QUASI – American Gong (Kill Rock Stars/Domino/Self)

Marina Pierri | 19/2/2010

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Esce oggi il nuovo album dei QUASI, band che amiamo da sempre. In caso non lo sapeste (voi ragazze là fuori, ma non solo, ovviamente) la batterista dei Quasi è la meravigliosa Janet Weiss, batterista delle Sleater-Kinney, inimitabile trio sciolto qualche anno fa. Vitaminic vi offre American Gong in streaming: per goderselo serve solo un click. Se poi il disco vi fa impazzire (cosa assai probabile) vi ricordiamo dalla regia che il trio di Portland sta per arrivare anche da noi.

Ecco la data:
05/10 : Rocker Fest @ Covo Club – Bologna (I)

Buon ascolto.

Vampire Weekend: Contra (XL/Self)

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Per quanto mi sforzi, non riesco a togliermi dalla testa l’immagine dei Vampire Weekend sulla barca a vela, che a bordo delle loro Ralph Lauren ben stirate esplorano le coste caraibiche e africane in un nuovo moto di colonialismo musicale degli anni dieci. Anche se loro stessi dicono di rifiutare questo tipo di fantasie, è innegabile che il nuovo lavoro dei newyorkesi è -se possibile- ancora più votato del precedente ad atmosfere che si trovano solitamente solo una volta oltrepassato l’equatore.
Con destrezze di chitarre e tastiere han ricreato negli angoli più nascosti di Contra il suono degli steel drums (i tamburi di latta che producono il classico suono caraibico), senza poi farsi mancare nemmeno le manovre vocali della musica popolare africana, tra falsetti, percussioni profonde e cori che salgono da lontano, in un turbine cromatico che è diventato ormai il loro marchio di fabbrica: un suono solare, leggero e sgargiante, ma allo stesso tempo terribilmente complesso.
Non è un caso infatti se neanche in Contra si sfugge all’impostazione classica, in cui il pianoforte e gli archi sciolgono i canoni pop per andarsi a posare proprio negli spartiti di qualche secolo fa (in Taxi Cab addirittura un inserto di clavicembalo e archi!), per poi planare dalle parti di M.I.A. e degli Animal Collective, con in più ritmiche sincopate e in levare, sempre di matrice calypso e ska. Insomma, sembra quasi che i ragazzi si siano concentrati troppo a tirar fuori un seguito all’altezza del conclamato debutto, e ci abbiano perso un po’ in genuinità ed immediatezza.
Poco male, perché sembra proprio che Contra abbia aperto la strada per il pop del nuovo decennio.
(NAH)

Contra è come una valigia per un posto imprecisato. Piena. Piena zeppa di roba. Senza nessuna specifica prevalenza di un tessuto sull’altro. Ci sono i capi invernali, quelli estivi, le cose non ti metteresti mai, le pinne il fucile e gli occhiali. È una valigia per una terra sconosciuta dove domina solo la spensieratezza. Ti sembra di avere per le mani la summa di tutto quello che hai ascoltato negli ultimi anni suonato e urlato da quattro scapestrati alieni dell’indie, solo che l’alieno parla un linguaggio impazzito (non più he talks in maths/ he buzzes like a fridge), una lingua che è tutte le lingue, una canzone che è tutte le canzoni e a un certo punto “rutta” dominato da una sbronza. Così trovi campionato il “Come on” di Territorial Pissing dei Nirvana su You are so vain e Sergent Pepper cantata come in una taverna di marinai ubriachi alternate a quelle che potrebbero essere le colonne sonore del nuovo Gran Theft Auto fatte col Game Boy. Contra sarà un tassello importante per il concetto di identità in questo inizio di anni ’10: un pastiche sonoro, un manifesto di libertà espressiva e di ironia. Alla fine non ci sono delle vere e proprie hit, ma domina un buon umore diffuso che mette tutti d’accordo e in mezzo all’assolo di Sweet Child o’ Mine, o ai momenti in cui dici “Nooo sono i Flaming Lips (Run), nooo anzi gli Animal Collective (Horchata)” una radio impazzita vi porta ad inzuppare i piedi in una spiaggia caraibica, dove tutti sono sorridenti, tutti ballano e giocano e perdio… è festa.
(RB)

