Afterhours @ Sherwood Festival, Padova (11/07/2008)

(le foto sono di streetspirit73)

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/07/after.jpgSono le 21.45 quando giungiamo all’entrata dell’area concerti. La numerosità delle auto parcheggiate fin sopra i fossi ci fa presagire il peggio; avanziamo mentre si sente Cesare Basile che conclude il suo concerto.
Tempo di berci un caffè e stapparci una birra e partono le urla della gente: Agnelli e co. compaiono sul palco e istantaneamente iniziano a suonare con una rapidità che ci lascia di stucco: si decolla con Sui giovani d’oggi ci scatarro su seguita da altri sei vecchi successi, e di corsa fino a Tutti gli uomini del presidente. Durante tutta la durata dello show il filo conduttore sarà la potenza del suono: gli amplificatori colano rumore sciroppato e le due chitarre si impongono sugli altri strumenti in modo a tratti fastidioso, ma questo non fa che esaltare maggiormente il pubblico veneto. Gli uomini amanti della famiglia patriarcale, infatti, non attendono altro che la possibilità di esibire la loro conoscenza relativa agli assoli poderosi di Agnelli o Giorgio Ciccarelli e ai pedali da loro utilizzati; le donne più esaltate resentano l’idolatria.

Nel complesso si nota un’accentuata volontà di fare del rock di matrice desueta, ma non privo di venature fresche e vitali. I pezzi meno incisivi risultano appartenere all’ultimo I milanesi ammazzano il sabato. Essi mancano di quella passione che contraddistingueva i brani del passato, anch’essi caricati di aggressività chitarristica, che troppe volte oscura la varietà strumentale con cui si presenta il sestetto milanese.

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/07/after1.jpgSolo dopo undici pezzi tirati l’adrenalina scende per I milanesi ammazzano il sabato. Il suo richiamo all’intimità viene puntualmente negato da alcuni settori del pubblico patavino che, millantando disinteresse nei confronti degli ultimi due album, non sembrano apprezzare la bellezza che ancora sanno esprimere gli Afterhours. Nella nostra ingenuità, restiamo meravigliati di fronte alla convinzione mista a frenesia con cui le ragazzine cantano le liriche che più degradano il genere femminile. Sorridiamo allora con un pizzico di amarezza; ciò che ai nostri occhi rende distante il contenuto de I milanesi sono proprio quei testi, che faticano a farsi cantare dopo essere stati sottoposti a riflessione.

Il concerto viene concluso con una riuscitissima Carne da cannone per dio, che però non soddisfa il pubblico, il quale richiede il bis: come di consueto, i Nostri non si fanno pregare rientrando in scena per ben due volte. Apprezziamo in particolar modo i brani tratti dall’album Quello che non c’è, i quali trovano nell’attitudine dei loro performer un ostacolo solo superficiale. Neppure l’emozionale seconda conclusione con Quello che non c’è sazia il pubblico, che reclama a gran voce il gruppo: esce a quel punto soltanto Agnelli, che propone un’esibizione “minimale”, in cui lascia ogni parola di Male di Miele alla folla delirante.
Lo spettacolo si chiude con Mi trovo nuovo. Esso non fa altro che riconfermare gli Afterhours come una delle migliori band del nostro problematico scarpone: dopo ventisette canzoni in due ore tiratissime i Nostri salutano il pubblico che, nonostante la stanchezza, implora ancora per qualche altro pezzo.

