Adam Green: Minor Love (Rough Trade/Self)

Nur Al Habash | 1/3/2010

adam green - minor loveDopo il precedente Six & Sevens, eravamo abbastanza sicuri che l’istrionico Adam Green si fosse perso in qualche white russian di troppo: era un album in evidente stato confusionale, seppur con qualche perlina piazzata qua e là che manteneva alta la bandiera dell’ex Moldy Peaches.
Minor Love è invece -a sorpresa- la lucidità dopo il rehab, la serenità dopo un periodo nero, e tutte queste cose che ci fanno pensare a qualcuno tornato davvero in grande forma.
Tornato il grande pop, tornati i ritornelli da applauso e standing ovation, la personalità che sbrodola dalle chitarre, la voce baritonale e tutto il resto, tornato allo splendore e alla leggerezza di Gemstones o giù di lì, anzi di più: lasciato completamente perdere il soul e il rap (grazieaddio) ora Green si concentra ad imparare a memoria le lezioni di Lou Reed e di Leonard Cohen. A volte calcando un po’ troppo la mano (vedi Boss Inside, praticamente una caricatura, per quanto graziosa) a volte dando voce alla sua incurabile anima demodé rimasta a trent’anni fa, tirando fuori dal cappello canzoni da mettere tra le preferite dei secoli nei secoli amen (Breaking Locks, Give Them A Token, What Makes Him Act So Bad, tra le altre), vestite di uno stile elegante e contemporaneo degno del miglior Beck.
Il risultato è talmente felice e ben riuscito da far pensare che dopo una già lunga e onorevole carriera, Adam Green abbia finalmente imbroccato la strada giusta per lasciare un segno vero, o quanto meno un altro memorabile album.

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The Mary Onettes: Islands (Labrador)

Nur Al Habash | 4/2/2010

the_mary_onettes-islandsConosco gente che ascoltando questo disco potrebbe bestemmiare dalla rabbia, principalmente gente che negli anni 80 c’era (e non a poppare da una tetta) e si ricorda quello che passava la radio, come suonavano i synth e come si strascicava la voce, ed è ancora abbastanza pignolo da puntualizzarlo.
Quindi, diciamolo dall’inizio e non ci pensiamo più: Islands è un enorme, mastodontico, meraviglioso e precisissimo plagio, tanto che si potrebbe azzardare a dire che i Mary Onettes siano la più brava cover band dei Cure in circolazione.
Ritornelli che sbranano quel poco di sensibilità rimasta, malinconia come ragione di vita, nebbie e architetture di tastiere marchiate a fuoco sul petto, la new wave che fornica col pop della Labrador e nasce un feticcio che nonostante tutto si fa rispettare e amare e cantare.
A fare un voto di sincerità poi, si direbbe che questo disco recita a memoria (nota per nota!) la bibbia degli Shout Out Louds, e si arriverebbe così a un livello di meta-citazioni davvero imbarazzante- i Mary Onettes che copiano gli Shout Out Louds che copiano i Cure.
No dai, basta.
Ascoltate Islands e fate finta che sia ancora il 1985, usciva The Head on The Door ed eravamo ancora tutti felici e contenti.

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The Calorifer Is Very Hot: Evolution On Stand-By (WWNBB)

