Crash of Rhinos w/ Verme (Cox18, Milano)

Federico Pucci | 24/11/2011

“Coming back home to find the door open” è un verso di Gold On Red, l’unico che mi riesca di tenere a mente di tutto Distal: a me sembra voglia dire che, se ti serve, puoi darti ragione fortissimo; puoi guardarti da fuori, se ti va, e apprezzare il tuo tempismo; puoi considerarti meraviglioso, come ti pare. Quello che non puoi fare è cambiarti. E allora chi sono questi immutabili felici fatalisti che ho davanti? Sono sardine o altri pesci inscatolati. Filetti di sgombro, perché puzzano in modo interessante. Hanno il cuore che gli esce dalle ascelle, non stanno fermi un momento, urlano. Sono una generazione in ritardo, un movimento sparso, qualcosa, fosse anche solo una riunione di condominio.

Il biennio che sta finendo ci ha stesi con un ritorno che ha avuto l’esito scontato di rianimare, defibrillare pericardi stanchi di giovani invecchiati troppo presto. Rivivere preadolescenze nel revival adolescente di un genere per niente antico. Io non riesco a tirarmi completamente fuori da tutto ciò, ci provo, mi devono estirpare chirurgicamente la prima persona plurale. Allora sto in disparte, che mi fa male la schiena, ma comunque so di far parte del sesto stato che marcia sul posto. E il posto è sempre piccolo, una Conchetta di locale che sembra cucito addosso al pubblico con un atto di sartoria estrema, o un qualsiasi salotto più o meno domestico.
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Dub Trio: IV (ROIR)

Federico Pucci | 17/11/2011

dub trioI Dub Trio sono il simbolo evidente e comunque non definitivo di tutto ciò che è uncool. Se esistesse un’enciclopedia della cultura popolare, alla voce “sfiga” non ci sarebbe la fotografia di tre skater newyorchesi che sembrano venuti da Usmate (MB), bruttini e malvestiti. Probabilmente si troverebbe un qualche reperto di feste a tema “nerd” alle quali vi rifiutate di credere di aver partecipato, e questo è significativo, ma è anche un’altra storia. I Dub Trio non starebbero neppure nella pagina dei “secchioni”, perché sono dopotutto dei bravi ragazzi che maneggiano musica da ballare. Forse la voce “sgobboni” è quella che più si addice loro: turnisti di mezzo R&B prodotto negli ultimi dieci anni, band di supporto di Matisyahu, i Dub Trio si nascondono nelle pieghe di un colletto blu dell’industria musicale, timbrano il cartellino e scendono al pub più vicino per chiudere la giornata. Gente qualunque si ritrova intorno a un mixer e dopo diversi tentativi crea un album che dovrebbe trovarsi nelle valigie di tutti i dj, Another Sound is Dying. Quattro anni fa, prima dei subprime, New York ci aveva fatto dono di un altro esperimento benriuscito nel campo della creatività: un disco potente e ballabile, più metal che dancehall sicuramente, ma soprattutto scandaloso come un pezzo degli Zu inserito nel vostro djset immaginario. Senza uscirsene con l’idea più geniale, ma faticando dietro la coagulazione di gusti differenti, il trio aveva colto un momento fragile, un sound effimero per l’appunto, trasformando il coacervo di generi in un delizioso cocktail. Forte, ma non esagerato, strumentale per andare dritto al punto (la danza), con l’aspetto giusto e il miglior endorsment possibile (Ipecac/Mike Patton).

Ma  il momento passa, le storie finiscono e la decadenza ci aspetta ansiosa: così IV è un disco, di nuovo, frastagliato, molto più pesante dei precedenti, sì, ma anche molto più dub. Una gran noia. Qualche volta capita di ancheggiare, ma soprattutto, qualche volta ci si ritrova, come davanti a John Zorn o a certi Einstürzende Neubauten, a chiedersi il senso dei tre minuti di rumori di pendola che hanno per titolo una frazione (1:1.618, che è poi la sezione aurea). Di armonioso rapporto fra le parti non c’è traccia: gli overdub sono appoggiati senza grazia sopra un tappetino stoner, accostando i due stili più drogati della musica americana “recente”, e  nessuno vorrebbe mai un pezzo come Noise nel proprio djset, a meno che non viva in una qualche parodia di club estremo da film lynchiano. L’armonia è andata con la crisi – a un certo punto pare addirittura di sentire del surf inserito dentro un pezzo dei Melvins – l’interesse è svanito, noi tutti torneremo a entusiasmarci per i soliti prevedibili vincenti, i nostri djset non si accorgeranno di niente, l’enciclopedia della cultura popolare potrà continuare a essere redatta indisturbata. E, soprattutto, nessuno si accorgerà di aver perso una grande occasione.

