Se dividiamo gli appassionati di musica in quelli che ricercano melodie perfette e ritornelli epici e quelli che no, io starei sicuramente nel primo gruppo. Per questi, Father, Son & Holy Ghost sarà sicuramente una grande, immensa delusione.
Infatti, per quanto la componente più psych o hard rock abbia sempre punteggiato il sound dei Girls, saremmo molto più sinceri ad ammettere che quel che ci aveva stregato del gruppo di San Francisco erano proprio le perfette canzoni pop come Lust for Life o le ballatone strappacuore come Laura (oltre che ovviamente l’aura da tossico dipendente con l’animo sensibile di Christopher Owens, la sua storia personale e i suoi capelli lunghi e sporchi). Questa nuova fatica dei Girls invece lascia molto più spazio agli angoli più oscuri e nascosti della sensibilità artistica del duo, racconti di spiritualità e amore materno che risultano spesso in lunghissimi lamenti struggenti (sei canzoni su undici sono dei super lentoni, anche no) o in velleità heavy metal francamente evitabili (Owens racconta di come lui e JR anni fa suonassero il riff di Die per ore ed ore strafatti nella loro cameretta, fino a perdere conoscenza stremati. Non mi pare comunque una buona ragione per pubblicare un pezzo brutto). Invero, forse il problema è proprio questo: la maggior parte dei pezzi di questo record 3 sono stati scritti molto prima del precedente Album, e quando questo succede vuol dire due cose: o l’artista non ha niente di meglio da dire tanto da ripescare vecchi demo sperando di cavarne qualcosa di vendibile, oppure è talmente pieno di sé da convincersi che qualsiasi cosa uscita dalla propria chitarra dopo i quindici anni sia degna di essere incisa. Speriamo vivamente che non si tratti di quest’ultima ipotesi.
D’altra parte, il livello delle composizioni dei Girls in generale rimane alto, tanto che qualcosa di buono (anzi ottimo) in questo disco c’è: a cominciare dalle due canzoni d’aperura Honey Bunny e Alex, si trovano a intervalli irregolari degli splendidi esempi del talento retrò di Christopher Owens.
Gioielli di canzoni che lasciano davvero a bocca aperta, e che ci allietano l’attesa nella speranza di un roseo futuro per i Girls, stavolta libero dall’invadente spettro dell’heavy metal.
Finalmente. Come tutte le band davvero cool e talentuose venute fuori negli ultimi anni, anche i Veronica Falls ci hanno fatto letteralmente sudare il loro debutto, ma ne è valsa la pena. Il disco era proprio come ce l’aspettavamo: bello.
Un primo merito, sta nel non aver buttato all’aria quella manciata di ottime canzoni seminate negli anni in 7”, ep e cd-r demo: dai loro primi singoli Found Love in a Graveyard (per l’occasione un po’ allisciato – ça va sans dire, era meglio prima) e Beachy Head, fino alle ultimissime uscite, è tutto raccolto in questo splendido debutto come in un dettagliatissimo album di famiglia. Il secondo merito sta nell’esser riusciti ad esser creativi e coerenti fino al midollo: non una canzone riempitiva, non una sottotono, solo un disco tiratissimo dall’inizio alla fine. Quell’indolenza melò, dalle tinte assieme dark e indiepop, quell’eco di sottofondo che ti stringe forte e alla fine non sai se sei più vinto dalla dolcezza o dalla malinconia, o forse da tutte e due.
In pratica, è un continuo “‘effetto Jesus and May Chain” che dura per dodici canzoni, solo che al contrario dei ciuffoni scozzesi, alla lunga non è per niente noioso, anzi.
Per quanto mi riguarda, dopo un altro paio di ascolti e almeno una prova sul dancefloor, potrò tirar fuori la solita, dolcissima, solfa: “uno dei dischi dell’anno.”
