RADIO DIO presenta NUOVE NOVITÀ NUOVE PER UN PHUTURO VERDEO

Francesco Farabegoli | 25/11/2011

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Finalmente Dj Pikkio si è ripreso dal coma in cui era finito dopo aver viaggiato nelle lande post-atomiche insieme allo scienziato Ettore Majorana per la puntata RadioAzioni.

Il risveglio di Dj Pikkio è stato molto felice: si è ritrovato in un’Italia senza più Berlusconi e governata dal governo Technico di Mario Monti. Un vero e proprio salto nel phuturo cyberpunk che da piccoli abbiamo sempre sognato! Con tanto di rivolte in tutto il mondo, guerre tra corporazioni, cospirazioni di Illuminati/Goldman Sachs, New World Order, l’Internet e sopratutto una musica sempre più phuturea.

Radio Dio e Dj Pikkio vi guideranno attraverso le Nuove Nuovità Nuove musicali del 2011 per cercare di arginare il Grigium autunnale e per creare un Phuturo più Verdeo contro le cospirazioni mondiali!!!

Si ringraziano Giudit per l’artwork cyberduro e Mr Nabbo per l’intro e gli incisi.

Tracklist:

01. Rustie – Ultra Thizz
02. DJ Diamond – Digimon
03. Actress – Gershwin
04. Matthew David (feat. Flying Lotus) – Group Tea
05. Com Truise – Futureworld
06. 2562 – Acquatic Love Affair
07. Atlas Sound – Modern Acquatic Nightsongs
08. Zomby – A Devil Lay Here
09. FaltyDL – Atlantis
10. James Ferraro – Global Lunch
11. Oneotrhix Point Never – Remember
12. Voices Of Black – I-95 (Escaping The Fraud)
13. Surgeon – Remover Of Darkness
14. Kenji Kawai – Unnatural City
15. MachineDrum – The Statue
16. DJ Earl – Enlightenment
17. The Black Dogs – Eden
18. Kuedo – Scissors
19. Roly Porter – Arrakis
20. Martyn – We Are You In The Future

Ascolta il podcast in streaming

oppure scaricalo.

Clap Your Hands Say Yeah: Hysterical (V2)

Francesco Farabegoli | 20/10/2011

cyhsyAi tempi di The Skin of my Yellow Country Teeth sembrava avessero il destino di salvare l’indie rock da soli. Sembrava girasse tutto intorno a loro, suoni grossi su un disco autoprodotto, tutto funzionale, tutto funzionante, quella voce lagnosa e storta, un singolino di sei minuti che era sostanzialmente impossibile non sentire ogni volta s’usciva di casa per andare a ballare o di cui non si poteva non leggere su qualsiasi rivista di musica in edicola-rete. Tre anni dopo Clap Your Hands Say Yeah sembrava già una sigla sfiancante, un genere di cui liberarsi prima che figliasse troppe progenie e un’ipotesi che in un tempo remoto era stata accantonata in favore di declinazioni più sorridenti gioviali e in spolvero o dell’ennesimo revival gotic-horror da operetta. Farsi piacere Some Loud Thunder era già una questione di fede. Quattro anni dopo esce nei negozi di dischi* il terzo album della band che si chiama Hysterical. Tutto sommato è la stessa musica dei due dischi precedenti, rivista in un approccio ancora più orchestrale e tentacolare come era giusto che fosse. La prima reazione, a leggere il titolo, è di quasi-sdegno, come se l’uscita di un nuovo album del gruppo fosse l’ennesimo caso di dinosauro del rock che non si arrende al pensionamento. E il disco in qualche modo nella sua elegante pomposità divertita suona stanco e fasullo come quando il sabato organizzi una festicciola per far fuori il gin avanzato dal festone del venerdì, e magari metti su qualche classico e magari infili pure un pezzo che i quattro o cinque presenti han voglia di ballare. Poi no, poi sì. La musica va avanti a strappi secondo una filosofia abbastanza simile a “il signore dà, il signore prende”. Ma anche al primo passaggio del disco sullo stereo è intuibile una scomodissima verità per cui la colpa del fatto che i CYHSY di Hysterical suonano bolsi è colpa di tutti meno che dei CYHSY. Come se l’iperesposizione di un disco d’esordio tutto sommato ancora buono da ascoltare avesse bruciato MOLTO prima del tempo una band che sette anni dopo un botto improvviso e forse immeritato non ha ancora smesso di cercare la qualità in ogni singolo pezzo. Probabilmente suona stupido, ma a sentire Hysterical sembra chiaro come il sole che bucare le notizie sia l’unico imperativo morale rimasto alla critica rock.

