Soundlabs Festival (Roseto degli Abruzzi 31-1-2/08/2010)

Nur Al Habash | 12/8/2010

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(Dum Dum Girls in posa mistica)

All’inizio, i nostri occhi fissi sulla casella mail non potevano credere alla sfilza di nomi ammucchiati sul comunicato stampa del festival abruzzese: Air Waves, Wild Nothing, Dum Dum Girls, Sleepy Sun, Wave Pictures solo per dirne alcuni (i più attesi). Insomma, una lineup degna di un palco Pitchfork radunata in un paesino qualsiasi del litorale adriatico, meta prescelta di famigliole in cerca di vacanze tranquille e senza troppe pretese. — Continua a leggere

Belle and Sebastian @ Play Art Festival (Arezzo, 25/7/10)

Nur Al Habash | 12/8/2010

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(foto di intweetion)

Quando succede uno di questi eventi miracolosi, come Stuart Murdoch che con in dosso una maglietta degli Smiths ti canta in faccia le Canzoni della Vita una sera di Luglio ad Arezzo, la logica, lo spirito critico e svariate altre cose si perdono per strada in maniera inesorabile: quello che è successo alla Fortezza Medicea assomigliava infatti più ad un mega raduno di innamorati che ad un concerto, poiché per un buon 60% degli spettatori quello sul palco a cantare era -(vogliate perdonarmi la retorica sempliciotta) il Gruppo del Cuore. — Continua a leggere

Soundlabs Festival 2010

Nur Al Habash | 30/7/2010

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Se l’anno scorso lo slittamento settembrino aveva tolto parte della carica estiva che il Soundlabs si porta dietro come marchio di fabbrica da ormai ben tredici anni, quest’anno potete di nuovo mettere in valigia costumi da bagno e crema solare: fate un bel cerchio rosso sul calendario per i primi due giorni d’Agosto, perché dalle parti di Roseto degli Abruzzi ci sarà da divertirsi.
La lineup è eccellente come al solito: da nomi storici come i Simple Minds a quelli che hanno segnato il trend dell’anno come le Dum Dum Girls, direttamente da Los Angeles; ci saranno i nostri favoriti Wave Pictures e quelli di cui ci siamo appena innamorati, i Wild Nothing, e in più i miglior act italiani come Virginiana Miller, Zu e Brunori Sas.
Insomma, è uno dei pochi festival in Italia ad unire lineup eccellenti a spiaggia, mare e ottima cucina regionale, e Vitaminic è per questo orgogliosa di essere mediapartner dell’evento.
Ecco la lineup completa:

01 AGOSTO

Zu
The Wave Pictures
Dum Dum Girls
Virginiana Miller
Wild Nothing
Mujeres
Air Waves
Matinée

02 AGOSTO

Simple Minds
A Hawk and a Hacksaw
Sleepy Sun
Dum Dum Girls
Wild Nothing
Brunori Sas

Info e programma: http://www.soundlabs.it/

Villagers: Becoming a Jackal (Domino/Self)

Nur Al Habash | 12/7/2010

villagers_jackal_album-300x300Conor J. O’Brien sembra quasi, come giustamente scrive Pitchfork, il figlio illegittimo di Conor Oberst e Tracey Thorn, e non solo per una spaventosa somiglianza con entrambi; tutti e tre hanno in comune un innato senso del tragico che viene trasposto in musica con cascate di intimismo tormentato che pure, alla fine, risultano affascinanti.
Nel caso di Villagers (questo il moniker scelto da O’Brien per includere anche i suoi amici musicisti riuniti nel progetto), si tratta di un lirismo piuttosto oscuro, tanto nei testi punteggiati di paure di mezzanotte e immagini oniriche, quanto nella musica che ha un che di epico, corale e assieme spettrale.
Una sorta di romanzo di formazione musicato, in cui il protagonista parte ragazzo e arriva sciacallo, con tanto di ululati liberatori a chiudere la bellissima e struggente Pieces. Certamente un percorso piuttosto tortuoso e aspro, che non manca però di diversi momenti di calma cristallina nei quali esce fuori l’anima più limpida dei Villagers, in un folk pop prezioso e rifinito, con arrangiamenti curatissimi su cui la voce di O’Brien si stende placida, e che ricorda tanto il suo “patrigno” Bright Eyes quanto il genietto del weird-folk Cass Mc Combs, che non a caso è stato l’intermediario tra lui e la fortunata firma per la Domino Records.
Con le sue sfumature caleidoscopiche fatte di toni caldi e freddi tenute assieme dalle fantasie interiori di un giovane cantautore, Becoming a Jackal è insomma il disco perfetto per musicare tanto i pomeriggi di sorrisi che le notti di tormento.

