Lady Gaga: Born This Way

Marina Pierri | 28/2/2011

È difficile scrivere di Lady Gaga perché tra la superficie assoluta e il magma di frammenti profondi ripescati dalla sua estetica non c’è via di mezzo. Credo che ormai abbiamo un po’ tutti superato la fase del “mi piace”/”non mi piace” e siamo pronti a vivisezionarla come una rana, ma su di lei non si legge mai molto approfondimento. Chi è. Perché lo fa. Come lo fa. Cosa fa. È sempre troppo, oppure troppo poco. Ripeto: la superficie assoluta o il magma complesso. Non ci sono sfumature. Eppure, arrivati a non so che numero di video e soprattutto dopo il salto dello squalo di Bad Romance possiamo dire senza errore che c’è un programma iperdettagliato dietro il dato più palese: la caricatura di Madonna. Perché non è un omaggio, è una parodia, ma neppure, è una storpiatura. Di più ancora: una perversione. Pensateci. Alejandro suonava come La Isla Bonita, ma il video era molto simile a Vogue. Born This Way suona esattamente (anche troppo) come Express Yourself e il video è molto simile a Express Yourself. In due parole, Lady Gaga nasce (she was born this way) e nascendo uccide la madre – la canzone è un manifesto nel manifesto. Si dice mostro in qualunque senso lo intendiate (e lei lo intenda) e non sbaglia, perché sta cannibalizzando Louise Veronica in tutte la maniere. In questo senso il ballo in costume (as in: costume maschile), che è poi quello che tutti ricordiamo di Express Yourself, è il centro caldo del clip perché è contiene l’immagine più forte, cioè la morte. Gaga è – in quanto truccata come – uno scheletro e mette in atto il matricidio definitivo: il cadavere squisito è quello di Madonna.

True story!

Marina Pierri | 22/2/2011

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Per qualche ragione, Everett True ultimamente ha iniziato a essere molto presente nelle nostre vite. Come saprete se leggete il suo Twitter, la Truemania è scoppiata poco prima di Natale (noi l’abbiamo cavalcata) e proseguita in concomitanza con questi cinque eventi:

1. l’invettiva gratuita contro i Vampire Weekend
2. i consigli ai giovani critici musicali
3. i dischi che non dovreste ascoltare prima di morire (”records you should die before you hear”)
4. la vittoria di un Grammy per gli Arcade Fire
5. l’uscita del nuovo album (e video) dei Radiohead

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PJ Harvey: Let England Shake (Universal)

Marina Pierri | 14/2/2011

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“I am PJ Harvey” via

Molti di noi hanno conosciuto PJ Harvey a quattordici anni, lo so per amore della statistica spontanea. Io, ad esempio, ricordo di aver barattato un disco di Alanis Morrissette proprio per To Bring You My Love. Era lo stesso periodo in cui passava il video di Down By The Water e se l’avete visto saprete che è una di quelle cose che ci si porta sotto pelle per sempre: niente più di una donna con la bocca larga e storta, in abito di seta magenta, che canta con disinvoltura della sua maternità negata.

Non capivo del tutto, ai tempi, e in effetti ho recuperato il disco pù tardi per concentrami sui primi due album. Ah, quelli si! Un trionfo di tematiche post-adolescenziali (il corpo, la gelosia, il sesso e, ancora, il corpo), che Polly Jean sviluppava, effettivamente, alla veneranda età di 22-23 anni. Ma ecco una cosa buffa: non riesco a pensare che lei sia stata ventenne. È come se non avesse mai avuto un’età precisa, complice il fatto che oggi, a quarant’anni e passa, non sarei in grado di dire la differenza.

