Le chitarre, e questo non viene detto molto spesso da noi fan, sono una scusa. Ho due minuti per dire quel che voglio, una melodia appena abbozzata e un testo che non è un granchè; un modo per suonare interessante è seppellire il tutto su una coltre di rumore inintelligibile a volumi pazzeschi e lasciare l’altra metà del lavoro al mio ascoltatore. Alle volte scavare sotto la coltre di feedback e quant’altro rende la musica interessante al di là dei propri meriti.
Ci sono volte in cui un autore decide che è il momento di smetterla con il casino e iniziare a far sì che siano i dischi a decodificare se stessi, lasciando all’ascoltatore solo il piacere dell’ascolto: creare melodie e pezzi che stiano in piedi di per sé, in parte per il gusto di aver fatto un buon lavoro in parte perchè le persone che amano sbattersi per cercare un senso in mezzo a tutto il baccano non sono poi così tante. Non è molto differente dal concetto alla base del mercato dei cellulari o (boh) degli antizanzara elettrici: migliorare il proprio prodotto significa soprattutto renderlo più friendly e popolare. È un processo di crescita culturale che viviamo tutti quanti sulla nostra pelle. Esiste una corposa letteratura rock che parla del concetto di evoluzione. Molti, quasi tutti, tendono a legarlo al concetto di compromesso e/o a quello di abbassare le chitarre. Questo non serve moltissimo a tenere insieme il vecchio nugolo di fan, ma aiuta un sacco a trovarne di nuovi: classifiche, pezzi alla radio, un paio di canzoni in qualche serie TV. Naturalmente è persino possibile fare un disco più pop e più bello, ma i casi empirici in cui è successo si contano sulle dita delle mani di capitan Uncino. Più probabilmente il passaggio al pop finisce per farti diventare l’ennesimo triste Soul Asylum o un qualche disco che sono andato a comprare in fretta e furia il giorno dell’uscita e che ora tappezza la sezione inutili del mio scaffale, con in più quel terribile gusto di innocenza retroattiva che tende a rendere tutto senza senso (come voler mangiare una bistecca al sangue dopo averla cotta per quaranta minuti).
Non è mai buona cosa farsi domande su quanto e come un disco pop sia pensato per resistere oltre la data di scadenza del singolino che lo porta avanti, ma a volte chiederselo viene spontaneo. Nel caso del terzo disco di Wavves siamo di fronte a una dozzina di canzoni “carine” con un briciolo di tiro e qualche melodia accattivante. Niente da farci su chissà che discorso, ma basta che qualcuno inizi a sparlare e ti ritrovi ad ascoltare/leggere pareri in merito a King Of The Beach nei quali il namedropping sembra diventato una specialità olimpica. Pavement, Husker Du, Mudhoney, Animal Collective, Pixies, J&MC. Quasi tutti parlano di Nirvana. Perché? A che pro? Sarebbe più semplice, equilibrato e ragionevole ammettere che il nuovo disco di Wavves può essere carino e divertente in un’ottica di brevissimo periodo. E che -al contempo- Nathan Williams, molto semplicemente, NON È CAPACE di scrivere le dieci-dodici grandi canzoni pop che gli servirebbero per farla franca senza tutte le distorsioni di chitarra che rendevano gradevole un Wavvves. È capace, invece, di scrivere e registrare un disco discreto e relativamente fresco, che può fare la sua porca figura nel viaggio d’andata verso il mare A PATTO CHE il viaggio non sia poi così lungo, e che per il ritorno ci sia qualcosa di più sostanzioso. In caso contrario verrebbe probabilmente da chiedersi quanto e come l’amore per i dischi di Wavves precedenti a King Of The Beach non sia dovuto tanto a meriti dei dischi quanto a certe bizzarre dinamiche di sovrinterpretazione alimentate dal nostro irriducibile gusto nel farci seghe mentali o dall’ingestibile desiderio di avere anche negli anni duemila qualcuno che sia capace di bucare lo stereo con due accordi in croce.
(Francesco Farabegoli)
Non so niente, di Wavves. Non ho cavalcato l’onda, non l’ho seguito, non l’ho ascoltato con cognizione di causa. Wavvves, intendo l’album, per me è un flusso in streaming quando lavavo i piatti o prendevo la metro nella mia vecchia casa. Ho ascoltato questo terzo disco solo perché, mentre cercavo di decodificare il flusso di aggettivi inventati in inglese che decoravano le recensioni online, ho trovato scritto almeno due volte la parola Nirvana. Quindi è un ascolto viziato, una sorta di transfert, in cui mi sarei aspettato di trovare della genialità - o quantomeno un accordo nuovo. Invece niente. Tolta la fantastica cover così kitsch da essere repellente, penso che King of the Beach sia un disco che fa massa nella marea di dischi né belli né brutti, legittimati nel loro essere solo dal contesto che sta loro attorno. A un certo punto mi dà ragione anche Nathan quando gli sento sbrodolare la frase listen my music it’s always the same. Shitgaze, fenomeno cool, qualsiasi cosa sia è roba da club indie o posto che non frequento, potrebbe andar bene sia dal vivo che su cd come sottofondo di un aperitivo pieno di gente ma al tempo stesso è la classica cosa che smetterei di ascoltare dopo cinque minuti. Boh, detta alla cazzo di musica così ne viene prodotta quante sono le linee di magliette di H&M ed è fatta per quelli che comprano le magliette SOLO da H&M. Detta seriamente è come un panino al prosciutto, ma non di quello fresco comprato in macelleria: piuttosto quello dell’Autogrill. Vago, lontanamente somigliante a quello buono, l’immagine viva del rimpianto di non aver scelto le Fonzies.
(Ray Banhoff)
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