Guarda la versione live di Neppure carne da cannone per dio allo Sherwood Fest
Visita il MySpace degli Afterhours
Chaki.it
Visita il sito di Radio Sherwood

The Brian Jonestown Massacre: My Bloody Underground (A Records)

Luca Baldinazzo | 30/6/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/06/mybloodyunderground.thumbnail.jpgNon ho mai prestato particolare attenzione ai Brian Jonestown Massacre, sarà perché hanno offerto il meglio della loro produzione ai tempi in cui io imparavo a svolgere l’analisi logica, o magari perché non si sono mai distinti per originalità o singoli eclatanti; tuttavia, dopo aver appreso degli eccellenti esordi della band stanziata a Los Angeles, ho iniziato ad apprezzarne i caratteri di gruppo neo-psichedelico ambizioso e sempre coerente alla propria “ideologia” sonora.
E’ curioso che la band di Anton Newcombe, dopo cinque anni dal precedente full length, ritorni così prepotentemente allo shoegaze proprio nell’anno della reunion del gruppo che diede forma e divenne modello di quel genere.

Il disco oggetto d’ascolto in quest’afoso pomeriggio è infatti un omaggio a My Bloody Valentine e Velvet Underground, dalle cui inconfondibili sonorità i californiani attingono a piene mani, alternando e fondendo gli elementi tipici dei loro illustri referenti; la doppia citazione del titolo non esaurisce gli aspetti costitutivi dell’album forse più derivativo all’interno di una discografia già ampiamente derivativa: tracce dei Joy Division si nascondono tra le ridondanti distorsioni di chitarra e le marcate linee di basso di Infinite Wisdom Tooth/My Last Night In Bed With You, mentre la consueta psichedelia dei sixties più orientaleggianti torna nella strumentale e dal titolo illuminante Who’s Fucking Pissed In My Well?, in cui il folk sessantottino viene restaurato alla perfezione; si possono cogliere inoltre rimandi agli Echo & the Bunnymen, reinterpretati attraverso un filtro di maggior essenzialità nella scarna Yeah-Yeah, per non parlare dei plurimi passaggi à la Jesus & Mary Chain.

Nel complesso My Bloody Underground si afferma come un buon disco, che sa intrattenere fino alla fine dignitosamente pur senza sconvolgere: l’atmosfera straniante che permea quasi ogni ambiente in cui si sviluppa questo album gli conferisce in diversi pezzi un’aura mistica e sognante, in alcuni altri si connota come puro divertissement, collocandosi tra i molti CD che quest’anno finiranno nella sezione “Album validi ma senza futuro” della mia collezione.

Visita il sito di The Committee to Keep Music Evil
Visita la pagina IMDb di DiG!, documentario su BJM e Dandy Warhols
Guarda il video di Who’s Fucking Pissed In My Well?

Afterhours: I milanesi ammazzano il sabato (Universal)

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/06/300_afterhours_i_milanesi_ammazzano_il_sab.jpgMargherita Ferrari
L’uscita de I Milanesi Ammazzano il Sabato è stata accompagnata da un coro di recensioni positive, in cui ho avuto difficoltà a rintracciare qualcosa di simile ai miei sentimenti nei confronti di quest’album. Ho cercato invano un’opinione femminile, che speravo potesse aiutarmi a comprendere più a fondo la natura del mio astio.
La mia impressione è che con quest’album il fil rouge che legava i lavori degli Afterhours si sia aggrovigliato. L’eccesso di chitarre, il ritorno a sonorità eccessivamente piene, i plurimi tributi alle divinità degli anni ‘70, ha poco della sublime ferocia del loro passato discografico. I testi più antichi erano in grado di sconvolgere chiunque avesse in corpo un minimo di rabbia e senso dell’umorismo. I Milanesi Ammazzano il Sabato sembra invece destinato ad un pubblico maschile.
Non posso fare a meno di sentirmi esclusa.
Non mancano comunque brani pregevoli (E’ solo febbre, Dove si va da qui, Orchi e Streghe sono soli), che in alcuni casi riescono a compensare sprazzi di insensata demenzialità (Tutti gli Uomini del Presidente, Riprendere Berlino).