Per i comuni mortali la faccenda è diversa e si ricade nelle usuali categorie: i teen, i venti, i trenta, i quaranta. Con la musica siamo passati da un età a un’altra, da un’epoca personale alla successiva. Ogni volta con la testa piena di domande alle quali i suoi dischi hanno risposto. Può darsi che fossimo noi ad amarli troppo e “indossarli”; può darsi. Sta di fatto che, per quel che ricordo io, a Dry e Rid Of Me corrisponde un periodo di aridità, rabbia e delusione, a To Bring You My Love una sorta di scoperta del desiderio e dei suoi mali, a Is This Desire? un momento laconico, pieno di sogni di evasione. In due parole, per me e suppongo per parecchi altri la discografia di PJ Harvey ha scandito il tempo individuale e lo ha ridisegnato. Chiamatelo miracolo della fandom, se volete, ma continuo a pensare che nessun’altra cantautrice, negli ultimi vent’anni, sia stata capace di entrare in maniera altrettanto audace nell’intimità di milioni di ragazze e ragazzi.

Se mi abbonate questo punto di vista, allora sembra quasi fisiologico che la ben nota “decadenza” sia iniziata dopo il 1998. Nel senso, magari a essere cambiati siamo stati prima di tutto noi mentre iniziavamo a essere sommersi da tonnellate di nuova musica disponibile, e facevamo l’università. Comunque sia, Stories From The City, Stories From The Sea è stata una delusione unanime, e non tanto per via del classico choc da songwriter-depressa-e-spettacolare-che-di-colpo-se-fidanza-e-fa-musica-de-mmerda (nota, questa, anche come “sindrome di Cat Power”). È stato una delusione perché era, forse, un po’ monolitico. Non vi saprei dire più di così, anche perché dire che era “troppo pop” suonerebbe come quel che è, cioè come una cretinata. Quel che conta è che, tanto per limitarsi alla cosa in sé, dopo quel disco (il salto dello squalo) PJ ha lasciato che passassero quattro anni prima di rifarsi viva ma quel che è venuto dopo, be’, neppure quello era entusiasmante. L’impronunciabile Uh Huh Her è poco memorabile – se ci penso, mi viene in mente solo Pocket Knife, su tutta la tracklist, non so a voi – e lo stesso può dirsi di White Chalk (ho volutamente tralasciato le due belle collaborazioni con John Parish), che due anni fa ho ascoltato a manetta, ma di cui, almeno a me, non è rimasto molto. In ogni caso, il fatto che PJ Harvey non abbia scritto un disco veramente “eccezionale” in tredici anni non mi/ci ha minimamente allontanato da lei e dalla sua musica. Voglio dire: ai tre dischi suddetti, nella mia testa, sono legati comunque dei momenti a cui ha fatto da colonna sonora. Senza stare ad annoiarvi con i fatti miei, vi basti sapere che il mood di ognuno (felice, inquieto e poi, di nuovo, desolato) era sempre, più o meno, simile al mio. E ancora una volta, a questo punto lo so, lei non c’entrava: c’entravo io.

Nel 2011 sono qui a dirmi che nessun artista ha fatto questo per me. Ed è la ragione per cui alla notizia di un nuovo album io, come altri, sono saltata dalla sedia. E corsa ad ascoltare. Suppongo che tutto quello che ho scritto sia una specie di premessa a quello che sto per dirvi: volevo disperatamente che questo fosse non un buon, ma un ottimo disco di PJ Harvey. Avrete presente il cosidetto “wishful thinking”: ascoltato il primo singolo omonimo (e il suo kettle drum), come mezza rete, la mia reazione è stata EEEH?. Circa. Ma a differenza di un triliardo di dischi che, quando mi lasciano perplessa al primo ascolto, recupero più tardi o mai (mi spiace, ma è vero), quando è venuto fuori lo streaming di NPR non ci ho pensato un secondo e ho lasciato che partisse lo streaming. Non me lo sono detto davvero, ma mi rendo conto di aver pensato qualcosa come “questo tanto, almeno, glielo devo”.

Allora per una volta mi trovo a fare contento Everett True (”have the urge to read another review of the same record before writing yours? SWALLOW IT“), che sostiene che oggi tutti leggono le recensioni di tutti, e non si riesca più a trovare una critica minimamente originale. È ovvio e inevitabile che, specie i lettori assidui di feed, siano toccati dalle opinioni degli altri, ma vi giuro che adesso, mentre scrivo, non ho letto neppure una riga su Let England Shake. Nemmeno il comunicato stampa. Perciò ecco quello che ne penso, con una sincerità che sfiora l’imbarazzo.

