Lento: Earthen (Supernatural Cat)

Nicolas Campagnari | 11/1/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/01/cover-01.jpgI tempi cambiano. Circa una decina di anni fa in Italia chi voleva fare rock duro si ispirava principalmente alla scena noise rock americana, vedi Jesus Lizard e Shellac; oggi i nuovi eroi dell’underground metalloso e hardcore italiano sono gruppi americani (chi se no?) dediti allo sludge-post-core come Isis, Neurosis e Pelican.
I Lento, romani di Roma, al loro debutto sulla lanciatissima Supernatural Cat, non fanno nulla per nascondere queste influenze, provando ad inserirsi nella corsa all’inseguimento al riff più pesante e definitivo.
La loro musica è fatta per l’appunto, di chitarre dalle accordature ribassate che si intrecciano e decompongono disegnando scenari apocalittici del post-bomba. Niente voce, non ce n’é bisogno, la musica abrasiva e devastante basta da sola.
Dimostrano a duttilità quando in Emersion of the Islands e Leave esplorano terre ambient ed isolazioniste quantomai morbose e catastrofiche. Spesso si ha la sensazione di ascoltare dei Mogwai con i muscoli, tanto l’aspetto emozionale dei crescendo è curato, senza trascurare la solidità del flusso sonoro.

Ottimo debutto che fa già ben sperare per il futuro.

Sole and The Skyrider Band: s/t (Anticon)

Nicolas Campagnari | 12/12/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/r-1115924-1193263296.jpegAlla fine il rock simulato e profetizzato (sognato?) nei precedenti dischi targati Sole, è arrivato. A dire il vero di rock questo disco ha solo la strumentazione impiegata dalla Skyrider Band, chitarra-basso-batteria più tastiere ed archi qua e là. Nella sostanza infatti lo stile di Sole è rimasto intatto, unica differenza è che ora a sorreggere le sue rime taglienti non ci sono più samples o drum machine, ma musicisti in carne ed ossa.
I quattro musicisti, Sole e i tre Skyrider, dimostrano di aver trovato un’amalgama perfetta ed un groove magnetico, se è vero che questo disco è uno dei più compatti e coesi di tutta la discografia del boss dell’Anticon.
Canzoni come A Sad Day For Investors o Ghost, Assassinating Other Ghosts ci danno prova di come il suo hip-hop non abbia perso un briciolo dell’emotività e della drammaticità del recente passato. Tematicamente invece è un Sole che rivolge lo sguardo più verso se stesso, certo l’impegno politico ed ecologico sono sempre in primo piano, ma questa volta i suoi testi sembrano mostrare un taglio più privato e personale.
Un disco che conferma Sole, assieme a Sage Francis, ai vertici dell’hip-hop bianco made in Usa.

Numbers: Now You Are This (Kill Rock Stars)

Nicolas Campagnari | 11/12/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/krs461.jpgI Numbers sono fuoriusciti, agli albori del decennio in corso, dal calderone dei “terroristi elettronici” della west coast americana – i primi dischi uscivano per la Tigerbeat6 etichetta di Kid606 – successivamente sono stati ficcati a forza nel calderone electroclash, per poi trovare la loro naturale collocazione nel revival post-punk che i The Rapture e i Liars hanno inaugurato nel 2003/04.
E adesso?
Adesso suonano come se i primi Stereolab avessero assoldato in qualità di chitarrista Kevin Shields e a tratti la cosa funziona vedi la sbarazzina e leggera New Life o l’intreccio moog/chitarre di Hey Hey Dream o il contagioso refrain di Fantasy Life. Quello che forse convince meno è la reiterazione lungo tutto il disco – tranne forse ballata simil Gowns Liela Mila – di questo modello voce sognante/chitarre distorte in delay con il moog o il basso a irrobustire il tutto.
Ad ogni modo il disco scorre via bello sciolto, a tratti pure coinvolgente, in realtà l’unico vero problema è che questo Now You Are This fatica a lasciare traccia una volta che è stato tolto dal lettore.

