Brent Cash: “How Will I Know If I’m Awake” (Marina Records)

Matteo Zanobini | 25/6/2008

binarycacheservletEcco Brent Cash per la tedesca Marina Records. L’americano originario della Georgia stupisce per la sua padronanza della materia poppy. Cori multilayer, sophisti-soul, armonie vocali complesse e ritornelli da spiaggia. Uno shiny pop che guarda ai grandi (Beatles, Air, Mamas & Papas ma anche Jens Lekman, Scott Walker e Steely Dan) senza perdere di incisività e personalità. Lunghissima la lista degli ospiti e degli strumenti che il nostro riesce a far convivere all’interno del disco con maestria e cura, senza esagerare mai, collocando tutto al posto giusto al fine di rendere perfettamente l’immaginario sfocato e dreamy. Brani meravigliosi come “Good Morning Sunshine”, che sembra un brano di John Lennon rivisitato per la sigla di un immaginario teen telefilm, oppure nella californiana “Everything that’s grey”, dove i fratelli Wilson fanno una piroetta e le melodie si sprecano davvero. Movimenti che ricordano Elliot Smith nella ricchissima “Digging the fault line”, dove linee di tastiere contrappuntano le parole di Brent, lisce e killer se siete di quelli che cantano in doccia. “When the world stops Turning” sembra un outtake di “Pet Sounds”. “Only Time” è un’esplosione di fiati voci tamburelli ritmi martellanti e dolcezze svedesi (verrebbe da collocare il pezzo in zona Labrador o addirittura in divani Bee Gees). Lungi dall’essere liquidato come disco da parrucchiera o musica tappezzeria, “How Will i Know If I’m Awake” è un disco che rasenta la perfezione, misurato e composto, prodotto da dio e arrangiato con cura e dedizione, secondo standard che riportano inesorabilmente all’asse 60’s e 80s’. Forse manca l’immediatezza ma non è di questo che stiamo sta parlando. E nemmeno quello che si ricerca. La foto di Brent in copertina parla da sola. Non piacerà ai rockettari e in fondo chi se ne frega. Tra le migliori cose del 2008.

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La Casa Azul: La Revoluciòn Sexual (Elefant Records)

Matteo Zanobini | 4/6/2008

La Casa AzulLa Casa Azul è un progetto figlio del gusto nazional-pop-retrò anni 70-80 di chiara ispirazione mediterranea, incrociato al mood tutto sessantino per le melodie vocali e i coretti a tutto spiano. E’ una band fittizia, quasi come i BeeHive, formata da una sola persona, called Guille MilkyWay, bomba iper-checca-oriented con uno stile ormai invincibile che sta tra il jingle di “Viva la Rai” di Renato Zero 1983, gli ABBA e la sigla di Daitan 3. La band non esiste, in realtà, ma per comodità continueremo a considerarla viva e vegeta che saltella sul palco. Ufficialmente la banda è composta da 5 simpatici ragazzini dal viso pulito e l’espressione vuota che rispondono ai nomi di David, Virginia, Oscar, Clara e Sergio. La Casa Azul vince in partenza anche perchè è il gruppo “popi” per antonomasia. Il “popi” è un filone (modello?) culturale/estetico ben delineato e di gran moda in Spagna, che si sviluppa in seno all’ Elefant Records styla e a tutto ciò che è sculettabile, infinitamente pop e colorato, occhiolinando i ‘60 optical e la bella vita dall’aperitivo Piper Flower Ye-Ye. Vince perchè ha partecipato a Eurovision (ricordiamo che nel 1990 vinse la gloria Toto Cutugno), vince perchè è catchy da paura ed è una delle band preferite della mia dolce metà (ricordo di un suo djset in un locale gay a Barcellona e il delirio sulle note di Fiordaliso, cavallo di battaglia degli aficionados). La traccia numero 2 di questo nuovo lavoro è quella di quando si sogna dell’aquagym con signore sessantenni in custume intero a fiori, cappello di paglia e occhialini da piscina: “La revoluciòn sexual”. Il ritornello parla da solo: “Tu, que decideste que tu vida no valia / que te inclinaste per sentirte siempre mal / que anticipabas un futuro catastrofico / hoy pronosticas la revolucion sexual!”.
Il resto del disco si sviluppa su trame analoghe: electro pop frizzante e orchestre digitali, tranquifunky e synthpop alla ricerca del refrain ineccepibile, magari col vocoder. Cristina D’Avena e i Devo, John Foxx e gli Aqua, Lorella Cuccarini e Rita Pavone, Las Ramblas e Via Veneto. Appetitoso e danzereccio, trombette sintetiche e cura spasmodica per gli arrangiamenti, casio core e mille altre trovate.
La Casa Azul sbanca in Spagna (questo è il loro terzo album in studio)
e da noi è perfettamente sconosciuta. Perchè?
Fenomeno imprescincibile per gli amanti dello Spanish way of life, musicalmente emancipato e per questo meno assoggettato a modelli di importazione anglofona. Basta poco e ci si abitua anche alla lingua, ricordatevi solo di bailare con passo saldo intonando sha la la la la la la.