L’impressione che un po’ tutti abbiamo avuto delle Vivian Girls sin dai primi singoli è stata quella di tre ragazzine stonate che suonavano a caso schitarrando impietosamente nella guazza acerba di un hype-non-sense. Se mai le siamo andate a sentire live, è stato per curiosità (versione femminile) o per vedere dal vivo lunghe cosce bianche e frangette appena maggiorenni (versione maschile).
Se vi dicessi invece che finalmente varrebbe la pena di dare un ascolto? Share the Joy, prodotto da Jarvis Taverniere dei Woods (al lavoro anche nel prossimo LP degli A Classic Education) scorre via leggerissimo, tra marcatissimi echi 60’s e quel poco di garage rock che è rimasto tra le righe.
Abbandonato il fastidiosissimo muro di riverberi e rumoracci mal confezionati, le Vivian Girls scoprono la struttura di un pop lucido e diamantino, cori celestiali in serrati balletti rock’n'roll, la pista di un dancefloor pienissimo e sudato, le foto ricordo sfocate dal sole dell’estate definitiva. Insomma, un disco pop da manuale.
Finalmente.
Parte finalmente stasera il Soundlabs Festival a Roseto degli Abruzzi, che per la sua quindicesima (!) edizione si rinnova e cambia location: non più lo stadio comunale, ma tutto il centro storico sarà il palcoscenico di tre giorni di musica, cinema, letteratura e -non meno importante- cibo.
Per noi di Vitaminic è un appuntamento fisso, e vi consigliamo vivamente di andare, ascoltare buoni concerti, farvi un bagno sulla riviera e mangiare più arrosticini che potete!
Questa la lineup:
05-07 AGOSTO
John Grant
James Yorkston
Le Luci della Centrale Elettrica
Handsome Furs
Amor Fou
Giorgio Canali plays Joy Division
Dirty Beaches
04-08 AGOSTO
Egokid
Bob Corn
Matinée
Il Rumore del Fiore di Carta
The 10:04′S
Pop & Wine
Orlando EF
Ettore Formicone
My Baby Will
Bungalow 62
Fabio Perletta
Era qualche giorno che ce lo aspettavamo, ed ecco che in quasi concomitanza con il leak arriva lo streaming integrale del nuovo album degli Horrors, Skying, in uscita l’11 Luglio.
Copertina in puro stile indian summer di polaroid sbiadite dal sole, contenuto quasi altrettanto solare (almeno rispetto alle oscurità del precedente Primary Colours): di sicuro, deluderà quanti hanno amato il gruppo di Faris Badwan per il suo guardaroba.
Ecco intanto le date annunciate per l’estate:
6th Aug – Field Day 2011 (London)
26-28th Aug – Reading Festival 2011
26-28th Aug – Leeds Festival 2011
Se siete tra quegli sfortunati che, vivendo nel desolato centro Italia, devono sempre farsi montagne di chilometri per raggiungere un festival decente, rincuoratevi: anche quest’anno l’Indierocket Festival di Pescara apre i battenti!
Qui sotto trovate tutte le info da sapere su questo festival giunto ormai alla sua ottava edizione. Noi, intanto, vi regaliamo le due bellissime t-shirt del festival: basta scrivere alla solita mail (vitaminicontest@gmail.com) vitaminicontest (at) gmail (dot) com e incrociare le dita!
La primavera romana è sbocciata: sole caldo, birretta al tramonto, prime gambe al vento e il giardino del Circolo degli Artisti che esplode di gente. Qualcosa mi dice che se quella sera non avessero suonato i Crocodiles ci sarebbe stata poca differenza, tanta era la voglia di stare all’aperto e far baldoria. Ma tant’è. Quando Brandon Welcez è salito sul palco ha portato la California sotto l’acquedotto romano, e quel che ne è uscito fuori è stata una sudata di rock n’ roll mescolato con garage, echi impastati e surf psichedelico.
Per chi li aveva visti sullo stesso palco tre anni prima lo shock è stato massiccio: pare infatti che da una performance molto composta e un po’ sgangherata si sia passati invece ad uno show ineccepibile dal punto di vista tecnico, ma feticcio in una maniera insopportabile.