Bonnie ‘Prince’ Billy: Ask Forgiveness (Drag City)

Nicolas Campagnari | 29/11/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/11/r-1142289-1195480320.jpegNon mostra spaccature l’impianto interpretativo del mito vivente Bonnie ‘Prince’ Billy, anche quando le composizioni non vengono dalla sua penna o dalla sua chitarra. Del resto chi già si era fatto ammaliare dalla generosa accoppiata tra lui e i post rockers Tortoise – e io sono tra quelli – si era reso conto delle capacità immense da parte dell’ex Palace Music, nel saper decontestualizzare brani noti e svenduti, e trasformarli in vere e proprie Will Oldham’s songs.
In Ask Forgiveness tutto ruota attorno all’asse tracciato dai due pezzi killer Am I Demon di Danzig e The World’s Greatest di R. Kelly, ovvero quelli che, nella loro versione originale, meno sembrano avere a che fare con il taciturno e riservato cantautore americano.
Invece è come se Will avesse delegato questi due canzoni ad altri perché non in grado di esplicitarle, troppo volute troppo desiderate. Sono convinto che quando canta in Am I demon “Am I beast or/Am I human/Am I just like you […]Am I demon/You need to know” ci crede veramente. Oppure quando nel ritornello della sua asciutta ed essenziale versione di The World’s Greatest – a dispetto dell’opulento ed tronfio originale – declama: “I’m that star up in the sky/I’m that mountain peak up high/Hey, I made it/I’m the worlds greatest/And I’m that little bit of hope”, non si può dargli torto.
Da citare almeno la rivitazione della sempre commovente I’ve Seen It All della Bjork cinematografica di Dancer in the Dark.
Ma ora basta ciarlare, correte subito a procurarvelo, fate conto che sia il vostro primo regalo di Natale.

Black Dice: Load Blown (Paw Tracks)

Nicolas Campagnari | 26/11/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/11/r-1115129-1193194310.jpeg Sarò sempre debitore ai Black Dice, anche se loro non lo sanno, perché è grazie al loro debutto Beaches & Canyons del 2002 che ho potuto cominciare a godere di un certo genere o meglio di un certo approccio alla materia musicale. Quel misto di free noise intervallato o compenetrato da field recordings – quello delle onde del mare che si infrangevano sulla spiaggia era di una bellezza quanto di una semplicità impressionante – che non aveva paura di prendere a calci la vituperata forma canzone accartocciarla e buttarla nel cassonetto, in favore di strutture che seguivano umori e slanci più ampi e meno rigidi.
Perché dico questo? Semplice. Punto primo: quei Black Dice musicalmente parlando non ci sono più e bisogna farsene una ragione. Punto secondo: non riesco comunque a disprezzarli.
La musica contenuta in Load Blown potrebbe essere definita una sorta di dance autistica per bambini adulti che non vogliono crescere. Se poi date un’occhiata all’etichetta che la pubblica, la Paw Tracks degli Animal Collective, allora tutto vi sarà più chiaro. Difficile pensare che ballerete mai questi pezzi nel vostro locale preferito, in ogni caso quello che più mi preme è dirvi che ne sentirete di tutti i colori su questo disco e sui suoi creatori: che sono bolliti, che non hanno più idee etc… Al contrario penso che Load Blown fotografi i Black Dice nell’ennesimo momento di mutazione ed evoluzione, e questo non può che essere un segnale positivo nell’asfittico panorama alternative/indie dei nostri giorni. Se poi il piatto cucinato dal dado nero vi sarò indigesto, per via delle sue ubriacanti soluzioni ritmiche, delle voci che sembrano provenire da un asilo, allora potete tornare pure all’amato Beaches & Canyons ma non vi lamentate se non ascoltate musica nuova.

Guarda i Black Dice live per la BBC

Hrsta: Ghosts Will Come And Kiss Our Eyes (Constellation)

