Eccoci a una nuova puntata del podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
Questa settimana, tra le altre cose, abbiamo aperto dei magnifici regali (grazie Federico!), abbiamo stappato delle bottiglie di vino nelle maniere più improbabili, abbiamo ribadito che “la mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designata” ricordando la figura di Alfred Korzybski, abbiamo parlato dell’Igloo di Correggio (Reggio Emilia) e soprattutto abbiamo avuto ospiti dal vivo in studio i Gazebo Penguins, venuti a presentare il loro nuovo album The Name Is Not the Named, in uscita ad aprile per Suiteside. Nonostante il terzetto sia piuttosto fragoroso quando si trova su un palco, qui a polaroid ha regalato un paio di sorprendenti brani unplugged, sospesi tra Motorpsycho e Dinosaur Jr, davvero notevoli.
Questa la scaletta delle canzoni andate in onda:
The Honeyheads – From A To B To See You
Pants Yell! – Cold Hands You Make Me Nervous
Camera Obscura – My Maudleen Career
Gazebo Penguins – Babo vs. Mollica (At the Gates) [live in studio]
Gazebo Penguins – There’s Never Goodbye for Motorpsycho’s Fans [live in studio]
Gazebo Penguins – Babo vs. Mollica (At the Gates)
Gazebo Penguins – Mary Mongò Used to Call Me Igino
Chi ricordava Jeremy Jay come un cantautore dall’aria un po’ sognante, che aveva dichiarato il suo amore per le chanteuse francesi degli Anni Sessanta e che poteva far tornare alla mente qualcosa di stralunato alla Jonathan Richman o certe delicatezze alla Lekman, nella serata di Bologna ha avuto modo di conoscere un musicista piuttosto differente. — Continua a leggere
Da perdere la testa. “I’m with you, and there’s nothing else to do” grida la dichiarazione d’amore di Everything With You, mentre durante le schermaglie di Young Adult Friction è lei a dire “it’s fine if there’s nothing really left to say”. Forse è proprio questo gesto di resa davanti a qualcosa che si sa bene non è possibile arginare, è questo spasimare ostinato, sempre prolungato e infine piegato, la chiave di volta della bellezza dei Pains Of Being Pure At Heart. Nelle mani giovani di questa band di New York, il trucco risaputo di una musica che seppellisce melodie dolcissime e carezzevoli sotto macerie di riverberi, malinconia e rabbia torna a funzionare e commuovere. C’è tanta urgenza e passione in queste piccole canzoni che viene da stringere i pugni e i denti e saltare semplicemente perché “this love is fucking right”. I Pains non cercano di essere nulla di più o di diverso da quello che sono, ma la loro stella seppure minore brilla una luce che non si confonde con nessun’altra, ed è capace di guidare sicura il cuore in fondo a questi 35 emozionanti minuti. Merito, in parte, anche del veterano Archie Moore (Black Tambourine / Velocity Girl) che ha mixato l’album. Oh sì, sembrerà a tutti già “troppo Teenage Funclub”, e “troppo My Bloody Valentine”, e “troppo Field Mice”, e “troppo primi Primal Scream”. Oh sì, sembrerà tutto troppo “carino”, sembrerà troppo “vecchio”, sembrerà troppo “educato”, ma è qualcosa che scuote e che fa perdere la testa, “THIS LOVE IS FUCKING RIGHT”.
Nel momento di Blake’s View in cui M. Ward canta “put your head on my shoulder, baby”, c’è un nodo che ti stringe la gola. All’improvviso ti sfugge un lamento e puoi anche scioglierti, abbandonare la schiena sulla poltrona e lasciare la chitarra a cullarti dolce, mentre il crescendo dell’organo in sottofondo sale impalpabile fino al cielo che piano si schiude. La canzone forse sta parlando della morte di William Blake, forse sta raccontando la paura che ognuno ha di perdere chi ama, ma nonostante tutto c’è un senso di pace, di remissione dei peccati, una serenità che scivola sopra il tempo e le pene del mondo raccontata in maniera così limpida da commuovere. Trascendiamo per una volta le etichette, le epoche e le influenze: che questo disco sia di raffinato folk o che sia stato pubblicato quest’anno, passa decisamente in secondo piano. Ascoltate la title track, una ventosa ballata che potrebbe ricordare tanto i Flaming Lips quanto i Beatles. Nel suo distendersi sugli archi e sulle vocali delle parole, sta solo tentando di afferrare la verità del ricordo che conta più di ogni altro: “I wrote this song just to remember the endless, endless summer in your laugh”. La bellezza può rivelarsi semplice, a volte. E la grana della voce di M. Ward, con il suo risuonare da una distanza perduta e riconquistata, compie buona parte del lavoro anche in questo suo sesto album da solista. Non dimentichiamo poi i tanti e prestigiosi ospiti: Zooey Deschanel (con cui Ward l’anno scorso aveva dato vita al progetto She & Him) presta la sua voce a Never Had Nobody Like You e a Rave On (una cover di Buddy Holly), Jason Lytle dei Grandaddy appare in To Save Me, e Ward duetta superbamente con Lucinda Williams su Oh Lonesome Me di Don Gibson. Il disco si chiude con una rielaborazione strumentale di un vecchio pezzo interpretato da Frank Sinatra, ed è forse l’unico momento in cui Hold Time sembra essere un po’ troppo autoindulgente. Per il resto, solo classe, magnifico mestiere e capacità di accostarsi alla tradizione con una grazia e una bravura fuori del comune.
