33 ore: Scatman’s World

Giorgio Busi-Rizzi | 25/7/2011

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Non ve ne foste accorti, è estate inoltrata. Cocomeri, strade deserte nel primo pomeriggio, cicale stakanoviste, tormentoni.
Che poi non è davvero così – i tormentoni, voglio dire. Oggi è sufficiente non avere una televisione (o non accenderla), non ascoltare la radio, o non le frequenze nazionali che modulano i gusti da Voghera al resto d’Italia, non uscire la sera con le persone sbagliate (hint: se vi ritrovate più di una volta a settimana a giocare a Dr Why in un pub affollato, potrebbe essere già troppo tardi) per scamparla.
Ma negli anni novanta, oh. Io detesto la nostalgia passatista per cui tutto era meglio e anche-quello-che-era-peggio, era-peggio-in-una-maniera-migliore. Però negli anni novanta, un modo per sfuggire al tormentone non c’era. Primo, perché internet non era la panacea istantanea che è adesso (e il modem faceva quel rumore di composizione che è rimasto e rimarrà perennemente ad occupare partizioni del vostro cervello e no, non funziona nemmeno come aneddoto per fare colpo sulle sbarbine al bar) (lo dico perché c’ho provato). Secondo, perché eravamo giovani. Lo eravamo, o non capisco perché siate arrivati a leggere fin qua (a meno che non siate, uhm, Carlo Verdone in cerca di spunti per il vostro nuovo film. Reggiti forte, Carle’, che mo’ arriva la bomba). Terzo, perché essere giovani significa anche immancabilmente ascoltare un sacco di musica deprecabile*: perché piaceva agli oggetti delle nostre mire sentimentali, perché c’era poco da fare e certe sere tristi d’estate ci si consolava pure col Festivalbar, perché da giovani si hanno un po’ i gusti che si hanno**.
È per questo, e per mille altri motivi minori che vengono molto meglio recitati a voce bevendo un amaro, che agli anni novanta, oggi, non sappiamo scappare. Che nugoli di dottori in tutte le materie dello scibile umano, compattati insieme in una festa, balleranno ogni selezione con varie gradazioni (es. dark sì, indierock sì, twee sì ma facendo le facce sceme, electro solo in cambio di innominabili favori sessuali da parte dell’accompagnatore/trice) ma finiranno immancabilmente ad urlare sul Funkytarro. Non ci credete? Sono sorretto da numerose prove sperimentali – e se necessario la prossima volta lo filmo, il fan sfegatato di Keith Jarrett che canta Sentimento pentimento battendosi il petto con la mano.
È l’esposizione reiterata e sconsiderata ai tormentoni che ci ha plagiato, ha occupato militarmente un’area intera della nostra memoria, ha colonizzato l’immaginario della nostra vita fino ai vent’anni.
E se non possiamo liberarcene, non ci resta che trasformarli. Modellarli, plasmarli fino a farli diventare qualcos’altro, esorcizzare la parte tamarra dei nostri ricordi con il piglio ironico del pastiche po-mo.

Sì, un altro mondo è possibile. No, non sto esagerando; lo dimostra Il Cantanovanta, delizioso regalo estivo dell’onorabilissima Garrincha dischi, in due volumi (uno è uscito questa settimana, l’altro a fine agosto). Un’orda di nomi dell’indie italiano che trasfigurano le canzonacce estive che non riusciamo, o non vogliamo, erodere dalle nostre sinapsi in qualcos’altro. Due per anno, per tutti gli anni dal ’90 al 2000. In download gratuito, qui.
Tra queste cover diverse finora brilla come la più preziosa delle perle la clamorosa versione di Scatman’s World cesellata da 33 ore, che, in linea con la virata anni settanta del suo più recente EP (che è anche lui in download gratuito, qui, e che merita la vostra attenzione), supera a destra l’incredibile Paul Anka di Black Hole Sun e porta di peso Scatman John a Duluth.
Ora linkatevi, cliccate play, e provate a non ripetere il gesto dieci/quindici volte.
Perché… lo posso dire? Non si esce v… posso davvero? Non si esce vivi… no, vabbé. Però lo sapete che è così.

* Tu, sì, tu, che stai scuotendo la testa e pensando “io a sette anni ascoltavo i Velvet Underground e a dodici mi facevo le pippe coi Tortoise in sottofondo”: sei molto lontano dall’avere ragione, figliolo.
** Tu, quello di prima: la mia cassetta di Massimo Di Cataldo che prende polvere da quindici anni è molto più sexy di quella degli XTC che ascoltavi in prima media, quando si arriva al Come eravamo. Fattene una ragione.