Visita il sito ufficiale dei Villagers

Sambassadeur: European (Labrador/Goodfellas)

Nur Al Habash | 29/6/2010

sambassadeur_cover-300x300Fin dai primi anni della loro carriera, i Sambassadeur sono stati uno dei fiori all’occhiello della Labrador Records e di tutto il movimento del pop svedese che si è diffuso a macchia d’olio nell’ultimo ventennio. European è il loro terzo album, quello che potremmo chiamare in polveroso gergo la conferma. Il sound della band di Gothenburg infatti non si è mosso in un millimetro, e si è invece fatto più solido e sostanzioso: orchestrale e quasi liturgico, ampio e lento nei movimenti, insomma un pop sciropposo e barocco che sembra fatto apposta per i nostalgici degli Abba e dei lustrini.
Nell’era del tramonto del pop svedese però, quanto senso ha gettare nel mercato ancora delle conferme in questa direzione? Il nord-europa ha risposto alla questione con un nuovo tocco più esotico e bal(n)eare che pare aver infettato tutte le produzioni dell’ultimo anno, compresa quella dei Sambassadeur, con un risultato forse un po’ inaspettato: sembra quasi che Anna Persson sia andata in vacanza ad Ibiza con i Pet Shop Boys, armata di vocoder e crema solare.
European è insomma il disco perfetto per gli amanti del pop così gonfio da rischiare il soffocamento, per i coraggiosi e i temerari che pur di divertirsi non hanno nessuna paura di avvicinarsi alla ringhiera del kitsch.

Guarda il video e scarica I Can Try

Jeremy Jay: Splash (K Records/Goodfellas)

Nur Al Habash | 28/6/2010

jeremy-jay-splash-cover-artSi potrebbe giocare ad elencare tutti gli ingredienti che fanno di questo disco qualcosa di assolutamente delizioso: io ci metterei David Bowie, Jonathan Richman e la new wave, poi i Pavement e i Velvet Underground, e ne verrebbe fuori un tortino di influenze davvero niente male. Lasciando perdere la cucina e il name dropping però, rimane la traccia di un artista che quasi in sordina sta portando avanti una poetica che è tanto semplice quanto originale, al punto da posizionarsi al di fuori di ogni contesto attuale: mischiare coerentemente l’Europa con la California è un’impresa che riesce solamente a chi ha una levatura artistica che si estende da una parte all’altra dell’oceano, e Jeremy Jay pare sia uno di quegli eroi romantici che con in dosso un cappottone e un’aria chic e sconsolata arriva a dire tutto quello che c’è bisogno di dire. Uno stile dimesso e minimale, un disco che sembra per questo spazioso e arieggiato solamente da un pop melanconico e sensuale, distaccato, brillante e fuori moda come un attore d’altri tempi.

Leggi la bella intervista su Pig Magazine

Devendra Banhart @Villa Ada (Roma, 19/06/2010)

Nur Al Habash | 28/6/2010

4717258194_ed6b76206f_b(foto di ra.de.)