Kelley Stoltz: Circular Sounds (Sub Pop)

Matteo Zanobini | 26/5/2008

Kelley StoltzRinnovato il sodalizio con il duo più yeah di Seattle che equivale a dire SubPop (che quasi ci ha stancato da quanti dischi meravigliosi fa uscire), il nostro Kelley Stoltz (one man band over the top) si lascia andare in una curatissima opera di recupero e restauro di tutto il beat garage pop psychedelico folk’n'blues anni 60. Dentro ci troviamo fortissimi i Kinks, il Barrett di “See Emily Play”, i Music Machine, gli EasyBeats, Marc Bolan, i soliti due che iniziano per Bea…anche un po’ di Talking Heads e siamo a posto. Patchwork e amarcord are not a crime, come hanno sostanzialmente dimostrato al mondo personaggi come lo stesso Murphy (Lcd Soundsystem) e compagnia bella; il Kelley supera il già azzecatissimo “Below The Branches” (2006) e si lancia, chitarrino e rullantino al collo, a far baldoria. Questo per dovere di cronaca.
Fregandosene di tutte le varie seghine del tipo “mammamia se è derivativo” o ancor meglio “io queste melodie sixties non le reggo più”, questo disco è una figata (slang giovanile contemporaneo).
“Everything Begins” è un brano da antologia, riffettini killer, pompettine orchestrali e marcette a gogo, coretti e sfarfallii a più non posso. Stende manco fosse “Illinois”. Si continua in una girandola di stramberia e giravolte in punta di plettro, come la scassona The Birmingham Eccentric. When You Forget sta tra Brian Wilson e Momus, poi si scorre tra echi di Velvet Underground, Walker Bros e chi più ne ha più ne metta. La verità è che la stupendevolezza di questo lavoro si trova nell’insieme, più che nel singolone. Ascoltarlo da 0 a 100 in un sol boccon.
Classico album prescindibile per un over40, che ha metabolizzato e vissuto già il recupero negli anni80, o addirittura per un over 50, che magari si è proprio vissuto il momento yeye non essere geloso se con gli altri ballo il twist. Ma per un giovinastro di oggi Kelley Stoltz può essere più che un grandissimo disco. Può rappresentare lo stimolo incontrollabile di prendere le forbici da cucina e di modellarsi una super frangetta. Per me, tra le migliori uscite del 2008.

