My Bloody Valentine @ Roundhouse, Londra (20/06/08)

Matteo Zuffolini | 24/6/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/06/2595949851_b8d8ab7d1c.jpgQuando all’ingresso vedo distribuire tappi per le orecchie, mi spunta un sorrisone: sono proprio i My Bloody Valentine, sono davvero loro, sono davvero tornati.
E quando salgono sul palco gli esilissimi supporter Le Volume Courbe bastano pochi secondi e tutti pensiamo la stessa cosa, che un informatore mi ha saputo confermare di prima mano: sì, la vocalist fa coppia con Kevin Shields.
Ma a nessuno importa: la Roundhouse è piena di gente che aspettava questo momento da 15 anni, o di gente che li ha scoperti dopo e non poteva credere di poterli vedere dal vivo, o di fortunati che erano presenti alle due date “di prova” della settimana all’ICA e attendevano lo spettacolo vero e proprio.
A dirla tutta anche questo show, almeno inizialmente, sapeva di prova: silenzi, errorini, malintesi, tempi morti. Colm O’Ciosoig attende ogni volta un cenno da Kevin prima di dare l’attacco, ma Kevin è invariabilmente immerso nel suo mondo, che è separato da quello di noi mortali da qualcosa come undici amplificatori. La stessa dinamica calmo/agitato è data dal duo femminile, dove se da una parte Debbie Googe lotta col basso come contro una piovra assassina, dall’altra Bilinda Butcher è immobile, sorridente, bellissima, suona un solo accordo, canta con un filo di voce e pertanto si può permettere pure eleganti scarpe col tacco. Kevin invece, per quello che si sente dietro la diga di feedback, non è escluso che stia solo muovendo le labbra a vuoto.
Ad ogni modo, come da anticipazioni, la scaletta apre con Only Shallow, passa attraverso Isn’t Anything e Loveless (più che altro quest’ultimo) e una manciata di B-Sides, ingrana la sesta con Soon e chiude con Feed Me With Your Kiss / Sueisfine. Lo fa spazzando via da subito ogni dubbio di sorta: ruggine, stanchezza, poca convinzione… niente di tutto ciò, nessun freno.
Poi è il turno di You Made Me Realise.
E capisci che forse è questo il vero momento che si stava aspettando.
Forse era questo il vero scopo di Kevin, il vero motivo della reunion. Ciò che dopo 15 anni si era convinto di saper riprodurre in modo finalmente soddisfacente.
Venti minuti di puro, incessante, devastante rumore bianco.
Volevo guardarmi intorno e osservare le reazioni del resto della folla, ma non avevo il coraggio di deviare l’inclinazione delle mie orecchie di un solo grado per non perdermi un millesimo di intensità.
Mi dispiace, bisognava esserci per capire.
Non ho ancora avuto il coraggio di ascoltare un solo disco da allora.

Guarda il video di When You Sleep (live @ Roundhouse)

Rival Schools @ King’s College, Londra (11/06/08)

Matteo Zuffolini | 16/6/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/06/rivalschools.jpgA Londra, se si vuole rimanere aggiornati e informati, è una guerra. Tocca spalancare le porte allo spam e iscriversi alle newsletter di tutti magazine, agenzie, box office, locali del circondario. E agire in fretta.
È così che sono venuto a sapere del ritorno dei Rival Schools: direttamente da una biglietteria. Sapendo che in giro c’è anche una serata dallo stesso nome, prima di agitarmi ho fatto una breve ricerca: nessuna traccia della reunion, ma la serata omonima si svolgeva altrove, per cui ho dato retta alla Dea Speranza. Quando l’annuncio ufficiale è finalmente uscito, la data del King’s College era già sold out.
A giudicare da questo, e dalle facce sorridenti, quasi sollevate della folla presente, definitivamente rassicurata dal tendone raffigurante il logo di United By Fate, questo pezzo avrebbe quasi potuto intitolarsi “Why the world needs Rival Schools”.
E loro se lo sanno meritare questo affetto: salgono sul palco alle 9.40, attaccano con Travel By Telephone scatenando subito il tripudio, e seguono senza interruzione con High Acetate. È uno show grintoso e compatto come più non si può chiedere, facce emozionate sia sotto il palco che sopra, da loro una gran voglia di suonare, da noi una gran voglia di ascoltarli. Nessuno dice e nemmeno pensa la parolaccia (”emo”), ma è chiaro che i nostri sono là sopra per ridare dignità a un genere che da oggi forse torneremo a chiamare semplicemente post-hardcore.
Tra Everything Has Its Point e Good Things i ragazzi non fanno mancare niente, e aggiungono nuovo materiale, tra cui un pezzo intitolato alla nostra Sophia Loren. E la chicca di una tiratissima cover di How Soon Is Now che riesce nel miracolo di risultare più che legittima.
Chiusura in trionfo con Used For Glue, e uno Schriefels letteralmente senza parole che riesce solo a mormorare “Back soon” prima di abbandonarsi agli abbracci della prima fila.
Ci siete mancati, eccome.