Let England Shake è il migliore disco di PJ Harvey da moltissimi anni a questa parte. È appena sperimentale come Uh Huh Her. È accessibile come Stories, ma mette le redini alla stessa ira di Rid Of Me. È voluttoso come To Bring You My Love, ma è acerbo come Dry. Nel fare ed essere tutto questo, soprattutto è diverso da ognuno degli altri album perché introduce un elemento corale inedito nella “sua” narrazione, che è sempre dichiaratamente e felicemente ombelicale (ma, come sanno fare i grandi cantautori, anche universale). In effetti, come saprete se avete letto qualcosa più di me in merito, o semplicemente avete ascoltato i testi, è un disco che parla dell’Inghilterra, mi sembra con prospettiva storica addirittura, come se fosse un grande libro musicato di eventi, oppure un musical in svariati atti. Di quelli anche vagamente pallosi, pieni di combattimenti, sangue versato, rivalità e legioni straniere. In The Glorious Land, che è stato per almeno quattro giorni il mio pezzo preferito del disco, le parole “England” e “America” combattono nella melodia così come farebbero dei soldati sul campo di battaglia; i cori maschili, che si spalmano sulla metà del disco, aggiungono anche alla splendida The Words That Maketh Murder un tono teatrale, come se fossero sempre un commento sugli eventi descritti, cioè una voce fuori campo o un corifeo. I temi, pare, sono l’uomo, e il rapporto con la (sua) terra: il country – parente stretto, nel nome e non solo, del folk - che, peraltro, è un genere che PJ ha sempre bazzicato o sfiorato, ma mai vissuto, e suonato appieno come questa volta, sempre in bilico tra trionfo e sofferenza. Bastano questi due sostantivi da soli per raccontare la musica della Harvey e England, appunto, assomiglia al fatidico lavoro che prende il passato e lo castra, lo mutila forse, lo assorbe e lo ripropone. È il classico uberdisco che contiene i precedenti.

Riparliamone tra qualche anno, comunque. La dimensione effettiva dei dischi di PJ, l’ho detto, è invisibile a occhio nudo. Nel presente. E anche se, è vero, la sorte di tutti gli album sta nella relazione con chi l’ascolta, per questa west country girl l’accento non è sull’ascolto, ma sulla relazione.

11.02.11: Exploding Inevitable Rolling Party 03 @ Hangar Bicocca, Milano

Marina Pierri | 10/2/2011

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È l’ultima: gli Exploding Inevitable Rolling Party, le feste warholiane organizzate da Hangar Bicocca con il contributo creativo di Rolling Stone, terminano in grande stile. Eccezionalmente di venerdì sera (per ballare fino al mattino senza sensi di colpa!), l’EIRP 03 ospiterà la re-union, dopo vent’anni, dei Peter Sellers & The Hollywood Party, band psichedelica di culto di scena proprio un paio di decenni fa, con i i visual di Maria Arena.

Dj: Fabio De Luca (Rolling Stone) in apertura e Nicola Guiducci (Plastic) in chiusura.

E non c’è biglietto, come sempre. Entrate, prendete un drink e vi godete il concerto, la musica e l’atmosfera dell’Hangar, in Via Privata Chiese 2, a Milano.

Vi si aspetta lì a partire dalle 21.

(altri dettagli, qui)

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Hangar Bicocca presenta

11.02.2011
EXPLODING INEVITABLE ROLLING PARTY 03

@ Hangar Bicocca
www.hangarbicocca.it

con
PETER SELLERS & THE HOLLYWOOD (Milano)
per la prima volta insieme dopo vent’anni, con visual a cura di Maria Arena

+ dj set Nicola Guiducci (Plastic)

+ warm up Fabio De Luca (Rolling Stone)

dalle ore 21

INGRESSO GRATUITO
Infoline: 0266111573

con la collaborazione di Rolling Stone

Finalmente torna l’EXPLODING INEVITABLE ROLLING PARTY, ormai alla sua terza edizione.

