Charlotte Gainsbourg @ Traffic Festival, 14.07.10

Marina Pierri | 19/7/2010

pl-charlotte_gainsbourg_03Sarà capitato anche a voi di svegliarvi, certi giorni, carichi di voglia di vivere: uscire, vestirsi, lanciarsi in nuove avventure, fare cose, vedere gente, essere al massimo. Il 14 luglio, una data qualsiasi della mia esistenza, però, non era uno di quelli. Avrei voluto sparare l’aria condizionata nel mio piccolo appartamento, buttarmi sul divano e guardare un quintale di vecchi episodi di Star Trek mangiando ghiaccioli.

La parola data, però, è sacra e voilà, alle 17 precise, con malavoglia in ogni osso del mio corpo, mi sono infilata su un treno in direzione Torino; più nello specifico, in direzione Traffic Festival, alla volta del concerto di Charlotte Gainsbourg. E, no, in caso ve lo stiate chiedendo, non me l’aveva consigliato il dottore, ma una nota agenzia di Milano che si era incaricata di inviare dei baldi giovani al concerto per conto della Ceres, sponsor ufficiale del Traffic. Generosamente, quest’ultima offriva vitto e alloggio, nonché trasporti, in cambio di – cosa sarà mai – andare a vedere la chanteuse in Piazza Castello. Quello che si definisce un good deal, salvo che, e qui torniamo a noi, quando la data è giunta, io non ne avevo la proverbiale… mezza (anche considerato i miei amici torinesi non c’erano, sicché sarei dovuta stare da sola tutta la sera).
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Wild Nothing – Gemini (Captured Tracks)

Marina Pierri | 5/7/2010

wild-nothing-gemini-cover-artC’è qualcosa di molto liberatorio nel non sapere quasi nulla di una band: da dove viene, che facce abbiano i componenti, che interviste abbiano rilasciato e su cosa. È un tipo di ascolto “puro”, un lasciarsi andare che si lascia succedere perché – bombardati da ogni sorta di informazione su ogni band esistente, come siamo – altrimenti non succederebbe. È quello che ho fatto con i Wild Nothing. Ho buttato su la manciata di mp3 che compone Gemini e mi ci sono subito perduta dentro. Non ho problematizzato molto influenze e generi: a parte la targa “SMITHS” che compare, non ignorabile, su Chinatown e un po’ ovunque, non c’è da ritrovarsi molto nel file under “shoegaze” (ma dove?) o dream pop (al massimo, un generico contenitore new wave). C’è da beneficiare, invece, dell’ascolto di un disco davvero riuscito che sfiora il plagio, si, ma lo fa in maniera singolarmente attraente. Avete presente la sensazione di guardare dal finestrino e perdervi in un paesaggio che avete visto mille volte? Ecco, Gemini è esattamente questo. Uno scenario arcinoto che in certe circostanze torna a brillare, pur non costando alcun tipo di sforzo psichico (quello che si accompagna alla scoperta). In definitiva, ecco che conoscere chi siano o cosa facciano nella vita di tutti i giorni i Wild Nothing non serve a niente: sono il tipo di musicisti che non hai mai conosciuto, ma conosci da sempre.

Visita il MySpace dei Wild Nothing
Guarda il video della fantastica Live In Dreams (qua sotto)

The National: High Violet (4AD/Self)

Marina Pierri | 25/5/2010

600px-HighvioletEssere piccoli in una grande città. Evocare il tessuto del vecchio divano di un vecchio club in un quartieraccio sperduto. Ricreare l’odore delle lenzuola dopo il sesso. Comunicare l’impossibile illusione di vivere in un film che è fatto di alti e bassi, cose belle e brutte, colpi di scena strazianti e folgorazioni ordinarie. Essere se stessi ed essere un altro allo stesso tempo. Guardarsi ed essere guardati. Compatirsi tantissimo e detestarsi. It’s a Hollywood summer. I National sono capaci di fare tutte queste cose con una sola canzone. Un loro disco è una festa per il cuore che potrà battere a ritmo di poesie metropolitane vere e proprie e gonfiarsi e sgonfiarsi sull’impronta del diaframma di Berninger.
Allora, ecco che High Violet non è nulla di diverso rispetto a quello che era. La band è talmente grande, ormai, da essere una cifra non paragonabile a nessuno tranne che a se stessa. Allora possiamo chiederci se il nuovo album tenga il paragone con Alligator (certamente tiene quello di Boxer) e risponderci che, sì, almeno credo, mi pare che sia così, o che no, il 2005 non torna. È indifferente. Il peso specifico di questi musicisti non si misura rispetto alle altre sostanze, ma rispetto agli altri corpi: i nostri. Volendo essere razionali a tutti i costi, possiamo dire che probabilmente rispetto ad alcuni anni fa c’è stata una curvatura maggiore nella produzione: l’effetto di ensemble è lievitato, le chitarre suonano più ottuse, la voce è resa vicina di senso fisico, come quando in Runaway sembra che lui stia sussurrando nel tuo orecchio. Poi, forse, è un album crepuscolare, nel senso non metaforico di tramonto. Ma a parte questo, davvero, c’è ben poco da parlarsi addosso, quando si parla di National. Basta inspirare e allentare la presa, svuotarsi, galleggiare nei ricordi e negli scenari di qualcun altro che assomigliano sempre – spaventosamente – ai propri.