Nicolas Campagnari | 15/11/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/11/r-1072612-1190042778.jpegSe fino a 4/5 anni fa eravate tra quelli che aspettavano con trepidazione ogni nuova uscita della Constellation, perché sapevate che non di certo non vi avrebbe deluso, tanto, infatti, era compatto stilisticamente il corpus delle uscite, allora questo nuovo disco dei canadesi Hrsta fa per voi. Soprattutto se l’aria di rinnovamento stilistico in casa Constellation, vedi Sandro Perri e Feu Thérèse, vi aveva un po’ disorientato.
Non è certo la prolificità una delle caratteristiche degli Hrsta – terzo disco in sette anni – tra le cui fila militano vecchie conoscenze di Godspeed You Black Emperor e Set Fire In Flames come Mike Moya e Brooke Crouser dei Jackie-o Motherfucker.
Questo Ghosts Will Come And Kiss Our Eyes è orientato su di una sorta di classico e desertico post-rock con tracce di psichedelia soprattutto nei brani cantati. Qui la voce ipnotica e mesmerica di Brooke dona al disco un fascino fuori dal tempo.
Per il resto pezzi strumentali che hanno forti ascendenze kraut e space rock, caratterizzati da distensivi e dronanti dialoghi tra organi, slide guitar e arpeggi malinconici.
In coda anche una cover di Holiday dei Bee Gees, peraltro molto simile all’originale.

Questa volta è il caso di dirlo: l’ennesima uscita Constellation.

Guarda un video dal vivo degli Hrsta

Beirut: The Flying Cup Club

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/11/beirut-flying-cup-thumb.jpgDaniele Giovannini
Non ho mai provato alcuna forma di affetto per il godibilissimo talento di Zach Condon. Mi sono perso nelle geografie confuse di Gulag Orkestar, che pur ci ha regalato la memorabile Postcards from Italy, mal tollerando il cantato lamentoso e quell’infuso di suoni balcanici in una teiera di folk barocco. Ho dovuto perciò mettere da parte le mie avversioni verso ogni forma musicale che richiami aggettivi come romantica o squisita. Perché in The Flying Club Cup davvero: Beirut dimostra gli anni che non ha; ha un gusto musicale europeista non solo costruito sul campo ma più serio e strutturato di quello di tanti chansonnier alla moda; manifesta una spontaneità che si esprime in toni elegiaci, facendo inscindibilmente propri ed essenziali tratti stilistici che sarebbero altrimenti pura affettazione. The Flying Club Cup è un disco pacatamente trionfale di un’intimità che non può fare a meno di farsi sentire — con le lacrime agli occhi e lo squillare opaco delle trombe.

Margherita Ferrari
Dopo aver sciolto i nostri cuori in un calderone pieno di richiami al mondo balcanico, Zach Condon è tornato stringendo saldamente tra le mani delle fotografie di una Parigi color seppia, come quella che compare sulla copertina di The Flying Cup Club. Pare divenuto più serio, più contenuto, il nostro giovane amico Beirut lo statunitense amante degli innesti culturali.
Ascoltando il suo nuovo lavoro non possiamo fare a meno di cercare le dolci fanfare di The Gulag Orkestar, il desolato struggimento e i chiari rimandi agli A Hawk And A Hacksaw.
Constatiamo che sono spariti per lasciare spazio ad un suono più pulito, dominato da immagini romantiche, fisarmoniche, archi e dagli immancabili ottoni.
Torniamo su The Flying Club Cup svariate volte. Non possiamo fare a meno di apprezzarlo, di perderci nelle sue lievi melodie d’altri tempi. Eppure, nonostante la sua innegabile bellezza, ci manca la furia sconclusionata dell’esordio.
Pregheremo dunque affinché Beirut decida di passare per l’Italia, regalandoci furtivamente un concerto che ci permetta di togliere dal suo nuovo album la patina deformante che lo ricopre.

Nur Al Habash
C’è qualcosa di magicamente attraente nella musica di Beirut. Qualcosa di ancestrale eppure vicinissimo, con un’invadenza musicale che va a scavare le nostre radici europee e le riporta in superficie, gli da nuova vita e le fa fiorire di profumi inaspettati.
Se l’album di debutto Gulag Orkestar è stato in qualche modo l’inizio di questo viaggio a ritroso – e Dio solo sa quanto ne abbiamo amato le nervature balcaniche di violini e tamburelli, i lutti inconsolabili e le poesie crepuscolari – questo The Flying Club Cup è la seconda tappa dell’instancabile carovana musicale di Beirut, che percorrendo minuziosamente i più puri sentieri della vecchia Europa è finalmente arrivata in Francia.
Ad aspettarla c’erano i caffè parigini, gli antichi castelli testimoni di fasti perduti, i ventosi porti del nord. Come un novello bohemién Zach Condon si è avventurato in terra d’oltralpe e ne ha scovato i segreti, ne ha recuperato i miti e ravvivato le atmosfere, dando vita ad una rappresentazione musicale che sconfina dal puro ascolto e si fa racconto, fiaba. La sua voce grave eppure estremamente aggraziata e carica di malinconica solennità ci fa strada in questo romanzo di trombe e violini, di storie in bianco e nero tra Nantes e Cherbourg, tra romantico passato e vivo presente. Un disco sublime.

