A Small Document: The New Middle Age (Black Nutria/Audioglobe)

Ray Banhoff | 29/3/2011

a-small-document-coverValdinievole. Lo scorcio meno famoso della Toscana. E c’è un motivo. In venticinque anni che ci ho vissuto non ho mai visto una mostra d’arte, un evento che non fosse legato al commercio. Ci sono solo le puttane (storico l’articolo dell’Espresso che ribattezzava Montecatini la “Russia d’Italia”) e le terme. Li qualcuno ancora mi chiama “Biroff”, per sfottermi, per farmi sentire una spina. Perché è così che funziona, li. Tuttavia a Montecatini, in un vecchio garage dipinto di rosso ribattezzato Sheraton Mammuth Hotel io ho visto il rock. O almeno capito che volto avesse quella parola. Erano i Los Dragos, band dalle cui ceneri sono nati gli A Small Document. Non sono giovani, non sono fighi, non sono del giro. Nessuno li conosce. Tre teste diverse, tre caratteri diversi. BillyBoy, uno che da vent’anni smanetta coi pedali e gli amplificatori, con un tono di voce due toni più alto della media e una risata di volume e denti bianchi che ti rimane impressa. Le chitarre col teschietto sul ponte se le costruisce lui, una per una, i Baustelle le sfoggiano sul palco. Poi SirJoe, bella presenza, il Johnny Depp della zona, motociclista, vestito in pelle, un Clint Eastwood serio e silenzioso che però quando suona si tramuta in una maschera del teatro dell’assurdo. Alla voce Mocar, gigante dall’aspetto del tagliuaboschi urbano. Lo trovi la sera coi capelli arruffati, a bere duro. Non fa finta, è davvero Bukowski.

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Da due anni i tre suonano assieme. Batteria e chitarra, ma niente paraculate alla White Stripes. The new middle age, un pezzo che se arrivasse da NY lo balleremmo la sera nei locali, Frank has gone to Hollywood, psichedelia dura e distorta buona come quella dei Black Angels o dei Black Rebel Motorcycle ClubMuddling head, il vero carrarmato di rock. Insomma, fuori dal giro ci sono sempre altri giri, se siete arrivati in fondo a questo pezzo, su questa pagina, significa che avete abbastanza pazienza da approfondire. E questi tre piccoli Stooges di provincia, saranno la cosa migliore che vi è capitata questa settimana.

Sic Alps: Napa Asylum (Drag City)

Ray Banhoff | 26/1/2011

sic-alps-napa-asylumNapa Asylum è il classico disco che aggiungerebbe a qualsiasi stereo degli anni Dieci quella allure di sdrucito che lo riabilita a oggetto magico. Se fosse una foto sarebbe l’unica Hipstamatic che ti fa dire “beh si alla fine Hipstamatic è proprio figo”. 22 piccoli pezzi, bozze sempre in tonalità maggiore, rimasugli di anacronistiche registrazioni su 8 piste Tascam (vedi Blowup di Gennaio 2011), che trasformano questo noise pop californiano impregnato di luci del mattino, chitarre acustiche, sentimenti di alienazione, tanfo birra e placida calma interiore, nel mantra acustico di una generazione sonora, questa si davvero “senza più santi né eroi”. — Continua a leggere

Verdena: Wow (Universal)

Ray Banhoff | 17/1/2011

5285903654_814ba8e704Dalle prime note di Scegli me è evidente che è successo qualcosa. L’onda sale, dal pianoforte, e porta a galla tutto il sound dei vecchi Verdena, un flusso di note che scorre da anni, si evolve, compie curve, risale gli argini, attraversa territori e finalmente, dopo sedici anni, sfocia investendoti nel petto. Wow è un album doppio, di 27 tracce, un continente vastissimo il cui ascolto (per una volta ha senso dirlo) è un viaggio. Come il viaggio è lungo, ricco di imprevisti, pieno di variabili, faticoso e inebriante, anche questa discesa bulimica nel Suono va conquistata. Un giorno c’è il sole e quello dopo piove e tu non è che stai li a trovare un senso alla cosa, la vivi e basta. Inutile quindi dire chi erano i Verdena prima di questo disco, ora sono la band che hanno sempre dovuto essere. Appiccano il fuoco con marce stoner, dettano la legge del suono con cambi di registro e continui salti indietro e in avanti nel tempo tra atmosfere rock, sognanti, orchestrali, fiabesche e doom. In più, il capitolo ballate&deliri non è mai stato alto come questa volta. Canzone Ostinata, Razzi Arpia Inferno e Fiamme sono dei giganteschi tappeti rossi  stesi dentro al bosco per passare da una sponda all’altra di questa isola che non c’è. Wow è frutto di tre anni di prove, di studio e di pollaio. Un disco da onnivori smanettoni e eruditi dell’amplificazione. Per quanto spuntino ovunque i riferimenti al passato e ai capisaldi del rock (Beatles, The Who, i Pink Floyd di Atom Earth Mother, ancora Qotsa e  per la prima volta Flaming Lips su tutti) ci si rende conto che in questo album ci sono pure le radici degli ultimi trent’anni di musica italiana. Le Orme o il Battiato di Fetus ogni tanto si fanno sentire. C’è questa mole di influssi, ruminata, lasciata fermentare, arricchita di arrangiamenti barocchi, insomma è come se qualcosa, anche da noi avesse trovato un’espressione felice e autorevole. Non so perché abbiano scelto Wow come titolo, ma è la stessa espressione che avrei voluto dire io dopo il primo ascolto. Ti togli le cuffie e sei sazio, eppure ne vorresti ancora un po’. Non c’è complimento migliore, per un musicista, di chiedere il bis.