copertina_tcivh I Calorifer Is Very Hot! sono uno di quei gruppi del sottobosco italiano che bisogna tener d’occhio in continuazione, ché non stanno mai fermi e ti sorprendono ad ogni pie’ sospinto. Insomma, li avevamo lasciati dopo l’ottima e sgraziata prima prova di Marzipan In Zurich, fedeli all’artigianato indiepop 1.0 che rifugge la virulenza dei social network ma che per riferimenti musicali godeva decisamente di un respiro worldwide, ed ecco che in Evolution On Stand-By si rimescolano di nuovo le carte; oltre a giocare al rock n’ roll sguaiato, maleducato e dai bordi mai definiti, i ragazzi danno prova di una nuova e sorprendente capacità di scrivere Canzoni, dare loro una forma e un contenuto premuti su più livelli. Il pop indisciplinato degli inizi comincia a filar dritto su binari veloci che fanno prender vento a un talento compositivo e un’inventiva mai così effervescente, il folk si mescola al punk, i cambi di direzione dei Pavement alla schiettezza dei Neutral Milk Hotel, il contrabbasso alla batteria, ed ecco che dallo sposalizio esce fuori una cosa indefinibile, genuina e bellissima. Prendete ad esempio la stranezza di Lester, il primo singolo: una canzone storta che attraversa l’America più sinistra, come un dead man walking zoppicante in discesa lisergica verso un inferno fatto di ghigni e sguardi torvi.
Anche se ad un primo ascolto la ricetta dei Caloriferi funziona eccome, provate a dargli una ripassata con altre lenti: noterete che le direzioni percorse sono diverse e imprevedibili, ora più smussate ora ben temperate, come i migliori mobili fatti a mano, quelli in cui la pialla non ha lavorato in maniera uniforme e la mano, curiosa, si perde nella fantasia delle superfici.
Una roba da veri intenditori, insomma.

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Calorifer Is Very Hot! se non suonano a casa tua, sono sicuramente in tour vicino casa tua. Ecco le date:

27.01.10 @ CASAROSSA, Rimini
28.01.10 @ BREVEVITA, Centobuchi, Ascoli Piceno
29.01.10 @ PROPOSITIVI, Siena
30.01.10 @ PONTEROTTO, Montelupo F.no, Firenze
05.02.10 @ TUMBAO, Sassari
06.02.10 @ SLEEPWALKERS, Guspini, Cagliari
12.02.10 @ LA SCIGHERA (acustic show), Milano
13.02.10 @ TAUN, Fidenza, Parma
17.02.10 @ ENOSTERIA, Brescia
22.02.10 @ LA CASA 139, Milano
26.02.10 @ OVERTONE, Avellino, Napoli

Vampire Weekend: Contra (XL/Self)

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Per quanto mi sforzi, non riesco a togliermi dalla testa l’immagine dei Vampire Weekend sulla barca a vela, che a bordo delle loro Ralph Lauren ben stirate esplorano le coste caraibiche e africane in un nuovo moto di colonialismo musicale degli anni dieci. Anche se loro stessi dicono di rifiutare questo tipo di fantasie, è innegabile che il nuovo lavoro dei newyorkesi è -se possibile- ancora più votato del precedente ad atmosfere che si trovano solitamente solo una volta oltrepassato l’equatore.
Con destrezze di chitarre e tastiere han ricreato negli angoli più nascosti di Contra il suono degli steel drums (i tamburi di latta che producono il classico suono caraibico), senza poi farsi mancare nemmeno le manovre vocali della musica popolare africana, tra falsetti, percussioni profonde e cori che salgono da lontano, in un turbine cromatico che è diventato ormai il loro marchio di fabbrica: un suono solare, leggero e sgargiante, ma allo stesso tempo terribilmente complesso.
Non è un caso infatti se neanche in Contra si sfugge all’impostazione classica, in cui il pianoforte e gli archi sciolgono i canoni pop per andarsi a posare proprio negli spartiti di qualche secolo fa (in Taxi Cab addirittura un inserto di clavicembalo e archi!), per poi planare dalle parti di M.I.A. e degli Animal Collective, con in più ritmiche sincopate e in levare, sempre di matrice calypso e ska. Insomma, sembra quasi che i ragazzi si siano concentrati troppo a tirar fuori un seguito all’altezza del conclamato debutto, e ci abbiano perso un po’ in genuinità ed immediatezza.
Poco male, perché sembra proprio che Contra abbia aperto la strada per il pop del nuovo decennio.
(NAH)