Intervista ai Male Bonding

Federico Pucci | 14/11/2011

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Quest’anno sono usciti con Endless Now, l’anno scorso con Nothing Hurts, forse, l’anno prima andavano ancora al liceo. I Male Bonding tornano in Italia la settimana prossima per cinque concerti e così, visto che dall’ultima pubblicazione ero rimasto un po’ perplesso, come fanno le brave persone, chiedo a John Arthur Webb, chitarrista e cantante del gruppo, di rispiegarmi qualcosa.

Quasi tutti gli artisti sostengono che il proprio ultimo album sia migliore dei precedenti. Voi avete registrato due dischi di successo in meno di due anni: c’è qualcosa che avreste voluto fare diversamente, di cui non siete completamente soddisfatti? Vorreste cambiare qualcosa nel vostro prossimo disco?
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Björk: Biophilia iPad app

Federico Pucci | 26/10/2011

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C’è questa cosa nella storia della musica per cui se cogli il momento giusto, se azzecchi qualcosa all’inizio, se pubblichi un secondo album (forse) migliore del primo, se ti aggiorni e resti al passo, ti presti ad altri media con intelligenza e senza moderazione, diventi un personaggio, “sei” un personaggio, allora in quel momento, anzi, in quei momenti stai costruendo un mito. Mitopoiesi, la chiamiamo noi talponi, creazione di un racconto che può camminare con le proprie gambe. Quando raggiungi quello status, il potere magico di Re Mida ti viene servito in un piatto di legno – perché tu possa subito mutarlo in oro zecchino. Il passo successivo è la Cristopoiesi: potrà Björk salvare la musica? Che domanda, forse no, l’apocalissi non è mai dietro l’angolo, e noi che ci divertiamo a guardare da lontano, sappiamo che non esiste morte senza palingenesi – lo dice anche Steve Albini (e chi siamo noi per contraddirlo). Certo, a Björk non puoi chiedere di tornare coi piedi per terra, non ti sentirebbe comunque dalla torre volante che ha per casa (li immagino così, sospesi, quelli che abitano “fra New York e l’Europa”). Una soluzione, per chi ha le dimensioni, i soldi e l’ego di un istituto bancario multinazionale, sarà piuttosto continuare ad essere sé stessi nel più puro dei modi: guardandosi intorno, aggiornandosi, prestandosi ad altri media, con intelligenza, senza moderazione e investendo dove ancora gira qualche soldo.

Così qualche mese fa abbiamo sentito dire che il prossimo album di Björk sarebbe stato “pubblicato su iPad”, qualunque cosa volesse significare. Alcuni di noi avevano aspettato al varco Damon Albarn con il suo disco composto e suonato su iPad, altri lo avevano giustamente ignorato, altri vivono tranquillamente senza sapere nemmeno cosa sia un iPad. Il punto è che Steve Jobs (namasté, buddy) lo avrà anche inventato, ma qualcuno là fuori doveva ancora trovargli un senso che non fosse quello di costosa consolle per parlamentari e agenti di borsa profumati di muschio in metropolitana. Björk, come sempre, ha scelto il momento giusto per fare qualcos’altro, per ottenere il profitto sonante e filosofico del caso. Il tema scelto, la relazione fra microcosmo e macrocosmo, non è fra i più originali, eppure funziona senza intoppo a rappresentare lo stato della civiltà occidentale dell’era di internet e, anzi, è l’archetipo di cultura popolare che meglio si addice al mito di Björk come artista piccola e gigante.
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Primus: Green Naugahyde (Prawn Song)

Federico Pucci | 28/9/2011

primus-Green-Naugahyde-2011Non la prima, non la seconda e neppure la terza: Lee Van Cleef – dicono – è stata la quarta scelta di Sergio Leone per la parte del colonnello Mortimer. Diecimila dollari e un biglietto per l’Italia. Lee Van Cleef, attore minore degli ultimi western dell’epoca d’oro e pittore dilettante, disse che andava bene, ‘avoglia se va bene, ho le bollette da pagare, però per piacere lasciatemi finire un dipinto. E poi? Che fine ha fatto Lee Van Cleef?