Enrico Amendola
Il nuovo disco degli Afterhours è una bella prova di coraggio. E’ stata una scelta precisa quella di evitare i classici brani-inno che il pubblico canta a squarciagola durante i concerti, preferendo uno stile trasversale e per certi versi sperimentale. Le canzoni hanno bisogno di ripetuti ascolti per essere assimilate fino in fondo, ma quello che risalta da subito è la cura certosina nella realizzazione dei suoni, soprattutto delle chitarre. Agnelli si diverte a scrivere canzoni abbastanza brevi, i cui testi spesso assumono toni ironico-sarcastici che talvolta lasciano spazio a momenti più autoreferenziali (in più di un’occasione accenna apertamente alla propria paternità). Spazio anche al classico indie-rock dai toni pop come il piacevolissimo singolo Riprendere Berlino e ad un paio di ballate a tinte scure: la splendida Musa di nessuno e la title-track. Album probabilmente destinato a dividere per la sua non immediata fruibilità e anche perché per una band come gli Afterhours le aspettative sono sempre alte. Probabilmente un lavoro di transizione, punto di partenza per una direzione nuova, ma questo soltanto i prossimi dischi potranno confermarlo. Resta il fatto che, per essere semplicemente un album di passaggio, la qualità è decisamente alta; fortunatamente non si vive di soli inni e canzoni da far cantare al pubblico durante i concerti.

Luca Baldinazzo
Li avevamo lasciati a Parma nell’estate del 2007, quando la band guidata da Agnelli, all’apice di un divismo ai limiti dell’irritazione cutanea, stava assaporando l’adorazione della folla. A quel tempo gli Afterhours dovevano essere di ritorno dagli States; dove è fare immagine che si siano tolti parecchie soddisfazioni in compagnia dell’amico e spirito affine Greg Dulli.
Li troviamo oggi con un disco multiforme come mai prima d’ora, in cui si intrecciano – ma anche scontrano – un diverso approccio alla musica così come ai testi: da un lato I milanesi ammazzano il sabato suona incredibilmente vintage, dagli attacchi zeppeliniani-sabbathiani alle melodie che rimandano ai Beatles, dall’altro lato Agnelli concentra le liriche su partner e figlia raggiungendo in maniera fastidiosa in diverse occasioni vertici di pruriginoso maschilismo.
Dopo svariati ascolti, di questo disco rimangono stampati nella testa molti pezzi: manca la pura bellezza del passato, ma c’è indubbiamente di che divertirsi tra elettricità ed energia, che il palco saprà esaltare con pienezza.
Una menzione particolare per E’ solo febbre, Tutti gli uomini del presidente, Orchi e streghe sono soli e (Muse a parte) Tutto Domani.

Mudhoney: The Lucky Ones (Sub Pop)

Luca Baldinazzo | 29/5/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/05/luckyones.thumbnail.jpgIn questi giorni è comparsa nei negozi la ristampa di lusso dell’ esordio dei Mudhoney, modello archetipico per tutto quello che dopo di loro fu chiamato grunge; contemporaneamente siamo potuti entrare in possesso dell’ultima prova in studio della band di Seattle.
L’anno corrente è il ventesimo della loro carriera: dopo un periodo di alti e bassi, arrivato al minimo storico in seguito all’uscita del loro settimo album Under A Billion Suns, il quale ci condusse a giudicarli ormai prossimi alla totale decadenza, Arm-Turner e soci giungono al 2008 in forma smagliante; la formula ormai assodata del loro garage-fuzz viene riproposta in The Lucky Ones, ma si presenta rinvigorita e mai banale.
I tre pezzi che aprono il disco innalzano di molto il livello delle ultime produzioni, dalla tirata I’m Now a Inside Out Over You, che riporta alla mente quanto di buono fatto da Nick Cave con Grinderman l’anno scorso; il resto del disco rimane su livelli di eccellenza (What’s This Thing?), conservandosi piacevole per tutta la sua durata: i trentasei veloci minuti di The Lucky Ones tengono lontano il set di canzoni del quartetto da ogni possibile segnale di noia e conducono ad una conclusione in grande stile – New Meaning infatti ci pregia di riff ad elevata temperatura che chiudono al meglio l’opera – grazie alla quale non penseremo più ai Mudhoney come a dei semplici simulacri di se stessi.