Vai sul sito dei Verdena
Guarda il video del singolo Razzi Arpia Inferno e Fiamme

The Cosmics @ Cox18, Milano (19/11/2011)

Ray Banhoff | 24/11/2010

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La cosa bella di una città come Milano è che mentre ti ammazza di grigio e piattume è sempre in grado di farti belle sorprese. Un negozietto dietro l’angolo che è un altro mondo, dei tizi sulla metro che ne senti le storie e pensi che siano creature di Allan Poe e così via. Basta lasciarsi andare all’imprevisto. Sbagliando strada ieri sera arrivo al Cox18 e il tizio all’ingresso, visibilemte ubriaco, mi dice “Costa 5 euro ma spaccano il culo”. Seeee… spaccano il culo. Ce ne vuole, penso io. Pago, convinco altri amici a farlo, due studenti della Cattolica fuggono di fronte al portone del locale di via Conchetta. Che spacchessero il culo i gruppi dentro diciamo che non era uno skill che li faceva contenti. I The Cosmics mi dicono di essere mezzi di Milano e mezzi di Santarcangelo di Romagna e già mi si apre il cuore, perché la mia ragazza è romagnola e io amo lei e la sua terra. Quindi sono già amici miei (anche se il giorno dopo scopro che i romagnoli appartenevano al secondo gruppo, che non ho visto e di cui non so il nome). Vestiti come soldati della marina militare statunitense, questi quattro uomini felicemente sovrappeso ed entusiasti della vita, si presentano come una psycho-nugget-surf band della madonna. Una folla di fricchettoni e raver, un prodotto della Milano comunistona ridotta ormai a uno sparuto gruppo di nottambuli coi vestiti sdruciti e il volto privo di entusiasmo, balla. E balla presa bene a fianco di qualche sparuto teddy boy, qualche lesbica che limona e tanti ragazzi con le camice a quadri. — Continua a leggere

Wavves: King Of The Beach (Cooperative Music/Bella Union/Self)

