Sealight: Dead Letters (Commission 45)

Marco Delsoldato | 14/12/2011

s250Ambientalismo shoegaze, delicato come fosse un’occasione speciale, a cui invitare persino gli amanti di certo folk dilatato. Anche se i brani sono solo cinque ed un Ep, alla fine della fiera, può lasciare intuizioni e non certezze. Eppure questo Dead Letters dei Sealight (curiosa miscela franco-australiana) rapisce più che incuriosire. Vuoi per l’eleganza strumentale (nella struttura e nella forma), vuoi per lo stritolamento emotivo causato dalla voce di Sandra Rossini, vuoi per l’ottimo lavoro alla regia di chi, certe atmosfere, le conosce bene (per la cronaca, Robin Guthrie della zona Cocteau Twins). Così l’acustico è neve soffice ed il retaggio autorale sa sporcarsi di quel dark etereo conosciuto da chi ha lavorato dietro le spalle del gruppo. Roba da vivere senza troppi idioti intorno. Potrebbero rovinare una piccola perla e non farvi ascoltare La Nieve, brano di una bellezza oggi terribilmente rara.

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The Drift: Blue Hour (Temporary Residence)

Marco Delsoldato | 12/12/2011

drift250La prematura scomparsa di Jeff Jacobs, trombettista della band, ha, per legge inevitabile, toccato il paradigma Drift. Da quattro a tre in campo e, soprattutto, la scomparsa dello spessore invasivo dei fiati, splendidi nel cesellare l’approccio classicamente strumentale della band (Memory Drawings, del 1998, resta una gemma rara). Eppure, chi ama lo sposalizio fra matematica ed evocazione soffusa, non resterà deluso nemmeno da Blue Hour, comprendendone con facilità forma e sostanza. Un disco di stile, non umorale e lancinante come il predecessore, tuttavia esaustivo nel confermare come la classe riesca a mandare a fottere i periodi. Prevalenze ritmiche, carezze striscianti, dilatazione voluta e bilanciamento tra opacità e fasullo chiarore. Perché l’allegria, da queste parti, oggi non va di moda. Ma il valore e la virtù ancora sì.

Il sito The Drift

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Sandro Perri: Impossible Spaces (Constellation)

Marco Delsoldato | 21/11/2011

perri250Che Sandro Perri abbia scelto definitivamente una strada permettiamo di dubitarlo. Che Sandro Perri abbia capito quale sia la strada dove scorribanda meglio possiamo assicurarlo. Visto e sentito in mille vesti, spesso bene - talvolta meglio, attraverso Impossibile Space la miscela autorale (songwriter? Sì, songwriter, Futureactive Kid Part 1 rasenta la perfezione) coaugula l’elettronica ed una curiosità stravagante fra spazio, pop e psichedelia. Si cita Arthur Russel (evviva!),  potremmo pensare alla scena canterburyana meno estrema (e con maggiore buon gusto), oppure considerare il semplice atteggiamento verso la musica. Ed allora i nomi di Dave Grubbs e Jim O’ Rourke, seppur tramite percorsi differenti, vengono alla mente per l’ interesse destinato ad una ricerca artistica canonica (e non). Il legame è la sostanza, non la forma, sviluppata attraverso movimenti dove raffinatezza e sporcizia sembrano essere sinonimi. Roba fatta da gente che ama l’intrusione, senza paura di essere beccati dal guardiano di turno.

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Nils Frahm: Felt (Erased Tapes)

Marco Delsoldato | 9/11/2011

feltPiù collaborativo che amante della solitudine, ad oggi Nils Frahm ha alle spalle un solo album (The Bells) ed un Ep (l’ottimo Wintermuzik). Poi, come accennato, svariate amicizie che lo hanno allontanato dal lavoro in proprio. Per la gioia di chi attendeva una nuova prova (in media personcine amanti del minimalismo tout-court), il tedeschino arriva oggi con Felt, confermando pregi e tendenza. Roba delicata, introspettiva e nebbiosa come una sera di novembre dalle parti della bassa parmense. Pianoforte e retaggi alla Max Richter, per atteggiamenti misurati (o quasi, fa eccezione la circolarità da dramma lieve nella conclusiva Pause) e volutamente riservati, tanto nell’elettronica quanto nel formalismo post tradizionale. Non si scarta e non si scatta, ma nemmeno lo si pretendeva. Modernismo classico di gran gusto, per chi ama il genere.