Visita la pagina dei Rival Schools su Wikipedia
Guarda il video di Used For Glue

Camden Crawl, Pt. II (Londra, 19/04/2008)

Matteo Zuffolini | 30/4/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/04/cc.jpgLa prima giornata del festival londinese si era rivelata massacrante: Vitaminic si è gettata nella seconda non accettando nulla di inferiore.

We Are The Physics
Trattasi di quattro giovani fighetti finto-nerd, con obbligatori occhiali dalla montatura spessa, strumenti incerottati ad arte e mutande Calvin Klein in bella mostra. Eppure, nonostante uno show zeppo di coreografie calcolatissime, è arduo resistere al loro divertito e grintoso post punk radiofonico largamente debitore dei Devo più populisti. Contagiosi.

Effi Briest
Progetto sulla carta interessante: sei polistrumentiste newyorchesi di bella presenza, svariate influenze in libertà che vanno dal folk al post rock. Ma al lato pratico le idee risultano confuse e male assemblate, la tecnica spesso troppo elementare, diversi strumenti ridondanti o inutili (soprattutto se suonati a un metro dal microfono)… insomma, quel che si dice “un pacco”.

Ida Maria
Dalla Norvegia con furore, con una proposta musicale molto americana e la fama di live travolgenti, tipo una Chrissie Hynde posseduta dal fuoco di Iggy Pop. Ida parte con un paio di ballate di troppo che fanno temere al peggio, ma è solo perchè tiene il meglio per ultimo. Si rovescia in testa un’intera bottiglietta d’acqua, ed è il segnale stile “scatenate l’inferno”: prima Better When You’re Naked e poi Oh My God alzano esponenzialmente il ritmo trascinando il pubblico in un pogo pienamente degno di questo nome. Nulla da eccepire.

Crystal Castles
I lettori mi perdoneranno, ma per diversi fattori che non sto a sviscerare mi sono convinto che il piano migliore per concludere la serata era dare una seconda possibilità al duo dance-punk canadese.
A questo turno il palco basso del Dingwalls si rivela totalmente inadeguato: la gente vi si accalca scriteriatamente come se fosse l’unica uscita di un edificio in fiamme, e per evitare spiacevoli inconvenienti ad Alice tocca cantare arrampicata sulle spalle di tre energumeni della sicurezza improvvisatisi transenne umane.
Se possibile, ho sentito ancora meno musica della prima volta.
Ma posso garantire che ci si diverte un casino.

Leggi l’articolo sulla prima giornata del Camden Crawl

Guarda il video di You Can Do Athletics, BTW dei We Are The Physics
Guarda il video di Oh My God di Ida Maria
Guarda il video di Courtship Dating dei Crystal Castles

Camden Crawl, Pt. I (Londra, 18/04/2008)

Matteo Zuffolini | 23/4/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/04/2424496666_21321204dd.jpgIl Camden Crawl è a suo modo una piccola risposta londinese al SXSW.
Si prendono un centinaio di band emergenti, le si sparpagliano nell’arco del weekend per una ventina di locali distribuiti nel diametro di un chilometro, le si condiscono con qualche più affermato ospite a sorpresa (l’anno scorso Ash, Black Rebel Motorcycle Club e Amy Winehouse, quest’anno The Fratellis, Wombats e Robyn) e si fornisce la scaletta rigorosamente all’ultimo istante, con un effetto “busta a sorpresa” che, insieme alla facilità con cui ci si imbatte in code improponibili, demolisce qualsiasi tentativo di programmazione anticipata.
Lo spirito è approfittare dei limiti logistici per lasciarsi sorprendere da nuove scoperte, e le edizioni precedenti insegnano che in molti casi ne vale la pena.
Vitaminic si è gettato anima e corpo nell’impresa uscendone con le ginocchia distrutte, le orecchie pulsanti e qualche macchia verde fosforescente sui pantaloni.