Citare Lee Van Cleef è esattamente come citare Mario Brega. Supercafoni, eccoli qua, cappelloni da cowboy in testa, bassi elettrici colorati e un immaginario anni novanta quasi imbattibile. Ma qui non si tratta soltanto di citare attori morti, automobili d’epoca, divani vecchi in finta pelle, pedalò pseudo-vittoriani, modernariato spicciolo, pescatori di salmoni californiani, nostalgie che si animano e fanno un bell’inchino. Lee Van Cleef è la maledetta metafora dei Primus. Che fine hanno fatto i Primus in questi dodici anni? Un EP nel 2003, Animals Should Not Act Like People, titolo ironico beffardo e musica diversa dal solito, meno agitata del solito, nient’affatto nostalgica: un disco che, un po’ a fatica, guardava avanti. E poi? Qualche linea di basso negli ultimi dischi di Tom Waits, tanti concerti, tutti a farsi gli affari propri: per piacere, lasciatemi finire il mio dipinto e poi ne riparliamo.
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Il numero di Playboy con Stephanie Seymour (Bastonate/Barabba Edizioni)

Il numero di Playboy con Stephanie Seymour uscì nell’autunno del 1988 e si è impossessato del nostro immaginario -ma soprattutto della nostra pubertà disagiata- per molti anni successivi. Quello che conta e che non sapevamo è che di lì a poco avremmo smesso di usurare quelle pagine perché qualcosa di ancora più grosso e meno stropicciato ci avrebbe tumulato -di nuovo ma non più in silenzio per sentire se arrivava qualcuno- nelle nostre camere: nello stesso anno i Nirvana nascevano con una formazione stabile. Il 24 settembre di vent’anni fa la Geffen faceva uscire il loro secondo album di studio. “Da lì in poi i Nirvana diventeranno un fenomeno di costume, un’ideologia e un luogo comune della cultura pop degli anni Novanta”. Bastonate, il nostro blog-di-musica-pesa preferito, e Barabba Edizioni pubblicano in ebook -disponibile in formato EPUB e PDF, con la copertina di Giudit- un libro su come eravamo belli e sfigati a quei tempi, un (possibile) tributo a Nevermind fatto di ricordi, storie sparse, “la prima volta che”, i negozi di dischi, il bus che ci portava a scuola, la vacanza studio a Londra, In Utero, le fanzine punk, le riviste metal e il numero di Playboy con Stephanie Seymour, appunto. Quello che segue è il nostro “centone”, un remix dei ricordi de Il numero di Playboy con Stephanie Seymour. Una storia che potrebbe essere quella di tanti altri, e di altri ancora. Dentro ci siamo anche noi. Un po’ più vecchi, emozionati come quel giorno e ancora maledettamente belli.
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The Nightwatchman: World Wide Rebel Songs (New West Records)

Federico Pucci | 7/9/2011

nightwatchman_world_wide_rebel_songsLa tristezza del pre-pensionamento: un uomo al passo, moderno, fortissimo, che si incarna nel proverbiale vaso di coccio infilandosi fra Woody GuthrieBilly BraggBob Dylan, e non per la prima volta: World Wide Rebel Songs, col suo titolo di basso profilo, esce dopo altre due raccolte di canzoni per le generazioni del dopo-Seattle, generazioni che forse non stanno più ascoltando Tom Morello da allora. Da circa un decennio il pirotecnico e assurdo chitarrista di una delle band più importanti degli ultimi quindici anni ha un progetto-nostalgia fatto di giri di Do e socialismo internazionalista: l’ha chiamato The Nightwatchman e lo stesso Morello lo descrive come il Robin Hood del ventunesimo secolo. E già non ci siamo.

Il singolo con cui una settimana fa è uscito World Wide Rebel Songs si intitola Black Spartacus Heart Attack Machine, qualunque cosa significhi: al di là dell’afflato, delle buone intenzioni, non c’è nulla da salvare – a parte la reputazione di Tom Morello. Il mondo sembra quasi sollevato dai suoi citati problemi di ingiustizia, quando esiste un capro espiatorio grasso e lento da sacrificare come questo disco. E forse c’è da chiedersi se non sia proprio questo l’intento originale e nascosto. Non che le canzoni, per quanto richieda una forma semplice come la protest-song, siano suonate male, anzi la chitarra continua a fare il suo degno lavoro, per quanto priva dell’armatura di effetti pazzi: il punto è che un brano dopo l’altro ci si sente totalmente fuori dal tempo. Non come in un bel romanzo, non come in un documentario Rai-Luce, più tipo manicomio con il matto che si crede l’Ammiraglio Nelson.