I cani: Il sorprendente album d’esordio de I cani (42 Records)

Giorgio Busi-Rizzi | 15/6/2011

icaniIl mio amico Ciccio di Faenza è uno che ci va giù duro. Però fa anche il Cuba libre più buono del mondo, e glielo perdoni. Quando a capodanno tutta casa mia, sudata all’inverosimile, ballava I pariolini di diciott’anni e Ciccio mi si è avvicinato col bicchiere pieno, gli ho detto: sì, grazie. Ma avrei detto sì anche se mi avesse offerto della benzina, ballando da sobrio mi ricordo quanto sono sgraziato e inadeguato al mondo e non è bello. Però poi ho bevuto un sorso e ho sentito distintamente il sapore di rum, Coca-cola, zucchero di canna e lime, in equilibrio perfetto, come non l’avevo mai sentito al Covo dove il Cuba libre costa poco e sa di poco (però fa ballare lo stesso).
Certo ci va giù duro. Dice che a lui I cani non piace, e se gli chiedi perché risponde “testi meta sulla sfiga cantati sopra a dell’elettropop, non la mia tazza di tè. Fossero romagnoli almeno parlerebbero dei ciccioni che cercano figa all’Hana-bi”.
Però certe volte Ciccio non ci capisce un cazzo. Io non sono un fan del synth-pop, e ho letto un paragone col Battiato de La voce del padrone che non mi ha convinto granché. Ho sentito Le coppie unplugged – perché come tutte le persone sensate pedino I cani da almeno un anno – e mi è piaciuta di più della versione su cd.
Ma ridurre quei testi al namedropping (o alla sfiga, se è per questo) è ingiusto e inadeguato. Invece si può dire De Gregori: e non per i sandhi, ma per la reazione disarmante a cui ti costringe l’io narrante quando professa quell’assoluta mancanza d’innocenza e, con la stessa distaccata pacatezza, mette in gioco e giudica se stesso tanto quanto gli altri, si confessa medioborghese intellettuale non meno fallibile (stronzo? Stronzo) degli altri di cui parla, si prende per il culo fin dal moniker – e sarà pescare complimenti quanto vi pare, a me sembra sincero.
E si può dire Pezzali: perché prendetelo per il culo quanto vi pare, ma gli 883, in un momento in cui l’epos della canzonetta era fortemente sedimentato su una serie di modelli che già i trovatori ritenevano tristi e un po’ patetici, hanno preso la loro squallida vita di provincia e l’hanno messa giù nello stesso modo in cui parlavano la sera con gli amici (cfr.). E questa è un’altra cosa che I cani fa, attingere ad una realtà che viviamo tutti – più o meno, e più o meno direttamente, a seconda di quante coordinate culturali condividiate – e descriverla come quasi nessuno fa; il che rende i singoli (ma anche gli inediti, tipo la spettacolare Post punk) davvero memorabili, perché è impossibile che non ci sia nemmeno un verso che parla di voi, o di qualcuno che conoscete (dico, Velleità?).
Ma poi, la musica. Abbastanza ripetitiva, poco dinamica. Sì, beh. Ma io c’ero, al Miami, quando sul palco erano in cinque e lui era rigido dalla paura e si è tolto (si sono tolti) la busta dell’American Apparel e ora si sa che faccia ha, questo venticinquenne romano senza cognome. C’ero, bevevo un Cuba libre, e ballavamo e sapevamo i testi a memoria, e-
“Dai, fai basta, si è capito dove vuoi andare a parare. La tua solita metafora del cazzo: proprio come quel Cuba libre, I cani sa fare ballare, però ha un equilibrio perfetto, perché i testi sono intelligenti, anche se è fatto in casa – cioè lo-fi, arriva al punto, etc etc. Cheppalle.”
Ciccio. È che certe volte non ci capisce un cazzo. Io volevo solo dire che quel momento lì, in cui tutti ballavamo e sapevamo i testi a memoria, era perfetto così, e questo dovrebbe bastare, se fai pop.
Però sarebbe stato meglio con un Cuba libre di Ciccio, perché quello lì, sinceramente, faceva cagare (nel buio della camera rumore di una cannuccia che aspira un cocktail, quindi uno schiocco soddisfatto della lingua. In sottofondo Les Jambes de Steffi Graf di Vincent Delerm. Sipario).