La cosa più sconvolgente del concerto di Devendra Banhart dello scorso sabato a Villa Ada è stato il commento che ho sentito rimbalzare sulle bocche di tutti: “ma non ha la barba! non è vestito da fricchettone! non ha i capelli lunghi! e dove sono i baffoni e i tatuaggi e i fiori in testa? Ma è lui?”
A quanto pare chi era venuto attratto dal personaggio-Devendra è rimasto a bocca asciutta, perché il caro folk singer dalle radici apolidi è apparso decisamente ripulito e lontano dalle stranezze degli anni passati, armato solamente della sua chitarra acustica e della voglia di suonarla. Disturbato solo da una leggera pioggia sui pini della Villa (e sulle teste del pubblico), ha infatti srotolato per tutta la prima parte del concerto i pezzi più essenziali e folk della sua carriera, estratti tanto da Oh Me Oh My e Niño Rojo che da Rejoicing the Hands: chino sulla tastiera intento a creare piccole immagini fluttuanti o con in braccio la sua chitarra, Banhart ha dato prova di essere un vero e proprio sciamano del folk: il volto contorto e teatrale restituiva in canti e gridolini i suoi fantasmi interiori con una vividezza impressionante, mentre le dita pizzicavano impazzite in una vera e propria trance di note. Dopo un po’ la leggerezza di una performance così ridotta all’osso però ha cominciato a stancare, e per fortuna anche il resto della band è salito ad accompagnarlo in un fedele percorso che ha coperto in lungo e in largo la sua carriera, (tralasciando forse i pezzi migliori, ma è questione di gusti) in un live senza dubbio valido e coinvolgente ma che di certo mancava d’entusiasmo; sarà stata la pioggia, o la scelta di una scaletta non esattamente ragionata, ma la versione “ripulita” del caro Devendra tutto sommato ci ha lasciati un po’ freddini. Aridatece il fricchettone!

Guarda il video live di Baby
Guarda le foto della serata (credit: Raffaele Dessì)

Primavera Sound Festival (Barcellona, 27-30/5/2010)

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(birra San Miguel, foto di bryenh)

Abbiamo pensato a lungo a come organizzare la quantità impressionante di musica e suggestioni che ci ha travolto dal 27 al 30 Maggio a Barcellona. Quest’anno eravamo persino in due (la scrivente ed un trovatello adottato dalla redazione di Vitaminic, Giorgio – che di seguito per sua espressa scelta verrà indicato con varie, fantasiose perifrasi). Prima di cominciare con la solita carrellata di nomi e voti propria di tutti i report però, abbiamo convenuto che fosse d’obbligo puntualizzare due cose:

1. Il Primavera Sound è il miglior festival d’Europa: tutti (ma proprio tutti) i nomi caldi dell’anno, i debuttanti e i mostri sacri riuniti in un parco in riva al mare, Barcellona in tutto il suo splendore che muove i primi passi verso l’estate e voi svaccati in qualche piazzetta a bere una San Miguel ghiacciata, oppure a fare un harakiri a base di gamberetti, paella e pesce fritto al Porto Antico, o ancora a prosciugare la vostra prepagata nelle centinaia di negozi di dischi e vestiti sparsi tra il Raval e il Barrio Gotico. Insomma: se c’è in Europa un festival più figo di così dobbiamo ancora scoprirlo.
2. È matematicamente impossibile vedere tutti i concerti, quindi scusate se abbiamo tralasciato proprio il vostro gruppo preferito. Qui comunque trovate la lineup completa dei quattro giorni.

E ora, iniziamo!

