Una pratica divenuta frequente, talvolta addirittura scontata, è quella di deprecare la volatile esistenza dei pupilli del New Musical Express. Si tratta per certi versi di un atto sensato, volto a ridurre drasticamente il ciarpame, inspiegabilmente bollato come hype, che rischierebbe di giungere alle nostre orecchie. Muovendosi tra le nuove uscite discografiche con questa premessa, risulta facile confondere, almeno sulla carta, dei minorenni che si ostinano a riprodurre gli Strokes o i Libertines con un giovane che si fa chiamare Kid Harpoon. I suoi concerti sono infatti infestati da bimbe isteriche, che sono solite sciogliersi udendo le liriche intimiste del giovane inglese.
The Second E.P. si presenta con sei brani accattivanti e segue -ovviamente – il suo esordio discografico chiamato The First E.P., tendenzialmente acclamato dalla stampa musicale britannica. The Second E.P. si apre con Riverside, un singolo che pare scritto Mike Scott per il meraviglioso album This is the Sea. L’influenza folk dei Waterboys permea l’intero e.p. e, nei brani più riusciti, si accompagna ad episodi che fanno pensare all’esordio degli Suede. Eppure dubitiamo che siano questi i fattori che hanno portato al successo Tom Hull (questo è il suo vero nome). Ad un ascolto superificiale, infatti, The Second E.P. non è altro che una versione alternativa, in chiave acustica, oscura, rallentata e vagamente atemporale, di un qualsiasi lavoro dei Babyshambles. Questo spiega l’esaltazione del NME e delle giovinette.
Nel complesso l’e.p. si fa ascoltare, talvolta addirittura con un certo trasporto, anche se non tutte le canzoni che lo compongono possono porsi stesso livello. Emergono poi i testi, molto personali e di certo non banali. C’è però da dire che non è saggio ricalcare le sonorità dei Waterboys senza essere certi di poter eguagliare il valore delle liriche di Mike Scott.
Si dice che Kid Harpoon abbia scritto duecento canzoni in poco meno di due anni. Per il momento ne sono state pubblicate solo dodici.
Attendiamo dunque l’esordio sulla lunga distanza per poter valutare l’effettiva solidità della sua penna, con la speranza che le sue influenze musicali si fondano per dare origine a qualcosa di più radicalmente originale.
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(le foto sono di streetspirit73)
Sono le 21.45 quando giungiamo all’entrata dell’area concerti. La numerosità delle auto parcheggiate fin sopra i fossi ci fa presagire il peggio; avanziamo mentre si sente Cesare Basile che conclude il suo concerto.
Tempo di berci un caffè e stapparci una birra e partono le urla della gente: Agnelli e co. compaiono sul palco e istantaneamente iniziano a suonare con una rapidità che ci lascia di stucco: si decolla con Sui giovani d’oggi ci scatarro su seguita da altri sei vecchi successi, e di corsa fino a Tutti gli uomini del presidente. Durante tutta la durata dello show il filo conduttore sarà la potenza del suono: gli amplificatori colano rumore sciroppato e le due chitarre si impongono sugli altri strumenti in modo a tratti fastidioso, ma questo non fa che esaltare maggiormente il pubblico veneto. Gli uomini amanti della famiglia patriarcale, infatti, non attendono altro che la possibilità di esibire la loro conoscenza relativa agli assoli poderosi di Agnelli o Giorgio Ciccarelli e ai pedali da loro utilizzati; le donne più esaltate resentano l’idolatria.
Nel complesso si nota un’accentuata volontà di fare del rock di matrice desueta, ma non privo di venature fresche e vitali. I pezzi meno incisivi risultano appartenere all’ultimo I milanesi ammazzano il sabato. Essi mancano di quella passione che contraddistingueva i brani del passato, anch’essi caricati di aggressività chitarristica, che troppe volte oscura la varietà strumentale con cui si presenta il sestetto milanese.
Solo dopo undici pezzi tirati l’adrenalina scende per I milanesi ammazzano il sabato. Il suo richiamo all’intimità viene puntualmente negato da alcuni settori del pubblico patavino che, millantando disinteresse nei confronti degli ultimi due album, non sembrano apprezzare la bellezza che ancora sanno esprimere gli Afterhours. Nella nostra ingenuità, restiamo meravigliati di fronte alla convinzione mista a frenesia con cui le ragazzine cantano le liriche che più degradano il genere femminile. Sorridiamo allora con un pizzico di amarezza; ciò che ai nostri occhi rende distante il contenuto de I milanesi sono proprio quei testi, che faticano a farsi cantare dopo essere stati sottoposti a riflessione.