M83: Saturdays=Youth (Mute/EMI)

Matteo Zanobini | 9/5/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/05/m83.jpgM83 erano il duo Nicolas Fromageau e Anthony Gonzalez, Antibes, Francia. Adesso rimane solo il secondo. Ancora per Mute esce questo nuovo capitolo della saga “riusciranno i nostri eroi a far entrare lo shoegaze nel cuore delle nuove leve attraverso riferimenti paraculo, pose plastiche e ammiccamenti infiniti?”. L’operazione, che a questo punto (a differenza dello splendido Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts del 2003 e dell’altrettanto meraviglioso ma più artefatto Before the Dawn Heals Us del 2005) appare un po’ troppo indirizzata a forza verso quel noioso target post OC post College post Van Sant, riesce alla perfezione sulla carta, ma non altrettanto nella sostanza. Il lavoro appare molto più derivativo e ridondante dei precedenti (che, ok, prendevano a piene mani da MBV Slowdive e la 4AD tutta ma conservavano autenticità e iniezioni di sano teen angst). Fanno capolino così riempitivi, suite di una dozzina di minuti che sembrano rincorrere lo standard del minutaggio per un album che è, tuttosommato, EMI. L’immaginario, dal titolo alla cover, non lascia scampo: la gioventù zuccherosa e triste che si fissa le converse (o le gazzelle?), scrive di amori perduti sulle altalene al tramonto, ascolta i Death Cab, vive in un mega loft e mangia sempre con la schiena dritta. L’immagine promozionale stavolta esagera in patina, con il Gonzales sempre più fighetto acqua e sapone; il tutto risulta un po’ troppo carico di sfumature e stucchevole, perdendo così incisività e mordente. Qua ci si aspettava un’evoluzione. Non che sia un brutto disco, anzi, troverà ampio consenso tra gli aficionados del genere (che sono alla stregua dei metallari in quanto a dinamismo gustativo). Passando ai brani: l’inizio è da manuale del perfetto dreampopper, un paddone angelico con tanto di progressione di piano e voci incantate. In Graveyard Girl, singolo perfetto, c’è tutto: cori, tastieroni new orderiani, percussioni lontane, riverberoni importanti. Pure al video non manca niente. Skin of the Night è praticamente una cover dei Cocteau Twins. Tutto il resto si aggroviglia su se stesso precipitando in concatenarsi di atmosfere Sofia Coppola.
Però troppo, ecco. Ci sentiamo di bocciare questo capitolo M83 perchè ci si aspetta più cuore e meno mestiere. Attendiamo il tour a novembre per un giudizio complessivo.

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Low: You May Need a Murderer (Film Documentario)