*figura retorica. Una volta si chiamavano così i negozi dove si compravano i dischi. Ce n’erano in ogni città.

Bjork: Biophilia (One Little Indian)

Francesco Farabegoli | 6/10/2011

bjork

Una cosa figa di Bjork è che ce la siamo sparata tutta in tempo reale. In un ventennio grasso di artisti/e che hanno cercato di capire cosa fosse per loro la modernità o quale fosse per loro il modo di succhiarla dentro la propria arte e risputarla fuori per farla franca e non venire inghiottiti dal tempo, Bjork ha sempre giocato in una classe a parte. Alcune persone che conosco dal vivo e con cui ho bevuto birre e fatto discorsi veri e comprensibili ai più su argomenti tipo LE TASSE o LA FIGA o IL TAGLIANDO DELL’AUTO (tutte maiuscole) si sono avvoltolate in descrizioni più o meno puntuali sulla discografia di Bjork, prendendosi i rischi del caso e declassando Vespertine sotto Homogenic o viceversa, eccetera. A un certo punto nel mio giro di amici genetrici ci furono discussioni serie e molto astiose che miravano ad emettere un giudizio unanime in merito al fatto che Army Of Me fosse il migliore o il peggior pezzo inserito nella compilation del Festivalbar di quell’anno (alla fine vinse la seconda, per dire della capacità che avevo di impormi nelle discussioni musicali a quell’epoca). Quindi insomma, fermo restando che Bjork è Bjork, quasi tutti hanno la “loro” Bjork che è incompatibile con quella altrui. La mia Bjork è quella di Medulla, quella che arriva alla fine del proprio percorso musicale possibile scarnificando il suono fino a ridurlo ad un incrocio continuo di voci. E paradossalmente quella della colonna sonora di Drawing Restraint 9 nella quale toglie Bjork da un disco solo-Bjork lasciando l’ascoltatore con niente. E da lì in poi, insomma, sarebbe stato impossibile arrivare ad un’idea più pura, a meno di non contaminare il propiro suono con influenze esterne che rimescolavano bassa macelleria e musica concreta con modalità e tempi che per parte potevamo senza alcun dubbio definire inediti ma non necessariamente per questo interessanti. È arrivato Volta e faceva schifo. Non è che facesse schifo, in realtà, tutt’altro. Quello che mi faceva schifo era che Bjork, la mia Bjork, avesse deciso di guardarsi intorno e dare il suo giudizio del mondo o di farsi una partita a ping pop, o quel che era insomma. Sapete dov’è che vanno a morire i buoni propositi? Nel packaging. Biophilia è l’unico modo possibile, preso atto di un fallimento di Volta che è solo –probabilmente- nella mia testa, di andare avanti. Per intanto non è un disco: è un workshop collettivo realizzato attorno a Bjork e che prevede, un po’ alla In Rainbows (per dire di un titolo), diversi livelli d’ingresso al mondo dell’artista. C’è un disco. Ci sono applicazioni per iPad che esplorano le tracce sotto ogni aspetto sviscerabile. Ci sono video di Gondry e remix in arrivo. Ci sono testi. Ci sono confezioni. Ci sono ideologie. Ci sono concerti-performance in arrivo. Ci sono interi pacchetti stagni che definiscono una specie di uomo nuovo del pop e un fan terminale bjorkiano autocertificato a botte di cinquecento sterline. Il tutto serve in parte a mettere in piedi una diversa dimensione della musica digitale e in parte a mettere in piedi una diversa dimensione digitale della musica, apre le porte a un discorso più globale di complessità/interattività che al giorno d’oggi pochissimi possono avere le palle di tenere in piedi come Bjork sembra invece del tutto capace, e apre possibilità per l’artista islandese che da Medulla in poi sembravano essersi esauriti. Il tutto al prezzo evidente di un disco che preso per conto suo non ha picchi né pecche, cammina perennemente in bilico tra sobrietà e maniera in modo tutto sommato molto simile a Volta e non sembra poter bastare in alcun modo, da solo, a riempire il mondo che Bjork ha voluto creare per contenerlo. Pensare che una volta la musica, dico in generale, aveva una sua potenza.
Streaming su NPR.