Il concerto viene concluso con una riuscitissima Carne da cannone per dio, che però non soddisfa il pubblico, il quale richiede il bis: come di consueto, i Nostri non si fanno pregare rientrando in scena per ben due volte. Apprezziamo in particolar modo i brani tratti dall’album Quello che non c’è, i quali trovano nell’attitudine dei loro performer un ostacolo solo superficiale. Neppure l’emozionale seconda conclusione con Quello che non c’è sazia il pubblico, che reclama a gran voce il gruppo: esce a quel punto soltanto Agnelli, che propone un’esibizione “minimale”, in cui lascia ogni parola di Male di Miele alla folla delirante.
Lo spettacolo si chiude con Mi trovo nuovo. Esso non fa altro che riconfermare gli Afterhours come una delle migliori band del nostro problematico scarpone: dopo ventisette canzoni in due ore tiratissime i Nostri salutano il pubblico che, nonostante la stanchezza, implora ancora per qualche altro pezzo.
Guarda la versione live di Neppure carne da cannone per dio allo Sherwood Fest
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Quattro canadesi barbuti si rinchiudono in una fattoria abbandonata. In due settimane realizzano il loro terzo album, chiamato Shots. Sul loro sito sostengono di aver affrontato quel breve periodo nutrendosi solo di sangria. Quest’affermazione, reperibile nella presentazione del disco, sembra addensare attorno alle loro figure una coltre nebbiosa da artisti maledetti e poco attenti alla salute, in netta contrapposizione con la brama di purificazione espressa da John Frusciante nel suo To Record Only Water For Ten Days. Shots giunge al suo ascoltatore come un ricordo infelice, reso offuscato dal fluire del tempo. Esso è senza dubbio un disco carico di tensione, emotività ed urgenza creativa.
Il suono dei Ladyhawk potrebbe rappresentare una versione alternativa della congiunzione tra Neil Young e il grunge ripulito dei Pearl Jam, che nel 1995 prese le forme di Mirrorball. Non mancano infatti le tracce dei Crazy Horse, ristrutturate secondo un’ottica che odora di anni ‘90. C’è del folk, del “post-grunge”, delle vestigia impoverite dei Sebadoh, delle citazioni non dichiarate a Revolver.
Se la prima parte di Shots mantiene viva l’attenzione dell’ascoltatore, grazie ad una deliziosa attitudine power pop dal retrogusto tragico, la conclusione del disco, che inizialmente si era fatta apprezzare, tende a farsi soporifera. Pesano infatti i riff piatti e poco originali su di un gruppetto di canzoni che forse avrebbero dato di più in forma dilatata.
Ne consigliamo un ascolto notturno a chiunque necessiti di un compagno visionario che renda poetica e struggente una forma qualsiasi di melanconia.
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Scarica I Don’t Always Know What You’re Saying e S.T.H.D. dal sito della Jagjaguwar
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Osservo un gruppo di concittadini sulla ventina. Sono bardati a festa, con i tatuaggi old school in mostra. E’ sera. Mi trovo nel parcheggio del surrogato di centro sociale di Vicenza. Dopo un rapido sopralluogo concludo che sono quasi tutti uomini. Nella penombra si notano dei nazi in borghese. Sono poco presente a me stessa. Non mi interessano le band hardcore in cartellone.
Mentre ordino una birra resto ipnotizzata di fronte alla giocosa brutalità di chi tenta di scatenare una slamdance collettiva.
Mi domando che senso abbia ballare in quel modo nel 2008, in Veneto.
Da qualche giorno c’è una canzone dei Bulbul che mi rimbalza nella scatola cranica. When Sun Comes Out mi fa pensare a quei corpi pallidi ricoperti d’inchiostro; ai metallari che odiano i giovani adepti dell’hc e viceversa.
I Bulbul sono una band austriaca la cui discografia dai confini poco chiari è ben rappresentata da questa pagina web: un groviglio di dischi autoprodotti e cassette desuete.
Ascoltandoli per la prima volta ho riso molto. Bulbul 6, il loro nuovo album, sembra aver raccolto poche citazioni tra blog e testate musicali, eppure è stato capace di traumatizzarmi. Esso sembra raccogliere gli scarti della costruzione di Mirrored dei Battles, ricavandone poi un monolite dalla sensibilità pop. Dietro alla band appena citata si nascondevano membri di band quali Tomahawk, Helmet, Storm & Stress e Don Caballero. Credo che questo sia il motivo per cui è piaciuto moltissimo anche ai giovani metallari che hanno fatto lo sforzo di ascoltarlo.