Matteo Zanobini | 24/4/2008

low“You may need a murderer” sono le parole che rimbombano continuamente da un capo all’altro della testa di Alan Sparhawk, membro fondatore e cantante dei Low. Lui, mormone rockstar in un tempo senza il tempo, in riva al lago in una foresta del Minnesota, con cappello da cowboy sandali e sguardo perso nell’acqua, racconta dei limiti e della follia della religione, di dio, della moralità della sua gente, perchè “la religione giustifica tutto, allora spero che dio non mi chieda mai di uccidere”. Mi è capitato tra le mani ieri questo documentario di David Kleijwegt, “You May Need A Murderer” (distribuito in Italia da Goodfellas), in cui il regista ritrae il duo Alan Sparhawk e Mimi Parker alle prese con la loro vita quotidiana fatta di figli, chiesa e tour in giro per il mondo. Fa impressione la vita dei Low. Vivono in una zona sperduta del Minnesota, in periferia di una cittadina di 29 abitanti, isolati da tutto se non da una ristretta cerchia di amici mormoni, che condividono con loro le esperienze religiose, spesso con trovate ai limite del new age o dell’anacronismo bizzarro. Vivono così: sembrano animati da una pace interiore che nulla ha a che fare con il rock, con il mercato discografico, con i fans e tutto quello che sta fuori. Non parlano quasi mai di musica, sembra che nella vita facciano altro. Ma quelle voci escono così naturali, nei momenti intimi e di raccoglimento, come canti di fede e di violenza, spesso accompagnate da nessuno strumento se non la voce dell’altro, e sembrano uscire da un altro mondo. Troppo profonde, troppo intense da sembrare vere. Cominciano a cantare e tutto si trasforma. Incredibile. Rimango sconvolto da come si possa approcciarsi così alla musica, così violentemente e pacificamente allo stesso modo, con così tanta pace e rabbia dentro, compostezza e delirio, confusione. Alan resta imbambolato e farfuglia parole senza significato quando gli viene chiesto del suo esaurimento nervoso di 2 anni fa che lo ha tenuto lontano dalla scena. Mimi prepara la cena e mette a letto la prole. Alan in cantina si sfoga con gli amici Retribution Gospel Choir. Mimi guida e Alan parla di moralità e America al figlio di 3 anni. I bambini non si rendono ancora conto della portata dei genitori. Alan non ride mai, digrigna i denti, è un nervo scoperto al mondo. Alan con la mise da mormone in chiesa con Mimi e i bambini, immobile a parlare di dio. “You may need a Murderer” Ë una frase presa dall’ultimo album dei Low, Drums and Guns (Sub Pop 2007), la bipolarità percussiva, il dualismo che ripercuote se stesso e ritorna sempre in forme diverse: l’assoluta grazia infinita delle armonie e gli intermezzi schizofrenici di Alan, come in preda a deliri di onnipotenza e poi di nuovo giù all’inferno, la lucidità di un uomo antagonista all’america e uomo di fede quasi folle, è giusto uccidere a nome di dio? Inquietano i Low, per la loro semplicità, la loro profonda rassegnazione e la speranza, veri e propri eremiti del rock. Là fuori la gente urla per loro e prenota la Union Chappell fino a saturarla durante il loro attuale tour in uk. I Low laggiù, tra foreste e campi sperduti, una famiglia (Mimi e Alan sono sposati) apparentemente ordinaria, due voci che si fondono all’alba e si contrappuntano fino alla notte, nate e cresciute per procedere all’unisono, così in profondità che ti manca la terra sotto ai piedi, così lontani dalle schifezze babyshambles o di analoghi coglioni, così intime ma lontane, perchè la loro vita è composta da sguardi fissi e non di parole, perchè l’opera dei Low è tra le più importanti della nostra musica, e le parole sono queste: One more thing before I go / One more thing I’ll ask you, lord / You may need a murderer / Someone to do your dirty work / Don’t act so innocent / I’ve seen you pound your fists into the earth / And I’ve read your books / Seems that you could use another fool / Well, I’m cruel / And I look right through.

Prospekt: Airlines (autoprodotto)

Matteo Zanobini | 18/4/2008

I Prospekt vengono da Brescia, dall’Italietta cementificata, brulla e industrializzata grigia all day long. Legittimo dunque il disinvolto proliferare di band, collettivi, locali e compagnia bella, come nella migliore tradizione “disagio che vai musica che trovi” (se i Sigur Ros vengono dall’Islanda, gli Screaming Trees da Seattle ci sarà un perchè). Vogliamo dunque qua mettere in chiaro una band tronica di spessore che non è ancora saltata alle cronache mondane a causa dell’ elegante discrezione dei componenti, nonchè per la naturale predilezione per sonorità anaconistiche di default. E alleluia. I Prospekt zitti zitti sigillano il secondo album, all’anagrafe “Airlines”, forse in omaggio a tutti gli shuttle in partenza nel loro disco. E ce ne sono un casino, sembra una stazione NASA. Analog is warmer, si direbbe in incipit, quando una manganellata in stile LFO dà il via ad un treno di sequenze e pattern moroderiani, panpottati fin dietro la testa (”Krieg”). Le influenze vengono tutte dalle retrovie, so 70s e so 90s, dal rock spaziale e Krauto, rimbalzando fino agli Orb e ai Future Sound Of London. Il suono è asciutto e minimale, le atmosfere dure e trippy di “Mozambique 1″ ne sono un assaggio, synth granulosi e un pulsare vischioso di basso. Echi di Vangelis in “Eine Kleine Musik”, staticità e ripartenze di scivolini analogici a non finire. I nostri sanno abbassare la guardia e lasciarsi andare a cavalcate di 4/4 come nella fragorosa “Krieg”, un compendio di dance antesignana in stile Suicide fatta di scie spaziali, groove a vita bassa e chitarrini “ground control to major tom”. Altri episodi ottimi, come il combo di “Technica”, mettono alla luce una compostezza psichedelica non indifferente, la voglia di lavorare per sottrazione e di non mollare mai il groove. I 3 ti stendono quando tirano fuori il funkettone dub di “Part”, rimodellando la concezione di space-hop. Se mi avessero mandato un vinile polveroso avrei collocato questo album nei primi anni 90, proveniente da area teutonica. Invece vengono dal paese del bel canto e, per la legge dei 20 in 20 (anni), i Prospekt sono in anticipo di almeno un lustro. Andateveli a vedere e portatevi il casco che si parte.