Visita il sito di High Violet
Ascolta e guarda un tipo che recensisce High Violet su YouTube

25.05.10 – Dum Dum Girls @ Rocket!

Marina Pierri | 24/5/2010

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Ebbene si, colpevoli!
Dietro il live milanese di domani sera al Rocket di Milano ci siamo anche noi di Vitaminic insieme ai ragazzi di Indie Rocket Party e Kiss This!.
Ne vedremo delle belle domani sera, anzi ne vedremo di belle, cioè loro, le Dum Dum, quattro fanciulle conciate da pin up con un je ne sais quoi di gotico…
Non abbiamo comunicazioni particolari da farvi, se non che vi aspettiamo in prima fila per sentire dal vivo il bellissimo “I Will Be”.

indierocket night powered by vitaminic.it
DUM DUM GIRLS (USA, Sub Pop) + CRIMINAL JOKERS
25.05.2010
Rocket, Via Pezzotti 52, Milano
ore 10.30

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INDIE ROCKET PARTY.

Sono passati due anni.
Due anni sono tanti se aspetti,sono pochi se vivi.
L’IRP ha vissuto.
Ha girato il nord Italia, assunto nomi e sembianze diverse, ha avuto gloria e disperazione ma sempre offrendo ai kids la migliore musica nostrana ed internazionale.
Inventando djs, nuovi modi di proporre la musica live, creando un arcobaleno di realtà forti e vive.
Sono passati due anni e ora l’Indie Rocket Party torna al Rocket.
Un’edizione speciale,un’edizione da non perdere, tre live, djset, sudore, luci, visual e una spilla deluxe edition che per i collezionisti avrà valore storico.
Con la preziosa collaborazione di VITAMINIC, il 25 Maggio si torna a casa.
Siete tutti invitati.

dumdumgirls

Marina & The Diamonds – Family Jewels (Atlantic/Warner)

Marina Pierri | 15/3/2010

1259681962_472Marina è un successo annunciato.
Se credete che adesso sia “grossa”, ossia che sia già un big shot con cachet esagerati e si sia montata la testa oltre il consentito, aspettate qualche mese. Marina esploderà e noi avremo sentito la bomba scoppiare nelle nostre orecchie con un bel po’ di anticipo. “Noi” qui non sta per “me”, o Vitaminic, ci mancherebbe, che su NME parlano di lei da un anno e chissà dove altro. Noi, intendo, prima delle classifiche e delle radio, prima di Fazio e prima della Ventura, perché è lì che arriverà.
Intanto, lo dico senza gioia, perché adoro Family Jewels, ma non sono stata ancora in grado di capire quanto ci sia di costruito nel fenomeno Marina & the Diamonds e quanto ci sia di autentico — e, si, questo è un problema, perché di questa ragazza io sono vicina all’innamoramento e vorrei essere certa di non prendere un granchio. Cazzate, direte voi, la buona musica è buona musica: ovviamente, ma io vorrei sapere che Marina è la donna che aspettavamo, non un fantoccio, una donna, una testa, non una cavolo di velina.
Mi rendo conto che il discorso possa suonare vagamente pretestuoso, ma mi trovo, remando contro i miei sentimenti, a essere piuttosto scettica. È davvero così brava come suona su disco? È davvero una compositrice così speciale? È davvero stata capace di concepire, da sé, un disco che infila senza pietà un singolo dopo l’altro? E che succederà dal vivo?
Marina non è Florence (& The Machine), non è La Roux e non è Little Boots. È incredibilmente meglio di tutte loro messe assieme; non le vede neanche. Quelle erano delle cantautrici interessanti, questa è una bambola che, almeno ad ascoltare i testi e lasciarsi andare alla perfezione degli arrangiamenti, è nata per diventare un star a tutto tondo. Per il suo corpo, il suo viso, la sua capacità di tenere viva l’attenzione su un arco di tracce diverse tra loro, tutte creative, tutte entusiasmanti.