Does It Offend You, Yeah?
Avendo individuato l’accoppiata più interessante della serata al Purple Turtle di Mornington Crescent, estremo sud del percorso, tocca rimanere in zona per evitare brutti scherzi, e alle 7pm si entra solo al Koko.
I DIOYY hanno un nome decisamente più audace della musica che propongono, un electro-rock abbastanza innocuo, e per fortuna nemmeno loro ci credono più di tanto. Nei momenti migliori sembrano stimolare uno spettacolare ritorno alla breakdance, trascinano e scatenano un fitto lancio di birre (che da queste parti è segno di apprezzamento); nei peggiori sono piuttosto generici e dimenticabili.
Riescono comunque a onorare in qualche modo il nome quando intimano di non votare Boris Johnson alle prossime “comunali” (se di questo si può parlare quando c’è da eleggere il nuovo sindaco di Londra), ricevendo in cambio una pioggia di “buuu”. — Continua a leggere

Club Motherfucker (Londra, 13/04/2008)

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/04/motherfucker.thumbnail.jpgLa fama della serata Motherfucker, attiva nella capitale britannica da oramai cinque anni, è quella di essere un evento differente tutti gli altri, estremamente ricercato nella proposta di band e dj, e al tempo stesso capace di mantenere una torbida ma confidenziale atmosfera da vero party.
La location è il Barden’s Boudoir, nella zona decisamente poco luccicante di Dalston Kingsland, ogni secondo sabato del mese. La filosofia degli organizzatori si può riassumere nella frase “everyone who walks through our door is a Motherfucker”: l’importante è non lasciare indifferenti. Dopo una prima puntata lo scorso marzo, Vitaminic è andato di nuovo in missione per voi. — Continua a leggere

Club Motherfucker @ Barden’s Boudoir, Londra (08/03/08)

Matteo Zuffolini | 10/3/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/03/invasion.jpgOtto marzo, festa della donna, ma qua a Londra anche festa di compleanno – il quinto – per una delle serate dance più apprezzate della zona, la Club Motherfucker.
Nessun spogliarellista cubano ma una manciata di band che promettono di scuotere i sensi con proposte fuori dai soliti schemi, anche se, a conti fatti, il tutto si risolve in un clamoroso caso di scaletta quasi invertita ai meriti.
Ma andiamo per ordine.

Invasion: trio esplosivo da Londra. Marek e Zel forniscono un secchissimo telaio sonoro space-thrash, lui sfornando riff su una chitarra a tre corde (genio), lei pestando la batteria come se fosse il mitra d’assalto del finale di John Rambo. Chan invece fa come se sentisse soltanto il metronomo, e ci canta sopra in puro Tina Turner style. Gli Skunk Anansie scappano in preda al panico.
Pezzi rigorosamente sotto i 2.30, set di 20 minuti: un temporale che squarcia tetti e lascia odore di bruciato.

Dead Kids: capisci subito che qualcosa non quadra quando tutta la strumentazione è rannicchiata storta in un angolo, e il microfono del cantante viene sistemato direttamente giù dal palco.
Mike Title è il tipo di frontman che, aggiungendo ulteriore overdose di anfetamine alla formula Iggy Pop/John Lydon, sfonda a piedi pari il confine tra estroverso/scatenato e molesto/pericoloso. Mentre gli altri innalzano un muro di tamarrissimo rave-punk, Mike si presenta a occhi sgranati e procede immediatamente a ballare come un fulminato, saltare, baciare, schiaffeggiare, strusciarsi, gettarsi in mezzo ai 50 presenti totalmente incurante dell’incolumità sua e di chiunque intorno. Roba che al confronto Tim Harrington dei Les Savy Fav è pronto per Sanremo.
Diventa quindi arduo formulare un giudizio musicale neutrale, poichè impossibile staccare gli occhi di dosso dall’indemoniato frontman, non fosse altro che per spirito di autodifesa.
Ma se lo scopo di un concerto è graffiare con esperienze che lasciano il segno, questi sono da assumere ad occhi chiusi.