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Radar Bros: Auditorium (Merge/Chemikal Underground)

Matteo Zanobini | 15/4/2008

Assistere ad un concerto imbarazzante degli Idaho è sicuramente un buon punto di partenza per sentenziare con mano la dipartita dello slow-core e dei suoi infiniti sottogeneri, che di per se non è sensazionalismo nè morte felice o qualcosa del genere. Coordinando braccia e mani si possono ancora disegnare traiettorie astrali, e fanculo il manierismo. I beneamati Radar Bros ti sfornano con “Auditorium” (su Merge/Chemikal Underground) il disco quasi perfetto, “quasi” perchè la perfezione necessita di qualche sbavatura. Qua ci troviamo di fronte ad un universo immobile di trilli e voci lontane, rallentamenti e stasi ipnotica, senza il glitch che ti risveglia col disco della vita in tasca. C’è l’asse y formato dai soliti CSNY e la tradizione settantina di polvere, color vinaccia e chitarroni folk che si digerisce “Harvest” e i Simon & Garfunkel e li rivomita di continuo, l’asse x sul versante psych ’90s Mercury Rev e i soliti Codeine e compagnia slowmotion psych-folk, sad-core e balle varie.
Jim Putnam e squadra si allontanano un attimo dalle velleità psichedeliche delle ultime cose e si lanciano a capofitto in una serie di brani perfetti e misurati, composizioni di rara intensità. “Lake Life” è forse il momento più alto dell’album: uno slowpop di diamante fatto di armonie paradisiache e segno indelebile di certa “americana” mai sbiadita, spola tra Surfin’ safari e Buffalo Springfield. Il singolo “When cold Air Goes To Sleep” accelera ma mantiene le aperture celesti dei migliori, l’incedere teso con esplosione progressiva di cori overhead di una compostezza paurosa, così come “Pomona” e “Morning Bird”, dove la scrittura si fa ulteriormente corrosiva ed intima.”Warm rising” sembra adottare i Mazzy Star e gli Slowdive ma con David Crosby e Robert Wyatt in sala regia, gli Animals e i Codeine tutti insieme appassionatamente. L’album si impreziosisce di altri episodi esemplari come “Happy Spirits” e “Hearts of Crows”, vicinissima ai Montgolfier Brothers per pesantezza infinita, dove pianoforti solenni e arrangiamenti in giacca e cravatta ci fanno galleggiare e sprofondare a zigozago. C’è indubbiamente mestiere, e perdio, non significa automaticamente run for cover; ma consapevolezza e maturità stilistica, equilibrio e portamento. Non si parla di hype, di ragazzini stonati e brufolosi. Manca la hit spaccaradiolone, non c’è la cassa sudata gay, bensì la sana scrittura di una band che segna indelebilmente il tracciato fottendosene del contesto. Fuori da tempo spazio moda, qua si canta la moviola dell’oceano e delle stelle.

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