Avete presente quelle storie d’amore che cominciano con un colpo di fulmine pazzesco? Ecco, quella cosa lì non c’entra niente. Era marzo ed il 2008 quando tutti iniziarono a elogiare i Vampire Weekend; io non ci trovavo nulla di intrigante, anzi mi stavano anche vagamente sulle palle. Poi successe una cosa strana. Stavo comprando una maglietta quando alla radio passarono una canzone magnifica, con tantissimi violini. Qualcosa mi disse che erano i Vampire Weekend, ma non ne fui del tutto certa. Tirai fuori il mio iPod dalla tasca e ascoltai i pezzi del disco uno a uno. Niente. Nessuna traccia dei violini. Tornata in Italia, però, feci qualche ricerca e scoprii che la canzone era, si, dei Vampire, ma era l’unica canzone mancante della mia copia (scaricata) del disco. Non c’è bisogno che vi dica che si trattava di M79, che è rimasta la mia traccia preferita della band di Koenig fino a che non ho ascoltato Contra. E credo di poter dire che qui il sound dei ragazzotti si porta a un livello di complessità superiore, a una piacevolezza più cerebrale e difficile. Sento in giro l’opinione diffusa: è meno banale sotto certi punti di vista, forse, ma meno efficace su altri. Non sono d’accordo. A confronto di Run, Diplomat’s Son o I Think Ur Contra, la maggior parte dei pezzi del primo album impallidisce. E questo succede perché, a differenza di quest’ultimo, Contra è un’avventura alla Phileas Fogg attraverso il mondo, i suoi suoni e le sue fantasie caleidoscopiche – tanto che riesce persino a rendermi sopportabile il reggae. È una trasformazione, ma una fedele e coerente: con questo lavoro i Vampire si fanno marchio; non si tradiscono, ma trionfano sulla vecchia versione di loro stessi. E quella voce… quella voce ormai la riconoscerei ovunque. Da qualsiasi radio provenisse. Sono davvero passati quasi due anni. E chi ha detto che i grandi amori nascono solo con il colpo di fulmine, beh, mi sa che s’è sbagliato. (M.P.)

Words x Music x Noir – are you coming?

Marina Pierri | 10/12/2009

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Words x Music ritorna venerdì 11 dicembre al Bitte di Milano. Dopo l’appuntamento con i Minnie’s e Tommaso Pincio, noi di Vitaminic, insieme a quelli di Finzioni, torniamo con lo stesso cocktail di musica e letteratura: protagonisti, Paolo Roversi e Ghost To Falco (Portland, US). Perché, si, tutta la serata è dedicata al NOIR, un genere che ha storia da vendere, specie qui a Milano.

La serata costa 5 euro + tessera ARCI
… ma se volete entrare GRATIS (sempre con tessera ARCI però!) iscrivetevi a Peoplesound e seguite il channel MilanoNera.
Come? O via web, come sempre, oppure mandando l’sms MINERA al 3386738251 (verrete iscritti automaticamente).
Se risulterete tra i follower del canale, non avrete che da mostrare la tessera ed entrare!

Leggete tutti i dettagli del programma qui sotto, e speriamo che verrete a bere un bicchiere assieme a noi.

Words x Music x Noir è su ZERO: fateci sapere che ci sarete cliccando qui!
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WORDS X MUSIC X NOIR
11 DICEMBRE @ BITTE

FINZIONI PRESENTA.
ORE 22. PAOLO ROVERSI (MILANONERA.COM), LETTORE. APERITIVO LETTERARIO: LO SCRITTORE PAOLO ROVERSI RACCONTA IL NOIR (DEGLI ALTRI) CHE HA LETTO, LEGGE, LEGGERA’.

VITAMINIC PRESENTA.

ORE 23.30. GHOST TO FALCO (PORTLAND, US) SUONA IN SEMI-ACUSTICO IL NUOVO ALBUM “EXOTIC BELIEVERS” (CAPE & CHALICE/INFINITE FRONT)

(la grafica è di tomm, http://umanuvem.blogspot.com)

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WORDS x MUSIC
, format inaugurato il 5 novembre scorso al BITTE, è un piccolo evento unico, cross-platform, ideato da FINZIONI MAGAZINE (rivista letteraria) e VITAMINIC.IT (e-zine di musica indipendente). L’obiettivo è unire musica e letteratura in diverse serate a tema che vedono protagonisti uno scrittore e una band. Lo scrittore – novità – parla non dei libri che ha scritto, ma di quelli che legge in un dialogo aperto con il pubblico; la band si esibisce nell’atmosfera quieta e familiare del Bitte in un concerto semi-acustico.

