“You may need a murderer” sono le parole che rimbombano continuamente da un capo all’altro della testa di Alan Sparhawk, membro fondatore e cantante dei Low. Lui, mormone rockstar in un tempo senza il tempo, in riva al lago in una foresta del Minnesota, con cappello da cowboy sandali e sguardo perso nell’acqua, racconta dei limiti e della follia della religione, di dio, della moralità della sua gente, perchè “la religione giustifica tutto, allora spero che dio non mi chieda mai di uccidere”. Mi è capitato tra le mani ieri questo documentario di David Kleijwegt, “You May Need A Murderer” (distribuito in Italia da Goodfellas), in cui il regista ritrae il duo Alan Sparhawk e Mimi Parker alle prese con la loro vita quotidiana fatta di figli, chiesa e tour in giro per il mondo. Fa impressione la vita dei Low. Vivono in una zona sperduta del Minnesota, in periferia di una cittadina di 29 abitanti, isolati da tutto se non da una ristretta cerchia di amici mormoni, che condividono con loro le esperienze religiose, spesso con trovate ai limite del new age o dell’anacronismo bizzarro. Vivono così: sembrano animati da una pace interiore che nulla ha a che fare con il rock, con il mercato discografico, con i fans e tutto quello che sta fuori. Non parlano quasi mai di musica, sembra che nella vita facciano altro. Ma quelle voci escono così naturali, nei momenti intimi e di raccoglimento, come canti di fede e di violenza, spesso accompagnate da nessuno strumento se non la voce dell’altro, e sembrano uscire da un altro mondo. Troppo profonde, troppo intense da sembrare vere. Cominciano a cantare e tutto si trasforma. Incredibile. Rimango sconvolto da come si possa approcciarsi così alla musica, così violentemente e pacificamente allo stesso modo, con così tanta pace e rabbia dentro, compostezza e delirio, confusione. Alan resta imbambolato e farfuglia parole senza significato quando gli viene chiesto del suo esaurimento nervoso di 2 anni fa che lo ha tenuto lontano dalla scena. Mimi prepara la cena e mette a letto la prole. Alan in cantina si sfoga con gli amici Retribution Gospel Choir. Mimi guida e Alan parla di moralità e America al figlio di 3 anni. I bambini non si rendono ancora conto della portata dei genitori. Alan non ride mai, digrigna i denti, è un nervo scoperto al mondo. Alan con la mise da mormone in chiesa con Mimi e i bambini, immobile a parlare di dio. “You may need a Murderer” Ë una frase presa dall’ultimo album dei Low, Drums and Guns (Sub Pop 2007), la bipolarità percussiva, il dualismo che ripercuote se stesso e ritorna sempre in forme diverse: l’assoluta grazia infinita delle armonie e gli intermezzi schizofrenici di Alan, come in preda a deliri di onnipotenza e poi di nuovo giù all’inferno, la lucidità di un uomo antagonista all’america e uomo di fede quasi folle, è giusto uccidere a nome di dio? Inquietano i Low, per la loro semplicità, la loro profonda rassegnazione e la speranza, veri e propri eremiti del rock. Là fuori la gente urla per loro e prenota la Union Chappell fino a saturarla durante il loro attuale tour in uk. I Low laggiù, tra foreste e campi sperduti, una famiglia (Mimi e Alan sono sposati) apparentemente ordinaria, due voci che si fondono all’alba e si contrappuntano fino alla notte, nate e cresciute per procedere all’unisono, così in profondità che ti manca la terra sotto ai piedi, così lontani dalle schifezze babyshambles o di analoghi coglioni, così intime ma lontane, perchè la loro vita è composta da sguardi fissi e non di parole, perchè l’opera dei Low è tra le più importanti della nostra musica, e le parole sono queste: One more thing before I go / One more thing I’ll ask you, lord / You may need a murderer / Someone to do your dirty work / Don’t act so innocent / I’ve seen you pound your fists into the earth / And I’ve read your books / Seems that you could use another fool / Well, I’m cruel / And I look right through.