Visita il MySpace dei Mudhoney.
Guarda il video di Tales of Terror girato a Seattle durante la presentazione del nuovo disco.

Colleen @ Chiesetta delle Zitelle, Padova (23/4/2008)

Luca Baldinazzo | 5/5/2008

colleenDevo dirlo: sono un grande appassionato di Futurama; non vedo l’ora che Comedy Central trasmetta la prossima serie. Ora direte che questo non c’entra nulla con Cécile Schott, polistrumentista francese dotata di innegabile maestria.
Invece c’entra: mentre assistevo al suo concerto a Padova, qualche giorno fa, non potei fare a meno di pensare che risulterebbe incredibilmente brava nel suonare lo strano strumento – che compare appunto nella serie di Groening – chiamato Holophonor, il quale emette suoni e immagini che spingono lo spettatore a perdersi nella vera e propria storia raccontata dall’artista.
La performance di Cécile fu tanto intensa e struggente che spinse me e la Collega a fantasticare su scenari immersi nel fondo dell’oceano a 1700 metri di profondità. Proprio a questo proposito è necessario per me segnalare la collaborazione della suddetta C. Schott con il ricercatore biologo Brad Seibel che, studiando i calamari nel loro habitat, ha girato un video denominato Baby Squid, Born Like Stars; questo, musicato da Colleen, con un brano preso da The Golden Morning Breaks in cui impiegava il consueto violoncello insieme ai (consueti) campanelli, ci spinse più volte sul punto di commuoverci e scioglierci per entrare nel flusso emozionale generato dai suoni della giovane musicista sub-parigina, la quale ci donò una prestazione certamente memorabile.
Il contesto della Chiesetta delle Zitelle sconsacrata fu alquanto suggestivo ed
elitario (thanks to ASU e VenetoJazz) e ci permise di apprezzare in un ambiente intimo i dipinti sonori (che purtroppo mancarono del supporto visivo) di Colleen, di cui vi forniamo la parte video del brano I’ll Read You a Story :

Baby Squid, Born Like Stars su YouTube

Visita il sito del progetto Colleen

Guarda Colleen @ Brainwashed

Leggi Tomm. su Les Ondes Silencieuses

R.E.M: Accelerate (Warner Bros.)

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/04/import_photos_487.jpg

Enrico Amendola
C’era una voce nella mia testa, insistente e dal tono quasi stridulo che costantemente mi sussurrava all’orecchio che qualcosa sarebbe successo. Io odio le subdole vocine dalla provenienza incerta, odio il fatto che qualcosa o qualcuno voglia inocularmi un pensiero d’allarme, però alla fine la bomba è esplosa. Tutto è successo un sabato mattina, appena dopo i primi 10” di Living Well is the Best Revenge: tutto è divenuto polvere, seppellito dal fragore delle chitarre elettriche e dalla voce del signor Stipe. Allora sono corso ad aprire il balcone che si affaccia sul mare all’orizzonte ed ho alzato il volume a manetta, la polvere si è fatta vento e il vento si è fatto musica. Anche le nuvole si sono inchinate al volere delle mie casse e il cielo ha sputato fuori un sole caldo e luccicante. I R.E.M. si sono svegliati dal lungo torpore, sono tornati a pulsare rock da ogni singolo vaso sanguigno. Non poteva e non doveva essere il loro più grande capolavoro, ma Accelerate è semplicemente un gran disco, forse il migliore dai tempi di New Adventures in Hi-Fi. E’ il grido di vendetta di chi era dato per spacciato, morto, seppellito sotto languidi e melliflui toni pop, oppure è semplicemente la voglia di rimettersi in gioco e accelerare. Undici canzoni per poco più di trentaquattro minuti, una produzione impeccabile e le chitarre distorte che fanno da primadonna accanto alla voce di Michael Stipe, perfettamente a suo agio in un ruolo che un tempo era il suo pane quotidiano. Ora quella voce nella mia testa è sparita, il balcone è ancora aperto, incurante della mia tosse resto sull’uscio col volume alto e osservo la volta celeste sciogliersi al volere della mia musica. Una volta tanto avevo ragione.