Il secondo appuntamento di WORDS X MUSIC, l’11 dicembre, avrà come tema il NOIR: alle ore 20 Paolo Roversi di MilanoNera racconterà dei classici del genere, da Bukowski a Scerbanenco a mille altri; alle ore 22, direttamente da Portland, Stati Uniti, si esibirà Eric Crespo, in arte GHOST TO FALCO, con il suo particolarissimo folk oscuro e cinematografico, perfettamente… noir.

in collaborazione con FINZIONI MAGAZINE, VITAMINIC e PEOPLESOUND.

Black Lips Contest!

Marina Pierri | 16/11/2009

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Sono brutti, cattivi e pure un po’ demenziali, ma le ragazze li adorano e si strappano i reggiseni sotto il palco: sono i Black Lips!  Ci sarà sicuramente da ballare, ma occhio a non mettervi nelle prime file a meno che non siate alla ricerca di bagni di urina fresca e sputo. Intrigante eh? Non perdetevi il loro mélange di denti d’oro, baffoni e pantaloni stretti dal vivo, dopo domani sera (mercoledì 18) al Musicdrome di Milano, specie che ovviamente Vitaminic vi regala free tickets, free tickets, free tickets!

Vincere è come sempre super facile, basta che (ci scriviate ) vitaminicontest (at) gmail (dot) comsubito con la risposta a questa semplicissima dmanda

con quale giovanissima rockstar i Black Lips hanno avuto un recente e piuttosto violento litigio?

Dai che lo sapete!

(in collaborazione con Indipendente)

Kings of Convenience live @ Conservatorio G.Verdi, Milano (29.10.09)

Marina Pierri | 9/11/2009

Sembra che concerto dei Kings of Convenience abbia catalizzato tutta la città nel chiostro dell’Auditorium Verdi: tutti noi, furboni, abbiamo comprato i biglietti su internet e tutti noi, furboni, siamo inchiodati in fila da mezz’ora.
L’esercito di facce note segue tra le poltronissime. Ci sono Carmen Consoli e Paola Maugeri! è il commento che serpeggia a voce bassa tra la fila uno e la fila cinque (ma già lo sapete tutti). Poi le luci si abbassano, il concerto comincia. Sottotono.
Erlend ed Eirik, identici a cinque anni fa, sembrano un po’ arrugginiti, ma è la scelta dei pezzi ad essere un po’ ferrosa, rigida. Inizio a credere che Declaration of Dependance, il loro nuovo e – a ragione o a torto – assai criticato album, dal vivo mostri il profilo peggiore. E forse ho ragione, perché appena il duo inizia a snocciolare i pezzi dei due dischi precedenti è homecoming istantaneo, in un posto che è un tempo e non un luogo: il 2003, il 2004, il 2005. E anche se I Don’t Know What I Can Save You From o Stay Out of Trouble rischiano di passare per anticaglia preziosa per emozioni accumulate e non per valore intrinseco, la sensazione è che in molti siano (siamo) nella sala vastissima – che si alza, torreggiante, a perdita d’occhio – per fare un giro nel passato.
Più di una volta vengo sfiorata dal pensiero che i Kings Of Convenience non abbiano effettivamente più nulla da dire, come delle creature che hanno compiuto in loro ciclo, pronte a scomparire chissà dove o tornarsene da dove sono venute. Ma non vi voglio lasciare la sensazione che abbia visto un brutto concerto, o passato un’ora deprimente: è solo che a questo punto avrete letto più o meno ovunque di quant’era simpatico Erlend, di come e di quanto ha ballato sul palco, delle gag (a volte divertenti, a volte meno) che ha fatto, dei cori, dei sing-along su Know How, della fine frizzante al ritmo di I’d Rather Dance With You, della resa favolosa dei due nuovi singoli. Perciò, mi resta da guardare agli angoli più scuri della serata e tutto si riassume in questo: il terzo album dei due norvegesi, vuoi per l’acqua passata sotto i ponti, vuoi per le voci costanti di scioglimento, vuoi per lo spessore non eccelso dell’ultimo lavoro, ha un sapore quasi di re-union. One shot, una botta e via. E non mi stupirei se, almeno dal vivo, non li vedessi mai più.