Due giorni fa ho visto su Youtube una specie di party per la presentazione del disco, con Morello che, chitarra in braccio e armonica alle labbra, presentava le nuove canzoni: non posso spiegare la desolazione che ho provato nel vederlo circondato da una massa di estranei, evidentemente reduci dell’ondata Rage, che si guardano complici, si danno di gomito, e fingono di cantare il ritornello di una title-track mai sentita. La solitudine del primo della classe, il secchione di Scienze Politiche che dà di matto e comincia a imitare l’accento irlandese dove un tempo c’erano proiettili dritti in testa che ora schizzano qua e là (Stray Bullets); che si mette una camicia a quadri e una spiga in bocca probabilmente col solo scopo di insultare tutto ciò che sia dixie, sudista, repubblicano e di cattivo gusto, riuscendoci (Speak and Make Lightning); che imita Jim Morrison, che è tutto dire (Facing Mount Kenya). Prima dell’estate era stato pubblicato Union Town, una raccolta di canzoni popolari e inni dei sindacati americani (sì, esistono) e l’arco folkabbestia-discendente di quello che un tempo era il miglior chitarrista del mondo pareva potersi arrestare così, nel placido laghetto della rievocazione tout-court, nella citazione, nella cover. Evidentemente non bastava. Si doveva “per forza” chiamare Ben Harper per incidere un brano benharperiano dal titolo Wertmülleriano (Save the Hammer for the Man). Era necessaria un’inguardabile copertina.

Il buongusto spacciato per stile o idee sarà anche l’oppio dei popoli di questo mondo fighetto, ma esiste un limite, c’è una misura in tutte le cose: si può credere in un progetto così, ma senza dimenticarsi mai cosa siamo stati prima e cosa saremo domattina. Never go full retard, diceva quello.

Guarda il video di Black Spartacus Heart Attack Machine sul sito di Rolling Stone, se proprio non hai di meglio da fare.

Male Bonding: Endless Now (Sub Pop)

Federico Pucci | 30/8/2011

MaleBondingEndlessNowIl disordine è uno stato mentale, come ci dicono da vent’anni le nostre mamme. In realtà l’entropia come atteggiamento socialmente accettato ha portato alcuni di noi a desiderare con la stessa carica nevrotica un ordine minuzioso: nella nostra musica, nel nostro materiale da cancelleria, chiunque ha un antro segreto della sua tana disposofobica nel quale tutto è preciso al limite della mania.

Poi ci sono i finti disordini da servizio fotografico e allora ti ritrovi invitato in un appartamento in cui ogni cosa si trova esattamente nel posto in cui non dovrebbe stare, come in un set architettato dalla mente di un Cronenberg alle prime armi. I Male Bonding suonano proprio così, come un appartamento perfettamente disordinato. Cosa gli vuoi dire? Mi hanno insegnato che fare osservazioni da “Cortesie per gli ospiti” è molto scortese. Eppure ti ritrovi a disagio: tutto quanto sembra ineluttabilmente qualcos’altro, un ritornello dei Dinosaur Jr., un interludio dei My Bloody Valentine, appoggiati sul tavolo da caffè accanto a una pila di John Peel sessions. Guardi fuori dalla finestra e ti ritrovi a Dalston, il “nuovo” quartiere hipster di Londra, ma i padroni di casa chiacchierano di vecchi dischi con accento West Coast. E la conversazione sarebbe pure interessante, per carità, se non fossi attanagliato dalla sensazione di esser preso per il culo. Ti ricordi che Nothing Hurts ti aveva fatto male alle orecchie per l’attitudine britannico-punk di épater le orecchie borghesi e non ti eri fatto troppe domande. Ora invece senti questi pezzi così leggeri nel passare da strofe shoegaze a ritornelli new wave e ti chiedi che fine abbia fatto il rock’n’roll in questo infinito ping-pong anglosassone sopra l’oceano Atlantico. A Woodstock, ecco dove. Ma non sui prati fricchettoni, no, in quella chiesa dove era stato già registrato Where You Been, proprio nel decennio in cui anche Endless Now sarebbe dovuto uscire.