wkotbLe chitarre, e questo non viene detto molto spesso da noi fan, sono una scusa. Ho due minuti per dire quel che voglio, una melodia appena abbozzata e un testo che non è un granchè; un modo per suonare interessante è seppellire il tutto su una coltre di rumore inintelligibile a volumi pazzeschi e lasciare l’altra metà del lavoro al mio ascoltatore. Alle volte scavare sotto la coltre di feedback e quant’altro rende la musica interessante al di là dei propri meriti.
Ci sono volte in cui un autore decide che è il momento di smetterla con il casino e iniziare a far sì che siano i dischi a decodificare se stessi, lasciando all’ascoltatore solo il piacere dell’ascolto: creare melodie e pezzi che stiano in piedi di per sé, in parte per il gusto di aver fatto un buon lavoro in parte perchè le persone che amano sbattersi per cercare un senso in mezzo a tutto il baccano non sono poi così tante. Non è molto differente dal concetto alla base del mercato dei cellulari o (boh) degli antizanzara elettrici: migliorare il proprio prodotto significa soprattutto renderlo più friendly e popolare. È un processo di crescita culturale che viviamo tutti quanti sulla nostra pelle. Esiste una corposa letteratura rock che parla del concetto di evoluzione. Molti, quasi tutti, tendono a legarlo al concetto di compromesso e/o a quello di abbassare le chitarre. Questo non serve moltissimo a tenere insieme il vecchio nugolo di fan, ma aiuta un sacco a trovarne di nuovi: classifiche, pezzi alla radio, un paio di canzoni in qualche serie TV. Naturalmente è persino possibile fare un disco più pop e più bello, ma i casi empirici in cui è successo si contano sulle dita delle mani di capitan Uncino. Più probabilmente il passaggio al pop finisce per farti diventare l’ennesimo triste Soul Asylum o un qualche disco che sono andato a comprare in fretta e furia il giorno dell’uscita e che ora tappezza la sezione inutili del mio scaffale, con in più quel terribile gusto di innocenza retroattiva che tende a rendere tutto senza senso (come voler mangiare una bistecca al sangue dopo averla cotta per quaranta minuti).
Non è mai buona cosa farsi domande su quanto e come un disco pop sia pensato per resistere oltre la data di scadenza del singolino che lo porta avanti, ma a volte chiederselo viene spontaneo. Nel caso del terzo disco di Wavves siamo di fronte a una dozzina di canzoni “carine” con un briciolo di tiro e qualche melodia accattivante. Niente da farci su chissà che discorso, ma basta che qualcuno inizi a sparlare e ti ritrovi ad ascoltare/leggere pareri in merito a King Of The Beach nei quali il namedropping sembra diventato una specialità olimpica. Pavement, Husker Du, Mudhoney, Animal Collective, Pixies, J&MC. Quasi tutti parlano di Nirvana. Perché? A che pro? Sarebbe più semplice, equilibrato e ragionevole ammettere che il nuovo disco di Wavves può essere carino e divertente in un’ottica di brevissimo periodo. E che -al contempo- Nathan Williams, molto semplicemente, NON È CAPACE di scrivere le dieci-dodici grandi canzoni pop che gli servirebbero per farla franca senza tutte le distorsioni di chitarra che rendevano gradevole un Wavvves. È capace, invece, di scrivere e registrare un disco discreto e relativamente fresco, che può fare la sua porca figura nel viaggio d’andata verso il mare A PATTO CHE il viaggio non sia poi così lungo, e che per il ritorno ci sia qualcosa di più sostanzioso. In caso contrario verrebbe probabilmente da chiedersi quanto e come l’amore per i dischi di Wavves precedenti a King Of The Beach non sia dovuto tanto a meriti dei dischi quanto a certe bizzarre dinamiche di sovrinterpretazione alimentate dal nostro irriducibile gusto nel farci seghe mentali o dall’ingestibile desiderio di avere anche negli anni duemila qualcuno che sia capace di bucare lo stereo con due accordi in croce.
(Francesco Farabegoli)

Non so niente, di Wavves. Non ho cavalcato l’onda, non l’ho seguito, non l’ho ascoltato con cognizione di causa. Wavvves, intendo l’album, per me è un flusso in streaming quando lavavo i piatti o prendevo la metro nella mia vecchia casa. Ho ascoltato questo terzo disco solo perché, mentre cercavo di decodificare il flusso di aggettivi inventati in inglese che decoravano le recensioni online, ho trovato scritto almeno due volte la parola Nirvana. Quindi è un ascolto viziato, una sorta di transfert, in cui mi sarei aspettato di trovare della genialità - o quantomeno un accordo nuovo. Invece niente. Tolta la fantastica cover così kitsch da essere repellente, penso che King of the Beach sia un disco che fa massa nella marea di dischi né belli né brutti, legittimati nel loro essere solo dal contesto che sta loro attorno. A un certo punto mi dà ragione anche Nathan quando gli sento sbrodolare la frase listen my music it’s always the same. Shitgaze, fenomeno cool, qualsiasi cosa sia è roba da club indie o posto che non frequento, potrebbe andar bene sia dal vivo che su cd come sottofondo di un aperitivo pieno di gente ma al tempo stesso è la classica cosa che smetterei di ascoltare dopo cinque minuti. Boh, detta alla cazzo di musica così ne viene prodotta quante sono le linee di magliette di H&M ed è fatta per quelli che comprano le magliette SOLO da H&M. Detta seriamente è come un panino al prosciutto, ma non di quello fresco comprato in macelleria: piuttosto quello dell’Autogrill. Vago, lontanamente somigliante a quello buono, l’immagine viva del rimpianto di non aver scelto le Fonzies.
(Ray Banhoff)

Leggi la nostra intervista a Wavves
Leggi la nostra recensione di Wavvves

Blank Dogs: Phrases (Captured Tracks/Self)