L’appuntamento di musica dal vivo proposto e promosso da Hangar Bicocca con il contributo creativo della rivista Rolling Stone si ripropone in grande stile con il ritorno sulle scene (dopo vent’anni) dei PETER SELLERS & THE HOLLYWOOD PARTY e due dj d’eccezione: Fabio De Luca (Rolling Stone) e Nicola Guiducci (Plastic). Questa volta, eccezionalmente, di venerdì sera. Per ballare fino a tardi!

Il party, che già dal nome si rifà all’ “Exploding Plastic Inevitabile” di Andy Warhol (evento multimediale ante litteram che debuttò nel 1966 al Trip di New York), stavolta incontra la sua essenza perfetta: visual (a cura di MARIA ARENA), psichedelia e pop art.

Vent’anni dopo l’ultimo concerto alla facoltà occupata di architettura di Milano si riformano i PETER SELLERS and the HOLLYWOOD PARTY. Il gruppo neopsichedelico è stato fondato da Tiberio Longoni e Stefano Ghittoni nel 1984.
Nelle parole proprio di Ghittoni, la re-union è nata così:

“Quando Rolling Stone mi ha invitato a partecipare chiedendomi di ipotizzare un concerto di Peter Sellers and T.H.P. all’interno di una delle serate dedicata ad Andy Warhol ho pensato – nonostante di solito non sia molto affezionato all’idea di reunion – che potesse essere l’occasione giusta per ricontestualizzare quel progetto musicale. Ne ho parlato con Tiberio Longoni, che a dire il vero caldeggiava l’idea di suonare dal vivo già da un po’, e Metro Benzina,  il bassista dei nostri 2 album, e alla fine eccoci qui. Tiberio ha così coinvolto, in alcuni pezzi, Saturnino al piano elettrico ed al violino, Ferdinando Masi alla batteria e Geppi alla seconda chitarra.

Maria Arena, con la quale avevo già collaborato con The Dining Rooms, si occuperà della parte visuale lavorando, tra analogico e digitale,  con un proiettore super 8 e 2 videoproiettori”.

A seguire il concerto dj set di NICOLA GUIDUCCI (tra i fondatori del Plastic), nome ultracelebre della nightlife milanese.

Warm up a cura di FABIO DE LUCA (Rolling Stone).

http://www.hangarbicocca.it
http://www.rollingstonemagazine.it/

Media partner:

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Best Coast: Crazy For You

Marina Pierri | 19/1/2011

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Adesso provate a fare uno sforzo d’immaginazione e mettete Bethany Cosentino, in arte Best Coast, è René Ferretti, il regista “a cazzo di cane” di Boris, nella stessa stanza. Meglio ancora, mettete Ferretti sul finto set del video qua sotto e fate finta che dietro la cinepresa ci sia proprio lui.

- STOOP! Brava, bravissima Bethany, sei stata bravissima, però…
- Però che
- Proviamoci un’altra volta e insomma, muoviti un po’, magari un po’ meno rigida, un sorriso, eh? eh?
- Uffaaa
- Dai dai dai, che sei bella, quanto sei bbella Bethany, vogliamo farlo vedere al pubblico, no, che sei bella e brava, no?
- Vabbé… a coso, te, cinese co’ gli occhiali che non me ricordo mai come te chiami, però non gliela fa’ magna’ l’erba ar gatto, che poi me vomita
- Cara, cara, ma scusa, dai, lo scherzo è quello, no, che c’è scritto “erba gatta” ma, insomma, la gente a casa lo sa che, ecco, ti piace la marijuana e quindi…
- Aho ma come parli? Me piace la marijuana? Che sei mi nonno?
- Di nuovo, dai, l’ultima volta, mollala, mollala. Un po’ più sciolta Bethany, EH!
- Senti non me fa innervosì che ho lasciato er gatto a casa co’ Wevs, e stai a vede’ che si sballa co’ la “marijuana”, come dici te, e se scorda de dargli il Wiskas.
- Il tuo gatto? IL TUO GATTO? Cioè io pensavo che avessimo fatto tutto questo patatrac per fare stare IL TUO GATTO nel video
- A Nonno, guarda che io AR MIO GATTO non glie faccio fa’ la SCIMMIA AMMAESTRATA.
- Ah no?
- NO.
- Mmmm… GIRIAMOLA DAI! AZIONE!

