Con l’esordio solista a nome Edipo, il gardesano Fausto Zanardelli (già all’opera con Edwood, Gretel e Hansel) cerca la sua strada nel pop elettronico lo-fi dai testi arguti, sulla scia di gente come Tricarico o (l’ultimo) Bugo. Hanno ragione i topi – ripubblicato da Foolica dopo l’iniziale uscita in proprio con Produzioni Dada – può vantare un’orecchiabilità diffusa e la presenza a inizio disco di almeno un paio di buoni singoli (È banale stare male sembra una versione adulta e neurodotata dei dARI; Per fare un tavolo prende la celebre filastrocca di Endrigo e la riambienta al tempo dei Musica Per Bambini). Quanto al resto, alla lunga l’effetto-videogioco può far capolino, e la vocalità rauca non è esattamente il selling point del progetto; tuttavia il disco scorre leggero grazie a un’azzeccata alternanza in scaletta fra brani ritmati e rilassati e a una scrittura meno disimpegnata e spensierata di quanto lasci credere il primo ascolto (come per altre recenti sensazioni del cantautorato pop, la disillusione propria di un’intera generazione di post-trentenni affiora da un coacervo di calembour e citazionismo straniante: così è, se vi pare). Da segnalare la conclusiva Sospendimi: ballata romantica quasi completamente acustica, che a sorpresa commuove e mostra potenzialità fino a quel punto inesplorate.
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Dopo l’esplosivo e multiforme esordio e la virata verso un glam-pop nel segno di Elton John, gli Scissor Sisters si ripresentano con un deciso colpo di spugna (indipendentemente da quanto corrisponda al vero la storia sul disco gettato e riscritto da capo che ci vogliono raccontare): il terzo disco, fin dalla citazione in chiave gay-camp di Sticky Fingers della copertina, segna un chiassoso ritorno della band newyorkese alle sue radici da club. Il paradosso è che Night Work, per quanto più riuscito del precedente Ta-Dah, potrebbe anche rallentare l’accreditamento di Shears e soci presso un pubblico più ampio e trasversale, nel suo affidare le ambizioni più pop al moscio singolo apripista Fire with Fire (forse il pezzo peggiore del lotto). La buona notizia, per chi era rimasto affezionato agli Scissor Sisters più marci di Filthy/Gorgeous o Electrobix, è che in compenso abbondano i possibili singoli disco-funk (Any Which Way, Harder You Get) o gli anthem dance (Sex and Violence, Nightlife). Attenzione, l’elettronica fighetta per hipster con il poster dei Daft Punk va cercata altrove: Night Work è uno sfavillante, plasticoso ed eccessivo album disco, registrato per gente che ha voglia di ballare per davvero. Dalla scatenata title track in apertura fino all’apoteosi finale del superproduttore Stuart Price in Invisible Light, le Forbici infilano una sequenza in grado di trattenere gente più o meno ubriaca sotto la mirror ball per tre quarti d’ora senza soste, tra cambi di tempo e di luci. Per riuscirci non vanno troppo per il sottile e si sporcano le mani: copiano se stessi nei riempitivi come Whole New Way, ma assoldano anche Joan Wasser per arrangiare gli archi; inanellano nei credits Santigold, Kylie Minogue e l’icona-tutto Ian McKellen; recuperano tutto il recuperabile, ma specialmente tutto il già abusato nella musica pop da ballo – dai Bee Gees a Flashdance, dai Duran Duran a Sylvester. Una sfrontatezza premiata dal fresco e coinvolgente risultato finale, perché le canzoni e l’amalgama ci sono.
Poi c’è anche chi si diverte in altro modo, eh. A voi la scelta.