Gli amanti delle sonorità massicce e cruente spesso hanno i miei incollati al suolo e finiscono per ballare come i “kids” che ho visto ieri sera. In altri si limitano all’headbanging, una pratica che oramai puzza di muffa.
Così come l’anno scorso molti soggetti granitici finirono per crollare di fronte al fluido accattivante dei Battles, quest’anno ci sarà sicuramente qualcuno che sperimenterà episodi catartici in compagnia dei Bulbul.
Bulbul 6 unisce l’ormai tradizionale mix di sonorità alla Melvins e Jesus Lizard con un giocoso divertissement metallaro che ricorda le sperimentazioni di Anonymous dei Tomahawk. Il tutto è presentato con guarniture che odorano di dance e che trasmettono quella stessa brama di movimento che ha reso imprescindibile Mirrored in qualsiasi locale vagamente sensato.
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Scarica When Sun Comes Out dal sito della Southern Records
Compra svariati dischi dei Bulbul tra cui il singolo di Shenzhou, in cui la band è accompagnata da Carla Bozulich
Quando scopri che la tua migliore amica si chiama Angoscia Ontologica risulta facile assecondarne l’andazzo e precipitare conseguentemente nel più tetro sconforto. In casa hai tonnellate di dischi tristi su cui adagiarti e piangere. Essi sono un motivo più che valido per abbandonare l’idea di una reazione costruttiva. Leggi su di un cartellone pubblicitario che i Modena City Ramblers suoneranno presto nella tua città. Questo ti turba. -”Perché l’Impegno Radicale Musicato per antonomasia mantiene da decenni questa forma?”, ti chiedi camminando.
Poi un giorno raccogli l’iPod e cominci a spazzare il cortile. Il disco che scegli come sottofondo è Hell Mundo! di Donvito e i Veleno. Dopo qualche minuto di ascolto abbandoni la scopa e aggrotti la fronte. Quella che hai di fronte è senza alcun dubbio un’epifania.
Hell Mundo! in effetti è un album che unisce sonorità danzerecce in stile Amari e liriche lievi, ma che appena sotto la superficie ospitano aspre critiche alla società contemporanea. In soli dieci brani, per altro estremamente orecchiabili, trovano posto quegli stessi temi che sono cari a coloro che alle manifestazioni si sciolgono sulle canzoni militanti dei sopraccitati Modena City Ramblers, con una serie di aggiunte che rendono Donvito e i Veleno più adatti a raccontare la nostra quotidianità. Ciò che colpisce è il modo in cui si bilanciano la disillusione, la brama di fuga, l’odio per la massificazione ed un costante sostrato di speranza, raccontanto mirabilmente da La logica dello stupefacente, una canzone d’amore che presenta la coppia come luogo di realizzazione, indipendente dal crudele fluire degli eventi mondiali.
Hell Mundo! é un invito a scegliere consapevolmente cosa fare della propria vita, senza lasciarsi trascinare dal corso degli eventi e curandosi della felicità altrui. Ciò che rende questo disco pregevole è proprio la natura travolgente di questo consiglio.
Lo consigliamo in particolar modo a chi cerca una nuova versione dei primi Tre Allegri Ragazzi Morti e a chi brama un’ondata di vita intelligente per la propria dancefloor domestica.
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Margherita Ferrari
L’uscita de I Milanesi Ammazzano il Sabato è stata accompagnata da un coro di recensioni positive, in cui ho avuto difficoltà a rintracciare qualcosa di simile ai miei sentimenti nei confronti di quest’album. Ho cercato invano un’opinione femminile, che speravo potesse aiutarmi a comprendere più a fondo la natura del mio astio.
La mia impressione è che con quest’album il fil rouge che legava i lavori degli Afterhours si sia aggrovigliato. L’eccesso di chitarre, il ritorno a sonorità eccessivamente piene, i plurimi tributi alle divinità degli anni ‘70, ha poco della sublime ferocia del loro passato discografico. I testi più antichi erano in grado di sconvolgere chiunque avesse in corpo un minimo di rabbia e senso dell’umorismo. I Milanesi Ammazzano il Sabato sembra invece destinato ad un pubblico maschile.
Non posso fare a meno di sentirmi esclusa.
