Akron/Family: II, The Cosmic Birth and Journey of Shinju TNT (Dead Oceans)

Federico Pucci | 8/2/2011

akronfamilyshinjuThe Cosmic Birth and Journey of Shinju TNT inizia con un dialogo fra orsi: un orso sciocco chiese a un altro orso sciocco “dove hai preso quel miele così dolce?”. Se aspetti di sentire tutto il disco fino alla fine, la risposta alla domanda viene semplice: in fondo al mare.

Si parla di subduzione quando una placca oceanica più densa sprofonda sotto una placca continentale più leggera dando vita a tutta una catena di vulcani: è quel che succede in Giappone da qualche milione di anni. La più settentrionale delle isole giapponesi si chiama Hokkaido, un posto rimasto fermo al 1600, dicono. Lì ai piedi del vulcano Meakan c’è una capanna. Dentro la capanna, tre barbe; in mezzo al salotto col camino acceso un basso, una chitarra, uno xilofono e una batteria, da condividere e suonare a turno; appoggiato per terra uno stereo manda un’eco di cassette noise nipponiche.

“Non chiamateci freak-folk, non paragonateci a Devendra, non fate il giochino di Gira, siamo gli Akron/Family e basta: pensate un po’ che io Dylan lo considero un punk”. Ascolta Dana Jannsen, Orazio: ci sono molte più cose nel fondo dell’oceano Pacifico che nel tuo iPod. Trova il giardino del polpo e scopri un ribollire di Flaming Lips (A AAA O A WAY) e Motorpsycho (Canopy) e TV on the Radio (Island) e Black Mountain (So It Goes) e Vampire Weekend (Silly Bears) e le chitarre acustiche devastate da un branco di dinosauri usciti di soppiatto dal booklet. Poi, torna a galla, asciugati per bene e cerca di capire cosa significhi quel lungo titolo: lo Shinju sarebbe il doppio suicidio degli innamorati nel teatro giapponese, ma è anche il nome di una perla. A chi vuoi dare ragione, Orazio? A nessuno darai ascolto: il postmoderno è una placca pesante che sprofonda nel magma tutto quanto il fondo del mare coi suoi fossili di dinosauro, mentre Burt Bacharach arrangia un pezzo country (Cast a Net), finché una notte la cima del Meakan inizierà un bollire di pentola d’acqua (Fuji II) e spruzzerà di rosso (Light Emerges), e noi con le nostre barbe staremo a guardare, mentre eseguiamo perfette armonizzazioni vocali di parole inventate. Questa è la psichedelia degli anni dieci: il vero sballo è dire “oh, che sballo” e ascoltare in santa pace un disco che fa stare bene.

Ascolta tutto l’album in streaming su 3voor12.
Guarda il video di So It Goes.

Godspeed You! Black Emperor @ Live Club, Trezzo sull’Adda (27/01/2011)

Federico Pucci | 31/1/2011

(c) Stefano Lorefice - http://stefanolorefice.wordpress.com
Foto: Stefano Lorefice

In ritardo, al solito. Sì, abbiamo perso Hope Drone, ma non abbiamo perso la speranza. “Tutt’al più avranno suonato due riff, in questi dieci minuti”, la butto sul ridere. Ma siamo tutti tremendamente seri, presi benissimo dalle macchine del tempo che ci riportano indietro di dieci anni. “VI riportano”, aggiungo, che io i Godspeed You! Black Emperor li ho conosciuti solo in cassetta, ai tempi: l’amico di un amico aveva letto un mio articolo sul giornaletto scolastico – beata gioventù – e mi consigliava di ascoltare un disco intitolato strano, F#A#∞. A me le definizioni vaghe e aperte son sempre piaciute, e quella serie di lettere e simboli matematici, poi. L’ho consumata, quella cassetta, e ho consumato pantaloni, scarpe, strade per arrivare qui a Trezzo, dieci anni dopo, in ritardo di dieci minuti.