Ray Banhoff | 11/6/2010

blankdogsphrasesAscoltare gente come Blank Dogs significa accettare la variabile per cui l’arte è roba loro e voi siete gli ascoltatori. Come disse Jim Morrison ad un giornalista in conferenza stampa “Non ti piace il disco? Si vede che non l’hai capito!”. E come dargli torto? Lo stesso vale per Mike Sniper, la testaccia geniale che in dischi come Under and Under pareva aver preso una piega da “nuovo e marcio garage rock degli anni zero”  e che con Phrases è tornata sui vecchi passi di synth ed escursioni barocche nel pop. Quel minimo di tranquillità delle strofe viene puntualmente disgregato in ritornelli astrusi, strampalati, che paiono appiccicati un po’ a caso sul pezzo. Beh, che dire… è tutto quello che si chiede a uno come lui. Non c’è da lamentarsi ad ascoltare Phrases. Altrimenti che ne so mi compro un disco di Robbie Williams (ammesso che qualcuno di noi compri ancora dischi). Poi sono quattro pezzi, come le quattro stagioni, va giù liscio come l’olio e manco te ne accorgi. penso che questa sia sempre una buona qualità in un album, quella di potersi lasciare ascoltare “comodamente”. Si passa dalla fantastica e sovraincisissima Heart & Depression alla leggerezza di End of the Summer. Io lo ascolto in bicicletta e mi pare un motivo valido per suggerirlo a tutti voi esseri umani che state leggendo.

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Criminal Jokers@ Rocket, Milano (25/5/2010)

Ray Banhoff | 10/6/2010

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“Nella vita contano solo le palle. Tu ce le hai le palle?” dice Al Pacino in Scarface. E cosa altro andrebbe chiesto ad una band italiana nel peggior momento storico-culturale e politico di questa landa di disperazione? Cosa dovremmo chiederci tutti? Ce le abbiamo le palle? È quello che mi sono domandato mentre assistevo al concerto dei Criminal Jokers. La verità è che io ero li per vedere le Dum Dum Girls, ma dopo il trio pisano avevo la pancia piena. Il live penso sia durato una quarantina di minuti. Nei pochi intervalli di silenzio si è sentita la risposta del pubblico. Un bel “ma lo sapete che siete proprio bravi” urlato da una tardona ubriaca sfasciata su un divanetto laterale e i fischi di tre sbarbine (penso pisane) venute li apposta per il giovane cantante. Io mi ricordo bene solo i primi sessanta secondi. C’era un feedback insostenibile, una Strato che con 100 watt di Twin Reverb ti faceva tappare le orecchie tanto era secco il pulito. Poi arriva Francesco Motta, un pennellone pisano identico a Richard Ashcroft che ogni tanto tira fuori una voce alla Mick Jagger degli inizi, ma che se proprio ci deve essere un paragone, penso che voglia essere Lux Interior dei Cramps. Poi ricordo che a metà ho pensato “ehi, non mi sto annoiando, non sono a vedere i Bud Spencer Blues Explosion”. Motta pesta e urla, gli si gonfiano le vene nel collo. Ha gli occhi infossati da schizzato, una faccia da attore e due borse sotto gli occhi appena accennate. Canta bene. Trascina. Il vicedirettore di Rolling Stone poco dopo mi dirà “ha un gran talento. Andrà lontano”. Un chitarrista tutto ciuffo innalza al cielo il feedback e schiaccia di continuo un singolo pedale. Il bassista non è in serata, dice, ma poi monta sul palco e fa il suo. Alla fine sa di opera compiuta. Le orecchie fischiano. Tutti abbiamo scosso la testa come piccioni su quelle basi pseudo garage e urlanti. Sembra un gruppo che viene da fuorii, un mio amico mi chiede se sono stranieri, come a dire che non siamo più abituati a sentire ste robe qui. In una Milano che vuole essere “cazzo” e dove invece tutti sono “fighe” dei pischelli di provincia sono imbattibili nelle gare a chi ha più palle.

Questi ragazzi sono tra i migliori in circolazione.
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Dr. Dog: Shame, shame (Anti/Self)