GIORNO 1.

monotonix

(Monotonix, foto di ·7)

Il primo giorno si apre con il concerto di un gruppo molto caro alla redazione di Vitaminic: i Wave Pictures. Abituati a vederli su palchi decisamente più piccoli (mini club o addirittura terrazze di case private) fa veramente strano sentirli suonare davanti migliaia di persone, e fa strano anche a loro che non mancano di puntualizzare tra qualche risatina che quello è il “club più grande dove abbiano mai suonato”. La scaletta è un po’ insolita, molti dei cavalli di battaglia vengono esclusi (senza pietà) a favore di lunghe code strumentali che pure vengono apprezzate dal pubblico (e che fanno storcere un po’ il naso a noi, invece).
Giusto il tempo di spostarsi sul palco Pitchfork per vedere gli acclamati Titus Andronicus, e poi abbandonarli dopo solo qualche pezzo: suoni impastati, tanto casino punk e decisamente poca sostanza. Niente a che vedere invece con i magnifici Smith Westerns che seguiranno dopo poco con una precisione, un carisma e un fascino davvero insoliti per dei diciottenni dell’Illinois. La band di Chicago ci fa andare letteralmente fuori di testa tanto che la rivedremo in un set acustico in un giardinetto qualche giorno dopo (e ancora non era abbastanza). Lo Storico dell’Arte di Vitaminic nel frattempo ha visto i simpatici Bis e, per la prima volta nella sua vita, anche un (gran) concerto che è stato interrotto perché i roadie hanno smontato mezzo palco per errore (erano i Fall, Mark E. Smith l’avrà presa senz’altro con filosofia). Cala la sera e sul palco San Miguel appaiono due gigantesche X luminose. Gli XX registrano un pienone impressionante, sfilando via i pezzi del loro album di debutto in un’esibizione impeccabile che tuttavia perde un pochino di fascino e carica evocativa vista la location non esattamente intima. Un po’ come fare l’amore con altre cinque persone nella stessa stanza: non il massimo, converrete (poi son gusti, osserva il John Cameron Mitchell della redazione).
I Broken Social Scene invece di questi problemi non ne hanno, e danno senz’altro prova di professionalità e versatilità. Un concerto di rock placidamente barocco (con incursioni di Owen Pallett e Spiral Stairs) paralizzato nella forma-ballata, tecnicamente perfetto. Talmente perfetto da risultare noioso.
Rimbalziamo come palline di un flipper di nuovo al palco Pitchfork per goderci i Big Pink. Nonostante la band abbia retto discretamente durante tutto il live, sappiamo benissimo che eravamo tutti lì per un solo motivo: urlare a gola piena THIS GIRLS FALL LIKE DOMINOS! e ubriacarci di San Miguel. Portata a termine la missione, arriva il momento che la stragrande maggioranza della gente in giro per il Parc del Fòrum aspettava: il concerto dei Pavement.
Ora, sembrerà tirarsela nei confronti di chi li ha visti in Italia, ma (stando al Feltri di Vitaminic) i ragazzi sono più carichi, più ispirati, meno, soprattutto, decisi a strangolarsi rispetto ai due concerti italiani. Malkmus fa il figo/l’idiota (pick one) con (e senza) la chitarra, Kevin Drew e i Monotonix irrompono sul palco, Spiral Stairs è grasso – ma un’ora e mezza contiene a stento gli anthem, e sentire migliaia di persone intorno cantare ogni singola parola di un gruppo che la maggior parte dei vostri amici tuttora ignorano dà un groppo in gola.
Detto questo, non abbiamo paura di passare come eretici dell’indierock e diciamo che in realtà ci importava (è un plurale maiestatis, Giorgio si dissocia fermamente) molto di più assistere ad una diversa modalità di trance collettiva: i Fuck Buttons. Cominciano a vibrare nell’aria le prime note di Tarot Sport e tutto il Parc del Fòrum è sott’acqua, poi riemerge, poi esplode in fuochi d’artificio, riscende giù in caduta libera come mille lucine infuocate, tocca il suolo e non ci crede. Che botta!
Il Franceschini della redazione di Vitaminic chiude andando a sentire Moderat ed i loro pc, ed andandosene a metà concerto per non addormentarsi. Bravi, eh – ma magari alle quattro di notte no.