Luca Baldinazzo
Un consistente numero di ascolti del nuovo disco di Stipe e soci mi ha condotto all’inevitabile conclusione che le strade intraprese dalla band di Athens e dai loro “cugini di Seattle” stiano ormai confluendo: quella che mi accompagna ascoltando Accelerate è la stessa sensazione che percepii un paio d’anni fa, all’uscita dell’omonimo Pearl Jam, quando mi parve che il nuovo album fosse soltanto una conseguenza esplosiva delle tendenze precedentemente assunte dalla band. Dopo le delusioni degli ultimi anni, gli R.E.M. realizzano la più logica reazione allo “sgonfiamento” musicale di Around The Sun, producendo un disco tirato dall’inizio alla fine, in cui anche quelle che un tempo avrebbero preso la forma di commoventi ballate si trasformano in pezzi dalle trascinanti chitarre distorte; certo, è esaltante godere di tanta energia positiva, che non invadeva le mie cuffie da tempo e che mi ha appassionato al punto da consumare i solchi del singolo Supernatural Superserious. Ciò nonostante le canzoni di questo disco manifestano una sorta di appiattimento mainstream-radiofonico in sede di produzione tipico delle band della loro età, tanto cara alla generazione dei miei genitori; attendo con impazienza di assistere alla loro performance dal vivo per verificare la resa dei nuovi brani.

Margherita Ferrari
Ascoltare Supernatural Superserious per la prima volta in un anonimo bar patavino, fu un’esperienza particolarmente gratificante. Dopo aver seppellito parte del mito chiamato R.E.M. a causa del contenuto trascurabile di Around the Sun, temevamo il peggio. Il singolo in questione ci fornì una corposa dose di speranza, che riscontrammo poi anche sul volto di chi segue con ardore la band di Athens dai tempi in cui Stipe era pieno di capelli. Accelerate, più patinato che mai, si presenta con l’obiettivo di riconquistare un pubblico dal cuore canuto e travolto dai dubbi. E pare avere le carte in regola per farcela. La rapida realizzazione gli conferisce una certa organicità. Trionfano i brani più energici, spesso carichi di tensione, dominati da sonorità prettamente chitarristiche. La sensazione è quella di essere tornati negli anni ‘90. Saranno felici i fans dediti alle megaproduzioni, abituati ad una grandezza che spesso appare forzata. Per chi risulta invece disturbato da un simile sfarzo sonoro, i tempi di riflessione si dilatano. Scaviamo dunque fino all’essenza dei brani che compongono Accelerate. Il fluire dei mesi ci rivelerà il valore di un album complessivamente piacevole, ma che non è ancora stato capace di suscitare in noi emozioni particolarmente complesse.

Guarda il video di Supernatural Superserious

This Devastated Fan + København Store @ Lynx Club, Vicenza (5/4/2008)

Luca Baldinazzo | 10/4/2008

Il locale vicentino denominato Lynx Club è stato recentemente rinnovato. Le pareti, le luci, i simpatici gestori sono in grado di offrire il migliore spazio per concerti a livello indie in tutta la città. Il problema è Vicenza. Qui, dove anche i talentuosi Settlefish sono stati accolti da uno scarso pubblico e persino gli idoli da MTV Oasis una decina d’anni fa sono stati pressoché snobbati, è molto più difficile che le band indie si ricavino uno spazio rilevante.
Sabato sera, entrando nel locale poco prima della mezzanotte, ci rendemmo conto che eravamo i primi ad arrivare; purtroppo la cruda realtà è che in città suonava qualche gruppo pseudo-hard, perciò metallari ed affini sarebbero rimasti altrove ad ubriacarsi e magari rompere vetri alle auto in sosta per tutta la serata.
In questa cornice si sono esibiti i piacentini København Store e gli inglesi This Devastated Fan.