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Ducktails: III, Arcade Dynamics (Woodsist)

Federico Pucci | 24/1/2011

ducktails-iii-arcade-dynamicsLa pagina web di Ducktails si apre con (CAP-SIZE) “Finalmente me ne sono andato da casa dei miei”. Subito dopo Matthew Mondanile ci comunica il suo nuovo indirizzo: sono andato a controllarlo su Google Maps. Si tratta di un anonimo prefabbricato beige. Di sotto, la tenda di un drugstore polacco, Krajan, The Best Of Poland, tel. 718 3894289 – non si sa mai. Di sopra, sei finestre bordate di alluminio – pessimo isolamento termico. Davanti, una casa di un colore più vivace ha i bovindi, mica queste imposte scadenti. Tutt’intorno, Little Poland, Brooklyn. Qui vive Ducktails.

Dietro un nome da cartone animato si cela il chitarrista dei Real Estate e la sua musica sembra fatta per il surf gelido da veri ragazzi-uomini della costa est. Nella tazza di caffè l’acqua scotta, nell’Atlantico puoi congelarti in due minuti, che è poi la durata media dei brani di Arcade Dynamics. “Arcade” è il portico delle villette medie americane, non il genere di videogiochi, anche perché, oltre ogni similitudine, questo lavoro abbandona quasi totalmente l’elettronica smanettona di Landscapes (2009): il basso sintetizzato non rompe troppo i maroni, la drum machine è piazzata nella stanza di fianco, qui dentro ci sono solo io, dice Matt. Eppure nella stanza di fianco, l’altra, stanno provando i suoi amici e quel suono cinquantenne di  Fender Mustang sciupata se lo porta dietro da quindici anni, nella capanna degli attrezzi di babbo e mamma. Una casupola non è il garage, ma da lì sono uscite cassettine di attitudine noise e spirito romantico, piccole perle passate di mano in mano a Ridgewood, NJ, che è poi la città di Mondanile, dei Titus Andronicus e di Julian Lynch*, per dire. Seattle è lontana 3000 chilometri – quasi due giorni di guida ininterrotta, Kerouac – ma qui non si cerca una scena di persone, semmai uno scenario di strade. Puoi passeggiare con i motori di ricerca lungo i filari di aceri di Hamilton Road e sbirciare i portici – il disco intanto è già partito. Vedrai un ragazzino con GameBoy e chitarra, con la lingua di fuori a imitare i glissé dei suoi musicisti preferiti, il suono di una dodici corde, la vocina di Neil Young, nella testa un tamburello e un quattro-quarti. Il singolo uscito in anteprima, Killin’ The Vibe, in edizione speciale si fregia dei coretti di Panda Bear, e anche la drum machine singhiozza pandesca al punto giusto. “Non rovinare l’atmosfera, siediti lì e prova a sorridere”, dice, e mi ricorda tanto i rimproveri dei genitori, ma ora Matt è adulto e può registrare il suo disco più pop: l’audio è lontano e filtrato senza esagerare, le canzoni hanno una struttura, benché essenziale e bipartita, in un paio di casi si può quasi parlare di breve compendio della ballata americana (Sunset Liner, Don’t Make Plans), Daniel Johnston veglia dall’alto delle sue psicosi.

Una volta Matthew Mondanile ha svelato il suo processo creativo: si siede nel capanno, strimpella macchine e chitarra, registra, poi prende l’auto e fa un giro dell’isolato con la cassettina della demo, quindi torna al capanno e la canzone è finita. C’è da chiedersi cosa sarà di Ducktails nella periferia di New York, se si sarà portato dietro l’auto o prenderà i mezzi, se saprà cantare della città come del suburbio. Altrimenti, poteva anche restare a casa coi suoi.

Vai sul myspace di Ducktails
Ascolta Killin’ The Vibe (feat. Panda Bear) su Gorilla vs. Bear

*a giugno Ducktails e Julian Lynch saranno in tour in Europa: cercano date, per dire.

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