33 ore: Scatman’s World

Non ve ne foste accorti, è estate inoltrata. Cocomeri, strade deserte nel primo pomeriggio, cicale stakanoviste, tormentoni.
Che poi non è davvero così – i tormentoni, voglio dire. Oggi è sufficiente non avere una televisione (o non accenderla), non ascoltare la radio, o non le frequenze nazionali che modulano i gusti da Voghera al resto d’Italia, non uscire la sera con le persone sbagliate (hint: se vi ritrovate più di una volta a settimana a giocare a Dr Why in un pub affollato, potrebbe essere già troppo tardi) per scamparla.
Ma negli anni novanta, oh. Io detesto la nostalgia passatista per cui tutto era meglio e anche-quello-che-era-peggio, era-peggio-in-una-maniera-migliore. Però negli anni novanta, un modo per sfuggire al tormentone non c’era. Primo, perché internet non era la panacea istantanea che è adesso (e il modem faceva quel rumore di composizione che è rimasto e rimarrà perennemente ad occupare partizioni del vostro cervello e no, non funziona nemmeno come aneddoto per fare colpo sulle sbarbine al bar) (lo dico perché c’ho provato). Secondo, perché eravamo giovani. Lo eravamo, o non capisco perché siate arrivati a leggere fin qua (a meno che non siate, uhm, Carlo Verdone in cerca di spunti per il vostro nuovo film. Reggiti forte, Carle’, che mo’ arriva la bomba). Terzo, perché essere giovani significa anche immancabilmente ascoltare un sacco di musica deprecabile*: perché piaceva agli oggetti delle nostre mire sentimentali, perché c’era poco da fare e certe sere tristi d’estate ci si consolava pure col Festivalbar, perché da giovani si hanno un po’ i gusti che si hanno**.
È per questo, e per mille altri motivi minori che vengono molto meglio recitati a voce bevendo un amaro, che agli anni novanta, oggi, non sappiamo scappare. Che nugoli di dottori in tutte le materie dello scibile umano, compattati insieme in una festa, balleranno ogni selezione con varie gradazioni (es. dark sì, indierock sì, twee sì ma facendo le facce sceme, electro solo in cambio di innominabili favori sessuali da parte dell’accompagnatore/trice) ma finiranno immancabilmente ad urlare sul Funkytarro. Non ci credete? Sono sorretto da numerose prove sperimentali – e se necessario la prossima volta lo filmo, il fan sfegatato di Keith Jarrett che canta Sentimento pentimento battendosi il petto con la mano.
È l’esposizione reiterata e sconsiderata ai tormentoni che ci ha plagiato, ha occupato militarmente un’area intera della nostra memoria, ha colonizzato l’immaginario della nostra vita fino ai vent’anni.
E se non possiamo liberarcene, non ci resta che trasformarli. Modellarli, plasmarli fino a farli diventare qualcos’altro, esorcizzare la parte tamarra dei nostri ricordi con il piglio ironico del pastiche po-mo.
Sì, un altro mondo è possibile. No, non sto esagerando; lo dimostra Il Cantanovanta, delizioso regalo estivo dell’onorabilissima Garrincha dischi, in due volumi (uno è uscito questa settimana, l’altro a fine agosto). Un’orda di nomi dell’indie italiano che trasfigurano le canzonacce estive che non riusciamo, o non vogliamo, erodere dalle nostre sinapsi in qualcos’altro. Due per anno, per tutti gli anni dal ’90 al 2000. In download gratuito, qui.
Tra queste cover diverse finora brilla come la più preziosa delle perle la clamorosa versione di Scatman’s World cesellata da 33 ore, che, in linea con la virata anni settanta del suo più recente EP (che è anche lui in download gratuito, qui, e che merita la vostra attenzione), supera a destra l’incredibile Paul Anka di Black Hole Sun e porta di peso Scatman John a Duluth.
Ora linkatevi, cliccate play, e provate a non ripetere il gesto dieci/quindici volte.
Perché… lo posso dire? Non si esce v… posso davvero? Non si esce vivi… no, vabbé. Però lo sapete che è così.
* Tu, sì, tu, che stai scuotendo la testa e pensando “io a sette anni ascoltavo i Velvet Underground e a dodici mi facevo le pippe coi Tortoise in sottofondo”: sei molto lontano dall’avere ragione, figliolo.
** Tu, quello di prima: la mia cassetta di Massimo Di Cataldo che prende polvere da quindici anni è molto più sexy di quella degli XTC che ascoltavi in prima media, quando si arriva al Come eravamo. Fattene una ragione.

Il mio amico Ciccio di Faenza è uno che ci va giù duro. Però fa anche il Cuba libre più buono del mondo, e glielo perdoni. Quando a capodanno tutta casa mia, sudata all’inverosimile, ballava
Dunque.
C’è un contenzioso aperto, nel mio quartiere, su chi siano i veri regaz bolognesi.

In principio era
… no, non penso sia nostalgia.
Qualche giorno fa ero al supermercato, aggirandomi come uno spettro davanti ai surgelati (faccio sempre casino alla Coop), ed avevo un riff di chitarra che mi girava in testa. Poche note acide, ma non ricordavo dove le avessi sentite. Dopo un po’, mi ero convinto fosse qualche b-side dei Pixies (ma quale?), o qualche canzone degli Yo La Tengo (però che album?).