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“Un disco che prende il divertimento molto sul serio”: leggi l’intervista agli SS di Marina Pierri su Pig
Ascolta il singolo-anteprima Invisible Light in versione originale e nel remix dello stesso produttore Stuart Price
Link anti-Povia: 1) gli Scissor Sisters coverizzano All the Lovers di Kylie Minogue in stile Dolly Parton (!);
2) gli Scissor Sister e la stessa Kylie tutti insieme su Any Which Way
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Come è consuetudine per un artista dalla personalità ingombrante come Rufus Wainwright, anche nel caso di quest’ultima uscita All Days Are Nights: Songs for Lulu l’atteggiamento con cui ci si dispone all’ascolto è fondamentale. Nel tentativo di elaborare il suo recente, doloroso lutto (a gennaio è mancata la madre, la cantante Kate McGarrigle), il songwriter canadese confeziona infatti un album intimista e compatto, in cui estremizza quella formula voce-piano a lui già familiare, al contempo essenziale e ridondante, e mette da parte le orchestrazioni pop-barocche della precedente raccolta di inediti Release the Stars. A ciò si aggiunga che, dopo la parentesi Broadway & paillettes con Judy Garland, stavolta per titillare il suo lato di interprete e arrangiatore Rufus sceglie di musicare niente meno che tre sonetti di Shakespeare. Le tre composizioni risultano più monocordi rispetto al resto della tracklist, e poste al centro del disco lo appesantiscono ulteriormente; l’inevitabile mannoiata finale in francese, poi, non aiuta certo a far recuperare vivacità all’insieme (l’aria Les feux d’artifice t’appellent è tratta dall’opera lirica Prima Donna, impresa dello scorso anno). Ecco che quindi, al di là di alcuni pezzi di gran classe (Zebulon, The Dream), il valore di questo disco sta soprattutto nella testimonianza di intensità vocale e talento strumentale che offre. Per apprezzarlo sono necessarie concentrazione, attenzione ai testi e al rincorrersi dei virtuosismi pianistici di Rufus, e un certo sforzo di fantasia per immaginarsi di assistere a una sua performance live. Quelle in cui si mette a nudo e senza troppe sovrastrutture riversa sul pubblico un flusso devastante di romanticismo, autoanalisi e tormenti interiori. Per chi di Wainwright amava le canzoni pop, conviene invece recuperare dallo scaffale i dischi di qualche anno fa, o attendere speranzosi il prossimo giro di giostra.
Rufus Wainwright sarà in concerto stasera al Teatro Comunale di Firenze e sabato al Conservatorio di Milano.
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Amarcord da lacrimuccia: una versione di qualche anno fa di Somewhere over the Rainbow (con Kate McGarrigle al piano).
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La maggiore difficoltà, parlando di un disco come il debutto omonimo dei californiani The Soft Pack, sta nel trattenersi dall’usare un linguaggio giovanilistico e risibile comprendente punti esclamativi e termini come BOMBA o FICO. Sì, perché quello del quartetto di San Diego (sulla bocca di tanti da un bel po’, fin da prima che considerazioni di quieto vivere li inducessero ad abbandonare il vecchio nome The Muslims) è semplicemente un disco di ottimo rock and roll, indie se vi fa comodo la definizione, melodico quanto basta. Un frullato di rock-surf-punk-CBGB-garage pronto per invadere i club di tutto in mondo e le vostre camerette. Qualcosa che da queste parti si fatica ad estrarre dallo stereo, dopo decine e decine di ascolti accompagnati da entusiasmo crescente. In The Soft Pack ci sono gli anthem a presa rapida da mandare a memoria (Answer to Yourself già tra i brani dell’anno); affiorano le vibrazioni che ti davano i mostri sacri del passato (Stooges Velvet e Ramones, ma anche i Feelies e i Nirvana di Bleach – tutti paragoni da prendere cum grano salis, eh); non manca poi qualche buona idea rubacchiata agli stessi semi-revivalisti degli anni zero – gli Shout Out Louds più acerbi nell’apertura C’mon, i Vampire Weekend in Mexico, gli Strokes un po’ ovunque (stesso tiro ruffiano, stessa impostazione vocale, stesso emergere di canzoni “pop” da un suono insieme pastoso e slabbrato). E rispetto a un Is This It qui ci sono pezzi! tutti! diversi!, che mantengono sempre alta l’adrenalina. Ecco, sono scaduto nella scrittura gggiovane e torrenziale. Capita, con gli album di questi ragazzetti talentuosi e dall’aspetto un po’ sfigato che pur non inventando nulla riescono a catapultarti con le loro canzoni in un punto spazio-temporale imprecisato tra Williamsburg, la spiaggia di Santa Monica e le serate più divertenti della tua vita.
