
Per quanto mi sforzi, non riesco a togliermi dalla testa l’immagine dei Vampire Weekend sulla barca a vela, che a bordo delle loro Ralph Lauren ben stirate esplorano le coste caraibiche e africane in un nuovo moto di colonialismo musicale degli anni dieci. Anche se loro stessi dicono di rifiutare questo tipo di fantasie, è innegabile che il nuovo lavoro dei newyorkesi è -se possibile- ancora più votato del precedente ad atmosfere che si trovano solitamente solo una volta oltrepassato l’equatore.
Con destrezze di chitarre e tastiere han ricreato negli angoli più nascosti di Contra il suono degli steel drums (i tamburi di latta che producono il classico suono caraibico), senza poi farsi mancare nemmeno le manovre vocali della musica popolare africana, tra falsetti, percussioni profonde e cori che salgono da lontano, in un turbine cromatico che è diventato ormai il loro marchio di fabbrica: un suono solare, leggero e sgargiante, ma allo stesso tempo terribilmente complesso.
Non è un caso infatti se neanche in Contra si sfugge all’impostazione classica, in cui il pianoforte e gli archi sciolgono i canoni pop per andarsi a posare proprio negli spartiti di qualche secolo fa (in Taxi Cab addirittura un inserto di clavicembalo e archi!), per poi planare dalle parti di M.I.A. e degli Animal Collective, con in più ritmiche sincopate e in levare, sempre di matrice calypso e ska. Insomma, sembra quasi che i ragazzi si siano concentrati troppo a tirar fuori un seguito all’altezza del conclamato debutto, e ci abbiano perso un po’ in genuinità ed immediatezza.
Poco male, perché sembra proprio che Contra abbia aperto la strada per il pop del nuovo decennio.
(NAH)
Contra è come una valigia per un posto imprecisato. Piena. Piena zeppa di roba. Senza nessuna specifica prevalenza di un tessuto sull’altro. Ci sono i capi invernali, quelli estivi, le cose non ti metteresti mai, le pinne il fucile e gli occhiali. È una valigia per una terra sconosciuta dove domina solo la spensieratezza. Ti sembra di avere per le mani la summa di tutto quello che hai ascoltato negli ultimi anni suonato e urlato da quattro scapestrati alieni dell’indie, solo che l’alieno parla un linguaggio impazzito (non più he talks in maths/ he buzzes like a fridge), una lingua che è tutte le lingue, una canzone che è tutte le canzoni e a un certo punto “rutta” dominato da una sbronza. Così trovi campionato il “Come on” di Territorial Pissing dei Nirvana su You are so vain e Sergent Pepper cantata come in una taverna di marinai ubriachi alternate a quelle che potrebbero essere le colonne sonore del nuovo Gran Theft Auto fatte col Game Boy. Contra sarà un tassello importante per il concetto di identità in questo inizio di anni ’10: un pastiche sonoro, un manifesto di libertà espressiva e di ironia. Alla fine non ci sono delle vere e proprie hit, ma domina un buon umore diffuso che mette tutti d’accordo e in mezzo all’assolo di Sweet Child o’ Mine, o ai momenti in cui dici “Nooo sono i Flaming Lips (Run), nooo anzi gli Animal Collective (Horchata)” una radio impazzita vi porta ad inzuppare i piedi in una spiaggia caraibica, dove tutti sono sorridenti, tutti ballano e giocano e perdio… è festa.
(RB)
Avete presente quelle storie d’amore che cominciano con un colpo di fulmine pazzesco? Ecco, quella cosa lì non c’entra niente. Era marzo ed il 2008 quando tutti iniziarono a elogiare i Vampire Weekend; io non ci trovavo nulla di intrigante, anzi mi stavano anche vagamente sulle palle. Poi successe una cosa strana. Stavo comprando una maglietta quando alla radio passarono una canzone magnifica, con tantissimi violini. Qualcosa mi disse che erano i Vampire Weekend, ma non ne fui del tutto certa. Tirai fuori il mio iPod dalla tasca e ascoltai i pezzi del disco uno a uno. Niente. Nessuna traccia dei violini. Tornata in Italia, però, feci qualche ricerca e scoprii che la canzone era, si, dei Vampire, ma era l’unica canzone mancante della mia copia (scaricata) del disco. Non c’è bisogno che vi dica che si trattava di M79, che è rimasta la mia traccia preferita della band di Koenig fino a che non ho ascoltato Contra. E credo di poter dire che qui il sound dei ragazzotti si porta a un livello di complessità superiore, a una piacevolezza più cerebrale e difficile. Sento in giro l’opinione diffusa: è meno banale sotto certi punti di vista, forse, ma meno efficace su altri. Non sono d’accordo. A confronto di Run, Diplomat’s Son o I Think Ur Contra, la maggior parte dei pezzi del primo album impallidisce. E questo succede perché, a differenza di quest’ultimo, Contra è un’avventura alla Phileas Fogg attraverso il mondo, i suoi suoni e le sue fantasie caleidoscopiche – tanto che riesce persino a rendermi sopportabile il reggae. È una trasformazione, ma una fedele e coerente: con questo lavoro i Vampire si fanno marchio; non si tradiscono, ma trionfano sulla vecchia versione di loro stessi. E quella voce… quella voce ormai la riconoscerei ovunque. Da qualsiasi radio provenisse. Sono davvero passati quasi due anni. E chi ha detto che i grandi amori nascono solo con il colpo di fulmine, beh, mi sa che s’è sbagliato. (M.P.)