Guarda i video dei live: The Big Pink, Fuck Buttons, Pavement, The Wave Pictures, The XX, Titus Andronicus, Broken Social Scene, Smith Westerns.

GIORNO 2.

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(Ciccio Francis dei Pixies. Foto di maccosta)

Maledetta spiaggia di Barceloneta. C’eravamo un po’ troppo fatti prendere la mano dal primo mare dell’anno e così ci perdiamo buona parte del concerto degli Harlem, i primi ad aprire il secondo giorno. Quel poco che abbiamo potuto sentire però, ha svelato la vera natura del gruppo di Austin: musica da feste organizzate all’ultimo minuto, quelle che neanche ci pensavi un’ora prima e invece diventano per magia le migliori serate dell’anno.
In un ideale party estivo, Best Coast è l’altra che chiamerei di sicuro. Bethany Cosentino era uno dei nomi caldi più attesi ed è stata decisamente all’altezza dell’hype che la circonda da qualche mese a questa parte; il suo californian-antique-pop sommerso da chitarre sporche e coretti lievi ha conquistato davvero tutti anche dal vivo, e poi ha suonato una cover di So Bored, Wavves style, però senza impazzire sul palco. Cosa potevamo volere di più?
Nel mentre, la Vecchia Cariatide della redazione di Vitaminic era all’Auditorium a sentire Owen Pallett (file under: froscio cor violino, Playstation) e Hope Sandoval (che fa un concerto ipnotico proibendo di fotografare i visual – paura che si scoprano i messaggi subliminali? Timidezza? Solo pessimo carattere?), quindi un pezzo dei New Pornographers - troppo allegri per le nuvole e il suo umore - e Scout Niblett, brava come sempre, se l’idea di un concerto voce, chitarra e batteria (non necessariamente tutte e tre insieme) vi ispira.
Comincia ad imbrunire, decidiamo di spalmarci sulla collinetta al lato del gigante palco San Miguel e goderci da sdraiati il piacevole concerto degli Spoon. La band texana presenta con grinta e piglio molti pezzi del proprio repertorio, con particolare preferenza per quelli dell’ultimo album Transference. Bravi e onesti, esattamente quello che ci aspettavamo da dei duri e puri come loro. L’Ala reazionaria della redazione di Vitaminic però si dissocia, sostenendo che lo sforzo sovrumano che facevano per non sbagliare a suonare ha reso il loro concerto piatto e sconcertantemente noioso (lo si può sentire ancora, mentre cammina, rimuginare “mai più, mai più”). Da quel che vedevamo c’era anche una bandiera dell’Italia (o del Messico?) che pendeva dalle tastiere, per ragioni a noi ignote.
Terminato lo svacco in collinetta, tra centinaia di bicchieri vuoti in terra (che diventeranno migliaia e poi miliardi fino al mattino) decidiamo di darci una smossa andando a vedere quel mattacchione di Panda Bear dall’altra parte del parco. Ehm, decisione sbagliata. I visual non funzionano, la sua testa neppure. Una schifezza (cliccare il video linkato in fondo per credere). Giorgio prova un pezzo di Cocorosie convinto che il peggio lo avessero dato con la Fase Hip Hop (non è vero: l’attuale fase Dance Tamarra è peggio).
Ci riprendiamo con la doppietta Wilco-Pixies, tanto per gradire. I primi, pur tormentati all’inizio da diversi problemi tecnici, riescono a portare a casa un live dignitoso (e anche qualcosa di più, dai – la metà TempodelleMele della redazione non li aveva visti mai e ne esce sconvolto con gli occhi a cuoricino). I secondi, accolti da una folla che non ho mai visto così numerosa per un concerto (millemiliardi di persone, davvero), ormai vecchi e imbolsiti, si sono tolti di dosso la ruggine e hanno tirato su un concerto che non poteva essere altro che assolutamente epico (nonostante Giorgio grugnisse: meglio a Imola, sei anni fa). Anche perché anche se non cantavano c’erano altre cinquemila persone che lo facevano per loro, e tanto bastava.
Per quanto riguarda epicità e magnitudine, per me la portata emozionale più impressionante l’hanno avuta senza dubbio i Beach House. Una delle esibizioni migliori dei quattro giorni (forse LA migliore): Victoria e Alex circondati di piume bianche e una lieve pioggerellina che trasformano con piglio da stregoni una piccola arena in un paradiso, un giardino incantato di tastiere, canti eterei e infinite malinconie. Brrrrrividi!
Ho fatto fatica invece a trovare qualcuno che mi accompagnasse a vedere i celeberrimi e tamarrissimi Bloody Beetroots, e dopo il live posso affermare con sicurezza: peggio per loro! Non sapevo bene cosa aspettarmi dal duo milanese: roba coatta da discotecari in botta o che altro? Una via di mezzo. Chitarroni e tastiere a tenere alto il beat e a dare una vaga apparenza melodica, ogni tanto una scarica di legna impressionante che faceva distruggere il pubblico per qualche secondo, e poi di nuovo Bob Rifo e soci li ripigliavano in extremis prima che si uccidessero definitivamente. Una figata.