Non mancano comunque brani pregevoli (E’ solo febbre, Dove si va da qui, Orchi e Streghe sono soli), che in alcuni casi riescono a compensare sprazzi di insensata demenzialità (Tutti gli Uomini del Presidente, Riprendere Berlino).
Enrico Amendola
Il nuovo disco degli Afterhours è una bella prova di coraggio. E’ stata una scelta precisa quella di evitare i classici brani-inno che il pubblico canta a squarciagola durante i concerti, preferendo uno stile trasversale e per certi versi sperimentale. Le canzoni hanno bisogno di ripetuti ascolti per essere assimilate fino in fondo, ma quello che risalta da subito è la cura certosina nella realizzazione dei suoni, soprattutto delle chitarre. Agnelli si diverte a scrivere canzoni abbastanza brevi, i cui testi spesso assumono toni ironico-sarcastici che talvolta lasciano spazio a momenti più autoreferenziali (in più di un’occasione accenna apertamente alla propria paternità). Spazio anche al classico indie-rock dai toni pop come il piacevolissimo singolo Riprendere Berlino e ad un paio di ballate a tinte scure: la splendida Musa di nessuno e la title-track. Album probabilmente destinato a dividere per la sua non immediata fruibilità e anche perché per una band come gli Afterhours le aspettative sono sempre alte. Probabilmente un lavoro di transizione, punto di partenza per una direzione nuova, ma questo soltanto i prossimi dischi potranno confermarlo. Resta il fatto che, per essere semplicemente un album di passaggio, la qualità è decisamente alta; fortunatamente non si vive di soli inni e canzoni da far cantare al pubblico durante i concerti.
Luca Baldinazzo
Li avevamo lasciati a Parma nell’estate del 2007, quando la band guidata da Agnelli, all’apice di un divismo ai limiti dell’irritazione cutanea, stava assaporando l’adorazione della folla. A quel tempo gli Afterhours dovevano essere di ritorno dagli States; dove è fare immagine che si siano tolti parecchie soddisfazioni in compagnia dell’amico e spirito affine Greg Dulli.
Li troviamo oggi con un disco multiforme come mai prima d’ora, in cui si intrecciano – ma anche scontrano – un diverso approccio alla musica così come ai testi: da un lato I milanesi ammazzano il sabato suona incredibilmente vintage, dagli attacchi zeppeliniani-sabbathiani alle melodie che rimandano ai Beatles, dall’altro lato Agnelli concentra le liriche su partner e figlia raggiungendo in maniera fastidiosa in diverse occasioni vertici di pruriginoso maschilismo.
Dopo svariati ascolti, di questo disco rimangono stampati nella testa molti pezzi: manca la pura bellezza del passato, ma c’è indubbiamente di che divertirsi tra elettricità ed energia, che il palco saprà esaltare con pienezza.
Una menzione particolare per E’ solo febbre, Tutti gli uomini del presidente, Orchi e streghe sono soli e (Muse a parte) Tutto Domani.
Concludere una giornata fatta di postumi di un tamponamento e di studio sfrenato con un concerto dal potenziale altamente rumoristico potrebbe sembrare poco saggio. Eppure dopo aver considerato per qualche secondo la possibilità di andare a casa per restarci ci guardammo increduli ed optammo per l’ipotesi più seducente.
I giapponesi Melt Banana e gli statunistensi Pissed Jeans hanno marchiato il 2007 con due album che, se riprodotti ad un volume considerevole, potrebbero essere tranquillamente usati come strumenti di tortura. La loro resa live ci incuriosiva non poco.
Nel mettere piede all’Unwound notammo gli stormi di t-shirt di band hardcore, i volti carichi di aspettative e qualche metallaro in incognito. Per mesi avevamo concentrato sprazzi d’attenzione sui Pissed Jeans, perché un album come Hope For Men parla chiaro. Da molti è stato etichettato come un capolavoro. Dal nostro punto di vista si tratta invece un interessante punto di svolta, che getta le basi di quello che forse sarà il revival grunge. I segni ci sono tutti, a partire da un suono monolitico che ha come fonti Melvins e Jesus Lizard. Non mancano poi i riferimenti iconografici espliciti, come la copertina del singolo Don’t Need Smoke to Make Myself Disappear, un chiaro tributo al Singles Club della storica etichetta Sub Pop.