In breve, ma proprio breve: Family Jewels è così bello che non ci credo.

Visita il MySpace di Marina & the Diamonds

QUASI – American Gong (Kill Rock Stars/Domino/Self)

Marina Pierri | 19/2/2010

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Esce oggi il nuovo album dei QUASI, band che amiamo da sempre. In caso non lo sapeste (voi ragazze là fuori, ma non solo, ovviamente) la batterista dei Quasi è la meravigliosa Janet Weiss, batterista delle Sleater-Kinney, inimitabile trio sciolto qualche anno fa. Vitaminic vi offre American Gong in streaming: per goderselo serve solo un click. Se poi il disco vi fa impazzire (cosa assai probabile) vi ricordiamo dalla regia che il trio di Portland sta per arrivare anche da noi.

Ecco la data:
05/10 : Rocker Fest @ Covo Club – Bologna (I)

Buon ascolto.

Vampire Weekend: Contra (XL/Self)

folder

Per quanto mi sforzi, non riesco a togliermi dalla testa l’immagine dei Vampire Weekend sulla barca a vela, che a bordo delle loro Ralph Lauren ben stirate esplorano le coste caraibiche e africane in un nuovo moto di colonialismo musicale degli anni dieci. Anche se loro stessi dicono di rifiutare questo tipo di fantasie, è innegabile che il nuovo lavoro dei newyorkesi è -se possibile- ancora più votato del precedente ad atmosfere che si trovano solitamente solo una volta oltrepassato l’equatore.
Con destrezze di chitarre e tastiere han ricreato negli angoli più nascosti di Contra il suono degli steel drums (i tamburi di latta che producono il classico suono caraibico), senza poi farsi mancare nemmeno le manovre vocali della musica popolare africana, tra falsetti, percussioni profonde e cori che salgono da lontano, in un turbine cromatico che è diventato ormai il loro marchio di fabbrica: un suono solare, leggero e sgargiante, ma allo stesso tempo terribilmente complesso.
Non è un caso infatti se neanche in Contra si sfugge all’impostazione classica, in cui il pianoforte e gli archi sciolgono i canoni pop per andarsi a posare proprio negli spartiti di qualche secolo fa (in Taxi Cab addirittura un inserto di clavicembalo e archi!), per poi planare dalle parti di M.I.A. e degli Animal Collective, con in più ritmiche sincopate e in levare, sempre di matrice calypso e ska. Insomma, sembra quasi che i ragazzi si siano concentrati troppo a tirar fuori un seguito all’altezza del conclamato debutto, e ci abbiano perso un po’ in genuinità ed immediatezza.
Poco male, perché sembra proprio che Contra abbia aperto la strada per il pop del nuovo decennio.
(NAH)

Contra è come una valigia per un posto imprecisato. Piena. Piena zeppa di roba. Senza nessuna specifica prevalenza di un tessuto sull’altro. Ci sono i capi invernali, quelli estivi, le cose non ti metteresti mai, le pinne il fucile e gli occhiali. È una valigia per una terra sconosciuta dove domina solo la spensieratezza. Ti sembra di avere per le mani la summa di tutto quello che hai ascoltato negli ultimi anni suonato e urlato da quattro scapestrati alieni dell’indie, solo che l’alieno parla un linguaggio impazzito (non più he talks in maths/ he buzzes like a fridge), una lingua che è tutte le lingue, una canzone che è tutte le canzoni e a un certo punto “rutta” dominato da una sbronza. Così trovi campionato il “Come on” di Territorial Pissing dei Nirvana su You are so vain e Sergent Pepper cantata come in una taverna di marinai ubriachi alternate a quelle che potrebbero essere le colonne sonore del nuovo Gran Theft Auto fatte col Game Boy. Contra sarà un tassello importante per il concetto di identità in questo inizio di anni ’10: un pastiche sonoro, un manifesto di libertà espressiva e di ironia. Alla fine non ci sono delle vere e proprie hit, ma domina un buon umore diffuso che mette tutti d’accordo e in mezzo all’assolo di Sweet Child o’ Mine, o ai momenti in cui dici “Nooo sono i Flaming Lips (Run), nooo anzi gli Animal Collective (Horchata)” una radio impazzita vi porta ad inzuppare i piedi in una spiaggia caraibica, dove tutti sono sorridenti, tutti ballano e giocano e perdio… è festa.
(RB)