Guarda i video dei live: Harlem, Best Coast, Spoon, Panda Bear, Wilco, Pixies, Beach House, Bloody Beetroots.

GIORNO 3.

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(Florence regina dei tamburi. Foto di feiticeira_org)

Non c’era modo migliore per iniziare il terzo giorno che piazzarsi sotto il palco a vedere i Real Estate. Evocativi e rilassanti, ma non per questo sprovvisti di verve e presenza scenica: li riascolteremo con piacere anche il giorno dopo al giardinetto Joan Mirò. Non c’era modo migliore, rimbecca Giorgio, se non andando all’Auditorium ad ascoltare il delizioso pop orchestrale della spassosissima Clare con i suoi ottimi Reasons (e cameo finale di Van Dyke Parks preliminare all’esibizione congiunta).
C’è ancora il sole, ci spostiamo allora sotto il palco San Miguel per prendere in faccia gli ultimi raggi e sorridere al pop scalcinato dei Nana Grizol. La band (con all’interno membri degli ex Neutral Milk Hotel) si salva dalla banalità con gli ottoni e le due batterie piazzate una di fronte all’altra: scatenati e scanzonati, ci credono davvero tantissimo, picchiano come matti senza curarsi degli errori, e alla fine fanno divertire proprio tutti, compresi gli scettici e chi passava di lì per caso. Dall’altra parte, sul palco Pitchfork, Bradford Cox dà vita al suo alter-ego Atlas Sound con il solo ausilio di una chitarra acustica. Non ce lo saremmo mai aspettato a dire il vero, ma bisogna dire che con un multieffetto e un sequencer è riuscito a rendere piuttosto bene le meraviglie dell’ultimo disco Logos (Giorgio – serve dirlo – grugniva scontento), anche se una band al seguito non sarebbe stata per niente male. La band al seguito invece, ce l’aveva la lungichiomata cantante delle Slits, la quale tra uno strip tease fuori luogo, mossette porno e appelli per la pace in Jamaica ha dato vita ad un vero e proprio show. Quasi un fenomeno da baraccone in salsa reggae, ecco. Tutta un’altra classe invece la roscia Florence sul palco più grande del festival, con talmente tanta gente a sentirla che non ci credeva nemmeno lei. Vestita con un lungo tunicone bianco che sicuramente contribuiva alla teatralità dell’esibizione, ha dato prova di essere un vero animale da palcoscenico. Un piacere per gli occhi, un po’ meno per le orecchie (brava eh, ma non fa per noi).
I tempi sono serratissimi. Mi precipito al lontanissimo palco Vice e arrivo sgomitando fino ai piedi del palco: stanno iniziando i Drums. Il pubblico è infuocato, il cantante è una lucertola impazzita che si eccita ad ogni applauso e gridolino che arriva dalla folla e nel giro di cinque minuti l’atmosfera è bollente. Poi parte Let’s go surfing, e come fosse un comandamento si vede gente che nuota (o meglio: fa surf!) sorretta dalla folla. OH SI!
Torno sudatissima alla realtà: i Grizzly Bear stanno costruendo una foresta di armonie sul palco Ray Ban. Che bellezza. Sono tutti imbambolati e la band di Brooklyn si conferma anche dal vivo di una solidità granitica ed assieme eterea. L’Insostenibile Insoddisfatto della redazione di Vitaminic in realtà si dichiarerà poco colpito da loro (e pochissimo dagli Antlers, casinisti con quel synth suonato un po’ troppo in allegria). Anche i Built To Spill non vanno male: il pubblico sembra abbracciarli e quando suonano la mia canzone preferita mi lascio rotolare dalla collinetta e atterro su un cinese che accetta le mie scuse. Martsch grugnisce e protesta all’unisono con Giorgio contro il fonico di palco (ne avrà ragione solo a tre canzoni dalla fine), ma fa più di metà There’s Nothing… e tutto va bene.
Giorgio le definisce “dei robot agghindati da femme fatale” e in fondo non ha poi tutti i torti. Ma le Dum Dum Girls non si cambiano mai i vestiti? Sono finte? Poco importa, finché cantano Jail La La io gli perdono qualsiasi cosa.
Termina anche la terza stremante giornata, e stasera per la serie “mostri sacri” tocca ai Pet Shop Boys. Saremo forse troppo giovani, o troppo etero, ma ci sembrano solo una immensa schifezza. Chissà quanti soldi avranno voluto! (Giorgio che non è troppo giovane - ed oggettivamente nemmeno troppo etero - dopo aver ballato per due ore si dichiara disposto ad aggiungerne di suo, di soldi. Per certe cose in fondo basta essere nati nella metà giusta degli anni ottanta.)
Come per gli Orbital: un live da paura con dei bassi da raccapriccio, e dice Giorgio che sfida chiunque abbia più di venticinque anni a non rimanere impressionato.

