My Bloody Valentine @ Roundhouse, Londra (20/06/08)
Quando all’ingresso vedo distribuire tappi per le orecchie, mi spunta un sorrisone: sono proprio i My Bloody Valentine, sono davvero loro, sono davvero tornati.
E quando salgono sul palco gli esilissimi supporter Le Volume Courbe bastano pochi secondi e tutti pensiamo la stessa cosa, che un informatore mi ha saputo confermare di prima mano: sì, la vocalist fa coppia con Kevin Shields.
Ma a nessuno importa: la Roundhouse è piena di gente che aspettava questo momento da 15 anni, o di gente che li ha scoperti dopo e non poteva credere di poterli vedere dal vivo, o di fortunati che erano presenti alle due date “di prova” della settimana all’ICA e attendevano lo spettacolo vero e proprio.
A dirla tutta anche questo show, almeno inizialmente, sapeva di prova: silenzi, errorini, malintesi, tempi morti. Colm O’Ciosoig attende ogni volta un cenno da Kevin prima di dare l’attacco, ma Kevin è invariabilmente immerso nel suo mondo, che è separato da quello di noi mortali da qualcosa come undici amplificatori. La stessa dinamica calmo/agitato è data dal duo femminile, dove se da una parte Debbie Googe lotta col basso come contro una piovra assassina, dall’altra Bilinda Butcher è immobile, sorridente, bellissima, suona un solo accordo, canta con un filo di voce e pertanto si può permettere pure eleganti scarpe col tacco. Kevin invece, per quello che si sente dietro la diga di feedback, non è escluso che stia solo muovendo le labbra a vuoto.
Ad ogni modo, come da anticipazioni, la scaletta apre con Only Shallow, passa attraverso Isn’t Anything e Loveless (più che altro quest’ultimo) e una manciata di B-Sides, ingrana la sesta con Soon e chiude con Feed Me With Your Kiss / Sueisfine. Lo fa spazzando via da subito ogni dubbio di sorta: ruggine, stanchezza, poca convinzione… niente di tutto ciò, nessun freno.
Poi è il turno di You Made Me Realise.
E capisci che forse è questo il vero momento che si stava aspettando.
Forse era questo il vero scopo di Kevin, il vero motivo della reunion. Ciò che dopo 15 anni si era convinto di saper riprodurre in modo finalmente soddisfacente.
Venti minuti di puro, incessante, devastante rumore bianco.
Volevo guardarmi intorno e osservare le reazioni del resto della folla, ma non avevo il coraggio di deviare l’inclinazione delle mie orecchie di un solo grado per non perdermi un millesimo di intensità.
Mi dispiace, bisognava esserci per capire.
Non ho ancora avuto il coraggio di ascoltare un solo disco da allora.


La 