Ray Banhoff | 26/5/2010

J06389A.EPSIl fatto è questo, c’è questa grossa corrente del revival che ormai è una marea in cui tutti si inizia col bagnarci i piedi e poi ci si trova a far le capriole a riva come se avessimo perso il controllo. E’ il sound di largo consumo dell’Indie-Era. Per i Dr.Dog un disco come Shame, Shame potrrebbe rappresentare un bivio: diventare i Coldplay dell’ Indie-Mondo oppure gli qualcosa di un po’ meno elaborato ma comunque commerciabile. Uno di questi due poli porta a casa la pagnotta. Uno e uno solo. Il primo è un rischio che se va male manda all’aria il lavoro fatto finora (attestati di stima e remixes beckiani inclusi), il secondo è un pantano in cui una volta infilati è difficle uscire. Impegnati in un tavolo di mixaggio come dei restauratori, attenti a scegliere sempre la manopola più vintage da girare, tesi tra  le ballata acustiche a la Black Crowes e probabilmente impegnati giorno e notte nell’ascolto dei dischi degli America, dei Broken Social Scene, Dylan e Lennon tirano fuori il loro miglior lavoro. Tutta roba che forse avremmo messo in un gran dimenticatoio se Eddie Vedder non avesse regalato a Sean Penn la colonna sonora degli utlimi cinque anni. Niente di nuovo sul fronte occidentale, ma almeno si sente la volontà di ricerca, la passione pura per quello psycho-baracco rock che si può far bene solo se sei born in the Usa.

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High Places: High Places vs Mankind (Thrill Jockey/Self)

Ray Banhoff | 18/5/2010

hp-vs-mankind-aaPer gli High Places vale il principio del meteoropatia. Hanno iniziato col botto sotto la coltre di beat newyorkese, in una città dove (perdio!!!) i tombini buttano fuori il fumo verso l’alto, con un Ep omonimo e una copertina da panico, intrisi di loop mistici, stressanti, cervellotici. Una figata, si intenda. Dopo due anni in giro a suonare per musei di arte contemporanea, localacci e festival, si sono spostati a Los Angeles (e dove altrimenti?) e lì, là (lillà, un toscanismo) la musica è profondamente cambiata. Ecco la meteoropatia, lo svegliarsi col rumore delle onde della baia invece che col fragore della grande mela. Ecco l’album/manifesto: High Places vs. Mankind. Io di musica elettronica non so niente. Ho qualche brandello di dati e concetti strappato dalle mania un paio di amici. Vado a lezione di elettronica diciamo, ma non ho ancora fatto l’esame. Come sostiene M.R., questa è elettronica per indie, dove non c’è voce e il beat è ripetitivo, insomma niente di nuovo. È anche vero che per chi sente psycho folk, indie, post qualcosa, questa roba è l’incarnazione di un concetto astratto che quantomeno rasenta o circumnaviga il confine dell’elettronica tollerabile. Indi(e) ragion per cui per lunghi momenti rimango affascinato dal tappetone ambient e dalla babele di lingue che si intrufolano e contaminano tutto. L’andazzo è quello alla Gonjasufi o alla Fol Chen, la casbah sonora, l’intento è quello folle di riprodurre le voci notturne delle strade, dei locali, di un mondo occidentale sempre più arabo e mediorientale. Se vi va di farvi un giro salite, altrimenti scaricatevi un disco di fidget. Ma sarà come quando c’è un documentario sui nazisti alla tv e cambiate canale per una partita, un atto di leggerezza.

Broken Social Scene: Forgiveness Rock Record (Arts & Crafts/Self)

Ray Banhoff | 12/5/2010

sdfghjklDopo cinque anni di silenzio e due inutili album dei capetti del gruppo (Kevin Drew e Brendan Canning) i Broken Social Scene decidono di riprendere vita sotto la forma di collettivo allargato e dissipare amore alla loro maniera. Per chi ha letteralmente amato You Forgot it in the People e l’omonimo Broken Social Scene, questo Forgiveness Rock Record suona un po’ come la solita broda, ma stavolta velata di una diffusa malinconia, sempre più cinematografica, sempre più perfetta del solito. È come per le foto di Elliot Erwitt, dopo un po’ che le vedi ti stanno sul cavolo ma come puoi negarne l’indispensabilità nel tuo piccolo immaginario anni ’90? Quando Lisa Lobsinger entra su All To All e Sentimental X’S ti pare quasi che la magia di Anthems for a Seventeen Year-Old Girl sia ancora li per farti commuovere.

Per quanto sia nettamente meno ammaliante delle perle precedenti l’album è una sorta di piccolo trip epifanico da calarsi come sottofondo nelle giornate uggiose come in quelle di sole. Non è roba da sentire da svegli altrimenti ci trovate mille ruffianate e diventate gli indiesnob che dicono “Ascoltavo i BSC quando Kevin suonava la Harmony Rocket ma ora sono troppo commerciali”. Questa musica è un po’ come l’arredamento svedese, una roba di cui potresti fare anche a meno, ma senti quanto è carina, ti fa venire voglia di comprarti una t-shirt con testa di cervo, di avere un synth in casa, di risuonare la chitarra, di essere un po’ frivolo.

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