[Ogni riferimento a fatti o Cuba libre realmente esistenti è da considerarsi puramente casuale. Al Miami che io sappia manco lo fanno, il Cuba libre.]

Leggi la ponderatissima recensione alla copertina di Daniele, piena di spunti intelligenti
Guarda il delizioso video di Hipsteria! in esclusiva sul sito di Wired

Ascolta l’introspettiva Il pranzo di Santo Stefano

Leggi due belle interviste a I cani su Frigopop! (più nastrone in streaming!)
e su Dude magazine
Acquista Il sorprendente album d’esordio de I cani

Leggi tutti i testi del disco de I cani su Rockit

Carpacho!: La futura classe dirigente (Pippola Music)

Giorgio Busi-Rizzi | 8/6/2011

carpacholafuturaclassedirigenteDunque.
Queste in realtà sono due recensioni.
La prima, se non sapete chi siano i Carpacho!, suona più o meno così: i Carpacho! sono il vostro nuovo gruppo italiano preferito. Muovete il culo da quella sedia e/o procuratevi qualsiasi cosa essi abbiano realizzato nella loro vita, ivi compresi i demo incisi a dodici anni.
Poi imparatene i testi a memoria e fatevi belli col primo fan dei Baustelle che incontrate.

La seconda parte dal principio che i Carpacho! fossero già qualcosa di molto simile al vostro gruppo italiano preferito. Dall’idea che voi (parlo per assurdo, eh), che scrivete per una webzine (assurdo), abbiate tampinato in maniere variamente improbabili conoscenti ed entourage del gruppo (‘surdo) per mettere le mani su questo cd il prima possibile (‘su). E poi lo abbiate ascoltato e, uhmmm.
Che magari è una questione di interpretazione. Io ho sempre pensato ai Carpacho! come band brit-pop; quindi, ecco, ho sempre pensato che i Carpacho! dovessero avere i suoni dei Blur. Anche perché in realtà l’unica altra strada che mi verrebbe in mente sarebbero i Queen. E, ecco. Anche no.
I Carpacho!, invece, sembrano soffrire della Sindrome di Virginiana-Miller. Presente? Quella roba per cui le tue canzoni sarebbero praticamente perfette, ma poi in preda ad un improvviso raptus decidi di appesantirle senza nessun motivo. E la sindrome dei Carpacho! sembra essere ad uno stadio molto più avanzato di quella dei Virginiana, perché compresente, qui, con un clamoroso Complesso di Sanremo – una malattia che ti porta a schierare violini veramente troppo italiani (eclatante la coda di Tutto andrà a finire), batterie domopack, pianoforti sintetici (Canzone 4), un’elettronica in cerca d’autore, canzoni che cominciano benissimo e continuano solo così così (Tutto andrà a finire).
La voce di Catani rende meglio quando trascina le note basse? Lui si sforza di cantare pulito (e viene ulteriormente ripulito – es. Niente che non va). Esisteva una meravigliosa e struggente demo di Winter (testo dell’anno)(l’anno 2007), praticamente solo rhodes e chitarra? Su disco prende prima la direzione Smiths di Please Please Please e poi un’inspiegabile virata epica, con le solite batterie e gli inserti elettronici. Eppure certi episodi (es. Assassino seriale sensibile) sembrano gridare “Damon Albarn ci avrebbe scritto uguali (ma suonato in maniera diversa)”.
Poi dopo diversi ascolti ci si abitua e si apprezzano persino i baustellismi di Oh, oh, pasticho!, e spiccano le cose migliori – Canzone 4 o La classe diligente, quanto di più prossimo a come dovrebbe essere (cioè un fottuto capolavoro) quest’album dai testi memorabili e dalla scrittura estremamente articolata eppure sempre pop, a cui, non fosse per tutta questa plastica, non mancherebbe nulla per spiccare il volo.
E invece il risultato è inspiegabile. Un bellissimo disco bruttino. Una pietra miliare scheggiata. Un cd spettacolare ancora sotto cellophan.
Un album brillante con indosso un frac un po’ posticcio, da ascoltare molto, rimpiangendo un po’ l’effetto che avrebbe potuto fare con la maglietta serigrafata da Opie.