I nostri connazionali, nel presentarci tutti i brani pubblicati nel nuovo Action, Please!, ci strapparono non pochi applausi e ci infusero una gran voglia di ballare a dispetto della scarsa numerosità del pubblico. Il loro ”post-shoegaze-pop” ci fece commuovere a più riprese, suscitando in noi la vergogna di essere nati tra i colli berici. Le loro melodie e la loro energia ci coinvolsero tanto da affrontare con entusiasmo lo spettacolo della band successiva.

This Devastated Fan è una band inglese molto giovane, senz’altro cresciuta ascoltando Silverchair e Placebo. La sua peculiarità è un cantante davvero dotato, che riesce a suonare una cover di Whole Lotta Love senza far affiorare l’usuale fastidio che accompagna quel tipo di canzoni.
Durante il concerto i quattro ragazzi d’Albione riuscirono a farci ballucchiare con i loro pezzi di rock’n'roll virato al pop che ricordano spesso (a volte troppo) i vocalizzi di Brian Molko e che, quanto a pathos ed entusiasmo, hanno ben saputo fare muovere un pubblico inizialmente semi-congelato.
Presto uscirà il loro primo vero disco, che potrà contare sul potenziale per far innamorare le ragazzine ed appassionare molti adolescenti.

Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra & Tra-la-la Band: 13 Blues For Thirteen Moons (Constellation)

Luca Baldinazzo | 10/3/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/03/cst051.jpgSe c’è un aspetto del mondo cristiano che mi trasmette sensazioni positive, è la componente architettonica: ogni giorno poso i miei anfibi nel terreno circostante la più nota basilica di Padova e non posso fare a meno di ammirare l’opera di quegli architetti e scultori che contribuirono a realizzarla; domina il paesaggio con una maestosità degna di una cattedrale. Proprio questa immagine rappresenta fedelmente la costruzione complessa ed elaborata che il collettivo del Quebec realizza nel suo quinto disco: il suono penetra il nostro condotto uditivo con una forza inaudita, la quale aderisce perfettamente al tema della guerra ivi trattato.
L’imponente psichedelia dei SMZ ci avvolge tra cori cerimoniali ed una tensione emotiva che ci fanno perdere il contatto con il tempo e lo spazio, cosicché risulta impossibile fermare il disco prima di averlo ascoltato per intero.
Un’energia carica di drammaticità attende di esplodere da un momento all’altro in 1,000,000 Died To Make This Sound, mentre la title track si sviluppa in una progressione che – partendo da un sensuale giro blues ripetuto fino alla fine – conduce all’orgia strumentale della coda, in cui la super-band esibisce il suo sound più pesante prodotto finora.
Giunti a Black Waters Blowed/Engine Broke Blues, nel quale risalta una batteria sincopata in stile Kevin Shea, l’impianto monumentale si frammenta tra le distorsioni ed è ancora in grado di trascinarci nel percorso gravido di pathos che è 13 Blues for Thirteen Moons.
La conclusione è affidata ad una ballata a tratti rexiana, che conclude serenamente il viaggio iniziato un’ora addietro; viaggio che vorremmo subito riprendere.