Come, non sapete chi è Paul Zone?

Marina Pierri | 14/1/2011

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A Bari, che è la città in cui sono nata, un piccolo collettivo di persone intelligenti ha aperto un posto chiamato Fabrica Fluxus. Cliccateci, cliccateci su: dal sito vi accorgerete di quanto sia ben curato il progetto, che – nel cuore del centro storico – propone da qualche anno una galleria d’arte “alternativa”. Che, ossia, ospita artisti emergenti internazionali. È un luogo d’accezione, che ve lo dico a fare, e ancora più fantastica è la mostra che debutta questa sera con tanto di vernice. Perché, cosa c’è di meglio di una collezione di fotografie, a tema musicale, scattate nella New York degli anni settanta (da Paul Zone)? Eh, niente. Leggete tutte le info qui di sotto, e – ovviamente – se siete siete nei paraggi un salto è assai consigliato da noi di Vitaminic. Se poi doveste farcela oggi, c’è un programma articolato (che dura un mese intero) che si abbina alla mostra e prevede, oltre al resto, un seminario tenuto dal direttore artistico di Mtv Luca De Gennaro (il tema è “il corpo della star”). Ultima nota: tra gli angeli custodi e curatori dell’evento c’è Claudia Attimonelli. Una donna che stimiamo PARECCHIO e da parecchio.

Off you go!
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The Fresh & Onlys – Play It Strange (In The Red/Goodfellas)

Marina Pierri | 29/11/2010

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Parlare di questo disco in ritardo di due mesi ci costringe a fare una lunga dissertazione sull’hype, i tempi di uscita e quelli d’ascolto, la velocità di assorbimento e — sto scherzando. O quasi.

Un buon disco è un buon disco e Play It Strange lo è. Se gli EP che lo hanno preceduto facevano pensare a Crystal Stilts e shitwavisimi assortiti, qui siamo nettamente più dalle parti del surf e dei Beach Boys.

La seconda metà del lavoro, però, è molto peggiore della prima e questo ha fatto si che, essenzialmente, non finisse dritto tra le cose memorabili dell’anno (che, comunque, non sono moltissime). È un peccato, perché il brano d’apertura, la doorsiana Summer Of Love, potrebbe venire da un boombox che la suona in loop su Haight-Ashbury , mentre Waterfall passa per un pezzo degli Shins con il magone Seventies. Canzoni che da sole sono meglio dei tre quarti di roba che passa in giro. Come lo è pure Tropical Island Suite, d’ispirazione hillbilly/redneck che neanche i Black Lips. E considerate che non recensivo un disco traccia per traccia, tipo, dal 2005.

Il consiglio è: recuperate comunque Play It Strange, anche se attorno non c’è da tessergli granché, se non meriti e difetti citati. Può essere vero che i Fresh & Onlys non hanno ancora trovato la giusta dimensione e identità, ma accidenti se sono da tenere sotto osservazione. Intanto, aver gettato tanta roba nell’intruglio e non essere venuti fuori con una poltiglia immonda è un risultato.

Guarda il video di Waterfall


Exploding Inevitable Rolling Party 02

Marina Pierri | 16/11/2010

Domani sera torna a Milano l’EXPLODING INEVITABLE ROLLING PARTY, l’appuntamento mensile organizzato da Hangar Bicocca con il contributo creativo di Rolling Stone (a tal proposito, vorrei dirvelo una volta per tutte: ROLLING STONES è la band, ROLLING STONE è il giornale).