Ipso Facto: è quasi impossibile seguire un set travolgente come quello dei Dead Kids, e le Ipso Facto, pur essendo sulla carta il nome più caldo della serata, non ci riescono. Il loro sound stile Elastica in versione goth, pur a suo modo interessante, potrà impressionare il pubblico medio di NME abituato a cose infinitamente più banali, ma dopo due veri e propri terremoti come Invasion e i già citati ragazzi morti l’effetto è invariabilmente deludente, e di certo non aiutano nè i problemi tecnici nè una presenza scenica come al solito fredda e distaccata.
Se non fossero tutte e quattro bellissime…

Sisters Of Transistors: sulla carta decisamente interessanti: Graham Massey degli 808 State e quattro sottomesse “angels” rubate a una pubblicità della Benetton (una mora, una rossa, una nera e un’orientale) intenti a tessere una specie di psichedelica colonna sonora per film horror vintage.
Al lato pratico… ehm, impraticabili. Quasi un’ora di cambio palco per montare una batteria, sei tastiere, due laptop e un proiettore in uno spazio dove ogni millimetro è contato, tra grovigli di cavi e un tale numero di collegamenti che sai già che non potranno funzionare tutti contemporaneamente.
L’attesa è estenuante, e il risultato si rivela troppo abbozzato e autoindulgente per rimediare, soprattutto alla luce di altri problemi tecnici che costringono a due ulteriori insopportabili pause.
Ma come per le Ipso Facto, alla fine dei conti prendiamo per buona la scusa del “fuori contesto”.

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MGMT @ Koko, Londra (26/02/08)

Matteo Zuffolini | 27/2/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/02/dscf2851.jpgSi sa che aria tira da un po’ di tempo a questa parte.
Senza togliere nulla a chi continua comunque a sfornare cose interessanti, il gioco bene o male è quello di spulciare nel passato e recuperare le influenze che non aveva ancora recuperato nessuno – tra i casi più recenti il Paul Simon epoca Graceland dei Vampire Weekend.
Delle fonti di ispirazione sonora dei MGMT si sapeva già: a cogliermi assolutamente impreparato è quindi il look del frontman Andrew Vanwyngarden che mi va a rispolverare nientemeno che la bandana alla Mark Knopfler. Ora mancano davvero solo le spalline.
Intorno a lui comunque formazione a cinque, e anche la giacca in domopak del bassista non è male. Ben Goldwasser, l’altra metà del duo titolare del marchio, è invece in normale e modesto pullover a righe, e indaffarato dietro ben tre tastiere.
E una volta finite le considerazioni fashion non si può non annotare la grandiosa invadenza della macchina hype a pieno regime, tant’è che c’è bisogno di spostare le transenne un metro indietro per fare posto a tutti i fotografi. La scena poi acquista valenza ancora più surreale se si considera che trattavasi di misero slot di supporto per i Sons & Daughters prima e i Band of Horses poi.
Da parte sua la band risponde con un set piuttosto spavaldo che si gioca subito i pezzi da novanta: si presenta con Weekend Wars, con la sua strofa rubata agli Stones e il ritornello ai Muse, e già in seconda posizione spara il singolone/inno Time To Pretend. Ma l’atteggiamento è sul timido/guardingo, forse per l’inusitato dispiego di obiettivi puntati in faccia, e finisce che chi non conosce il background sarcastico/situazionistico del duo di New York potrebbe credere che quella bandana in testa ad Andrew sia seria.
Tempo mezzora, in cui spicca una bella resa di Electric Feel e l’assenza di Kids, e la pacchia è già finita.
Meritati applausi dei fans.
La transenna viene riposizionata al suo posto originale.
Qualcuno addirittura torna a casa (io compreso).