Ecco un nuovo appuntamento con il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
Non sono bastati un paio di collegamenti con due illustri collaboratori come il Paso e Valido. La settimana scorsa, Enzo e la Fagotta si trovavano in un tale stato confusionale e di pressoché totale prostrazione, che soltanto una frase sfuggita al flusso di coscienza della Stagista può avvicinarsi a descrivere quanto si stava diffondendo nell’etere bolognese dagli studi di Via Berretta Rossa: “solo barrette di cioccolato su questo mixer, non mani abili né cervelli pronti”. Mancavano, infatti, i consueti long drink e i liquori assortiti. E si è sentito.
Ecco la playlist della puntata:
Fireflies – Winter
Great Lake Swimmers – Concrete Heart
Wavves – No Hope Kids
Crystal Stilts – The City in the Sea
[in collegamento da Londra, Matteo "Valido" Zuffolini per la rubrica "Londonwatch"]
Rolo Tomassi – Film Noir
Wax Anatomical Models – Ristora
Andrew Bird – The Giant of Illinois
[collegamento con Aurelio Pasini per la rubrica "I consigli del Paso"]
Woodpigeon – Knock Knock
Jeremy Jay – Ghostrider (Suicide cover)
È cominciato come uno storto Venerdì 13 ed è finito come il più dolce dei San Valentino. Questo nuovo viaggio dei nostri A Classic Education in terra britannica li ha visti compiere un ulteriore passo avanti nella difficile conquista di un posto al sole nell’affollata scena musicale anglosassone. La band di Bologna ha infatti suonato in apertura della prima data assoluta europea per i Crystal Stilts, provenienti da Brooklyn e autori di Alight Of Night, uno dei debutti più acclamati dello scorso anno. La serata era sold out da tempo e l’attesa che la circondava era semplicemente elettrizzante. — Continua a leggere
Ben ritrovati a una nuova puntata del podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. Questa volta, scansando il dilemma tra groova e musica molleggiata, e non mancando di passare come sempre per degli “ingenui e naif”, abbiamo regalato un bel biglietto per il concerto di Jeremy Jay del 4 marzo a Bologna, poi siamo riusciti a presentare in maniera decente il festival BilBolBul, abbiamo dichiarato tutto il nostro amore per la Scozia e abbiamo proposto Uochi Toki come libro di testo per le scuole secondarie superiori.
Queste le canzoni che abbiamo suonato:
Sharon Jones & The Napkins – Inspiration Information
M. Ward – Rave On
The Saint Four – Fades and Dies
Jeremy Jay – In This Lonely Town
The Pains Of Being Pure At Heart – The Tenure Hitch
[collegamento con Emanuele Rosso aka "Ehiuomo!" per presentare il Festival Internazionale di Fumetto BilBolBul]
Peter Bjorn & John – Nothing To Worry About (Steve Bloodbath remix)
Wake The President – Miss Tierney
Airborne Toxic Event – Wishing Well
Fanfarlo – Luna
Jeremy Jay – Hold Me in Your Arms Tonight
Uochi Toki – Il ballerino
L’esordio di A Place Where We Could Go, pubblicato appena un anno fa, ci aveva fatto conoscere il giovane Jeremy Jay come raffinato erede di un pop venato di folk, sospeso tra Jonathan Richman, Magnetic Fields e Jens Lekman, e con una curiosa dedizione per la Nouvelle Vague e Françoise Hardy. Ora arriva questo nuovo Slow Dance e scombina ancora una volta le carte in tavola. Mentre persiste un’atmosfera notturna che nemmeno i brani più veloci si scrollano del tutto di dosso, il suono si è fatto più corposo, aggiungendo synth analogici dal sapore Anni Settanta. E Jeremy Jay sembra perfetto per indossare vestiti vintage. L’attacco del disco, con We Were There e subito dopo In This Lonely Town, ritrova in un baule gli stessi costumi disco con cui i Blondie vestivano il loro rock. C’è una maggiore influenza di David Bowie in questo nuovo Jay che sembra caduto dalle stelle, e canzoni come Canter Canter o la title track hanno un tocco sognante, quasi cosmico, dentro cui è facile perdersi e abbandonarsi. Altrove Jeremy Jay si fa più delicato, come in Winter Wonder o in Will You Dance With Me?, merito di quella voce, ora profonda ora capricciosa, ora sentimentale, e di quell’eco di mistero che sembra svanire e ritornare sempre nelle sue canzoni.