Nicolas Campagnari
Questa volta l’orchestrina di Zach Condon si sposta un po’ più ad ovest, e sembra quasi di essere catapultati indietro nel tempo in una Parigi a cavallo tra Otto e Novecento, divisa tra modernismo e tradizione popolare.
È ufficiale, almeno per il sottoscritto, con questo The Flying Club Cup il buon Zach smette di essere un “caso” e si conferma come autentico mattatore della scena pop internazionale.
Qui la sua scrittura pare andare più in profondità rispetto all’esordio, le canzoni sembrano strutturate in maniera più articolata, tanto da prestarsi a ripetuti ascolti.
Ascolti che ricorrono uno dopo l’altro, perché il materiale compreso in queste tredici tracce è di quelli che creano assuefazione all’istante.
Canzoni che commuovono come Un Dernier Verre (Pour La Route), altre, come Forks And Knives (La Fete) che ricordano vecchi film francesi di Max Ophuls.
Prima l’est europeo ora la Francia, non resta altro da fare che attendere con ansia il prossimo viaggio di Zach Condon.
Piccola nota personale: forse è il primo disco che mi sentirei di consigliare anche ai miei genitori, dopo tanto tempo, e non mi sembra poco.

Marina Pierri
Sembra difficile dire più di quanto non sia stato detto giusto qui sopra. Beirut dai Balcani alla Francia; Beirut, ventenne, diventa autore: un po’ come dire che The Flying Cup Club è un album che non si fa fatica ad incapsulare, o, meglio, a mettere al suo giusto posto tanto nella discografia – esigua e finora perfetta – di Zach Condon, quanto sullo scaffale delle uscite del 2007. Non è un male, chiaramente. È solo un sintomo del fatto che la cifra personale del giovane nomade partito dal New Mexico è così carica di identità che ci vuol poco a ridurla ad una specie di equazione (nel migliore dei casi) o ad uno stereotipo (nel peggiore). Lampante, di certo, è il cambio di produzione rispetto a Gulag, dovuto in tutta probabilità al contratto con la Beggars (vera novità rispetto all’anno scorso): pulito, il canto d’usignolo in gabbia di Beirut assume sfumature diverse rispetto all’esordio; mixata e registrata alla perfezione, la voce della sua orchestra suona persino più eloquente. Ma oltre l’analisi nuda e schematica, c’è uno dei (dei dieci, per chi scrive) dischi più caldi, ben vestiti e ricchi del 2007.

Sandro Perri: Tiny Mirrors

Nicolas Campagnari | 2/11/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/11/cst047.jpgLa partenza del primo full-lenght di Sandro Perri è da urlo. Family Tree raccoglie l’eredità dei momenti migliori dei Wilco, e in più ha quell’aplomb da orchestrina di New Orleans che la rende irresistibile.
Un attimo, ma chi è Sandro Perri?
Per i più distratti Sandro Perri è un polistrumentista e cantautore canadese che fino al 2005 celava la sua identità anagrafica dietro il moniker Polmo Polpo, autore di due pregevolissimi album e svariati 12” che si muovevano attraverso traiettorie post-rock affini a Godspeed You Black Emperor et similia. Nel 2006 arriva la svolta, smessi i panni di Polmo Polpo fa uscire l’ep Sandro Perri Plays Polmo Polpo dove in un ideale passaggio di consegne il nostro reinterpretava nella nuova veste cantautorale pezzi del suo vecchio repertorio.
Allora eccolo con il suo primo full-lenght Tiny Mirrors che mette in luce momenti eccellenti vedi Family Tree, appunto, vedi la cover Everybody’s Talkin, vedi anche Double Suicide. Poi c’è in pezzo come You’re the one che mi fa pensare che se Jeff Buckley fosse ancora vivo e ad accompagnarlo ci fosse una band tropicalista suonerebbe esattamente così. Poi qua è là si trovano alcune ingenuità come in City of Museums, dove Sandro si fa contagiare eccessivamente da Devendra Banhart ma visto che ci troviamo di fronte ad un debutto lo possiamo scusare benissimo, ci mancherebbe..