(tutte le foto sono di Elena Morelli)

http://www.vitaminic.it/uploads/foto/kingsofconvenience/koc02.jpg
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Minnie’s: live streaming al Bitte — ore 22.30

Marina Pierri | 5/11/2009

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Ore 22.30 — live dal Bitte con WORDS X MUSIC per lo streaming in tempo reale del concerto semi-acustico dei Minnie’s.

WORDS X MUSIC – are you coming?

Marina Pierri | 30/10/2009

WXM_ST Stagione nuova, vita nuova: l’autunno di Vitaminic parte con un nuovo format speciale, pensato per coniugare in una sola serata gli interessi di voi blibliofili e melomani. Prendete uno scrittore che parla dei libri che legge (non di quelli che scrive); prendete una band italiana strepitosa (con canzoni che ci fanno commuovere) che presenta un video in anteprima e suona in semiacustico; prendete me, che metto dischi per un’oretta per intrattenervi tra una cosa e l’altra; prendete il dj set finale di  uno dei combo danzerecci più famosi di Milano… e avrete la tappa numero zero di WORDS X MUSIC.

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MINNIE's!

Micachu & The Shapes Contest!

Marina Pierri | 19/10/2009

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Arriva Micachu con le sue “forme”, per la prima volta qui da noi. Ai tempi, quando il suo nome iniziava a girare (poteva essere febbraio 2009) poterla ascoltare dal vivo in tempi relativamente brevi sembrava un sogno… e invece! Vincete i biglietti con Vitaminic e andate a sentirvela a Milano (La Casa 139, 22/10/09), Roma (Circolo degli Artisti, 23/10/09) o Bologna (Covo Club, 24/10/09).

Come? Facilissimo: (scriveteci ) vitaminicontest (at) gmail (dot) comcon nome e cognome + risposta alla seguente (facilissimissima) domanda:

qual è il nome di battesimo di Micachu?

(in collaborazione con DNA concerti)

Sufjan Stevens and Osso – Run Rabbit Run (Asthmatic Kitty/Goodfellas)

Marina Pierri | 12/10/2009

rabbitcov452“Tradurre” – lo sapete se avete fatto studi classici – è tanto un azione quanto un concetto; uno molto dibattuto, in effetti, che attraversa diverse aree di fatto e potenzialmente. La complessità, diciamo, teorica, della traduzione va dal grado zero (all’interno dello stesso sistema) al grado N (tra sistemi differenti, prendete ad esempio il meccanismo della metafora), anche se esistono innumerevoli sfumature intermedie.
Ora, credo che in musica l’applicazione dell’idea di traduzione suoni un po’ anti-intuitiva, ma non lo sia affatto: come una versione acustica di una canzone è una traduzione, così gente come i Nouvelle Vague ha fatto della traduzione (tra generi) un mestiere. E via di questo passo. Fino ad arrivare al nostro Sufjan Stevens, che con Run Rabbit Run ha fatto una cosa non così diversa da quella che fanno i Nouvelle Vague.
Ma cosa ha fatto Sufjan? Ecco, ha fatto una sufjanata. Dicesi sufjanata = qualcosa di riconducibile all’avere titoli troppo lunghi delle proprie canzoni, seguire fili logici bizzarri di contiguità, scrivere dischi bellissimi ma abbastanza indigeribili, essere larger than life in tutto, dai suoni, ai cori, alle immagini, alle sensazioni per poi rifarsi, citarsi, sovracitarsi.
Queste ultime tre cose, indice già di loro di una megalomania straordinaria, riassumono il caso Run Rabbit Run, che è il remake del primo disco di Sufjan, Enjoy Your Rabbit, ispirato al calendario cinese.
Se accettiamo che ogni remake sia comunque una traduzione, questo disco lo è al quadrato: era elettronico, ora è… classico. Ovvero. Sufjan ha commissionato a dei musicisti sinfonici e di fatto a un quartetto d’archi (Osso String Quartet) il rifacimento in chiave orchestrale del disco. E ce n’è abbastanza per fare scoppiare la testa a Umberto Eco e a ogni semiotico che si rispetti perché a TUTTI i suoni elettronici è stato trovato un contrappunto analogico, con uno strumento che sia il violino, o il piano, o, che so, l’oboe. Roba da matti.
Per i più, RRR probabilmente è una sufjanata come tutte le altre e probabilmente una palla micidiale. Per i sufjanatici (cioé fanatici delle sufjanate, cioé noi), RRR non è solo buona musica: è Sufjan che vola più alto di quanto potrebbe permettersi e, quindi, è più Sufjan che mai.