A proposito, l’ho già detto che questo disco è una piccola bomba?
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Ascolta o scarica C’mon dal forkcast di Pitchfork
Guarda il video di un vecchio pezzo, Extinction
Ascolta Pull Out in una versione live @ KEXP
Guarda il video di Answer to Yourself
La nuova scommessa di Pippola incarna più che mai lo stereotipo critico del “gruppo destinato a dividere”. La musica de Le Rose, duo romano uomo/donna formato da Flavio e Andrea, sprigiona infatti un ampio spettro di suggestioni, con pezzi che spaziano dall’electro all’italo disco fino al pop italiano anni 80 più raffinato e sperimentale (e contemporaneamente da classifica: sì, allora le cose potevano coincidere). C’è quindi pane soprattutto per i denti degli appassionati dei Matia Bazar, di Garbo e Rettore, delle produzioni di Ruggeri e Battiato. Difficilmente invece chi rifugge quell’immaginario potrà apprezzare qualcosa, anche perché lo sfrontato approccio “odiaci o amaci” viene adottato dai due anche nel canto (la scaletta alterna efficacemente pezzi proposti dall’uno, dall’altra o in duetto). Più indigesti, fatta eccezione per l’affascinante nostalgia-Gazebo di Schumann, i brani interpretati dal solo Flavio; mentre la bella voce di Andrea spiazza inizialmente per il frequente utilizzo in “modalità Diana Est”, ma presto si insinua nelle orecchie maliziosa e sensuale. Stesso amore-odio lo possono suscitare i testi (che spaziano dal surreale al volutamente cheap). Quanto alle canzoni, accanto a qualche momento sottotono e a qualche buon esperimento che si perde un po’ per strada (Automobilista), Le Rose ne contiene alcune di grande impatto, sufficienti per far apprezzare l’intero lavoro agli amanti del genere: penso ad esempio a Monica Vitti, il cui potenziale dance-radiofonico potrebbe farne una nuova Pop Porno, a Non urlare (in cui la vocalità fuori dagli schemi dei due viene valorizzata al meglio da un testo azzeccato), al caleidoscopio di synth impazziti che incornicia il seducente pop di Mi dice sì. Pronti per Discoring!
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Leggi il post di Italian Embassy e scarica l’mp3 di Non Urlare Ascolta/scarica un remix ignorante di Monica Vitti (dgtlMonkey remix)
Alle radici de Le Rose: recupera la ricca intervista concessa a Nur l’anno scorso
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L’hip-hop spopola, i tempi stanno cambiando” e non sempre la distribuzione di un disco in download gratuito ne implica la mediocrità. È il caso di Eppi n. 1 – Il disco si posò, ritorno dei Chewingum sul medio formato a un paio d’anni di distanza dal primo album La seconda cosa da andare. La scelta di uscire con un Ep (a cui stando ai programmi annunciati ne seguiranno altri, uno ogni cinque mesi) sembra aver giovato allo strambo gruppo marchigiano: liberi dall’esigenza di dare un tono uniforme all’intero repertorio, i tre sperimentano varie direzioni e tirano fuori cinque canzoni più frizzanti e catchy rispetto al “twee all’italiana” a volte un po’ monocorde dell’esordio. Si va dal valzer delirante al pop languido con graffi di finto raggae (Tu devi morire, Lucignolo); da un’irresistibile indie-lambada (Baby Au Tropicalia, tra Gruppo Italiano e Jens Lekman) al gustoso parallelo tra le vicende di una Veronica qualunque e di “quella” Veronica (con tanto di recitativo finale della nota lettera a La Repubblica!). La cover di Nada Senza un perché, che riveste il pezzo della consueta elettronica-Chewingum a bassa fedeltà senza snaturarlo, valorizza invece l’ondulante e particolarissima voce di Giovanni “Ragazzo italiano”, che si fa calda ed espressiva come non mai: segno che forse i tre avranno qualcosa da dire anche quando decideranno di andare oltre il cazzeggio spinto e il calembour-pop. Se comunque i Chewingum continueranno a viziarci con Ep come questo un paio di volte all’anno, per gli album più ambiziosi (e magari con una produzione più ricca e costante) possiamo aspettare sereni.
