli Stati Uniti il cui esordio Bleach, su Sub Pop, aveva venduto quarantamila copie senza quasi venir promosso dall’etichetta. Gli executive della Geffen li avevano messi sotto contratto con la blanda speranza di vendere un numero di dischi paragonabile a quello di un album dei Sonic Youth, trecentomila copie ad andar bene. Nel giro di pochi mesi il disco finì in cima alle classifiche e cambiò per sempre il mondo della musica.
Quasi tutte le storie del rock dal ’90 in poi possono essere fatte risalire ai Nirvana. Dopo l’esplosione di Nevermind si aprì una stagione di caccia grossa delle major nel tentativo di tirar fuori dalla morchia del mercato indipendente il nuovo Kurt Cobain (all’inizio sembrava una cosa fattibile). Molte operazioni furono messe in piedi con un briciolo d’incoscienza, sia da parte delle etichette sia da parte dei gruppi (oggi probabilmente si direbbe che qualcuno aveva optato per il LOAL). Non ci volle molto perché il pubblico indie si rompesse le palle di vedere i video dei loro (ex) idoli passare su MTV. I giornalisti iniziarono a chiederlo alle band. Perché avete deciso di passare ad una major? O anche, in certi casi particolarmente bastardi, come giustificate lo sfruttamento industriale del vostro disco e il fatto che vi hanno costretto a forza di calci in culo a suonare un unplugged in un palco addobbato di candele? Le risposte principali erano due. La prima è “l’etichetta ci ha dato totale libertà artistica”, un terribile ritornello pronunciato da quasi tutte le band dell’epoca –con la significativa eccezione, tra le altre cose, dei Nirvana: i loro quattro dischi major (tagliati, riassemblati, remixati, reintitolati e disconosciuti dalla stessa band) rimangono di gran lunga migliori di quasi tutti i dischi major incisi da ex gruppi indie a cui è stata garantita la completa libertà artistica.

La seconda risposta è quella da cui parte il nostro discorso. “Non lo facciamo per i soldi, lo facciamo per garantire una distribuzione capillare della nostra musica”. Fino alla fine dei novanta, grossomodo, era una cosa che potevi leggere settimanalmente. Poi la musica ha iniziato a circolare DAVVERO ovunque, nelle case di ogni abitante del pianeta, senza alcun problema legato alle frontiere e quasi sempre senza una percentuale per chi l’aveva incisa. Non furono molti i musicisti a dichiararsi estasiati per quello che stava succedendo. Le major e gli indipendenti iniziarono a riorganizzarsi. I dischi potevano essere comprati già da tempo in grande distribuzione, spesso a un prezzo più basso. Fecero il loro ingresso sul mercato i distributori e i venditori per corrispondenza online, alcune vere e proprie multinazionali. Saltò fuori iTunes. Mentre produttori esecutivi, consigli d’amministrazione, analisti di mercato e cani sciolti con l’ADSL a palla hanno continuato per un decennio a mettere insieme opinioni e politiche sul mercato che cambiava, gli esercizi specializzati a gestione casereccia sono diventati una specie in via di estinzione.
Nel 2007 venne fuori un’iniziativa dagli Stati Uniti. Si chiamava Record Store Day e consisteva in una campagna di sensibilizzazione in favore di tutti i negozi di musica indipendente, quelli che in un mondo perfetto venivano chiamati ancora negozi di dischi. Nel giro di quattro anni l’iniziativa è diventata un vero e proprio movimento culturale che coinvolge negozi, artisti, testate giornalistiche e (per quanto possibile) persone che comprano dischi. Una grande occasione che si rinnova di anno in anno. Quest’anno il Record Store Day cade il 16 aprile.

Noialtri abbiamo –mediamente- un passato di ascoltatori piuttosto lungo. Abbiamo iniziato ad ascoltare i dischi comprandoli nei negozi. Qualcuno ha continuato a comprarne, qualcuno ha smesso e s’è buttato su altre forme, qualcun altro fa tutte e due le cose assieme. Tutti abbiamo un certo numero di aneddoti, opinioni, consigli, sentimenti che riguardano questo argomento. Abbiamo organizzato una specie di rimpatriata che coinvolge noi e i nostri amici: questa settimana vi capiterà di leggere un post dedicato al Record Store Day in molti blog italiani, musicali e non. Ci piacerebbe che la distribuzione fosse quanto più capillare possibile, come i dischi major negli anni novanta. Qualcuno è stato contattato e parteciperà. Speriamo qualcun altro si unisca, nel caso la nostra mail è redazionevitaminic@gmail.com. Su queste pagine vi terremo aggiornati con un resoconto giornaliero di quello che esce.
Buona lettura a tutti.
(le immagini vengono tutte da qui)