Avete presente quelle storie d’amore che cominciano con un colpo di fulmine pazzesco? Ecco, quella cosa lì non c’entra niente. Era marzo ed il 2008 quando tutti iniziarono a elogiare i Vampire Weekend; io non ci trovavo nulla di intrigante, anzi mi stavano anche vagamente sulle palle. Poi successe una cosa strana. Stavo comprando una maglietta quando alla radio passarono una canzone magnifica, con tantissimi violini. Qualcosa mi disse che erano i Vampire Weekend, ma non ne fui del tutto certa. Tirai fuori il mio iPod dalla tasca e ascoltai i pezzi del disco uno a uno. Niente. Nessuna traccia dei violini. Tornata in Italia, però, feci qualche ricerca e scoprii che la canzone era, si, dei Vampire, ma era l’unica canzone mancante della mia copia (scaricata) del disco. Non c’è bisogno che vi dica che si trattava di M79, che è rimasta la mia traccia preferita della band di Koenig fino a che non ho ascoltato Contra. E credo di poter dire che qui il sound dei ragazzotti si porta a un livello di complessità superiore, a una piacevolezza più cerebrale e difficile. Sento in giro l’opinione diffusa: è meno banale sotto certi punti di vista, forse, ma meno efficace su altri. Non sono d’accordo. A confronto di Run, Diplomat’s Son o I Think Ur Contra, la maggior parte dei pezzi del primo album impallidisce. E questo succede perché, a differenza di quest’ultimo, Contra è un’avventura alla Phileas Fogg attraverso il mondo, i suoi suoni e le sue fantasie caleidoscopiche – tanto che riesce persino a rendermi sopportabile il reggae. È una trasformazione, ma una fedele e coerente: con questo lavoro i Vampire si fanno marchio; non si tradiscono, ma trionfano sulla vecchia versione di loro stessi. E quella voce… quella voce ormai la riconoscerei ovunque. Da qualsiasi radio provenisse. Sono davvero passati quasi due anni. E chi ha detto che i grandi amori nascono solo con il colpo di fulmine, beh, mi sa che s’è sbagliato. (M.P.)

Words x Music x Noir – are you coming?

Marina Pierri | 10/12/2009

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Words x Music ritorna venerdì 11 dicembre al Bitte di Milano. Dopo l’appuntamento con i Minnie’s e Tommaso Pincio, noi di Vitaminic, insieme a quelli di Finzioni, torniamo con lo stesso cocktail di musica e letteratura: protagonisti, Paolo Roversi e Ghost To Falco (Portland, US). Perché, si, tutta la serata è dedicata al NOIR, un genere che ha storia da vendere, specie qui a Milano.

La serata costa 5 euro + tessera ARCI
… ma se volete entrare GRATIS (sempre con tessera ARCI però!) iscrivetevi a Peoplesound e seguite il channel MilanoNera.
Come? O via web, come sempre, oppure mandando l’sms MINERA al 3386738251 (verrete iscritti automaticamente).
Se risulterete tra i follower del canale, non avrete che da mostrare la tessera ed entrare!

Leggete tutti i dettagli del programma qui sotto, e speriamo che verrete a bere un bicchiere assieme a noi.

Words x Music x Noir è su ZERO: fateci sapere che ci sarete cliccando qui!
Words x Music x Noir è su Facebook: fateci sapere che ci sarete cliccando qui!

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WORDS X MUSIC X NOIR
11 DICEMBRE @ BITTE

FINZIONI PRESENTA.
ORE 22. PAOLO ROVERSI (MILANONERA.COM), LETTORE. APERITIVO LETTERARIO: LO SCRITTORE PAOLO ROVERSI RACCONTA IL NOIR (DEGLI ALTRI) CHE HA LETTO, LEGGE, LEGGERA’.

VITAMINIC PRESENTA.

ORE 23.30. GHOST TO FALCO (PORTLAND, US) SUONA IN SEMI-ACUSTICO IL NUOVO ALBUM “EXOTIC BELIEVERS” (CAPE & CHALICE/INFINITE FRONT)

(la grafica è di tomm, http://umanuvem.blogspot.com)

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WORDS x MUSIC
, format inaugurato il 5 novembre scorso al BITTE, è un piccolo evento unico, cross-platform, ideato da FINZIONI MAGAZINE (rivista letteraria) e VITAMINIC.IT (e-zine di musica indipendente). L’obiettivo è unire musica e letteratura in diverse serate a tema che vedono protagonisti uno scrittore e una band. Lo scrittore – novità – parla non dei libri che ha scritto, ma di quelli che legge in un dialogo aperto con il pubblico; la band si esibisce nell’atmosfera quieta e familiare del Bitte in un concerto semi-acustico.