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Guarda il video di Time To Pretend

Shockwave NME Awards Show @ Astoria, Londra (10/02/08)

Matteo Zuffolini | 11/2/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/02/lessavyfav.jpgFebbraio è il mese degli NME Shockwave Awards, che come di consuetudine vengono anticipati da un tour itinerante e da una serie di show che mettono in campo una cospicua selezione tra le band favorite del noto magazine inglese, tra nomi affermati (Babyshambles, Wombats, CSS) ed emergenti (Black Kids, Vampire Weekend, MGMT).
Fa quindi un po’ specie che una delle line-up complessivamente più appetibili sia anche fra le poche non sold out: all’Astoria va infatti in scena un signor quartetto composto da Cut Off Your Hands, Los Campesinos!, Future Of The Left e Les Savy Fav. O meglio dovrebbe, perchè i primi danno disgraziatamente forfait all’ultimo minuto.
E qualcos’altro dev’essere andato storto, perchè il solitamente esuberante Gareth Campesinos (tutti i Los Campesinos! adottano lo stesso cognome in stile Ramones) appare visibilmente depresso e demotivato. Ma la forza della giovanissima band di Cardiff sta in pezzi troppo grossi per risentire di un solo componente fuoriposto, e sebbene la vista sia lievemente dissociante, è impossibile resistere all’impeto euforico di You! Me! Dancing!.
Seguono i concittadini Future Of The Left, ovvero l’evoluzione degli ex McLusky tramite il bassista dei Jarcrew. E quella che assale l’Astoria con una serie di miratissime sassate post punk è già una band che non ha nulla da dimostrare: rispetto ai tempi di To Hell With Good Intentions il sound si è fatto se possibile ancora più cattivo, ma c’è la novità della tastiera nonchè un paio di pezzi che tradiscono un retrogusto più pop che chissà, potrebbe in futuro dare loro la meritata visibilità che non hanno mai avuto.
“Quando entro in scena la prima cosa che faccio è assicurarmi di essere la persona meno cool del locale”, è invece una recente dichiarazione di Tim Harrington, frontman dei newyorkesi Les Savy Fav. Dopo oltre dieci anni di carriera, è un risultato che ormai ottiene a mani basse in pochi secondi.
La prima cosa a fare ingresso sul palco sono infatti le sue scarpe. Da sole. In volo. Segue lui, in improbabile costume completo da Fantasma dell’Opera. Tempo un pezzo ed eccolo levare maschera e vestito nero e svelare una camicia fosforescente da vero hippy: non c’è più gara.
Mentre la band sfodera implacabile il suo arsenale di riff angolari, il nostro passa metà del tempo in mezzo alla folla, tuffandosi, attraversandola, regalando trombette e rubando cappelli, pescando altri costumi strani da un borsone, mimando amplessi con le spie, cavalcando e sodomizzando (per finta…) un incauto fan che aveva invaso il palco, e urlando ogni pezzo con quel poco fiato che gli rimane tra una corsa e l’altra.
Prevedibilmente al momento di salutare è seminudo, ma a quel punto è il meno.
Irraggiungibili.

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Guarda il video di You! Me! Dancing! dei Los Campesinos!
Guarda il video di Adeadenemyalwayssmellsgood dei Future Of The Left
Guarda il video di Brace Yourself dei Les Savy Fav

Those Dancing Days @ Barden’s Boudoir, Londra (02/02/08)