Visita la pagina Facebook dei Carpacho!
Ascolta tutto La futura classe dirigente sul bandcamp dei Carpacho!
Ascolta la versione demo di Winter da Italian Embassy

Lo Stato Sociale: Amore ai tempi dell’Ikea EP (Garrincha dischi)

Giorgio Busi-Rizzi | 7/4/2011

LSS_cover_RGB_600x600_72dpiC’è un contenzioso aperto, nel mio quartiere, su chi siano i veri regaz bolognesi.
Il coinquilino, se usa il termine, parla dei My Awesome Mixtape. Inkiostro (cercando casa a Bologna ho espressamente chiesto di abitare vicino ad inkiostro, c’è un’agenzia immobiliare indie apposta) lo utilizza per i Forty Winks.
Io, se parlo dei regaz bolognesi, parlo dei Lo Stato Sociale.
Così posso dire: questo EP per Garrincha è la prima fatica “ufficiale” dei regaz bolognesi, seguito dell’EP autoprodotto Welfare Pop (che già conteneva l’anthem Sono così indie, satira fenomenologica del radical chic sociomusicale) e premessa del disco che uscirà in autunno.
Prodotto da Matteo Romagnoli (4fioriperzoe, LE-LI) e Francesco Brini (Pinktronix, Swayzak), più le ospitate di Nicola Manzan (Bologna Violenta, il Teatro degli Orrori), Marcello Petruzzi (33 ore) ed Elia Dalla Casa (LE-LI), AMORE AI TEMPI DELL’IKEA – gran titolo, gran copertina, anche se è tutto in maiuscolo e i nerd come me immagineranno sempre di doverlo urlare leggendolo così – esce il 13 aprile, scaricabile ed acquistabile per 5 euro su www.garrinchadischi.it ed in streaming integrale su inkiostro, con un release party all’Arteria (lo dico per i bolognesi) aperto dal nostro (mio, se non altro) idolo Mr Brace.
…però io conosco uno dei regaz bolognesi (ho delle bazze, ripetete con me), quindi l’EP l’ho già sentito. E volevo dirvi che è bello. Bello forte. Quanto i titoli (!).
Secondo una ricerca del nostro direttore marketing (è lo stesso che parla col megafono dei pericoli del Ritalin dato ai bambini), almeno il 75% di questi quattro viaggi tra indietronica e territori limitrofi (deviazioni low-fi, ritmi in levare, rime da liceo classico del ghetto, dub, attitudine punk) è memorabile, nel senso proprio che instilla un piccolissimo meme nel vostro cervello (sì, tipo Inception, bravi), per cui dal nulla vi ritroverete a pensare che l’orizzonte si squarcia in coriandoli ed io con lui dimenando mi confondo nell’aria, mi confondo nell’acqua, mi confondo lontano da te (Escapista), o a chiedervi (spontaneamente) cosa siano quelle pantofole a forma di elefante (la title track, una delle storie più struggenti mai scritte sul non amore – o sull’amore finito).
Ironia stralunata che mescola personale e sociale, politico e privato, Germania dell’Est ed Eneide, li mette su un tappeto elettronico e costringe il cervelletto a dare l’impulso di ballare.
Provare per credere, io sono qui che mi dimeno e per un tot non gliela darò su.

Prova per credere: ascolta Escapista in streaming esclusivo per Vitaminic, dall’EP AMORE AI TEMPI DELL’IKEA.

RomaPopFest (Roma, 18-19/3/2011)

Giorgio Busi-Rizzi | 6/4/2011

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Qualche volta non c’è alternativa alla tautologia. Per esempio, il RomaPopFest è una festa (come disse Jovanotti mischiato al pubblico del Coachella). Ma per davvero. Concerti, sì, si potrebbero considerare concerti. C’è gente che suona, gente che ascolta, sono concerti. Ma l’atmosfera che per qualche giorno (due, il 18 e il 19 marzo, con un anticipo il 4 con gli Ex Otago) si è respirata a Roma ha poco da spartire con la semplice idea di un concerto.
Ha invece più a che vedere con quei vostri amici (Frigopop, in questo caso) che si armano di santa pazienza ed organizzano due serate deliziose. Che vi fanno pagare poco e si preoccupano della musica, e scelgono ed imbellettano con cura il posto – i posti. Le Mura e il Mads sono due locali piccini ma piacevolissimi – più inamidato il primo, più vissuto il secondo – rilassatamente seduti uno di fronte all’altro (come disse Garcìa Marquez a Benicassim), in pieno San Lorenzo. Gli show sono per quanto possibile a incastro, e quei pochi metri di spostamento – uscire dal locale, fare due chiacchiere, entrare nel locale – finiscono per scandire la serata con piccole, precise pause chiacchierine tra una performance e l’altra. — Continua a leggere

