La tristezza del pre-pensionamento: un uomo al passo, moderno, fortissimo, che si incarna nel proverbiale vaso di coccio infilandosi fra Woody Guthrie, Billy Bragg e Bob Dylan, e non per la prima volta: World Wide Rebel Songs, col suo titolo di basso profilo, esce dopo altre due raccolte di canzoni per le generazioni del dopo-Seattle, generazioni che forse non stanno più ascoltando Tom Morello da allora. Da circa un decennio il pirotecnico e assurdo chitarrista di una delle band più importanti degli ultimi quindici anni ha un progetto-nostalgia fatto di giri di Do e socialismo internazionalista: l’ha chiamato The Nightwatchman e lo stesso Morello lo descrive come il Robin Hood del ventunesimo secolo. E già non ci siamo.
Il singolo con cui una settimana fa è uscito World Wide Rebel Songs si intitola Black Spartacus Heart Attack Machine, qualunque cosa significhi: al di là dell’afflato, delle buone intenzioni, non c’è nulla da salvare – a parte la reputazione di Tom Morello. Il mondo sembra quasi sollevato dai suoi citati problemi di ingiustizia, quando esiste un capro espiatorio grasso e lento da sacrificare come questo disco. E forse c’è da chiedersi se non sia proprio questo l’intento originale e nascosto. Non che le canzoni, per quanto richieda una forma semplice come la protest-song, siano suonate male, anzi la chitarra continua a fare il suo degno lavoro, per quanto priva dell’armatura di effetti pazzi: il punto è che un brano dopo l’altro ci si sente totalmente fuori dal tempo. Non come in un bel romanzo, non come in un documentario Rai-Luce, più tipo manicomio con il matto che si crede l’Ammiraglio Nelson.
Due giorni fa ho visto su Youtube una specie di party per la presentazione del disco, con Morello che, chitarra in braccio e armonica alle labbra, presentava le nuove canzoni: non posso spiegare la desolazione che ho provato nel vederlo circondato da una massa di estranei, evidentemente reduci dell’ondata Rage, che si guardano complici, si danno di gomito, e fingono di cantare il ritornello di una title-track mai sentita. La solitudine del primo della classe, il secchione di Scienze Politiche che dà di matto e comincia a imitare l’accento irlandese dove un tempo c’erano proiettili dritti in testa che ora schizzano qua e là (Stray Bullets); che si mette una camicia a quadri e una spiga in bocca probabilmente col solo scopo di insultare tutto ciò che sia dixie, sudista, repubblicano e di cattivo gusto, riuscendoci (Speak and Make Lightning); che imita Jim Morrison, che è tutto dire (Facing Mount Kenya). Prima dell’estate era stato pubblicato Union Town, una raccolta di canzoni popolari e inni dei sindacati americani (sì, esistono) e l’arco folkabbestia-discendente di quello che un tempo era il miglior chitarrista del mondo pareva potersi arrestare così, nel placido laghetto della rievocazione tout-court, nella citazione, nella cover. Evidentemente non bastava. Si doveva “per forza” chiamare Ben Harper per incidere un brano benharperiano dal titolo Wertmülleriano (Save the Hammer for the Man). Era necessaria un’inguardabile copertina.
Il buongusto spacciato per stile o idee sarà anche l’oppio dei popoli di questo mondo fighetto, ma esiste un limite, c’è una misura in tutte le cose: si può credere in un progetto così, ma senza dimenticarsi mai cosa siamo stati prima e cosa saremo domattina. Never go full retard, diceva quello.
Guarda il video di Black Spartacus Heart Attack Machine sul sito di Rolling Stone, se proprio non hai di meglio da fare.