Contra è come una valigia per un posto imprecisato. Piena. Piena zeppa di roba. Senza nessuna specifica prevalenza di un tessuto sull’altro. Ci sono i capi invernali, quelli estivi, le cose non ti metteresti mai, le pinne il fucile e gli occhiali. È una valigia per una terra sconosciuta dove domina solo la spensieratezza. Ti sembra di avere per le mani la summa di tutto quello che hai ascoltato negli ultimi anni suonato e urlato da quattro scapestrati alieni dell’indie, solo che l’alieno parla un linguaggio impazzito (non più he talks in maths/ he buzzes like a fridge), una lingua che è tutte le lingue, una canzone che è tutte le canzoni e a un certo punto “rutta” dominato da una sbronza. Così trovi campionato il “Come on” di Territorial Pissing dei Nirvana su You are so vain e Sergent Pepper cantata come in una taverna di marinai ubriachi alternate a quelle che potrebbero essere le colonne sonore del nuovo Gran Theft Auto fatte col Game Boy. Contra sarà un tassello importante per il concetto di identità in questo inizio di anni ’10: un pastiche sonoro, un manifesto di libertà espressiva e di ironia. Alla fine non ci sono delle vere e proprie hit, ma domina un buon umore diffuso che mette tutti d’accordo e in mezzo all’assolo di Sweet Child o’ Mine, o ai momenti in cui dici “Nooo sono i Flaming Lips (Run), nooo anzi gli Animal Collective (Horchata)” una radio impazzita vi porta ad inzuppare i piedi in una spiaggia caraibica, dove tutti sono sorridenti, tutti ballano e giocano e perdio… è festa.
(RB)

Avete presente quelle storie d’amore che cominciano con un colpo di fulmine pazzesco? Ecco, quella cosa lì non c’entra niente. Era marzo ed il 2008 quando tutti iniziarono a elogiare i Vampire Weekend; io non ci trovavo nulla di intrigante, anzi mi stavano anche vagamente sulle palle. Poi successe una cosa strana. Stavo comprando una maglietta quando alla radio passarono una canzone magnifica, con tantissimi violini. Qualcosa mi disse che erano i Vampire Weekend, ma non ne fui del tutto certa. Tirai fuori il mio iPod dalla tasca e ascoltai i pezzi del disco uno a uno. Niente. Nessuna traccia dei violini. Tornata in Italia, però, feci qualche ricerca e scoprii che la canzone era, si, dei Vampire, ma era l’unica canzone mancante della mia copia (scaricata) del disco. Non c’è bisogno che vi dica che si trattava di M79, che è rimasta la mia traccia preferita della band di Koenig fino a che non ho ascoltato Contra. E credo di poter dire che qui il sound dei ragazzotti si porta a un livello di complessità superiore, a una piacevolezza più cerebrale e difficile. Sento in giro l’opinione diffusa: è meno banale sotto certi punti di vista, forse, ma meno efficace su altri. Non sono d’accordo. A confronto di Run, Diplomat’s Son o I Think Ur Contra, la maggior parte dei pezzi del primo album impallidisce. E questo succede perché, a differenza di quest’ultimo, Contra è un’avventura alla Phileas Fogg attraverso il mondo, i suoi suoni e le sue fantasie caleidoscopiche – tanto che riesce persino a rendermi sopportabile il reggae. È una trasformazione, ma una fedele e coerente: con questo lavoro i Vampire si fanno marchio; non si tradiscono, ma trionfano sulla vecchia versione di loro stessi. E quella voce… quella voce ormai la riconoscerei ovunque. Da qualsiasi radio provenisse. Sono davvero passati quasi due anni. E chi ha detto che i grandi amori nascono solo con il colpo di fulmine, beh, mi sa che s’è sbagliato. (M.P.)

Atlas Sound: Logos (Kranky/4AD/Self)

