Frightened Rabbit: The Winter Of Mixed Drinks (Fat Cat/Audioglobe)

Enrico Amendola | 8/3/2010

up-frightened_rabbitHo la netta sensazione che questa sarà la volta buona per i  Frightened Rabbit, quella del successo e della consacrazione. Ho giocato facile però, visto che si leggono in giro pareri molto positivi per questo The Winter Of Mixed Drink, disco che a mio modesto parere è il più debole della loro discografia. Della band scozzese ho amato la semplicità e quel retrogusto folk-rock americano, unito alla capacità di scrivere splendide melodie capaci di incastrarsi nella in testa a lungo. Caratteristica, quest’ultima, che si presenta in tutto il suo fulgore in almeno tre o quattro pezzi in scaletta, mentre della componente folk non c’è più traccia. Provate ad ascoltare Swim Until You Can’t See Land, già in heavy rotation nella radio del NME da qualche mese, non potrete fare a meno che ascoltarla in loop e inchinarvi felici davanti a tanta perfezione pop. Nonostante ciò, sembra un po’ paracula la direzione intrapresa dalla band, qui più incline ad ammiccamenti ad uno shoegaze che ultimamente sembrerebbe andare tanto di moda. Per carità, non è certo un difetto quello di voler abbracciare un pubblico più ampio e credo che la missione riuscirà, ma avendone apprezzato le qualità compositive in passato, resto dell’idea che avrebbero potuto fare di meglio. The Winter Of Mixed Drinks è un disco più che sufficiente, con qualche picco assoluto e un pò troppo piattume attorno. Anche la voce di Scott Hutchinson, che gioca bene con toni lievemente sbilenchi e ricchi di pathos, in questo caso è un po’ affogata in un suono troppo corposo. Nonostante ciò, ben venga il successo per questi splendidi “conigli spaventati”, oggi forse meno lucenti che in passato, ma potenzialmente ancora capaci di scrivere grandi cose nel linguaggio del pop perfetto.

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The Kissaway Trail: Sleep Mountain (Bella Union)

Enrico Amendola | 1/3/2010

113231La musica dei The Kissaway Trail è come i raggi della ruota di una bicicletta: pop che parte da un punto e si allarga multidirezionale e simmetrico ad occupare più spazio possibile. Si vede che la band danese ha imparato bene la lezione degli Arcade Fire, svoltando di volta in volta in direzione Flaming Lips o Mercury Rev. Sleep Mountain è davvero un bel disco, che non punta sull’effetto sorpresa, ma dopo ripetuti passaggi nel lettore invoglia ancora all’ascolto. E’ roba per chi non ha paura di tuffarsi a capofitto nella propria immaginazione, per chi immagina di stendere i panni su un filo immaginario che va da una stella all’altra, oppure chi usa la luna per viaggiare in mongolfiera. Un viaggio multicolore nella melodia più o meno facile e nella ricchezza di arrangiamenti corposi, mai stucchevoli, in equilibrio tra la gioia di vivere ed una sottile malinconia. Dovendo immaginare un nome stupido e spiazzante per questo tipo di musica mi viene in mente “Pop a raggiera”, ma sono questioni che lascio volentieri ai maniaci delle micro-classificazioni.

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Lucero: 1372 Overton Park (Universal Republic)

Enrico Amendola | 16/2/2010

1372_Overton_ParkSi può discutere sulla presunta fine del rock quanto si vuole, ma nel momento in cui 1372 Overton Park farà prepotente irruzione nel vostro lettore, vi accorgerete che le chiacchiere stanno a zero. I Lucero suonano esattamente come tutto quello che oggi dovrebbe essere il rock’n’roll, Ben Nichols è uno che ha sempre vissuto la sua creatura sulla strada e da essa ha tratto ispirazione per le nuove canzoni. La formula è più o meno la stessa dei dischi precedenti: soutern-rock stradaiolo che racconta storie disperate e romantiche attraverso un linguaggio che trasuda energia da ogni singolo poro. Valore aggiunto è la fantastica sezione di fiati che contribuisce all’aria apparentemente festosa delle canzoni, mentre la penna di Nichols descrive personaggi ai limiti della disperazione, storie di ordinaria malinconia di gente che fugge da qualcosa. E’ un disco per chi non ha paura di guardarsi allo specchio, affrontando a muso duro tutte le paure e tirando dritto per la propria strada, tagliando a fette tutte le curve che inevitabilmente rendono il percorso più complicato. Dopo circa undici anni di attività la band raggiunge il proprio apice dando alle stampe un lavoro privo di sbavature, in cui tutti i dodici brani urlano di una gioia disperata e scrivono un intensissimo capitolo di letteratura-rock, senza indugiare in inutili intellettualismi o presunte sperimentazioni soniche. Questo è il rock oggi, forse un po’ più solo di tanti anni fa, ma vivo e vegeto, pronto ad urlarci nelle orecchie che ha ancora una voglia disperata di girarci attorno e prenderci a schiaffi. E noi, solo in questo caso, porgeremo volentieri l’altra guancia.