Il mese scorso la festa è stata divina: abbiamo ascoltato, chiacchierato, bevuto in compagnia e persino ballato fino alle 3. Aiutateci a replicare il successo di ottobre e tornate all’Hangar: questa volta ne vedremo delle belle, considerati i protagonisti; e non si sa mai che venga fuori qualche altra sorpresa.

INGRESSO GRATUITO dalle ore 21.40
(o prima, se volete star buoni e assistere al bell’evento con Valeria Magli)

LIVE SET by EX OTAGO – data zero per presentare il nuovissimo “MEZZE STAGIONI”, album realizzato con l’Azionariato Popolare
DJ SET BY FABIO DE LUCA (Rolling Stone / warm up) & DORIAN (London Loves/Plastic, after)

Partecipate anche su Facebook

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Peugeot, Hangar Bicocca presentano

17.11.2010

EXPLODING INEVITABLE ROLLING PARTY 02
@ Hangar Bicocca

www.hangarbicocca.it

con
Ex-Otago live (Genova)

+ Dorian dj set (London Loves)

dalle ore 21.40

INGRESSO GRATUITO

Infoline: 0266111573

con la collaborazione di Rolling Stone

Dopo il debutto di grande successo dello scorso ottobre, torna l’EXPLODING INEVITABLE ROLLING PARTY, appuntamento mensile di musica dal vivo proposto e promosso da Hangar Bicocca, luogo dell’arte contemporanea tra i più noti e apprezzati, con il contributo creativo della rivista rock più famosa del mondo, Rolling Stone. Con il supporto di Peugeot.

Nel connubio tra queste due entità c’è l’essenza della festa. Un appuntamento mensile in cui arte e musica si incontrano alla riscoperta dello spirito underground e anticonformista cittadino. Un party che già dal nome si rifà all’ “Exploding Plastic Inevitabile” di Andy Warhol (evento multimediale ante litteram che debuttò nel 1966 al Trip di New York) e che attraverso una proposta unica, sempre un passo avanti rispetto alla tendenza del momento, vuole portare a Milano gli artisti di domani per farveli scoprire prima di chiunque altro.

Nuove band nazionali e internazionali, visual e dj set per infuocare gli animi dopo i concerti: ecco la formula dell’Exploding Inevitable, il cui teatro sono l’Hangar Bicocca, che ogni giovedì tiene aperte le porte della sua esposizione fino alle 10, e il suo già rinomato bistrot.

L’EXPLODING INEVITABLE ROLLING PARTY torna il 17 novembre con gli Ex Otago (Genova, www.myspace.com/exotago). Ritornelli/stornelli a presa istantanea che s’incollano in testa e non si staccano più proprio come le figurine scolorite dei calciatori dall’armadietto di un adolescente. Il loro è un nuovo romanticismo sorretto da melodie pop, freestyle hip hop e da un’attitudine quasi punk, tanta è l’energia nel loro badare al sodo. Dopo The Chestnuts Time, TANTI SALUTI e la folgorante rilettura di The Rhythm Of The Night (si, si, proprio il mega hit dance di Corona), gli Ex Otago emergono dall’impresa “Anche io produco gli Ex-Otago” con il nuovo, terzo album registrato in Norvegia, “Mezze Stagioni”, che suoneranno per la primissima volta dal vivo proprio in occasione dell’Exploding Inevitable Rolling Party.

A seguire, Dorian (London Loves, http://www.myspace.com/dorianlondonloves), nome arcinoto della Milano notturna, che porterà all’Hangar lo spirito warholiano del Plastic, di cui è resident dj.

Warm up pre-concerto a cura di Fabio De Luca (Rolling Stone).

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Alvy, Nacho & Rubin: El Galan De la Paternal

Marina Pierri | 15/11/2010

I Magnetic Fields fanno innamorare. E una volta innamorati, non c’è nulla di più estatico dell’ascoltare i Magnetic Fields. Le coppie nate con il battesimo di Stephin Merritt sono coppie fortunate: nessun altro è stato così capace di cogliere le sfumature narrative e non convenzionali del rapporto a due. La sua voce batte all’unisono con l’organo che sta in petto e penetra nei recessi del cervello dove sono custodite le fotografie dei momenti più belli mai passati.