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Se ne vuoi una copia fisica homemade e numerata, cerca le date dei Chewingum sul myspace e comprala a un loro concerto
Guarda il video di Tu devi morire, Lucignolo
L’esordio dei nordirlandesi Two Door Cinema Club suona come l’album da solista che mi aspetto prima o poi da Kele Okereke (immaginando che fosse a lui imputabile la tendenza imboccata dai Bloc Party con One More Chance, ultimo loro singolo di cui si ha traccia). Le dieci canzoni di Tourist History hanno tutte le carte in regola per sbancare e diventare colonna sonora delle vostre serate moderatamente danzanti e dei vostri aperi-alterna-tivi estivi. Ci sono ritornelli appiccicosi (molti i potenziali singoli) e suoni sempre accattivanti. C’è una scaletta non casuale che nei primi pezzi riprende e ammorbidisce il suono incalzante di band come Foals e Bloc Party (per l’appunto), poi si apre a un indiepop arioso e solare alla Phoenix (Something Good Can Work), si concede qualche momento danzereccio (I Can Talk) per approdare infine dalle parti dei Postal Service (sì, ANCORA, nel 2010). Un percorso fluido, onesto, condotto a carte scoperte e con buoni risultati – un po’ una versione con più synth e meno etno-boria dei Vampire Weekend. Eppure il mio atteggiamento verso questo disco resta ambivalente: nell’ascolto distratto e rilassato prevale l’entusiasmo (e i repeat si accumulano), mentre in quello “pensato” affiora una certa irritazione di fondo, non so se dovuta a un bisogno di maggior sostanza o al ricordo dei loro video (con conseguente crisi di rigetto per un immaginario indie-pucci che dire abusato è poco). In definitiva la musica dei Two Door Cinema Club, giovane e vacua, vince proprio in quanto tale: è che forse – nel loro caso – non ho troppa voglia di ammetterlo.
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C’è qualcosa di insieme insidioso e commovente nel modo in cui il disco d’esordio del veronese Kappa – già voce nei Lecrevisse e ora nascosto dietro all’ulteriore e typo-friendly ragione sociale di unòrsominòre. – richiama il più viscerale rock alternativo italiano anni 90. La triade Afterhours-Marlene Kuntz-Verdena in particolare (con prevalenza ora dello sferragliare chitarristico dei primi, ora dello spleen contorto dei secondi, ora della furia grunge dei terzi) è infatti una presenza quasi costante negli undici brani di cantautorato rock di unòrsominòre. (quasi tutto suonato e prodotto in proprio), e in parte spiace, per quanto si possa essere affezionati a una generazione di musicisti che ha creato una “scena” indipendente tutta italiana quasi da zero. Spiace perché in queste canzoni l’ispirazione e gli scarti di tono suggestivi non mancherebbero, i passi falsi sono pochi e ascolto dopo ascolto si finisce per affezionarsi ai loro sfoghi di malinconica nostalgia (Gagarin), pura rabbia autodistruttiva (Non sono tranquillo) o amara disillusione (Le notti difficili): però proprio l’impatto iniziale con una musica, una produzione e una voce che suonano così pesantemente Manuel Agnelli (quello più vivace di qualche anno fa) può dissuadere i meno nostalgici dal concederglieli, quegli ascolti. Con l’esperienza arriverà probabilmente anche un suono più personale: intanto il disco merita senz’altro una chance da parte di chi è sensibile ai chitarroni. C’è pure una cover di Ivano Fossati (Discanto) che non mette sonno.