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Midlake: The Courage Of Others (Bella Union/Self)

Enrico Amendola | 9/2/2010

midlakeAnche per un appassionato di folk-rock come il sottoscritto è difficile districarsi tra le innumerevoli uscite del genere degli ultimi  anni. Impresa improba quella di scovare un disco che si possa collocare sopra la media rispetto a centinaia di album carini ed innocui come una giornata di routine, di quelle di cui ci si dimentica ventiquattro ore dopo. I Midlake hanno avuto il merito di costruirsi uno stile riconoscibile, ondeggiante tra il folk acustico ed arrangiamenti più corposi, sporcati da chitarre elettriche in stile Neil Young. The Trials Of Van Occupanter era un gran disco, che suona bene ancora oggi dopo quasi quattro anni e che conteneva due gemme del calibro di Roscoe e Bandits. The Courage Of Others ne è il degno successore e, anche se non annovera in scaletta nessun brano all’altezza dei succitati diamanti grezzi, ha il pregio di suonare molto bene nel complesso, preferendo la componente acustica a quella elettrica. Necessario dedicargli una manciata di ascolti prima di giudicarlo, proprio per la mancanza di un brano che riesca a rompere immediatamente gli argini, ma una volta rotti gli indugi ciò che resta tra le mani è un disco più che buono. Almeno in questo caso la routine è stata agevolmente sconfitta.

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Kim: Mary Lee Doo (Vicious Circle/Audioglobe)

Enrico Amendola | 8/2/2010

r108_kim_12x12cm_72dpiAscoltando alcuni passaggi di Mary Lee Doo torno con la mente ai miei ricordi degli anni ’80, quando alla feste delle medie ci si cimentava nel gioco della bottiglia e il destino (leggasi “sfiga”) regalava il bacio della più bella della classe sempre al mio vicino di gioco. Buona parte del disco di Kim, talentuoso polistrumentista e prolifico cantautore francese, appartiene all’immaginario pop di quell’epoca sempre più lontana. Operazione paracula qunto si vuole, ma confezionata a regola d’arte. Abile nel ripescaggio delle correnti musicali che vanno per la maggiore, il Nostro colleziona una manciata di confetti pop, dolci quanto basta a non far schizzare la glicemia alle stelle. Non è una mera operazione di ripescaggio stilistico, ma una dimostrazione di modernariato cantautorale di grande personalità. Un brano come Lady Blue, ad esempio, col suo incedere funkeggiante ed una melodia appiccicosa come una Big Babol, farebbe la fortuna di tanti. L’andamento jazzato di Weblog Miracle e il soul di Move On ci consegnano un artista capace di rivestire bene qualsiasi ruolo. Kim ha il doppio  del talento della maggior parte dei suoi colleghi, curioso che le luci della ribalta tardino ad arrivare.

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Windmill: Epcot Starfields (Melodic/Goodfellas)

Enrico Amendola | 25/1/2010

windmill-epcot-starfieldsWindmill è uno di quelli a cui basta pochissimo a ricreare l’intensità di una forte emozione: le dita che delicate sfiorano i tasti di un pianoforte ed una voce sblienca, quasi lamentosa e allo stesso tempo struggente. In questo nuovo lavoro c’è molto di più, ci sono le orchestrazioni ed un barocchismo sobrio, mai prepotente, che avvolge una manciata di canzoni dal cuore romantico e dallo spirito pop. Evidente il salto di qualità rispetto al precedente Puddle City Racing Lights, soprattutto per la calibratura perfetta di ogni elemento che rende i passaggi talvolta solenni e altre volte agrodolci e sognanti. Matthew Thomas Dillon, questo il suo vero nome, dimostra che non è necessario dar sfogo alle idee più stravaganti per scrivere un grande disco, ma basta il genuino tocco di una mano sul pianoforte e qualche abbellimento di contorno, che rende il piatto più ricco senza eccedere in quantità. Epcot Starfields possiede un animo timido e prezioso, che non ama la grande ribalta, ma ha molto da dire e lo fa con incantevole delicatezza.