Nur Al Habash e Tomm. | 26/11/2009

logos_atlas_sound_albumPer uno come Bradford Cox non si può fare a meno di pensare che sotto le fragilissime spoglie di musicista ispirato si nasconda qualche organismo extraterrestre pronto a convertirci a chissà quale religione col potere di musiche bellissime e ipnotizzanti. Un po’ come Thom Yorke, insomma. La verità però é che in questo nuovo Logos c’è tutto il talento di cui Cox poteva farci possibilmente partecipi: ogni canzone vanta melodie geniali, gli arrangiamenti tintinnano tra l’elettronico e l’acustico in giravolte multicolore, le collaborazioni -Noah Lennox (Panda Bear/Animal Collective), Laetitia Sadier (Stereolab) e Sasha Vine (Sian Alice Group)- impreziosiscono e lucidano gli angoli di un album spettacolare. Mentre Let The Blind Lead Those Who Can See But Cannot Feel (Kranky/4AD, 2008) -disco fragile e introverso- si alimentava degli oscuri fantasmi dell’infanzia di Bradford e cantava l’incubo il buio l’attesa la violenza l’insonnia la malattia, Logos si apre nel cielo attorno, illumina gli spazi, respira a fondo. Riconosce altre forme. Vede le cose cambiare. Guarda, finalmente. “What did you want to see? What did you want to be when you grew up?” Il secondo lavoro di Atlas Sound -condiviso in rete dallo stesso Bradford Cox per errore l’anno scorso, abbandonato per mesi e pubblicato da Kranky e 4AD soltanto a ottobre- è un disco appoggiato sulla luce. Il riflesso che sembra attraversare l’esile e pallido corpo di Cox sulla copertina. Un raggio di sole sottile, appena percettibile e caldo. Scintillanti echi sixties. Chitarre acustiche annegate tra i delay. Da Criminals a Walkabout, da Attic Lights a My Halo, questo nuovo lavoro di Atlas Sound si mostra ogni secondo nella sua anima più pura: una (ex)straordinaria raccolta di incantevole e impalpabile lucentezza pop.

Vai al sito Kranky
Vai su 4ad.com
Scarica Walkabout (feat. Noah Lennox/Panda Bear)
Ascolta Atlas Sound live all’ATP Festival a New York
Guarda una controversa intervista con i tipi di The Fader
Joe Colly intervista Bradford Cox su Pitchfork
CMJ ‘09: Broadcast/Atlas Sound live @ (Le) Poisson Rouge, NYC (foto)

Guarda Attic Lights (A Take Away Show)

Real Estate: s/t (Woodsist)

Nur Al Habash | 16/11/2009

realestatePotremmo approfittare dell’inconsapevole gioco di parole e pensare a questo gruppo del New Jersey come il gruppo della “Vera Estate”, e dopotutto non ne avremmo proprio tutti i torti.
Infatti, è la stessa band ad ammettere che c’è una precisa estetica dietro la loro musica, fatta di nostalgia e vacanze negli anni del liceo, quando comincia a fare veramente caldo e la tua cittadina di provincia è stretta nei pugni dei giri in bici per arrivare fino in spiaggia.
Nelle chitarre dilatate di ogni traccia, nella voce trascinata e tranquilla, nelle percussioni di sottofondo e negli accordi slabbrati, in tutto si percepisce quel vento nei capelli e gli occhi socchiusi al sole, i suoni si fanno annacquati e sfocati così come la testa che li ascolta, un certo dreamy folk soffia dalle parti dei Grizzly Bear mentre il sale e la schiuma fluiscono verso i The Clean e il Dunedin Sound fino ad arrivare fluttuando all’onda lunga del trend dell’anno: l’inarrestabile foschia lo-fi che fornica col pop anni ‘60, il surf e il garage.
L’innocenza che ne traspare però é così disarmante che sembra tutto uscito da una radio di quarant’anni fa, da melodie cantate nella testa di qualche teenager americano il pomeriggio dopo pranzo, dai riflessi perlati di un indian summer che sembra proprio non finire mai.


