RADIO DIO presenta NUOVE NOVITÀ NUOVE PER UN PHUTURO VERDEO

Finalmente Dj Pikkio si è ripreso dal coma in cui era finito dopo aver viaggiato nelle lande post-atomiche insieme allo scienziato Ettore Majorana per la puntata RadioAzioni.
Il risveglio di Dj Pikkio è stato molto felice: si è ritrovato in un’Italia senza più Berlusconi e governata dal governo Technico di Mario Monti. Un vero e proprio salto nel phuturo cyberpunk che da piccoli abbiamo sempre sognato! Con tanto di rivolte in tutto il mondo, guerre tra corporazioni, cospirazioni di Illuminati/Goldman Sachs, New World Order, l’Internet e sopratutto una musica sempre più phuturea.
Radio Dio e Dj Pikkio vi guideranno attraverso le Nuove Nuovità Nuove musicali del 2011 per cercare di arginare il Grigium autunnale e per creare un Phuturo più Verdeo contro le cospirazioni mondiali!!!
Si ringraziano Giudit per l’artwork cyberduro e Mr Nabbo per l’intro e gli incisi.
Tracklist:
01. Rustie – Ultra Thizz
02. DJ Diamond – Digimon
03. Actress – Gershwin
04. Matthew David (feat. Flying Lotus) – Group Tea
05. Com Truise – Futureworld
06. 2562 – Acquatic Love Affair
07. Atlas Sound – Modern Acquatic Nightsongs
08. Zomby – A Devil Lay Here
09. FaltyDL – Atlantis
10. James Ferraro – Global Lunch
11. Oneotrhix Point Never – Remember
12. Voices Of Black – I-95 (Escaping The Fraud)
13. Surgeon – Remover Of Darkness
14. Kenji Kawai – Unnatural City
15. MachineDrum – The Statue
16. DJ Earl – Enlightenment
17. The Black Dogs – Eden
18. Kuedo – Scissors
19. Roly Porter – Arrakis
20. Martyn – We Are You In The Future
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Ai tempi di The Skin of my Yellow Country Teeth sembrava avessero il destino di salvare l’indie rock da soli. Sembrava girasse tutto intorno a loro, suoni grossi su un disco autoprodotto, tutto funzionale, tutto funzionante, quella voce lagnosa e storta, un singolino di sei minuti che era sostanzialmente impossibile non sentire ogni volta s’usciva di casa per andare a ballare o di cui non si poteva non leggere su qualsiasi rivista di musica in edicola-rete. Tre anni dopo 


Non saremo ritenuti responsabili dello snobismo riservato all’ultimo disco dei
Wild Flag è il nome di un nuovo gruppo che consta di quattro musiciste donne tra cui due ex Sleater Kinney (Janet Weiss e Carrie Brownstein) e che ha fatto parlare un briciolo di sè dopo qualche performance sparsa in giro per il suolo americano, tra cui qualche apparizione al SXSW di cui qualcuno ai tempi diceva piuttosto bene. La musica del gruppo, alla prova del primo album (su Merge, nientemeno), si rivela un pastone di suoni carini e a basso volume, quasi sempre indeciso se voler essere una reincarnazione del gruppo di Olympia (senza botta) o piuttosto l’ennesima declinazione vintage-pop un po’ velvettiana un po’ nuggets (senza pezzi). La cosa peggiore è che non sembra il parto di due/quattro musiciste che pensano a un modo decoroso di esprimere la loro maturità, e non è semplicemente una questione di inconcludenza o di bruttezza del disco in sè (tra l’altro, nel campionato dell’indiepop a brevissima scadenza in cui sembra voler giocare, è comunque un lavoro sopra la media). La tristezza monta più che altro dal realizzare quanto la musica di Wild Flag suoni artificiosa, senza spunti, triste e poco spontanea. Che è probabilmente la peggior cosa si possa dire di un gruppo che prende le mosse da quella sigla gloriosa e che ci ha donato un capolavoro di rock’n'roll viscerale non più di un lustro fa. O forse Wild Flag è un modo come un altro per farci capire senza possibilità di appello chi nelle Sleater-Kinney fosse il vero genio. E quello che lo seppellisce definitivamente è un impietoso, per quanto inevitabile, confronto con la bruciante sincerità dell’esordio solista di Corin Tucker, uscito nemmeno 