Guarda Said And Done (live at Haldern Pop Festival 2010) — Continua a leggere

Bonnie Prince Billy: Wolfroy Goes To Town (Domino)

Marco Delsoldato | 28/10/2011

250_Bonnie-prince-billy_1318096143Le conigliate a manetta che negli ultimi anni  Will Oldham ha sparato- con risultati non sempre pari al livello medio di chi già nel livello medio era sotto le attese- potevano e dovevano lasciare qualche dubbio sul nuovo Bonnie Prince Billy. Ed allora i seguaci del barbutone di Louisville hanno fondati motivi per saltellare allegramente all’uscita di Wolfroy Goes To Town. Delicatezza d’ancien règime, eleganza autunnale e miscela da artigiano nel legare schizzi alt country ad atteggiamenti blues da lacrima facile. Una roba dove l’acustico vince sull’elettrico proprio grazie alle intrusioni (ad hoc in New Tibet) di quest’ultimo, furbo ed intransigente nel lasciare il dominio ad una pacatezza talmente intima da sentirla oltremodo personale. Poi, se volessimo vedere il disco all’interno della discografia del nostro, forse andremmo più cauti con gli elogi. Quel livello medio citato all’inizio è stato toccato, non superato. Una volta avremmo storto il naso. Oggi ci va anche bene così.

Ascolta New Tibet

Colin Stetson: Those Who Didn’t Run (Constellation)

Marco Delsoldato | 24/10/2011

csAllora, facciamo l’annuncio così ci togliamo il peso: Colin Stetson accompagnerà Bon Iver per un anno e poco più. Immaginiamo a suonare il sassofono. Immaginiamo che apprezzi l’amico Justin Vernon. Immaginiamo crei anche roba figa per lui. E immaginiamo si diverta pure. Bene. Detto ciò, Colin esce adesso con Those Who Didn’t Run EP, facendo roba che, al fan medio dell’attuale Bon Iver, farà cagare il cazzo. Fortunatamente noi siamo estranei alla categoria e, per inerzia, apprezziamo un sax-noise malatissimo e acido oltre l’ingiusta legalità. Due pezzi (sopra i dieci minuti)  in presa diretta, senza alcuna sovraincisione o cazzata varia. Minimali e sporchi come il buon gusto (d’ascolto) imporrebbe. Pare meraviglia. Invece è solo un Ep.

Ascolta Those Who Didn’t Run

Remember Remember: Scottish Widows

Marco Delsoldato | 19/10/2011

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“Solo i giovani hanno momenti simili. Non penso ai giovanissimi. No, i giovanissimi, propriamente parlando, non hanno momenti. È privilegio della prima giovinezza vivere in anticipo sui propri giorni, in tutta la bella continuità di speranze che non conosce pause o introspezioni. Si chiude dietro di noi il cancelletto della pura fanciullezza – e ci si addentra in un giardino incantato. Persino le ombre vi risplendono promettenti. Ogni svolta del sentiero è piena di seduzioni. E questo non perché sia una terra inesplorata. Si sa bene che tutta l’umanità ha già percorso questa strada. È il fascino dell’esperienza universale dalla quale ognuno si aspetta una sensazione particolare e personale – un po’ di noi stessi.” (La linea d’ombra, Joseph Conrad)

Scottish Widows presenta l’album The Quickening, uscito il 26 Settembre per Rock Action Records

Remember Remember – Scottish Widows from Rock Action on Vimeo.