Cat Claws: Cat Laws (42 Records)

Giorgio Busi-Rizzi | 30/3/2011

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Bambini, siamo nel 2011.
Questo può significare poco per molti di voi (molto per i catastrofisti della vulgata maya, ma ne parliamo un’altra volta), ma per altri vuole dire una cosina semplicissima: che vostra cugina del ’91 adesso ha vent’anni. Ok, respirate, è uno shock anche per me.
Ora, la mia amica Viola ha una teoria (ne ha molte, in realtà, ma adesso mi concentrerò su una in particolare). Che i TARM, periodo ’97-’01, introducano perfettamente al punk. Prendi un (pre)adolescente che ancora non conosce il punk, gli dai i TARM e lo inizi.
Questo cd qui, invece, è l’introduzione ideale per vostra cugina del ’96 (l’altra) che ignora cosa siano gli anni ’90 musicali che voi (io, se non altro) ascoltate e le citate da mane a sera – e che secondo la mia amica Viola, sempre lei, sono l’ultima decade di Grande Musica prima dello sfascio attuale.

O se preferite, questo cd è un clamoroso compendio nineties che spazia tra i generi con un eclettismo coerente da best of e avrebbe fatto una figura clamorosa come colonna sonora di qualcuno di quei deliziosi film scazzati che adesso passano solo su Fuori Orario (Volete un nome? Mi invitate a nozze: S.F.W. Pensavate che avrei detto Clerks, eh? Dilettanti.). E del best of ha anche i singoloni: senza contare un clamoroso assolo apocrifo pavimentiano sulla canzone quidabasso, annusate Your Shoes o assaggiate Junk Food e ditemi se non avrebbero trovato un posto per i Cat Claws al Lollapalooza (cugi, questa te la spiego poi).
La politica della casa è non soffermarsi sulle canzoni singole, ma sul buon vecchio forum del Mucchio (forum! Sai che si parla di musica anche sui forum, cugina del ’96?) ci sono già ben due disamine canzone per canzone, che grossomodo combaciano tra di loro e con le impressioni del sottoscritto. Vorrei dire solo che il cd è diviso a metà da un intermezzo su musica del Duca Bianco (il negativo del duetto Bowie-Mercury), che contiene un contro-inno pensato per il mondiali passati, che riesce ad essere estremamente pop (in un senso totalmente positivo) e che è stato registrato alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani in una settimana circa. Il che significa, cugina del ’96, strumenti analogici belli belli, presa diretta e pochissime sovraincisioni (cioè si suona tutti insieme come se si fosse dal vivo e non ognuno nel suo loculo quando arriva il suo turno, o i suoi turni se è l’unico del gruppo che sa suonare davvero).
Sulla produzione di Fiorenza, e al solito su tutta la produzione della 42, io non voglio dire più niente; sia messo agli atti che per me, in ogni singolo disco della 42, è perfetta (in realtà, in ossequio agli anni ’90, qui potrei fare il pignolo rompicoglioni e discutere dell’eventualità di aggiungere una seconda chitarra distorta su Lovin’ Lovin’, delizioso blues che diventa sonico, ma glisserò).
Mettiamola così, invece: quest’album, gioiosamente impregnato di attitudine slacker, è bello e fatto come si deve. Si vende(rà) avvolto da un artwork coloratissimo ideato da Giuditta Matteucci, inframmezzato da foto metropolitane dei nostri opera di Annalaura Masciavè. Per comprarlo non è necessario essere fissati con gli anni ’90, né tantomeno avere 15 anni: basta voler passare bene cinquanta minuti (replicabili a piacimento grazie alle meraviglie della tecnica).
E ora vi saluto, che devo distribuire una fanzine con questa recensione. Anche a mia cugina.

Ascolta Downtown in streaming esclusivo per Vitaminic!

Cat Claws: Downtown by vitaminicmag

Trallalàlla

Giorgio Busi-Rizzi | 15/3/2011

TRALLALALLA_large_orizzontale_JPGIn principio era La Blogotheque, con i suoi Concerts à emporter. Poi sono state le Black Cab Sessions, Shoot the Player, Southern Souls. In Italia, il “nostro” Pronti al peggio. Soluzioni semplici.