In Before It’s Gone un verso dice “mi sento molto più vecchio del solito”: tre ventenni londinesi sono invecchiati molto in fretta, lo dichiarano senza vergogna, e ti svegli come uno di loro. L’appartamento finto-disordinato potrebbe essere casa tua, una casa di riposo per musicisti e neo-nostalgici. E cosa vuoi dire a te stesso, quando ti scopri a fischiettare un quarto di un album che ti piacerebbe rigettare ideologicamente? Niente, è scortese parlare male di sé stessi, a sé stessi. È legittimo, invece, essere abbastanza consapevoli della propria dissociazione da registrare un pezzo come Bones, così sereno di riprendere qualunque cosa sia uscita dagli Stati Uniti negli anni novanta, da voler prolungare la magia per sei minuti e venticinque di saltelli sempre uguali da farsi venire l’acido lattico agli stinchi, ma non il latte alle ginocchia. Fare le pose con l’onestà intellettuale di un Gene Simmons metrosessuale, o di un Manowar in jeans e scarpe da ginnastica, come se non si potesse andare da nessun’altra parte se non al punto di partenza, è una di quelle situazioni senza uscita che ti farebbero beatificare l’ignoranza, se solo fosse possibile recuperarla. Poi arrivano neanche-due-minuti di chitarra acustica che non c’entrano niente (The Saddle), poi un paio di canzoni idealmente scartate dal disco precedente (Channeling Your Fears, Dig You Out), e l’illusione si spezza un po’ in anticipo: sei di nuovo in Brianza, abbastanza lontano dall’epicentro del buzz per poter disprezzare il lavoro altrui, sudato e incazzato col mondo che si ostina a ruotare all’indietro, ignorante quanto basta per chiamartici fuori.

Scarica – legalmente - Bones dal Soundcloud della Sub Pop.
Guarda il video (live) ufficiale di Before It’s Gone.

Wugazi: 13 Chambers

Federico Pucci | 19/7/2011

Sbucano da dietro gli angoli, “corrono sul web” dicono i giornalisti anziani, arrivano a casa tua e ti rovesciano i comodini. Esistono fondamentalmente due tipi di mash-up, ciascuno dei quali mossi da almeno due ragioni differenti: il proviamo-a-vedere-l’effetto-che-fa e gli atti di puro e sincero amore verso manciate di canzoni che volente o nolente sono stati una colonna sonora autobiografica.

La prima volta che un mash-up ha sensibilmente cambiato la mia vita è stato nel 2008: un canadese sconosciuto di nome Girl Talk mescola secondi di canzoni con spirito ludico ed enciclopedico, in una lunga serie di ammiccamenti a chiunque abbia mai ascoltato un disco negli ultimi trentacinque anni sul pianeta Terra. Da quel momento non riesco più a godermi gli stacchi originali, che subito il mio orecchio cerebrale ci infila un rap di Missy Elliott o un riff che non c’entrava niente. Non mi lamento, nessuno dovrebbe farlo: è bello lasciarsi manipolare da intelligenze sopraffine.
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MiOdi 2011, Circolo Magnolia (Segrate)

Federico Pucci | 30/6/2011

Circa un mese fa ho assistito dal vivo a un’intervista di Radio Popolare a Steve Albini: fra gli aforismi che son corso a segnarmi sul diario c’era quest’elogio del Primavera Sound, secondo cui ciò che rende un festival migliore di altri è soprattutto il gusto degli organizzatori nel selezionare band e artisti diversi fra loro, eppure abbastanza vicini ad un’idea di comunità allargata, perché gli avventori casuali di un concerto non calcolato ne vengano incuriositi e soddisfatti. In un’epoca del piace-la-qualsiasi e nella quale internet anticipa e uccide la curiosità queste parole non solo non sono poco, sono tutto.

Quando ero bimbo, il mio negozio di dischi divideva rigidamente gli scaffali dell’Hard & Heavy da quelli del Punk: è vero che le categorie aiutano a capire, ma le divisioni impediscono di imparare. Così oggi, per gente cresciuta male come me, quella Terra-di-mezzo del suffisso -core è un reame incantato ancora da scoprire, un reame che negli ultimi tre anni ha avuto un’ambasciata sulle sponde umide dell’Idroscalo.
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