Hope For Men è senza dubbio un disco dai contenuti pregevoli, ma che talvolta finisce per risultare datato. La sua resa dal vivo ci spinse a rivalutarlo. Attraverso una sequenza di brani pressoché concatenati tra loro, i Pissed Jeans diedero origine ad una tempesta sonora che finimmo per appezzare proprio perché satura di rimandi agli anni ‘90 più granitici ed in bilico tra generi apparentemente totalizzanti. Sul palco si sviluppò un dinamismo tra strumentisti che odorava di disastri naturali, mentre Matt Korvette, deliziò il pubblico costruedo figure schizofreniche con i suoi arti, risultando però vagamente superfluo a livello vocale.
Dopo l’esibizione uscimmo dall’Unwound per prendere un po’ d’aria, commentando la performance dei metallari in incognito, che si erano scatenati in prima fila sfoggiando polo ben stirate. Nel bel mezzo della conversazione udimmo un suono familiare, che in un primo istante scambiammo per l’inizio di un brano dei Melt Banana. Si trattava invece dello stridore infernale di un treno in frenata. Questo riflette le aspettative che ci eravamo costruiti relativamente tanto atteso concerto della band nipponica.
L’avvento sul palco di Yasuko Onuki e soci scatenò l’euforia del pubblico. Fin dal primo istante non potemmo fare a meno di provare un certo divertito stupore di fronte ad un muro di suono pulsante ed isterico, costruito da individui così minuti. Brani serratissimi e dalla durata trascurabile si susseguirono come proiettili sparati all’impazzata. Un grindcore cartoonistico capace di provocare danni permanenti ai timpani dei presenti ci travolse come una pioggia di mattoni. Ichirou Agata scatenò addirittura l’ilarità di chi occupava le prime file, faccendo largo uso di una pedaliera enorme. Uno spettacolo sublime.
Yasuko Onuki, dall’alto dei suoi trampoli, diede nuova vita alle canzoni che compongono Bambi’s Dilemma, grazie ad urla perforanti ed un evidente talento nella gestione del palco.
Assolutamente memorabili le otto canzoni eseguite in poco più di un minuto.
Pur avendo evitato accuratamente il pogo ce ne andammo con la sensazione di essere stati pestati, ma con un grande sorriso stampato in faccia.
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I giovani punk che fingono di essere nel 1977 sono adorabili, ma il loro voler inseguire una forma di eccesso istituzionalizzata da decenni non può che lasciare perplessi.
Si bardano con loghi di band effimere, avendo cura di evitare i Sex Pistols. Dalle loro movenze è chiaro che non vogliono apparire amanti del mainstream.
Contemplo le loro chiome decolorate con interesse. Nella mia testa risuona Guitar Trio is My Life!. Non posso fare a meno di pensare che l’uomo dedito agli eccessi della situazione sia Rhys Chatham, di certo non l’adolescente che sfoggia il suo nuovo tatuaggio da settecento euro.
Guitar Trio is My Life! è un cofanetto che celebra il trentesimo anniversario della composizione chiamata Guitar Trio, considerata da molti un classico minimale del punk. Rhys Chatham, noto per i suoi esperimenti dall’aroma folleggiante e i concerti che vedono coinvolte centinaia di chitarre, ha dedicato parte del 2007 ad un tour durante il quale ha riproposto la sua opera. Il cofanetto, stampato da Table of Elements, propone dieci esibizioni tenutesi in Nord America, durante le quali Chatham è stato accompagnato da molti dei suoi discepoli, tra cui spiccano membri di Sonic Youth, Swans, Tortoise, Godspeed You! Black Emperor, Hüsker Dü, Modern Lovers e Silver Mt.Zion. Durante ogni serata un batterista, un bassista ed un numero variabile di chitarristi si dedicavano al solo ed unico accordo su cui si regge Guitar Trio, eseguendone la versione da trenta minuti per ben due volte. La peculiarità del progetto è che ogni chitarrista aveva la possibilità di sovrapporsi liberamente alla melodia generando una costante ed incontrollabile dinamicità, che ha reso ogni performance irripetibile.
Il risultato su disco non è forse godibile quanto un’esperienza live, ma ha comunque il potere di lasciare l’ascoltatore stordito e soddisfatto.
Per godere pienamente di quest’esperienza estraniante consiglio enormi cuffie e l’acquisto del cofanetto, all’interno del quale troverete tre cd e trentadue pagine di fotografie inedite e note.