Leggi la pagina del disco su Asthmatic Kitty
Leggi la recensione di Slanted

DiD – Kumar Solarium (Foolica/Halidon) + intervista

DidunoIl bello della musica italiana da “dancefloor forbito” , come mi piace definirla, è il riuscire ormai a camuffarsi fino all’ultimo dietro un accento anglofono posticcio pur di non dirti che qui non siamo nè a Detroit, nè a Bristol, nè in qualche Mecca degli hipsters con le foglie che cadono e i tramonti da cartolina al neon: qui siamo a Torino e ci siamo arrivati a bordo di una Panda. E ci stiamo ballando sulla Panda, precisamente sul cofano e con Kumar Solarium, l’esordio in occhialoni e lucine degli ottimi torinesi DiD, andati ad arricchire il roster (e le scommesse vinte dopo The Vickers e Camera237) della mantovana Foolica Records. Potrei convincervi della bontà assoluta di questo disco solamente dicendovi che è un maremoto di “tum-cha” e “claps” dal gusto funk talmente devastante ed irresistibile che persino un debosciato impettito e misantropo come me non può fare a meno di tenere il tempo con qualsiasi parte del corpo al di sopra e al di sotto del bacino. Questo perché quando si arriva a Time For Shopping e Solarium sarà il vostro bacino stesso a godere di vita propria e a prendere il controllo della situazione. Non c’è una sola traccia, tra le undici totali, che sia priva di carisma. Nemmeno una. Non c’è un dannato calo di ritmo, di coinvolgimento o un groove debole. Un pò di elettronica e tanto basso (Sex Sometimes), cassa e rullante, loop e riffettini di quelli che si scavano una tana in testa per dei giorni (Breakdance). Piccole, ma azzeccatissime, colonne sonore da clichè festaiolo (Saturday Night, Crazy Yes) concludono con successo l’opera del “far muovere il culo ad oltranza”. Se fino ad oggi eravate sprovvisti dell’organo che dà il senso del ritmo, i DiD ve lo faranno crescere al primo ascolto, parola. (A. G.)

Il remix di “Time For Shopping” si può scaricare gratuitamente qui!
Foolica Records chi?

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Qui di seguito trovate l’intervista che Simone ha fatto a Guido Savini durante i Vitaminic Days, ormai diversi mesi fa. I DiD avrebbero dovuto aprire per Wavves – quella sera invece, come ricorderete, non suonò né l’uno né l’altro. All’uscita di Kumar Solarium, però, abbiamo deciso di pubblicare comunque l’intervista, che ha un qualche tipo di valore… affettivo. In effetti, avrebbe dovuto essere la prima volta che i DiD pronunciavano in pubblico il nome del loro primo album. Che volete farci, siamo romantici; e alla nostra piccola storia ci teniamo. (M.P.)

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Due EP pubblicati a cavallo tra il 2008 e il 2009 (Ask U2 e Time For Shopping), tanta voglia di far muovere il culo e un suono che ci ha fatto perdere la testa. Guido Savini ci racconta dei DID, icone gialle di una città grigia.

Vi definite “yellow punk funk” e dal vivo (stando alle foto sul myspace) siete vestiti di giallo. Quindi la domanda è d’obbligo: perché i DID sono gialli?
I DID sono gialli perché ce la mettono tutta per essere divertenti, suonano post-punk e sono sempre più noisy.. ma ammiccano all’elettronica e ti fanno ballare.. se fossero blu, verdi o rossi ti sembrerebbero meno leggeri e potresti prenderli sul serio, invece sono gialli, adorano lo struscio da dancefloor, e il sudore, e le luci stroboscopiche. Siamo dei decadentisti del clubbing. Perdonami le espressioni sognanti, ma non so davvero più come rispondere a questa domanda.