Guarda i video dei live: Real Estate, Nana Grizol, The Drums, Dum Dum Girls, Pet Shop Boys, Built To Spill, Grizzly Bear, Atlas Sound, Florence + The Machine, The Slits

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(Gli Smith Westerns al giardinetto)

GIORNO 4.

L’ultimo giorno è per gli irriducibili. Una manciata di concerti pomeridiani d’addio al Parc Joan Mirò, un adorabile giardinetto con un piccolo palmizio e parco giochi che ha ospitato gli ultimi live del festival: i Real Estate che nel loro habitat naturale (leggi: parco, afa, tramonto) hanno dato davvero il meglio imbambolando centinaia di persone con una clara in mano; gli Smith Westerns che hanno sparso la loro aura teen sfasciona per Barcellona con dei pezzi talmente belli e trascinanti che alla fine veniva voglia di abbracciarli e chiedere un tiro di quella roba, e infine le Dum Dum Girls sempre algide e affascinanti, sempre vestite uguali anche coi 30 gradi di un’afosa domenica pomeriggio barcellonese (bleah).
Gli ultimi sgoccioli (di musica e soprattutto di alcool) al club Apollo, verso le 23: El petit del Cal Eril è un gruppo catalano che preferite non conoscere, Jeffrey Lewis dal vivo non è un granché (no sul serio, questa storia del freak folk ha mai convinto nessuno? – a parte Giorgio, dico) però i suoi fumetti animati proiettati sul palco erano troppo divertenti (eccezionale la storia dei The Fall, in versione punkeggiante). Chiusura in grande stile con i Black Lips: non ho mai visto così tanta gente fare crowd surfing. Contemporaneamente. Con invasione di palco finale. Anche King Khan che sculettava sul palco in calzoncini e catene d’oro era veramente rock n’ roll. (vi prego guardate il video qui sotto!)