I Real Estate saranno in Italia in data unica al Diagonal Loft di Forlì, il 10 Febbraio

Leggi cosa ne pensa Stephen Pastel
Guarda un live per Tunnelvision
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Let’s Wrestle: In The Court Of The Wrestling Let’s (Stolen Records)

Nur Al Habash | 3/11/2009

lets wrestle albumLasciate perdere la citazione progressive del titolo, perché questi tre ragazzini inglesi con i King Crimson non c’entrano davvero niente (almeno credo). Fare a lotta, sbronzarsi e rubarsi le ragazze, non preoccuparsi di niente e salire su un palco con le chitarre scordate a fare casino. Lo so, è una formula non esattamente nuovissima ma i Let’s Wrestle riescono a metterci quella freschezza impressionante che ti fa rimpiangere di non aver messo su una band sguaiata quando avevi diciott’anni. E se a diciott’anni pensavate a fare altro, diciamo allora che questi sbarbatelli di imbarazzante non hanno solo le pettinature: il talento che scivola fuori da ogni cavolo di ritornello è qualcosa di commovente, il suono sporco e genuino, immediato e seeeeeeeeexy, un incidente terribile tra i Blur e gli Art Brut, i Ramones e i Pavement sui banchi di scuola. Cantano frasi che bisognerebbe tatuarsi a fuoco in fronte e potrebbero farvi tornare la voglia di ballare, dopo tanto tempo.
Come loro stessi cantano e ripetono, We are the men you’ll grow to love soon, e io gli credo fermamente.

Compra il disco sul sito della Stolen Records
Guarda il video di We Are The Men You’ll Grow To Love Soon

I Let’s Wrestle saranno a Novembre in Italia, ecco le date!

12 Nov – Firenze, La Limonaia
13 Nov – Bologna, Covo
14 Nov – Roma, Locanda Atlantide
15 Nov – Milano, Rocket

Mayer Hawthorne: A Strange Arrangement (Stones Throw/Goodfellas)

mayer-hawthorne-album-coverMayer Hawthorne, pube de oro del revival rhythm ‘n’ blues, ha scritto/suonato/prodotto un esordio di quelli che si dicono oggettivamente belli: arrangiato con gusto e con un tasso altissimo di melodia e nostalgia. E’ proprio per quest’ultimo aspetto che ho trovato A Strange Arrangement abbastanza noioso, oltre che fondato su una concezione distorta del sound e dell’immagine Motown. Non c’è nulla di male se una produzione come quella dell’etichetta di Detroit viene ripresa e/o decostruita in una stanza da letto con un quattro piste. Tuttavia il vecchio Barry Gordy produceva canzoni come se fossero automobili per fare soldi a palate e per suonare al passo coi tempi (”the sound of young america”). Hawthorne invece realizza un remake di quel suono, con i mezzi degli anni Duemila, per suonare vecchio. Senza decostruire una cippa, ma aggiungendo l’aura del do-it-yourself e del nerdismo da cameretta a una storia di produzioni seriali e di business da squali. La cosa che mi lascia perplesso è che questa versione hipster del rhythm ‘n’ blues possa essere scambiata per qualcosa di intrinsecamente migliore rispetto a (per dirne una) Amy Winehouse: che nonostante i rimandi al genere suona contemporanea ed è compromessa col mercato quanto la vera Motown.* Inoltre il ritmo generale del disco è abbastanza insipido, con la produzione focalizzata sull’effetto-epoca piuttosto che sul groove. Capisco che possa piacere quanto a me piace Blank Dogs (che fa un gioco simile con un genere diverso). Tuttavia se parliamo di black music, dove black si riferisce alle sonorità e non necessariamente al colore della pelle, preferisco i terroristi come Tricky e i maleducati come la Winehouse. (S.V.)

*Ovviamente lo è anche Hawthorne, ma la sua immagine è pompata enfatizzando l’amatorialità e la casualità del progetto.

Mayer+Hawthorne+MayerHawthorne

Se c’è una cosa bella del sound della Motown, di certo soul e -per certi versi- del beat, è che sono gli stessi da cinquant’anni e ogni volta ti fanno sentire come se il groove fosse l’elemento fondante dell’umanità tutta e come se quella canzone degli Isley Brothers sia stata scritta proprio per te, per quelle fantastiche e assolatissime domeniche mattine in cui ti alzi dal letto e va tutto bene.
Mayer Hawthorne -d’accordo- è il profeta di turno di certo miracoloso verbo e noi, a dire il vero, non aspettavamo altro.
A prescindere dall’autenticità del progetto (davvero, importa ancora a qualcuno nel 2009?) quello che conta è che questo esordio vanta dodici canzoni che ti rimettono in pace con il mondo: da Just Ain’t Gonna Workout fino a Green Eyed Love, il ragazzotto di Detroit punta in alto dalle parti di Curtis Mayfield e Smokey Robinson, voce morbida e melodie dolci, senza dimenticare certo soul e r’n'b degli ultimi tempi, con Jamie Lidell e John Legend in testa a guidare il trenino (insomma, roba buona).