Che riscontro state ottenendo dal pubblico?
Stiamo spaccando. I nostri due EP sono stati due successi di pubblico e critica, il primo su Kirsten con record di download, il secondo su Circolo Forestieri è andato sold out in quattro mesi. Tra un paio di settimane siamo headliner al White Heat (serata culto londinese), abbiamo finalmente finito di registrare e il nostro materiale è a New York ai WWSM studios, nelle mani dello stesso uomo che ha lavorato con LCD Soundsystem e !!!.

Ho letto che il progetto esiste da otto anni. Quindi, in teoria, dovreste avere dei cassetti pieni di nastri (o hardisk pieni di tracce) da lasciare ai posteri. Eppure prima dell’EP Ask U2 (2008) non avete pubblicato nulla, scelta precisa o questione di circostanze?
Tu pensi che in un posto come l’Italia sia facile per un sedicenne o un diciottenne pubblicare del materiale? Ci vuole un po’ per capire come funziona, perchè nessuno te lo verrà a spiegare.
Inoltre potrebbe aiutare se ti metti a fare una serie di professioni (tutte contemporaneamente) il promoter, il giornalista, il booker, il Dj.. Perchè alla fine come suoni non conta poi piu di tanto.

Domanda di rito (e di buon augurio): come procedono i lavori per il primo album? Dobbiamo aspettarci qualcosa di nuovo?
L’album esce a metà settembre, si intitola Kumar Solarium (questa è un’esclusiva), dovete aspettarvi di tutto: Afro Beat, Post Punk, Italo Disco…

In un’intervista su Rockerilla hai fatto intendere che, sostanzialmente, per le band italiane all’estero ci sarà sempre poca trippa per gatti, solo “dieci fan inglesi e giapponesi”. Ultimamente però qualcuno sta ottenendo risultati incoraggianti: penso al successo di Banjo Or Freakout in UK, al percorso che ha portato gli A Classic Education ad esibirsi al South By Southwest, ai Jennifer Gentle che escono con Sub Pop, agli Aucan che hanno concluso un lungo tour europeo.. Cosa ne pensi?
Non ho detto questo. Mi si chiedeva se fosse un buon momento per le band anglofone in Italia e io ho risposto ASSOLUTAMENTE NO, ho aggiunto che valeva la pena di cantare in inglese ANCHE SOLO per dieci fan britannici o giapponesi, che almeno capiscono cosa stai cantando. Lo penso tutt’ora, adoro le band che hai citato, ma qui non le cagherà mai nessuno, e non credere che la cosa mi faccia piacere. A fine mese suoneremo al White Heat, a Londra, è lì che ci giochiamo la nostra credibilità, qui non siamo credibili a prescindere perché non cantiamo in italiano. Detto questo le mie band italiane preferite, alle quali auguro un successo planetario, sono Movie Star Junkies e Dance for Burgess.

Dì la verità, l’idea del myspace dedicato ai remix l’avete fregata agli Holy Fuck.. A parte gli scherzi, oltre alla circolazione online avete pensato al vecchio (e dispendioso) supporto fisico? Intendo sia per le versioni di Time For Shopping che per eventuali remix futuri.
Presto ci sarà un vero e proprio contest per remixare Time For Shopping e faremo una release dedicata, sulla nostra etichetta Foolica Records! Ci sarà da divertirsi, non vedo l’ora (nel frattempo il contest è stato lanciato ed è qui, nda).

Secondo te la musica dei DID è influenzata in qualche modo dalla città di Torino?
Sì. Me ne sono accorto l’ultima volta quando eravamo a Bologna a registrare. I nostri brani sono scuri, chiusi in sé stessi e in un certo modo industriali, proprio come la nostra città, la scelta del giallo crea una contraddizione forte con queste sensazioni, una contraddizione che ci piace. Da un po’ di tempo a questa parte, quando sono via da Torino sto meglio.

I DID dal vivo: sono pari-pari al disco o c’è da aspettarsi qualcosa di più (o di meno)?
..e tanto il disco non l’avete ancora sentito! Scherzi a parte, dal vivo siamo più sporchi, e abbastanza violenti. Abbiamo due batterie e siamo molto noise, cavalchiamo l’aspetto più post-punk del progetto, anche se la cassa rimane dritta e il pubblico solitamente balla. (S.V.)

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