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Setting Sun: Fantasurreal (Young Love Records/Goodfellas)

Enrico Amendola | 21/1/2010

79331102I Setting Sun di Gary Levitt, ormai al quarto disco in carriera, ribadiscono il concetto che la psichedelia non necessita sempre di un immaginario lisergico. Fantasurreal è un incrocio di melodie pop, atmosfere folk e tappeti synth(etici), che richiamano tanto il David Bowie dei primi dischi quanto gli attuali MGMT. Non siamo al cospetto di un capolavoro, in quanto non si raggiungono vette di eccellenza, ma brani come la piccola gemma acustica Sacrifice o la più incalzante Into The Wire, non sono frutto del caso, ma di una maturità acquisita col tempo. L’album regala trentacinque minuti circa di frivolezze pop, deviazioni folk e armonie agrodolci di buona fattura, capaci di cullare piacevolmente i pensieri, dipingendoli a tinte forti senza causare capogiri o pericolosi voli pindarici. Una musica innocente e ricca di fantasia.

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Pharaohs: We’ve Tried Nothing And We’re All Out Of Ideas (Hip Hip Hip)

Enrico Amendola | 20/1/2010

w9uz9zSe la bulimia delle nuove correnti musicali non fagocitasse le ”next big things” con tanta voracità, forse avremmo già sentito parlare dei Pharaohs. Trattasi di una band inglese del Kent dallo spiccato gusto melodico e l’attitudine ai ritmi veloci e spigolosi, riconducibili a Maximo Park e affini. Di buono c’è che questi sanno suonare molto bene, giocando soprattutto sulla componente ritmica e su riff taglienti e geometrici, che richiamano certe soluzioni “emo” degli anni ’90. Di contro c’è il fatto che non c’è nulla di memorabile all’interno delle sette tracce di un disco che si lascia ascoltare con piacere, ma non punge. Le solite questioni di tempistiche sbagliate nei contorti meccanismi del mercato dicografico odierno non ne faciliteranno la diffusione, ma saranno in pochi a mordersi le mani. Forse solo gli irriducibili di certe sonorità pop-rock più o meno affilate, che tre o quattro anni fa spopolavano ovunque. Rispetto ad allora siamo di una manciata di anni nel futuro, probabilmente un lasso di tempo sufficiente a non lasciare traccia di questa band. Oppure tutto cambierà nuovamente e la prospettiva sarà rivoltata come un guanto e queste saranno state soltanto “le ultime parole famose” di qualcuno che non ci aveva (ri)visto lungo.

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Zion-I: The Take Over (Gold Dust/Audioglobe)

Enrico Amendola | 8/1/2010

ZionI-TheTakeOverSempre più spesso ci capita di ricevere copie promozionali “monche”. Tra i vani tentativi di impedire che i dischi finiscano rippati in rete inizia a farsi largo la “geniale” trovata di eliminare qualche traccia dal promo. Nel caso degli Zion-I (si pronuncia Zion Eye) la generosità di chi promuove il disco si ferma alla traccia numero cinque (su quindici), mentre le restanti canzoni sono semplici preview di poco più di un minuto ciascuna. Mi sono promesso di non prendere in considerazione ulteriori dischi di cui non si abbia il “privilegio” di ottenere l’ascolto integrale, ma mi premeva di segnalare in questa sede questa spiacevole abitudine che diventa sempre più frequente. Arrivati a questo punto si suppone che il lettore voglia comunque sapere di che cosa tratti questo The Take Over, un lavoro di pertinenza hip-hop, abbastanza variegato nell’approccio e nello stile. Mi permetto di supporre che il lettore di cui sopra sia anche desideroso di sapere se vale la pena l’ascolto o meno, ma non credo sia giusto, nei confronti di chi ci segue, esprimere un giudizio compiuto su un lavoro di cui non si conosce una buona parte. Ad una copia promozionale incompleta, come logica vuole, non si può che trarre un parere incompleto. Sorry.

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Ola Podrida: Belly Of The Lion (Wester Vinyl)

Enrico Amendola | 25/11/2009

PrintNel mondo ideale di David Wingo  esistono ancora le stagioni perfette, dai confini decisi e gli odori giusti. il Nostro, dietro la ragione sociale di Ola Podrida, si diletta a tinteggiare l’autunno con i colori appropriati. Ascoltando le nove canzoni di Belly Of The Lion sembra di camminare su un soffice e croccante tappeto di foglie secche, sotto i rami di un viale alberato che si appresta ad andare in letargo. E’ un folk che guarda al pop d’autore, sognante e malinconico sulla scia dei Great Lake Swimmers, ma con meno solennità. Uno di quesi dischi che profumano l’aria dell’odore dei camini, di quelli che riposano perennemente sotto un cielo che dal bianco arriva a tutte le sfumature di grigio possibili. Probabilmente non lo ritroveremo mai sulla prima pagina di una rivista, ma ad ogni giro  toccherà corde emotive sempre più profonde. Una raccolta di canzoni  semplici e schiette, che nel mondo ideale dei cuori romantici troveranno sempre il modo di entrare come un soffio di vento rigenerante.

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