Matteo Zuffolini | 6/2/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/02/thosedancing.jpgQua a Londra la trafila è ormai rodata: lunedì si fa uscire il singolo, tra martedì e mercoledì lo si vede segnalato ovunque, e nel weekend ci si fa già trovare belli pronti con un paio di date per raccogliere quanto seminato. Vale anche per le Those Dancing Days, cinque affiatatissime ragazze in trasferta dalla Svezia, il cui inno pop Hitten ha conquistato immediatamente la critica specializzata e non: l’unica differenza è l’età vergognosamente bassa, che le costringe probabilmente a portarsi in tour anche qualche genitore.
Ma procedendo con ordine, i primi in scaletta al Barden’s Boudoir di Dalston, Londra est, sono i notevoli Johnny Foreigner, dinamico trio di Birmingham che propone un punk rock di ispirazione californiana talmente tirato e sguaiato da far dimenticare che il suddetto genere ha perso dignità da almeno una dozzina d’anni. E a seguire, con notevole masochismo, si presenta Lucy and the Caterpillar, che in realtà è solo Lucy, la sosia bionda di Mary Poppins, portabandiera del superamento del confine fra il twee/folk e la pura e dura canzone per bambini; per lei, comunque brava e perfettamente in parte, pubblico per lo più perplesso.
Infine, accolte da un boato, salgono le cinque reginette della serata.
Scordatevi Pipettes, Bananarama, o qualsiasi gruppo al femminile vi venga in mente: il paragone più azzeccato sono quei film della Disney in cui le cinque amiche del cuore, invece di iscriversi a una squadra di pallavolo o fondare il club delle babysitter, decidono di formare una band di 60s pop dal sound più Austin Powers che Phil Spector.
Tra di loro hanno un’intesa solidissima, e ognuna ha la sua personalità diversa, come le Bratz: Linnea, alla voce, quella con il look più curato e l’atteggiamento distaccato alla Julian Casablancas; Lisa, alle tastiere, quella che non smette un secondo di ridere e ballare e pertanto si occupa di tenere caldo il pubblico; Rebecca, in perenne lotta con la chitarra, incurante di una corda rotta già al secondo pezzo e dei ciuffi di capelli che le partono in ogni direzione; Mimmi, al basso, la più seriosa e operaia; e Cissi, alla batteria, vera colonna portante della band, a sfoggiare una tecnica e una potenza impressionanti e quasi sprecate per un repertorio di così poche pretese.
Con Cissi a dettare ritmi lo show procede trascinante, e Hitten viene cantata da tutto il Barden’s in delirio, conquistato dalla disarmante genuinità delle ragazze, che salutano ma vengono ributtate sul palco di prepotenza per la conclusiva Discho.
Fermo immagine sui visi emozionati e trionfanti, titoli di coda.
Già si freme per il sequel.

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Guarda il video di Hitten

Morrissey @ Roundhouse, Londra (21/01/08)

Matteo Zuffolini | 23/1/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/01/morrissey.jpg“I’m Stanley Ogden, from Sidcup.”
Si presenta così il Morrissey, semiserio come al solito, durante la prima delle sue sei date consecutive alla Roundhouse di Chalk Farm, Londra.
Tutti si aspettano un suo commento sul recente litigio con NME, che lo ha accusato di razzismo ricevendone in cambio una denuncia per diffamazione.
Ma lui ovviamente ignora, a meno che non consideriate pertinenti dichiarazioni tipo “Between bloodbaths, we’ve been making a new record”. E NME ricambia preferendo riportare notizie sull’ennesimo cambio di nome di Puff Daddy piuttosto che la cronaca della serata.
Onestamente? Non hanno tutti i torti.
Per chi non ammirava il nostro da tanto tempo, una partenza affidata a How soon is now è da infarto secco, e First of the gang to die è un ideale proseguimento di gran carica.
Pausa con il nuovo singolo, la non sconvolgente That’s how people grow up, e poi altro infarto secco con Stop me, che anche i più giovani oggi sanno riconoscere per via della cover di Mark Ronson.
E poi è un lento spegnersi.
La scaletta, forse pensata per diluire le hits in tutte e sei le serate, infila troppa roba minore e cose nuove, onestamente bruttine. Anche se non si capisce se è colpa di una backing band tremenda, con imperdonabili eccessi di tamarrismo, punte glam/hard rock fuori luogo, e crescendo rumorosi alla “facciamo casino sperando che abbia senso” ma no, mi dispiace, non ha senso, oppure l’arrangiamento è stato pensato e approvato così, un tanto al braccio, e allora stavolta il Moz non si è solo slacciato la camicia ma anche il primo bottone dei pantaloni, e si è svaccato in poltrona coi piedi sul tavolino (vedi l’interminabile Life is a pigsty).
Siamo sinceri: l’immagine di uno come Morrissey, a cori della folla calati di volume, costretto a dire “Bear with me, just one last new song” è qualcosa che ci rifiutiamo credere sia mai successa. E invece.
Il finale con Irish blood, english heart e Last of the international playboys risolleva la situazione, ma è il più classico dei troppo poco e troppo tardi.

Visita il sito di Morrissey

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