Visita il MySpace dei Thee Silver Mount Zion
Visita il sito della Constellation

Volcano the Bear: Amidst the Noise and Twigs (Beta-Lactam Ring)

Luca Baldinazzo | 4/3/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/02/volcano_07.jpgIl 2007 è stato dichiarato all’unanimità l’”Anno del Folk”, è per questo motivo che oggi introduco i lettori al nuovo disco del collettivo di Leicester Volcano the Bear, che propone un ipnotico set di pezzi multistrumentali: si passa dagli svariati tipi di corde alla tromba e al corno, dai fiati al piano fino al violino.
La prima parte del disco si sviluppa su melodie spiritualistiche da fiaccolata nel bosco inglese, con voci ululanti e solitarie sempre circondate da droni, suoni stratificati o stridenti di meccanismi, fruscii e lo scorrere dell’acqua; il gruppo si muove abilmente su trame psichedeliche destrutturate e melliflue, a tratti visionarie: Burnt Seer ripete la stessa melodia di chitarra e voce per tre minuti che sembrano incredibilmente dilatati.
La seconda metà di Amidst The Noise And Twigs è quella più interessante e coesa: i rumori, i cori lugubri, strumenti e voci distorte prendono il sopravvento, avvolgono definitivamente l’ascoltatore in una coperta fatta di muschio e lamenti di creature disperate.
In Splendid Goose raggiungono il loro vertice, creando una tensione ed una costanza ritmica che estrania e conduce in un’altra dimensione in cui risuona un jazz inquietante e tenebroso, a tratti infernale.
La band inglese dimostra di saper costruire vortici sonori degni dei loro maestri, tra i quali figurano Captain Beefheart, Residents e This Heat.
I Volcano The Bear sono capaci di attrarre o respingere chi ascolta in egual misura: senz’altro qualcuno fuggirà inorridito, ma chi scrive è stato catturato da questa musica tribale ed evocativa.
Li attendiamo in Italia, dove sapranno certamente deliziarci e stordirci con i loro set di improvvisazione surrealistica.

Visita il MySpace dei Volcano the Bear

Art in Manila: Set the Woods on Fire (Saddle Creek)

Luca Baldinazzo | 25/2/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/02/29779art_in_manila.jpgNella storia del rock le svolte spirituali sono antiche quanto le mosse di Mick Jagger sul palco. E’ dunque normale aspettarsi che una cantante dream pop come Orenda Fink, dopo un’esperienza rivelatoria in Estremo Oriente, abbia cambiato il suo atteggiamento verso il mondo, dedicandosi all’ascolto della brezza ed a profondi sguardi empatici verso i suoi simili.
Dopo un apprezzato disco solista in cui abbandonava la dolcezza e la rarefatta materia di Azure Ray per addentrarsi nel misticismo e nella musica voodoo, la ritroviamo quest’anno con un nuovo lavoro e con dei nuovi compagni.
E’ proprio alla capitale delle Filippine che si ispira il nome della sua nuova band, composta da musicisti che l’avevano accompagnata in tour, i quali danno una spinta catchy e indie rock all’atmosfera folk e intima creata dalla voce della Fink.
Set the Woods On Fire è un disco introspettivo e delicato, pop nell’anima, è un tessuto intriso di spiritualismo; ma è anche aggressivo, come nei singoli Our Addictions e The Sweat Descends, che parlano di conflitti interiori e di oppressione: sono forse gli episodi meglio riusciti, in cui le chitarre incalzanti e la sezione ritmica cavalcante, sostenute dalle tastiere, arrivano ad infuocarsi come accadeva nei primi seventies.
E’ nelle ballate che la voce della cantante risalta davvero: è capace di accarezzare e di scaldare l’ascoltatore, portarlo nei boschi del Nebraska e fargli percepire tutta l’intensa malinconia delle sue parole (Precious Pearl).
Tuttavia, il limite di questo album è che spesso i brani si perdono tra melodie e vocalizzi femminili, ridondanti e ripetitivi dopo pochi ascolti.
Sicuramente un buon disco, ma attendiamo per il futuro una minore sfuggevolezza dalla musica dei sei di Omaha.

Visita il MySpace degli Art in Manila

Archivi

wordpress visitors