Peter Kernel: White Death Black Heart (Africantape / On The Camper)

Marco Delsoldato | 6/10/2011

pkIl gemellaggio svizzero – canadese che sta alla base del progetto Peter Kernel riesce, con sorpresa visti i tempi brutti, ancora a scartare in avanti. Bello e fresco come può essere una wave matematica  pronta alle balere di oggi (il pop- solo in copertina sgraziato- di Panico! This Is Love), alla sonicità che fu (l’incipit, Anthem Of Hearts) ed a un marziale approccio spoken (Tide’s High). Poi c’è la somma globale (quella che conta davvero) a dare a White Death Black Heart il giusto valore: rallentamenti, ipertensioni e graffi vari, dove la post depressione ( I’ll Die Rich At Your Funeral ) viene esaltata proprio dall’atteggiamento complessivo. Belle canzoni, insomma. Ma soprattutto bel disco.

Peter Kernel su Bandcamp

Il sito Africantape

Evangelista: In Animal Tongue (Constellation)

Marco Delsoldato | 6/10/2011

evanA Carla Bozulich qui vogliamo bene. E la stimiamo. Tanto. Poi quando parte Artificial Lamb, primo pezzo del nuovo disco, ricordiamo con ancora maggiore chiarezza perchè le vogliamo bene. E la stimiamo. Roba grezza, reiterata, delicata e sporca come un sottoscala tanto vissuto quanto abbandonato a se stesso. Ed anche la title track, che arriva subito dopo, sbocca provocazione punk. Nella scrittura, si intende, ma anche nella continua battaglia che la Carla combatte contro la Bozulich. O viceversa. Purtroppo la roba da portarsi dietro finisce qui. E lo si scrive senza alcuna erezione cerebrale sul modello già lo avevo intuito da Prince of Truth (che, per inciso, è un disco coi controcazzi) . Restano gli spettri ed il suono sfocato. Solo che gli spettri non ti mangiano lo stomaco. Ed il suono ha un qualcosa di fastidiosamente conformista. Erotismo per pagani poco pretenziosi, si direbbe. E noi, che siamo pagani, vogliamo bene a Carla e la stimiamo ancora oggi, pretenziosi lo siamo anche per colpa sua.

Ascolta il disco

Mogwai: Earth Division Ep (Rock Action Records)

Marco Delsoldato | 15/9/2011

epDaniele Giovannini, nell’esaustiva recensione a Hardcore Will Never Die, But You Will, mette una frase che dice tutto del disco “perché i Mogwai sono la dentatura degli squali, crescono continuamente: la maturità è solo la fase che precede una vecchiaia grigia e feroce”. Del disco e dei Mogwai, volendo. Sapendo, con gioco facile, che il dopo sarebbe stato altro. Forse prima o forse poi, ma altro. Così arriva il classico Ep di chi, negli Ep o in singoli mistificati, ha scritto pagine da culto viscerale. Perché, al solito, si divertiva a farlo. In breve, Earth Division mette d’accordo integralisti, fuori sede e ragazzi del vino novello. Ci mettono quattro pezzi, staccati e stranianti il giusto, percorrendo un tour sempre in divenire. In Get To France pensi subito a Barry Burns, invece l’idea è di John Cummings e, leggendoci Erik Satie (la cosa è buttata da Stuart), scorri nella reiterazione del piano come fossi una chitarra spenta. Poi arriva l’ormai sesto uomo Luke Sutherland a raccontare Hound Of Winter, sorta di Cody dei nuovi periodi. Meno bella e meno totalitaria nel distruggere ogni altra forma canzone. Eppure ci sta, come ci sta il tipo che sale dalla panchina per mettere due triple. Quasi fisiologico, quindi, il passaggio a Drunk And Crazy, pezzone della madonna che mischia rumore, archi, rintocchi, chitarre ed echi di Yann Tiersen da colonna sonora. Roba da live a manetta, un filino intollerante (per gusto assoluto) nel rendere felici integralisti, fuori sede e ragazzi del vino novello. La chiosa, Does This Always Happen?, vive di eleganza e classicità (dei Mogwai e del classico). Roba per stare bene in autunno, per sintetizzare. Anzi, semplicemente roba per stare bene. Con il vino vecchio e con il vino novello.
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