Il secondo appuntamento di WORDS X MUSIC, l’11 dicembre, avrà come tema il NOIR: alle ore 20 Paolo Roversi di MilanoNera racconterà dei classici del genere, da Bukowski a Scerbanenco a mille altri; alle ore 22, direttamente da Portland, Stati Uniti, si esibirà Eric Crespo, in arte GHOST TO FALCO, con il suo particolarissimo folk oscuro e cinematografico, perfettamente… noir.

in collaborazione con FINZIONI MAGAZINE, VITAMINIC e PEOPLESOUND.

Black Lips Contest!

Marina Pierri | 16/11/2009

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Sono brutti, cattivi e pure un po’ demenziali, ma le ragazze li adorano e si strappano i reggiseni sotto il palco: sono i Black Lips!  Ci sarà sicuramente da ballare, ma occhio a non mettervi nelle prime file a meno che non siate alla ricerca di bagni di urina fresca e sputo. Intrigante eh? Non perdetevi il loro mélange di denti d’oro, baffoni e pantaloni stretti dal vivo, dopo domani sera (mercoledì 18) al Musicdrome di Milano, specie che ovviamente Vitaminic vi regala free tickets, free tickets, free tickets!

Vincere è come sempre super facile, basta che (ci scriviate ) vitaminicontest (at) gmail (dot) comsubito con la risposta a questa semplicissima dmanda

con quale giovanissima rockstar i Black Lips hanno avuto un recente e piuttosto violento litigio?

Dai che lo sapete!

(in collaborazione con Indipendente)

Kings of Convenience live @ Conservatorio G.Verdi, Milano (29.10.09)

Marina Pierri | 9/11/2009

Sembra che concerto dei Kings of Convenience abbia catalizzato tutta la città nel chiostro dell’Auditorium Verdi: tutti noi, furboni, abbiamo comprato i biglietti su internet e tutti noi, furboni, siamo inchiodati in fila da mezz’ora.
L’esercito di facce note segue tra le poltronissime. Ci sono Carmen Consoli e Paola Maugeri! è il commento che serpeggia a voce bassa tra la fila uno e la fila cinque (ma già lo sapete tutti). Poi le luci si abbassano, il concerto comincia. Sottotono.
Erlend ed Eirik, identici a cinque anni fa, sembrano un po’ arrugginiti, ma è la scelta dei pezzi ad essere un po’ ferrosa, rigida. Inizio a credere che Declaration of Dependance, il loro nuovo e – a ragione o a torto – assai criticato album, dal vivo mostri il profilo peggiore. E forse ho ragione, perché appena il duo inizia a snocciolare i pezzi dei due dischi precedenti è homecoming istantaneo, in un posto che è un tempo e non un luogo: il 2003, il 2004, il 2005. E anche se I Don’t Know What I Can Save You From o Stay Out of Trouble rischiano di passare per anticaglia preziosa per emozioni accumulate e non per valore intrinseco, la sensazione è che in molti siano (siamo) nella sala vastissima – che si alza, torreggiante, a perdita d’occhio – per fare un giro nel passato.
Più di una volta vengo sfiorata dal pensiero che i Kings Of Convenience non abbiano effettivamente più nulla da dire, come delle creature che hanno compiuto in loro ciclo, pronte a scomparire chissà dove o tornarsene da dove sono venute. Ma non vi voglio lasciare la sensazione che abbia visto un brutto concerto, o passato un’ora deprimente: è solo che a questo punto avrete letto più o meno ovunque di quant’era simpatico Erlend, di come e di quanto ha ballato sul palco, delle gag (a volte divertenti, a volte meno) che ha fatto, dei cori, dei sing-along su Know How, della fine frizzante al ritmo di I’d Rather Dance With You, della resa favolosa dei due nuovi singoli. Perciò, mi resta da guardare agli angoli più scuri della serata e tutto si riassume in questo: il terzo album dei due norvegesi, vuoi per l’acqua passata sotto i ponti, vuoi per le voci costanti di scioglimento, vuoi per lo spessore non eccelso dell’ultimo lavoro, ha un sapore quasi di re-union. One shot, una botta e via. E non mi stupirei se, almeno dal vivo, non li vedessi mai più.

(tutte le foto sono di Elena Morelli)

http://www.vitaminic.it/uploads/foto/kingsofconvenience/koc02.jpg
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