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Una recensione sana ed equilibrata di Work, opera terza degli Shout Out Louds, coglierebbe con soddisfazione lo sforzo di differenziarsi rispetto ai due dischi precedenti (Adam Olenius e compagni evitano infatti di insistere su certi stilemi Cure-pop ben sfruttati in Our Ill Wills, così come di tornare sul più irruente guitar-pop giovanile di Howl Howl Gaff Gaff). Una recensione che miri all’obiettività riconoscerebbe al contempo Work come un grande disco a metà, ammettendo che buona parte della seconda parte non è all’altezza della prima (alcuni pezzi hanno il fiato un po’ corto), o magari criticando l’eccessiva levigatezza della produzione “americana” di Phil Ek.
Troppo forte è però la tentazione di congedare al più presto tutti i lettori casuali e aprire il gruppo di autocoscienza tra noialtri che ci struggevamo da mesi aspettando il ritorno del quintetto svedese. Così potremmo finalmente contemplare insieme l’amarezza dei primi versi di Play the Game; ammettere come ogni volta l’iniziale 1999 ci tramortisca con quel riff liquido del ritornello, sferzante come vento gelido e impietoso come una serie di schiaffi in faccia; lamentarci di quanto sia crudele buttar lì a tradimento uno slogan come “never trust anyone, run away, run run run” al culmine della tensione (nel singolone Walls); confessare quanto ci manchi Impossible, ma anche quanto l’ascolto di questo nuovo album sia intenso e destabilizzante e terribile come un ritorno di fiamma con qualcuno di molto importante. Con tutto il contorno di anni trascorsi, esperienze maturate, recriminazioni, ricordi troppo ingombranti. Pezzi di cuore ed errori da raccogliere, mentre ci innamoriamo degli Shout Out Louds per la terza volta e scopriamo che, in modo diverso, fa ancora male.
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Scarica l’mp3 di Walls gentilmente offerto dal sito della band
Scarica Fall Hard nel remix dei Passion Pit (”Passion Pit’s Summertime Radio Remix“)
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Quello dei Pipers è un esordio nel segno della continuità con quella serie di band che ha traghettato l’eterno carrozzone del britpop dai fasti di metà anni 90 ai giorni nostri, addolcendone il suono e portando avanti con onestà una formula magari non più “di moda” ma sempre dal sicuro effetto, sul piano del coinvolgimento romantico e del singalong. Gente come Travis e Stereophonics, Embrace e Starsailor. Le undici tracce di No One But Us mostrano un gruppo già capace di sfornare piccole hit, come la struggente Golden Sand (degna dei migliori Keane), la trascinante Sick of You (il pezzo più indie-twee del lotto), la title-track (vero e proprio manifesto musicale anglofilo e piovoso in apertura, tra cori e schitarrate appassionate) o ballad levigate come Chance e Don’t Ask for More. Al netto di qualche episodio (da queste parti convincono meno Eveline, moscetta sotto l’arrangiamento d’archi, e Save the Tears che “smarmella” decisamente nel finale), si tratta di un esordio positivo, limpidamente e orgogliosamente di genere, accattivante all’ascolto. Ci sarebbe poi da ricordare un piccolo dettaglio, che non traspare subito da una pronuncia e una produzione che potrebbero aprire alla band prospettive anche a livello internazionale (intanto ci sono state aperture per Charlatans e Ian Brown): i Pipers non sono l’ultima band londinese in corsa per i Mercury Prize, bensì dei ragazzi di Napoli (!) insieme solo da un paio d’anni, usciti con un’etichetta locale. Nella speranza quindi di verificarne un po’ ovunque la tenuta dal vivo (anche se siamo probabilmente di fronte a una band più “da stereo”), i Pipers meritano attenzione, nel loro tentativo di proporre canzoni pop bypassando sia i trend del momento che la regola per cui un italiano deve per forza “suonare” e comporre all’italiana.
“Nothing to expect cause we’re just Britpop Lovers, we never said we’d change the world“.
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Guarda il video tutto lennonian-partenopeo (occhio al finale!) di Sick of You