Jeremy Jay sarà per la prima in tour in Italia la prossima settimana:
3 marzo – Marina di Massa – Tago Mago
4 marzo – Bologna – Locomotiv Club
Ammetto che avevo sottovalutato questa serata. Mea culpa. Il primo album degli Handsome Furs, Plague Park del 2007, non mi aveva coinvolto, pensavo fosse un po’ troppo dispersivo. Mah… Poi, in previsione di questo concerto, avevo dato un ascolto veloce al prossimo Face Control, in uscita a marzo ancora una volta su Sub Pop, e mi era sembrato addrittura frigido. Boh… Che questo valga come monito per ricordarsi di smettere di ascoltare dischi al computer. Insomma, quando Dan Boeckner e sua moglie Alexei Perry salgono sul palco del Locomotiv non so bene cosa aspettarmi. Alla chitarra lui, meno asciutto e fascio di nervi di quanto lo ricordassi nei Wolf Parade, ai synth e ai beats lei, una specie di M.I.A. bionda e a piedi nudi, tutta sorridente e saltellante. E vengo travolto all’istante. L’attacco irruento con le nuove Legal Tender e Talking Hotel Arbat Blues, che dal vivo suonano molto meno pulite e sintetiche, porta scritto a enormi lettere Springsteen + Suicide, e tutto comincia a vibrare di elettricità e sesso. Il modo in cui Boeckner graffia la sua voce, gli spasmi con cui scuote sé stesso e la sei corde sono capaci di infiammare anche le sequenze della drum machine, e Alexei piegata sulle macchine sembra sentire con ogni fibra del suo copro ogni frequenza spremuta dal microKorg. Tutto raggiunge l’apice con il prossimo singolo I’m Confused, concitato rock’n'roll che raccoglie la cattiveria di certi Primal Scream, e con Nyet Spasiba, canzone a quanto pare ispirata da torbide notti moscovite. Ma anche nella lingua italiana gli Handsome Furs sembrano trovarsi a loro agio: “Bocchino: credevo fosse il nome di un formaggio”, e il feeling con un pubblico piuttosto esaltato li eccita traccia dopo traccia. Richiamati a gran voce per un meritato bis, i due canadesi non si risparmiano, e alla fine è davvero un gran momento quando crollano esausti spalla contro spalla, mentre il fragore dei feedback si prolunga lacerante dagli amplificatori. Uno dei concerti più sensuali e coinvolgenti che mi sia capitato di vedere di recente. Alla faccia dei miei ascolti superficiali. Ad aprire la serata ci aveva pensato Wolther Goes Stranger, il progetto di Luca Mazzieri degli A Classic Education, che con il suo uso “drammatico” dell’elettronica più martellante mescolata ai suoni di un pianoforte affranto, quasi come un cantautore da iPod, e ad azzeccati visual, aveva creato un’atmosfera sospesa e palpitante, perfetta per regolare i cuori su quanto stavano per regalarci gli Handsome Furs.
Eccoci a un nuovo appuntamento con il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
Questa puntata fa media con quella precedente di San Valentino, ed è uscita insolitamente logorroica. Ma del resto i temi in discussione erano tanti e tutti scottanti. Per esempio, abbiamo scoperto che polaroid è un programma senza frontespizio, che Peter Doherty rischiava di non essere al Secret Show di MySpace perché c’era un Facebook Party, che qua una volta era tutto Settantasette, e (grazie a un nostro gentile ascoltatore) che “nulla è paragonabile ai Joy Division, solo il vuoto dei nostri cuori”. Non sono mancati poi i collegamenti con i nostri inviati: Beatrice da una Milano sempre più povera di locali veri, e Max, da una Sanremo occupata dalle milizie del Paese Reale allo sbando. Ecco la playlist delle canzoni che abbiamo suonato:
Handsome Furs – I’m Confused
Crystal Stilts – Prismatic Room
The National – So Fa Around the Bend
[collegamento con Beatrice per "Thanks For the Trattoria" o quello che ne rimane]
Nick Cave – Love Letter
Gaznevada – Mamma dammi la benza!
I Was A King – Norman Bleik
Fanfarlo – I’m a Pilot
[collegamento con Max - inviato a Sanremo per Complottoemmezzo]
Arisa – Sincerità