The Luckiest Guy On The Lower East Side forse, è il picco più alto dell’arte dei Magnetic Fields. Dovrebbe essere suonata come marcia nuziale o prestata, come sigla, al più romantico dei telefilm non ancora inventati.

Questa è una bellissima versione spagnola del pezzo, così come l’ho appena rinvenuta tra i feed e sul Twitter del nostro amico Polaroid (che tra l’altro è qui sotto). Grazie Enzo!

Sufjan Stevens: The Age of Adz (Asthmatic Kitty)

Marina Pierri | 29/10/2010

Sufjan Stevens, forse, è il più grande cantautore americano vivente.

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Ehi, se pensate che sia “uno dei più grandi viventi del mondo e anche non viventi”, io sono lì con voi. Avete a che fare con una che non vede l’ora che arrivi Natale per tirare fuori The Worst Christmas Ever e piange ogni volta che ascolta Seven Swans. D’altronde, ognuno ha i fan che si merita e ha solo senso che al più narcisista, eccessivo e iperbolico songwriter dopo Kanye West debbano toccare dei fanatici. O delle persone che lo odiano del tutto. E diciamocelo, allora: love him or hate him, sono poche le persone a cui Sufjan non fa né caldo né freddo, oppure quelle che non hanno un’opinione sul suo conto.

È per questo che, come gli altri lavori recanti la sua firma, The Age of Adz, “il disco elettronico di Sufjan” ha creato subito una fetta di estimatori e una – bella ampia – di detrattori. Qualcuno lo dice un capolavoro, qualcun altro una cagata pazzesca.

Da qualsiasi parte stiate voi, però, accettate un fatto rilevante: il disco non è arrivato all’improvviso. Si può quasi dire che il suo creatore lo abbia annunciato, prestato a poco a poco, offerto pezzo per pezzo.

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Non so se vi ricordate di Enjoy Your Rabbit. Elettronico. O del fatto che a Natale scorso uscì una compilation natalizia davvero corsara, che fu bollata come un fake dai più perché non suonava neanche da lontano simile al resto dell’opus natalizia. Perché? Era tutta elettronica. E la zampa di Sufjan era invisibile. Avrebbe potuto essere un album suo, o di qualcun altro. Quando poi è arrivato The BQE, quel doppio mattone in cui il nostro amico scimmiottava, almeno nel concetto e nell’afflato metropolitano, George Gershwin, la stragrande maggior parte era: elettronica. E che dire di All Delighted People? Stesso discorso.

Ci tocca concludere, alla luce di tutto questo e facendo della profonda ermeneutica, che a Sufjan questa elettronica piaccia parecchio e, semmai, Swans, Michigan e Illinoise fossero il profilo visto da destra di Sufjan, il sinistro essendo proprio Rabbit e produzione afferente.

Ecco allora dove ci lascia Age of Adz: che vi piaccia o meno (o che piaccia o meno a me, e la risposta è non molto), questo è il suo disco definitivo, quello a viso pieno, in cui le due anime scintillano in eguale maniera. Detta in soldoni, elettronica, si, ma elettronica sinfonica, con il dubbio, che è quasi una certezza, che Stevens ci abbia portato per mano fino a qui, che fosse QUI che voleva arrivare. Alle stupende Vesuvius e Impossible Soul, ma anche a quel delirio poco sensato di Too Much, se è per questo.

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Tutto questo fa dell’album una sorta di prova del fuoco. Un vero fan di Sufjan, sembra, dovrebbe adorare Age of Adz.

O almeno apprezzarlo.
O farci i conti.
Conviverci.
Sopportarlo.

Detestarlo non è un’opzione. Adeguatevi.

Guarda Age Of Adz live (qua sotto, anche se lui è sempre di spalle)

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