Guarda i video dei live: Real Estate, Dum Dum Girls, Black Lips.

Altri link:

Le scalette dei concerti
Tutte le foto su flickr

His Clancyness: Always Mist (Mirror Universe Tapes)

Nur Al Habash | 21/6/2010

4618063186_98a15a6f93Ho sempre creduto nella fondamentale importanza simbolica dei titoli, e Always Mist non fa per nulla eccezione: immagino goccioline d’acqua sospese nell’aria che lasciano trapelare raggi di luce da parte a parte in un infinito arcobaleno dai toni blu e foschi. Se non è un claim programmatico questo, ci manca davvero poco, perché gli acquerelli che His Clancyness fa gocciolare via dalla sua chitarra sono evocativi e intensi come certi eventi naturali.
La nuova preziosissima cassette infatti è gonfia di canzoni lievi e tralucenti, eppure con un’imponente struttura compositiva: qualcosa a metà tra il flusso di coscienza e il grande cantautorato, che resta teso fino all’ultimo in uno slancio di impressionante eleganza in cui il pop si fonde con gli umori più intimi e diventa finalmente vivido e sincero come una confessione.
Se il precedente Hissometer Cassette (recentemente ristampato in cdr per Secret Furry Hole) ci aveva dato un’idea piuttosto tratteggiata ed essenziale (eppure fascinosa) dell’universo Clancyness, questa nuova release traccia i contorni decisi di un talento che va decisamente oltre i trend del momento o dei supporti demodé: un vero diamante grezzo.

Guarda il video di Summer Majestic
Compra la cassetta sul sito di Mirror Universe

Avi Buffalo: st (Sub Pop)

Nur Al Habash | 25/5/2010

avibufA volte viene da pensare che la grande crisi che ha investito l’industria discografica negli ultimi anni non sia stata solo conseguenza di repentini cambi di fruizione a cui non ci si è saputo adattare in tempo. Probabilmente, sono mancati anche dischi veramente belli, quelli che li ascolti una volta sola e già ti verrebbe voglia di comprare tutto, dagli LP al merchandise più spinto ed inutile: tazze, calamite e persino mutande.
Avi Buffalo, diciottenne di Los Angeles, è uno per il quale spenderei cifre imbarazzanti. Il suo debutto di qualche mese fa ricalca le fantastiche storie del sogno americano che da sempre ci rimbombano nelle orecchie: un ragazzino riceve in dono una chitarra invece del Game Boy, passa tre o quattro anni a strimpellare con gli amici del liceo e poi arriva la Sub Pop e dice che è un genio. Ed è vero.
Il suo album è un sorprendente balsamo che ha le virtù estetiche e curative dei fiori di campo: colorato, profumato e calmante, dai riflessi silvestri e quasi fiabeschi. Il miglior pop americano (penso a gente come gli Shins, con cui Avi condivide anche un timbro vocale non troppo differente, ma anche alle sinfonie campestri e sontuose dei Grizzly Bear) unito alla spontaneità e alla freschezza di un’adolescenza ingenua e disarmante, tenuta insieme da arrangiamenti magistrali.
Insomma, avete deciso? Calamita o t-shirt?

Ascolta e scarica il singolo What’s in it for?
Guarda il video
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  1. Zeus! Grandmaster Flesh
  2. Lucertulas 8 Ore
  3. J.Tillman Three Sisters
  4. Uochi Toki Permettendomi Artifici Spontanei
  5. A Classic Education Gone To Sea
  6. Bonaparte My Horse Likes You @ Zeit-Online
  7. Black Mountain The Hair Song
  8. Four Tet Nothing To See
  9. Arab Strap Daughters Of Darkness
  10. Shipping News The Delicate

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