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Guarda parte dell’esibizione di Minneapolis (in cui Chatham è accompagnato da membri degli U.S. Maple, 90 Day Men, Hüsker Dü, ecc)
The Great Northern Whalekill è il quarto album degli islandesi Mínus, una band che, dopo essere stata in tour con ogni singolo ensemble “rock” protetto da Santa Mtv, è ancora inspiegabilmente ignota al grande pubblico.
Sconvolti da questa mancanza abbiamo deciso di stendere una lista delle categorie umane che potrebbero essere interessate all’ascolto di quest’opera. Il nostro intento è quello di agevolare, ma soprattutto velocizzare la Vostra quotidiana ricerca di accattivanti novità musicali. Il tempo risparmiato potrà essere investito in attività lodevoli quali le pulizie di primavera o l’organizzazione di una fuga all’estero.
Consigliamo dunque il nuovo album dei Mínus agli ultratrentenni nostalgici convinti che dopo gli AC/DC sia subentrato il vuoto siderale, agli amanti di Queens of the Stone Age e Kyuss, a chi non trova che l’associazione del nome The Great Northern Whalekill e della foto di copertina sia un tantino disdicevole, a chi adora gli uomini nerboruti con enormi tatuaggi apparentente volti a confermare la loro mascolinità, a chi ha apprezzato il lavoro di Joe Barresi (un produttore noto per aver collaborato con Melvins, Jesus Lizard, Tool, Tomahawk, ecc.), a coloro che amano un certo suono metallaro, rifinito al punto da risultare mainstream, ma che desiderano sfoggiare anche degli ascolti indie, a chi rimpiange il grunge da classifica e si consola con i Foo Fighters, a chi ritiene che sia necessario essere completisti relativamente alle uscite islandesi, a chi desidera osservare delle foto di un pallido bambino obeso privo di abiti, a chi si esalta ascoltando dell’hard rock di terza generazione saturo di feedback e riff d’altri tempi ed infine ai giovani che bevono Jack Daniel’s a colazione per essere come Slash e si vestono fingendo di essere appena stati ad un concerto dei Guns ‘n Roses (nel 1987). Consigliamo inoltre un tentativo di ascolto a chi ha trovato insignificante Howl, il terzo album dei Black Rebel Motorcycle Club, e al contrario si è stracciato le vesti nell’udire i brani che compongono il più recente Baby 81.
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Molti dischi giungono nei negozi accompagnati da copertine totalmente fuorivianti, che dicono poco o nulla sul loro effettivo contenuto musicale o tematico. Basta invece una semplice occhiata all’involucro di Kiss Kiss Kill Kill, il terzo album dei danesi Horrorpops, per realizzare che ogni dettaglio è esplicito. Accanto al volto pesantemente truccato di Patricia Day compare la scritta “Twelve Tales about Love and Murder”.
La natura psychobilly del disco è scontata. Ogni foto rimanda ad un’iconografia tipica dei b-movies anni ‘50. Ed è proprio la cinematografia il tema centrale di Kiss Kiss Kill Kill. Un fil rouge che lega undici brani dedicati a film che hanno per protagoniste donne oppresse che decidono di intraprendere la via della fuga (come nell’emblematica Thelma & Louise).
Il disco, che avrebbe potuto essere solo un esercizio di stile, si fa invece apprezzare per i suoi contenuti critici e politicizzati, espressi con disinibita fierezza dalla vocalist Patricia. Boot To Boot è l’unica canzone in cui non compare il tema del cinema, essendo infatti dedicata alle contestazioni che seguirono la demolizione da parte della polizia dell’Ungdomshuset, un centro culturale anarcho-punk di Copenhagen.
Il tracciato psychobilly, fatto di rockabilly e punk rock, si apre a contaminazioni. La sopracitata Boot To Boot, uno dei brani più godibili, è una trascinante rilettura di un genere stilisticamente chiuso come l’oi!. Non mancano poi gli inserti ska, che ammorbidiscono e rendono più divertito il suono dell’album.
Il look apparentemente carnevalesco degli Horrorpops potrebbe spaventare il potenziale ascoltatore, traumatizzato in gioventù da Cramps e Misfits. Anche se volutamente destinato ad un pubblico circoscritto, munito di anfibi, teste rasate e pettinature alla Bettie Page, Kiss Kiss Kill Kill è lontano dall’essere un lavoro univoco e apprezzabile solo da invididui tatuati.
Pensatelo come quella che potrebbe essere una ipotetica divagazione punk dei Sons and Daughters. A quel punto il trauma da primo ascolto sarà solo un ricordo.
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