Radio Dio presenta RADIOAZIONI PARTE #2

Francesco Farabegoli | 13/9/2011

radioazioni

In questa puntata RadioDio prosegue la sua esplorazione nel mondo della radioattività (già esplorato in radioazioni parte 1), questa volta andando ad esplorare in prima persona un vero e proprio mondo post-atomico!

Per l’occasione Dj Pikkio e la redazione di RadioDio sono andati a scovare il famoso fisico scomparso Ettore Majorana, mentre viaggiava attraverso mondi paralleli con la sua macchina del mysteryo. Ed è proprio grazie alla sua macchina del mysteryo che Dj Pikkio ha potuto esplorare una terra parallela affetta dai disagi post-atomici.

Vi avvertiamo che per momentanei problemi di memoria di Dj Pikkio, causati da un viaggio interplanare troppo brusco, sarà proprio Ettore Majorana a condurre l’intera puntata di RadioAzioni Parte 2, descrivendo la terra post-atomica che lui e Dj Pikkio hanno esplorato e documentato per voi!! Tra inverni nucleari, west radioattivo, tribù di mutanti e misteriosi avvenimenti con RadioAzioni Parte 2 ascolterete le musiche e le frequenze più moleste e inusuali!

Radiation Sickness!!!

01. Aphex Twin – Radiator
02. Tussle – Cloud Melodie 2
03. Wolf Eyes – Dead Hills
04. Nuclear Assault – Radiation Sickness
05. Matmos – The west
06. Raccoo-oo-oon – Delta Wastes
07. Excpter – The Sunbomber
08. Ettore Majorana – Sbrocching
09. Gary War – What You Are
10. James Ferraro – Zit tv goes to hell
11. Eric Copeland – Wao Taor Combo
12. Haswell & Hecker – Alpha
13. Shackleton – Undead Man
14. Chrome – Magnetic Dwarf Reptile
15. Royal Trux – Driving In That Car
16. DJ P江戸 – 腹切365日の巻

Clicca qui per scaricare la puntata

Mamma, mi hanno candidato ai Macchianera.

COVER

Vitaminic è candidata ai Macchianera Blog Awards 2011, categoria miglior sito/blog musicale. I Macchianera sono l’unico riconoscimento universalmente (sic) riconosciuto nella blogosfera italiana, anche perché per certi versi sono l’unico. In occasione dei Macchianera si aprono campagne in stile “votateci, grazie” che investono sia la fase preliminare che quelle finali, e in genere quando si perde ci si lamenta dei poteri forti, delle mafiette all’italiana e del cattivo gusto dei votanti (il che, in uno sport come quello dello scrivere gratis, è del tutto legittimo e per certi versi bellissimo). Da parte nostra vi ringraziamo UN SACCO per averci fatti arrivare in top ten, e –fermo restando che i grazie non costano molto- vi ringrazieremo un’altra volta se vorrete votarci in questa fase. Potete votare qui o seguendo l’agile link che mettiamo appena sotto.

Nota di quello che firma: se volete motivazioni concrete per votarci, non ne ho a portata di mano. Avrete il mio/nostro rispetto incondizionato nel caso in cui votiate gente a cui siamo comunque legati da amicizie storiche come Polaroid, Stereogram e Inkiostro -il quale è vero, non parla più di musica, ma finchè non verrà candidato come miglior blog in generale (se lo strameriterebbe) non voglio pormi la questione- ma anche un paio degli altri blog candidati non sono male. E comunque a LORO siamo convinti che li sconfiggeremo politicamente, come il PDS a Berlusconi nel ‘94. Se volete un motivo per votare NOI, invece, fatelo perché ci volete bene e per tutti gli altri blog che teniamo e non sono stati candidati. Vado con un piccolo elenco celebrativo.
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The Rapture: In the Grace of your Love (DFA)