E adesso, da qualche settimana, Trallalàlla. Cioè, cito, la web-tv  musicale “che passa al sud della penisola”. Frutto del lavoro combinato del Tycho Creative Studio, cioé Giacomo Triglia e Mirella Nania, regista e graphic designer, insieme con Fabio Nirta (Partyzan Produzioni) e L’Ora di Italiano di Ester Apa (Rockit, Rumore), che da tempi non sospetti portano musica bella in posti in cui è più difficile trovarla. Non faccio ironia: da bolognese acquisito proveniente da una provincia in cui il pienone lo fanno cover band dei Foo Fighters – se va bene – ho buona percezione del coraggio e della fatica che ci vogliono per spostare certi gruppi e certi bacini d’utenza (e tutte le belle idee che li accompagnano) dalle solite zone. — Continua a leggere

Colapesce: s/t (42 Records)

Giorgio Busi-Rizzi | 24/1/2011

colap… no, non penso sia nostalgia.

È una delle prime domande che vengono in mente, ascoltando l’EP di Colapesce (all’anagrafe Urciullo Lorenzo, già con gli Albanopower), finalmente stampato (in digipack! Con un artwork che io trovo splendido) dalla 42 Records dopo il successo dell’uscita in digitale l’estate scorsa, con cui la vittoria della targa giovani al MEI. Cos’è che ultimamente spinge la scena indipendente italiana ad operazioni a vario titolo passatiste/citazioniste, per canzoni o struttura (vengono in mente i Calibro 35, l’oriundo Mondo Cane, gli Ardecore, Brunori, gli Amor Fou, gli artisti coinvolti in Romanzo criminale – che poi è analoga, ma su un altro media)?
Io non credo sia una questione di nostalgia, né di comodo (o non sempre, chiaro). Penso piuttosto si tratti di una spontanea tendenza al recupero/ritorno del rimosso (Freud, op.cit., p. 300), della musica italiana tra gli anni ’60 e gli ’80, ingiustamente sottovalutata e troppo rapidamente dimenticata, operato finalmente da gente che invece di ascoltare troppa brutta musica sente, chessò, i Leisure Society, i Wilco (ma fosse pure Neil Young) (”pure” è un giudizio cronologico, non di valore).
Colapesce fa il suo in grande stile, dà una ripulita a Ferré (che rimane inarrivabile, e no, dovendo rendere l’idea, più così che così), richiama alla mente Sorrenti (vorrei dire anche Graziani e in qualche modo la scuolaromana, il blocco Fabi/Gazzé/Sinigallias, ma temo strali e taccio – ops!), intristisce arrangiamenti, i soliti arrangiamenti impeccabili di casa42 – sono già stanco di ripetere ’sta cosa -, per tessere melanconie marittime (la storia di Colapesce, raccontata da Angelo Orlando Meloni, è nel booklet. La volete sapere? Compràtelo. Ma guarda te.).
Ora, non vorrei lanciare anche io un revival, quello delle recensioni meteorologiche (genere purtroppo in realtà mai passato di moda), però stupisce come un album così malinconicamente perfetto per l’inverno sia uscito originariamente a maggio.
Difetti? Talvolta i testi, pur largamente apprezzati altrove, non sembrano riuscitissimi (“supererai o supereroi”, le ONG in Africa) e il cantato sussurrato, che di solito mi piace, qui non mi ha fatto impazzire. E questo è tutto quello che riesco a dire di male su quest’album. Da aspettare sulla lunga distanza, per poter finalmente scrivere di nuovo in una recensione “long playing”.

E no, non è nostalgia.

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Iosonouncane: Giugno

Giorgio Busi-Rizzi | 18/1/2011

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Viveste su Marte, potreste esservi persi La Macarena su Roma di Iosonouncane, uno degli album più belli del 2010* (poi, oh, non sono sicuro di come vada la fibra ottica su Marte).
Due sabati fa la beneamata etichetta Trovarobato trasmetteva in streaming il suo live a Firenze. Incani aveva la bronchite. Il concerto è stato bellissimo, mi sono commosso in cucina. Ignoro se lo streaming arrivasse su Marte.
La cosa più bella dei live di Iosonouncane è che non sai mai quali canzoni soffocherà sotto gli stridii strazianti dei synth e quali spoglierà con un colpo secco lasciandole coperte solo di voce e chitarra ( e lì si piange). Sabato è toccato al Corpo del reato; più o meno un mese fa, per Mucchio tv, era stato il turno de La Macarena su Roma, Il sesto stato e Torino pausa pranzo.
Nello stesso periodo morivo dalla voglia di postare da qualche parte la stupenda Giugno, conclusiva del disco e su disco l’unico episodio (quasi) interamente acustico. Ho provato a scegliere, ma sono caduto in un’aporia tipicamente barthesiana (è come una buca, ma parla in francese) e alla fine mi sono arreso. Posto solo Giugno, ma ascoltatele tutte.
E poi piangete con me, come cantavano i Rokes.

