Afterhours @ Sherwood Festival, Padova (11/07/2008)
(le foto sono di streetspirit73)
Sono le 21.45 quando giungiamo all’entrata dell’area concerti. La numerosità delle auto parcheggiate fin sopra i fossi ci fa presagire il peggio; avanziamo mentre si sente Cesare Basile che conclude il suo concerto.
Tempo di berci un caffè e stapparci una birra e partono le urla della gente: Agnelli e co. compaiono sul palco e istantaneamente iniziano a suonare con una rapidità che ci lascia di stucco: si decolla con Sui giovani d’oggi ci scatarro su seguita da altri sei vecchi successi, e di corsa fino a Tutti gli uomini del presidente. Durante tutta la durata dello show il filo conduttore sarà la potenza del suono: gli amplificatori colano rumore sciroppato e le due chitarre si impongono sugli altri strumenti in modo a tratti fastidioso, ma questo non fa che esaltare maggiormente il pubblico veneto. Gli uomini amanti della famiglia patriarcale, infatti, non attendono altro che la possibilità di esibire la loro conoscenza relativa agli assoli poderosi di Agnelli o Giorgio Ciccarelli e ai pedali da loro utilizzati; le donne più esaltate resentano l’idolatria.
Nel complesso si nota un’accentuata volontà di fare del rock di matrice desueta, ma non privo di venature fresche e vitali. I pezzi meno incisivi risultano appartenere all’ultimo I milanesi ammazzano il sabato. Essi mancano di quella passione che contraddistingueva i brani del passato, anch’essi caricati di aggressività chitarristica, che troppe volte oscura la varietà strumentale con cui si presenta il sestetto milanese.
Solo dopo undici pezzi tirati l’adrenalina scende per I milanesi ammazzano il sabato. Il suo richiamo all’intimità viene puntualmente negato da alcuni settori del pubblico patavino che, millantando disinteresse nei confronti degli ultimi due album, non sembrano apprezzare la bellezza che ancora sanno esprimere gli Afterhours. Nella nostra ingenuità, restiamo meravigliati di fronte alla convinzione mista a frenesia con cui le ragazzine cantano le liriche che più degradano il genere femminile. Sorridiamo allora con un pizzico di amarezza; ciò che ai nostri occhi rende distante il contenuto de I milanesi sono proprio quei testi, che faticano a farsi cantare dopo essere stati sottoposti a riflessione.
Il concerto viene concluso con una riuscitissima Carne da cannone per dio, che però non soddisfa il pubblico, il quale richiede il bis: come di consueto, i Nostri non si fanno pregare rientrando in scena per ben due volte. Apprezziamo in particolar modo i brani tratti dall’album Quello che non c’è, i quali trovano nell’attitudine dei loro performer un ostacolo solo superficiale. Neppure l’emozionale seconda conclusione con Quello che non c’è sazia il pubblico, che reclama a gran voce il gruppo: esce a quel punto soltanto Agnelli, che propone un’esibizione “minimale”, in cui lascia ogni parola di Male di Miele alla folla delirante.
Lo spettacolo si chiude con Mi trovo nuovo. Esso non fa altro che riconfermare gli Afterhours come una delle migliori band del nostro problematico scarpone: dopo ventisette canzoni in due ore tiratissime i Nostri salutano il pubblico che, nonostante la stanchezza, implora ancora per qualche altro pezzo.
Guarda la versione live di Neppure carne da cannone per dio allo Sherwood Fest
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Se c’è un aspetto del mondo cristiano che mi trasmette sensazioni positive, è la componente architettonica: ogni giorno poso i miei anfibi nel terreno circostante la più nota basilica di Padova e non posso fare a meno di ammirare l’opera di quegli architetti e scultori che contribuirono a realizzarla; domina il paesaggio con una maestosità degna di una cattedrale. Proprio questa immagine rappresenta fedelmente la costruzione complessa ed elaborata che il collettivo del Quebec realizza nel suo quinto disco: il suono penetra il nostro condotto uditivo con una forza inaudita, la quale aderisce perfettamente al tema della guerra ivi trattato.
Il 2007 è stato dichiarato all’unanimità l’”Anno del Folk”, è per questo motivo che oggi introduco i lettori al nuovo disco del collettivo di Leicester
Nella storia del rock le svolte spirituali sono antiche quanto le mosse di Mick Jagger sul palco. E’ dunque normale aspettarsi che una cantante dream pop come Orenda Fink, dopo un’esperienza rivelatoria in Estremo Oriente, abbia cambiato il suo atteggiamento verso il mondo, dedicandosi all’ascolto della brezza ed a profondi sguardi empatici verso i suoi simili.