Mossette da indierockers del 2006, occhiali da sole nel club, convulsioni da re lucertola, “che cazzo me ne fotte” sputato nel microfono con un ridicolo accento americano: tutte cose che farebbero venire le bolle a qualsiasi persona dotata di buon gusto, ma che tutto sommato erano così posticce e pagliaccesche da fare simpatia.
Il concerto però ha sofferto un po’ di monotonia, nonostante le cover dei Ramones e le pistole mimate con le mani: “suonassero I Want To Kill e ci mandassero a casa, dai” è stato il commento (molto esplicativo) di qualcuno dietro di me.
Quando è partito il ritornello di I Want To Kill infatti, la folla ha lanciato un urlo liberatorio, concludendo in bellezza una delle prime, dolcissime, sere di primavera romane.
Tornano i succosi contest di Vitaminic!
Questa volta vi regaliamo i biglietti per il tour di reunion delle Azure Ray, che presenteranno il loro Drawing Down The Moon in tre date in tutta Italia:
Venerdì 25 Febbraio: Roma – Circolo Degli Artisti
Sabato 26 Febbraio: Cavriago (RE) – Calamita
Domenica 27 Febbraio: Pisa – Caracol
Siete amanti di Au Revoir Simone e Beach House? Moby e Sparklehorse? Allora non potete perdere l’occasione di sentire le due ragazze statunitensi snocciolare le loro soavi melodie proprio davanti a voi.
Il modo è sempre lo stesso: mandate una mail a vitaminicontest@gmail.com e incrociate le dita.
Avete presente la faccia di Dumbo quando comincia ad avere le visioni della parata degli elefanti? Dumbo Gets Mad, giovane italiano recentemente trapiantato a S. Francisco con la sua bella, ha preso il nome proprio da lì.
Tutto è nato solo l’estate scorsa, quando dalla mente e le mani di Dumbo è uscita la deliziosa Plumy Tale, che ha debuttato direttamente sulle pagine di The Needle Drop. Da lì una frenetica ed accurata ricerca psych che è confluita tutta nel debut album Elephant at the Door, concentrato di pop e psichedelia uscito qualche giorno fa sull’ottima Bad Panda records. E’ bellissimo, e si scarica tutto pagando con un twit, in attesa dell’LP in uscita il 22 Febbraio. Hurray!
Scacco matto con doppio carpiato e inchino finale.
Molto fantasiosamente, è così che potrebbe reagire Chaz Bundick – in arte Toro Y Moi, di fronte a chi lo aveva già etichettato e messo in punizione, reo di essere il capofila di un nuovo ed incomprensibile genere, la chillwave. Uno scacco matto che potrebbe far tornare sui propri passi tutti i detrattori, dopo aver dato un ascolto compiaciuto al nuovo Underneath The Pine.
Sposare gli Animal Collective col funk e Frank Zappa con la disco music, dopo un passato da pioniere di un genere che ha avuto una durata totale di nemmeno un anno accademico, non era cosa semplice. E invece ecco che Toro Y Moi tira fuori dal cappello un album molto più suonato e molto meno elettronico, con un cantato finalmente comprensibile (che ricorda vagamente i gorgheggi della Sadier negli Stereolab) e un’atmosfera non meno rilassata che riprende qua e là i toni della lounge o ancora i preziosismi di stile del soundtrack all’italiana, alla maniera di Piero Umiliani, al quale si è detto molto ispirato.
Non mancano i fugaci momenti in cui lo spettro sfocato della chillwave fa capolino, seppur con una cura mai così stupefacente: in alcuni tratti sembra davvero che Chaz ti prenda per le orecchie e ti immerga all’improvviso in una vasca d’acqua, mentre lui è lì sopra che continua a cantare e a scegliere il miglior bagnoschiuma con cui pulirti via tutte le preoccupazioni.
Un inchino dunque a questo ventiquattrenne della Carolina, che è riuscito ad uscire indenne e con eleganza dalle spietate leggi dell’hype, insegnandoci un nuovo modo di ballare (e di mangiare i pomelo).