Giugno by IOSONOUNCANE

*Il tono è assoluto perché ne è convinta gente che capisce di musica molto più di me.

The Jacqueries: Excitement (42 Records)

Giorgio Busi-Rizzi | 12/1/2011

excitementQualche giorno fa ero al supermercato, aggirandomi come uno spettro davanti ai surgelati (faccio sempre casino alla Coop), ed avevo un riff di chitarra che mi girava in testa. Poche note acide, ma non ricordavo dove le avessi sentite. Dopo un po’, mi ero convinto fosse qualche b-side dei Pixies (ma quale?), o qualche canzone degli Yo La Tengo (però che album?).
Poi sono tornato in macchina ed è ripartito il cd dei The Jacqueries, che stavo ascoltando per la seconda volta. Il riff era quello di Gin Lennon, la sesta canzone di Excitement.
Un paio di giorni prima, mi facevo la doccia ascoltando un cd. Mentre uscivo, il coinquilino ha chiesto cosa fosse. Bello!, ha detto. Excitement, gli ho risposto. I Jacqueries (avessi avuto un abbigliamento differente, avrei continuato: non credo tu li conosca, era il cantante etc. Ma avevo un asciugamano legato in vita, e ho soprasseduto).
I Jacqueries, mi dice il mio amico Andrea – che non è “Andrea dei Jacqueries”, è un suo amico – , sono un po’ turbati da quest’attenzione che li ha già decretati next big thing ancora prima dell’uscita dell’album (Excitement).
Però il fatto è che i Jacqueries, col loro album Excitement, nel 2011, in Italia, fanno una cosa sconvolgente. Fanno alt (o indie) rock – o l’etichetta che vi pare – insomma il genere che in America, da diciamo metà anni ‘80, facevano e fanno i gruppi di ventenni, con la creatività, l’ispirazione e la carica di un gruppo di ventenni (per non parlare dei testi in inglese – credibili!). E i Jacqueries, il cui album Excitement eccetera, sono un gruppo di ventenni.
Ora, senza aprire una parentesi di sociologia spicciola sul tema “musica e bamboccioni”, in Italia normalmente dischi così si fanno spesso a trent’anni. E ascoltandoli con un minimo di attenzione se ne individuano subito i padri e le madri: gli Strokes, i Libertines, gli STRFKR (li cito solo per imparare a scriverne il nome).
E qui no: i Jacqueries (quelli di Excitement) sono quattro pischelli cosmopoliti (dico, Morolo); e quanto al gioco dei genitori, io ero partito con le peggiori intenzioni. Avevo sentito l’EP Child’s Play e visto Kitsch, e mi aspettavo un incrocio esatto tra i Pavement e i Weezer (prima della morte cerebrale di Rivers Cuomo). Invece ci ho trovato coordinate chiare (alcuni citati, ma rinvio Sarabanda alla prossima recensione), con un’altrettanto netta personalità. Produzione impeccabile – come tutta la gamma 42 -, buone idee, canzoni riuscite, papabili anthem. Bello. Excitement, si chiama. Un album che restituisce i vent’anni ai ventenni.

C’è un cd che ho ascoltato tanto, ultimamente. È un promo, quindi un cd-r, e dai tanti ascolti si è rovinato e adesso ogni tanto salta. Così non vedo l’ora che vengano a suonare a Bologna, per comprare l’originale. Li aspetto continuando ad ascoltare il disco, nonostante salti, e non fossi di Sora ma di Portland avrei una parola perfetta per descrivere quello che sento.
Excitement, cioè.

Scarica She’s Not Fond Of Love Songs, il singolo dei The Jacqueries nuovo di pacca
Scarica l’EP Child’s Play al prezzo che decidi

Guarda il Takes su Kitsch
Leggi il (bel) blog dei The Jacqueries

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