Francesco Farabegoli | 31/8/2011

trigylNon saremo ritenuti responsabili dello snobismo riservato all’ultimo disco dei Rapture più di quanto lo siamo stati dell’elettricità che sentivamo nell’aria alla vigilia dell’uscita del loro primo disco lungo. È una questione di corsi e ricorsi che riguarda solo in parte la musica, ma alla fine dei tempi –quando avremo versato l’ultima goccia di sangue dell’ultimo clone dei PIL del cazzo lasciandoli al palo prima di partire- sarà probabilmente necessario tirare delle righe e fare un bilancio. Con un briciolo di prospettiva storica, mentre tutto è stanco e scarico e annoiato e privo di stimoli anche per l’ultimo degli hipster (una testimonianza di questa cosa potrebbe essere, tanto per dire, un disco dei Chili Peppers a cassa dritta), possiamo comunque tirare il fiato ed ammettere che quantomeno la colpa di quel che è venuto dopo è solo in parte -o per niente- della band o di DFA. E che i Rapture, con tutto quel che gli può esser piovuto sopra, hanno continuato a mantenere la fierezza del loro alto profilo punk-funk al di là di ogni corrente musicale, continuando a scavare all’interno del loro stesso suono e sviluppandolo in maniera organica ed eccitante, ancorchè senza colpi di testa, facendolo diventare una più che plausibile declinazione moderna funk-soul. In The Grace of your Love, e forse è la foto miliusiana in copertina a metterci strane idee in testa, suona come le ultime scene di Un mercoledì da leoni: ritrovarsi in una pista da ballo semideserta con la musica a palla e sorrisi e lacrime che sgorgano più o meno in egual misura, mentre il mondo intorno si sgretola come dentro Inception. Quando Luke Jenner urla don’t ever look back nell’iniziale Sail Away, sembra una voce dentro al nostro cervello. Massimo rispetto.

Il disco è in streaming sul sito del Guardian.

Wild Flag – S/T (Merge)

Francesco Farabegoli | 30/8/2011

wfWild Flag è il nome di un nuovo gruppo che consta di quattro musiciste donne tra cui due ex Sleater Kinney (Janet Weiss e Carrie Brownstein) e che ha fatto parlare un briciolo di sè dopo qualche performance sparsa in giro per il suolo americano, tra cui qualche apparizione al SXSW di cui qualcuno ai tempi diceva piuttosto bene. La musica del gruppo, alla prova del primo album (su Merge, nientemeno), si rivela un pastone di suoni carini e a basso volume, quasi sempre indeciso se voler essere una reincarnazione del gruppo di Olympia (senza botta) o piuttosto l’ennesima declinazione vintage-pop un po’ velvettiana un po’ nuggets (senza pezzi). La cosa peggiore è che non sembra il parto di due/quattro musiciste che pensano a un modo decoroso di esprimere la loro maturità, e non è semplicemente una questione di inconcludenza o di bruttezza del disco in sè (tra l’altro, nel campionato dell’indiepop a brevissima scadenza in cui sembra voler giocare, è comunque un lavoro sopra la media). La tristezza monta più che altro dal realizzare quanto la musica di Wild Flag suoni artificiosa, senza spunti, triste e poco spontanea. Che è probabilmente la peggior cosa si possa dire di un gruppo che prende le mosse da quella sigla gloriosa e che ci ha donato un capolavoro di rock’n'roll viscerale non più di un lustro fa. O forse Wild Flag è un modo come un altro per farci capire senza possibilità di appello chi nelle Sleater-Kinney fosse il vero genio. E quello che lo seppellisce definitivamente è un impietoso, per quanto inevitabile, confronto con la bruciante sincerità dell’esordio solista di Corin Tucker, uscito nemmeno un anno fa.

Il disco è in streaming su NPR, non so ancora per quanto.

Consegniamola al reggae.

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Tanya Stephens non so nemmeno se sia ancora viva, probabilmente sì, comunque è famosa per una canzone sola: It’s a pity, un pezzo che dice Peccato, è un vero peccato che tu abbia una moglie e io abbia un uomo, perché altrimenti ragazzo mio ti metterei la lingua in bocca contro a un muro e mi sveglierei con te domattina e ti farei un milione di figli, ma è un peccato, tu hai già una moglie, c’è già un uomo nella mia vita, niente da fare, ciao, stammi lontano ragazzo mio, stasera ho bevuto.