Sarà anche una musica un po’ datata, ma ogni volta che esce dallo stereo è fresca come fosse ancora il 1972. (N.A.H.)

Ascolta il disco su Rolling Stone Italia e leggi l’intervista
Guarda un live con i The Roots

Mayer Hawthorne sarà in Italia il prossimo Novembre, ecco le date:

4 Novembre – Roma, Circolo degli Artisti
5 Novembre – Vercelli,  Cavalli& Stalloni


Crayon Fields: All The Pleasures Of The World (Chapter Music)

Nur Al Habash | 9/10/2009

crayoncopertinaDai Chills ai Bats, dall’intero catalogo Flying Nun ai più recenti Lucksmiths, il pop che viene dalla Nuova Zelanda e dall’Australia è stato sempre ingiustamente sottovalutato, forse per una distanza geografica che a volte non si può colmare nemmeno con internet. Ecco, con l’uscita del secondo, bellissimo, album dei Crayon Fields sarebbe bello invece dargli il peso che merita (ed è un bel po’): All The Pleasures Of The World è uno di quegli instant classic che, per quanto ci si sforzi di andarci cauti, gettano nella più sfrenata adorazione già a partire dal primo pezzo. Mirrorball infatti è un decalogo di stile ed eleganza sul dancefloor, con una delicatezza che ricorda il dream pop dei Cocteau Twins e un ritornello da lacrime e fuochi d’artificio. Il resto del disco si mantiene su questo standard altissimo, spaziando tra fraseggiati ampi e retrò alla Camera Obscura e la pacatezza dei Cousteau, sfociando in un pop purissimo e onesto dalle parti dei già citati Lucksmiths. La vera ciliegina sulla torta poi, sono i ritmi cha cha e rumba che vengono rallentati ad hoc per vestire le composizioni di un velo di esotismo e romanticismo che rendono in un risultato finale insolito e irresistibile.
Insomma, siete pronti per gli applausi?

Guarda il video di Mirrorball su vimeo

Home: The Right Way (Manzanilla/Tea Kettle/Audioglobe)

Nur Al Habash | 28/9/2009

homeGià dal precedente Home Is Where The Heart Is si era capito in che acque navigavano gli Home: dall’eredità dei baronetti Beatles fino alle sbronze degli Oasis, tutto ciò che rimaneva nel perimetro delle coste inglesi era terreno fertile per la band veronese.
Dopo due anni e tanti live alle spalle, eccoli di ritorno a bordo di velieri psichedelici con le stesse identiche coordinate, ma con un po’ più di maestria nel condurre: il suono si fa molto più pulito e patinato e trasforma le piccole canzoni del precedente album in bocconcini di power pop ruggente e radiofonico, roba da college americani, per capirci. Le influenze però, rimangono fedelmente in albione tra le sbavature dei Supergrass e il puro brit pop dei Blur, con in più qualche timido risvolto garage. Un disco omogeneo, ben suonato e registrato, piacevole all’ascolto ma che pecca forse un po’ troppo di “ispirazione”. E Verona, nella cartina dell’Inghilterra, dov’è?

Guarda il live alla FNAC di Verona

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Playlist

  1. Sparklehorse Sea Of Teeth (live)
  2. Caribou Odessa
  3. Amor Fou Peccatori In Blue Jeans
  4. These New Puritans We Want War
  5. Pontiak Suzerain
  6. Rifoki Zombie Attack
  7. Ok Go! This Too Shall Pass
  8. Hole Skinny Little Bitch
  9. Gil Scott-Heron Me And The Devil
  10. Hermitage Ulrike

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