Un disco veramente godibile che unisce l’urgenza folk dei nostri giorni con un rinnovato interesse per il jazz di metà Novecento – primo vero amore dello stesso Sandro Perri.

Vedi Sandro Perri intervistato per The Eye

Feu Thérèse: Ça va cogner

Nicolas Campagnari | 29/10/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/10/cst0491.jpg“This collection of songs and ambiguous pieces is, like the siren’s cry, an invitation to a voyage”.
Cosi il bassista Alex St-Onge sul nuovo disco dei suoi Feu Thérèse. Il “viaggio” in questione penso si riferisca ad un immaginario viaggio nel tempo in una Berlino post-kraut e pre-punk (1975-77 o giù di lì), dove i Kraftwerk spadroneggiavano con synth e voci vocoderizzate dimostrando che ricerca musicale e pop non erano nemici. Era anche il periodo in cui David Bowie rapiva Brian Eno per farsi produrre i mitologici album berlinesi (Low, Heroes e Lodger). Tutto questo e molto altro – non dimentichiamoci i gruppi post-Neu!, gli Harmonia e i La Dusseldorf – è possibile trovare in Ça Va Corner dei Feu Thérèse che esce per la canadese Constellation.

A dire il vero dopo il debutto omonimo dell’anno scorso non era certo facile aspettarsi cotanta kitsch-eria, tanto i quattro erano concentrati su un serioso avant/post-rock, diretta emanazione delle band di provenienza dei componenti ovvero Fly Pan Am (R.i.p.), Klaxon Gueule e Foodsoon.
Ora nei Feu Thérèse non c’è più posto per le elucubrazioni sonore del recente passato, e allora via libera al gioioso white-funky più voce ammaliatrice dell’opener A nos amours o agli arpeggioni dei sintetizzatori in Visage sous nylon. Con Le bruit du pollen la nuit poi vi sembrerà di essere nella discoteca berlinese di Christiane F. , mentre la romantica e dinoccolata Nada sono certo che farebbe morire d’invidia Blixa Bargeld per non averla scritta lui.
Se poi vi state chiedendo dov’è finita la citata influenza di Bowie/Eno allora ascoltatevi la Titletrack, un autentico tributo a Warszawa, anche se in questo caso sembrano prefigurarsi scenari più ottimistici, grazie a quella sua coda abitata da cori fanciulleschi.

Inizialmente la “time machine” dei Feu Thérèse disorienta, tanto più se eravate fedeli ascoltatori delle produzioni Constellation ai tempi dei Godspeed You! Black Emperor, ma poi nel giro di qualche ascolto ti colpisce e ti porta via nello spazio interstellare, dopo l’aver percorso qualche kilometro attraverso l’autobahn di Florian Schneider e Ralf Hütter.

Guarda i Feu Thérèse dal vivo con Damo Suzuki

Om: Pilgrimage

Nicolas Campagnari | 18/10/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/10/37526pilgrimage.jpgEcco di nuovo tra noi i profeti del minimal stoner. Solo batteria e basso per il duo americano Om, nato dalle ceneri dei gloriosi Sleep, che con i loro dischi influocarono la scena psych-doom dei Nineties.
Terzo disco in tre anni, Pilgrimage è anche il primo per la Southern Lord del Sunn O))) Greg Anderson ma non aspettatevi radicali cambiamenti nel suono del duo di San Francisco: basso ultradistorto, voce plurieffettata, testi visionari, batteria martellante per gran parte dei 32 minuti qui contenuti.
È possibile, comunque, trovare una maggiore integrazione delle influenze heavy-blues tipiche di Conference of the Birds, vedi la title-track e alcune sezioni della lunga Bhima’s Theme.
Nel complesso l’ennesimo monolite sonoro, che non lascia certo spazio ad ascolti spensierati e frivoli, ma per tutti gli orfani della scena stoner/doom degli anni Novanta, una vera e propria manna dal cielo.

Visita il My Space degli Om
Guarda il video live at Empty Bottle 2007

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