It’s a pity è un pezzo reggae costruito su un riddim molto famoso. Riddim è il modo in cui i giamaicani dicono la parola rhythm, cioè ritmo: il riddim è la base di una canzone, cioè il basso la batteria e tutto il resto, senza voce. Una pratica molto comune in quella declinazione del reggae che si chiama dancehall consiste nel prendere un riddim, cioè una base, un ritmo, e farci cantare sopra dieci cantanti diversi (”Tanto il reggae è tutto uguale”). Non si tratta tecnicamente di cover: le linee melodiche sono sempre diverse, anche se la base è uguale: due versioni diverse di uno stesso riddim sono due canzoni diverse: un po’ come il blues, che sono sempre quei tre accordi lì, ma se dici che due blues sono uguali vuol dire che non hai capito niente del blues.

Amy Winehouse è morta, è un peccato, aveva 27 anni e aveva fatto un disco perfetto e si drogava molto, ma tutte queste cose le sappiamo già. Sappiamo anche che il disco su cui stava lavorando, quando riusciva a lavorarci, era un disco reggae: nei mesi scorsi si parlava di sue collaborazioni con Damian Marley, dell’etichetta che le rifiutava i pezzi perché c’erano troppe chitarre in levare e poco struggimento soul, la gente vuole lo struggimento soul, l’amore è un gioco in cui si perde sempre, altro che i riddim. Amy Winehouse, l’icona dell’autodistruzione malinconica, presa bene col reggae. Ma pensa te.

Volevo dire una cosa su Amy Winehouse e questa cosa è: consegniamola al reggae, alla dancehall, ai riddim, alla Jamaica. Era una voce ultraterrena imprigionata in un corpo sbrindellato? Ecco, ora la voce ha lasciato il corpo ed è libera di galleggiare nel riverbero dei mixer di tutti i produttori dell’isola: prendete le sue tracce vocali inedite, i provini, i demo e tutti i fondi di cassetto che inizieranno a circolare da oggi in poi, prendeteli e metteteci sotto un riddim a caso, tanto il reggae è tutto uguale e pure i cantanti morti drogati sono tutti uguali, fateci riascoltare questa voce finalmente disincarnata, il corpo di Amy Winehouse non esiste più, va bene, i risultati dell’autopsia e i fan che le lasciano le sigarette sulla porta di casa, davvero, i morti sono tutti uguali, ma una voce così non la sentiremo più e a quella voce ultimamente piaceva cantare la musica reggae, fatele cantare il reggae, per favore, presto, grazie.

(le parole sono di simone, il disegno è di francesco. nessuno dei due sa dire se è meglio dire consegnamola o consegniamola)

Radio Dio presents RADIOAZIONI

Francesco Farabegoli | 13/6/2011

radiodio

In questa puntata RadioDio chiama a raccolta i suoi ascoltatori per invitarli a partecipare a delle RadioAzioni contro la Radioattività maligna imposta da governi corrotti e corporazioni senza scrupoli. La Radiazione è nemica quando subita passivamente dalle tv in casa o dalle antenne dei nostri nemici finti seguaci di dio, diventa amica quando diventa una RadioAzione, un’azione consapevole fatta attraverso le onde radio che si espandono nell’aere. Un tripudio di suoni radioattivi e di attivismo radio che vi svelerà tutto ciò che avevate sotto agli occhi ma che il Grigium vi ha sempre nascosto.

Spegnete le vostre tv, accendete le RadioAzioni per un Phuturo Verdeo!!

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Scaletta:

  1. Mad Professor vs Massive Attack – Radiations Ruling The Nations
  2. Kode 9 & Spaceape – Hole In The Sky
  3. Kode 9 & Spaceape – Otherman
  4. Pere Ubu – Chinese Radiation
  5. Kraftwerk – Radioactivity
  6. Dopplereffekt – Die Radiometre
  7. Pan Sonic – Radiokemia
  8. Boxcutter – Cold War
  9. Oneothrix Point Never – Zones Without People
  10. Charles Mingus – Oh Lord Don’t Let Them Drop That Atomic Bomb On Me
  11. Yo La Tengo vs Mike Ladd – Nuclear War
  12. Municipal Waste – Radioactive Force
  13. Guilty Connector – Nishi-Ogi Punk Waste
  14. Basic Channel – Radiance I

Scarica il podcast di RADIOAZIONI

Slayer – Disciple

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