Harmonious Bec: Her Strange Dreams (Monotreme/Cargo)

Enrico Amendola | 23/11/2010

harmIl duo che si cela dietro il nome Harmonious Bec annovera due produttori giapponesi emergenti dai nomi alquanto bizzarri: ZaMaRoo e From Vapor to Water. Her Strange Dreams si aggira in territori elettronici e non poteva andare diversamente, costituendo un incorcio tra influenze downtempo, sperimentazione e minimalismo. L’ibridazione in atto fornisce diverse chiavi di lettura in un percorso non sempre coerente; funziona laddove le atmosfere calme e più dilatate sono preponderanti, mentre gira a vuoto nei passaggi più sperimentali e fini a se stessi. Nel complesso il disco è più che godibile, l’influenza dell’ultimo Four Tet è evidente ed è un bene per la riuscita finale di un lavoro che mostra solo in parte il talento dei due produttori. Harmonious Bec è un nome su cui probabilmente puntare per il futuro che, ad oggi, può essere un buon palliativo in attesa di future mosse più covincenti e meno sfocate. Da tenere d’occhio.

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Superchunk: Majesty Shredding (Merge)

Enrico Amendola | 27/10/2010

Majesty_Shredding-Superchunk_480Tutto quello che avrebbe dovuto essere in un disco dei Weezer degli ultimi anni è qui dentro. La pazienza è la virtù dei forti e i Superchunk, dopo Here’s To Shutting Up dell’ormai lontano 2001 hanno impiegato ben nove anni per sfornare un nuovo lavoro. Majesty Shredding ci riconsegna una band in stato di grazia, che non sembra invecchiata di un solo giorno, mettendo in fila undici gemme pop-rock taglienti al punto giusto e gonfie di melodie perfette e chitarre energiche. Il disco è come uno schiaffo di fresca brezza mattutina che ti mette in riga per affrontare la giornata, è un concentrato di grazia ed adrenalina miscelate in una festa di piena estate in cui passano la musica di Nada Surf, Dinosaur Jr., Guided By Voices e i Weezer dell’album verde. Ma il citazionismo fine a se stesso non rende giustizia ad una band che si basta da sola, che ha sfornato un disco che è semplicemente una delle cose più divertenti e piacevoli di questo 2010 in musica. Vento in poppa e i Superchunk, la giornata non potrebbe iniziare in un modo migliore.

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Weezer: Hurley (Epitaph/Self)

Enrico Amendola | 25/10/2010

weezer-hurley-album-coverQuando ho deciso di occuparmi del nuovo lavoro dei Weezer ero consapevole di ciò a cui andavo incontro. L’inesorabile parabola discendente di Rivers Cuomo e soci, pur non toccando picchi veramente imbarazzanti, è frutto di una formula invecchiata male. Per quanto ogni appassionato di musica soffra in parte della sindrome di Peter Pan, superata abbondantemente la trentina è difficile immedesimarsi completamente nelle atmosfere college-rock post adolescenziale del quartetto losangelino. Hurley si lascia ascoltare con piacere, ma manca il guizzo, mancano le canzoni memorabili; per un disco pop questo è un grosso difetto. Non basta il cambio di etichetta ed una produzione scintillante per farne qualcosa in più di un album discretamente anonimo. Tra l’altro, tra una decina di anni, svanito del tutto l’effetto Lost, Hurley sarà soltanto un disco minore dei Weezer con un ciccione in copertina.

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Azure Ray: Drawing Down The Moon (Saddle Creek)

Enrico Amendola | 12/10/2010

azureNon mi ero accorto che le Azure Ray non pubblicavano un disco dall’ormai lontano 2003. Sette anni in cui i nomi di Maria Taylor e Orenda Fink sono rimbalzati da più parti a causa di collaborazioni varie (Moby, Bright Eyes). Probabile che il motivo di questa personale disattenzione fosse dovuto al fatto che il duo fosse legato ad una formula più che discreta, ma incapace di emergere nell’affollatissimo panorama del folk pop acustico. Dopo sette anni nulla cambia, giriamo intorno sempre allo stesso pugno di canzoni leggere di impianto acustico che sconfinano talvolta in ambito elettropop tirato a lucido. Tutto molto aggraziato, educatamente confezionato ed equilibrato; i brividi, però, albergano altrove. Drawing Down The Moon è un breve viaggio che gira in tondo e a velocità costante attorno allo stesso panorama. Niente di male, ma ogni tanto qualche brusca frenata o semplicemente una variazione di itinerario, renderebbero quello stesso viaggio qualcosa di più di una breve gita fuori porta.

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The Newloud: Measures Melt (Autoprodotto)

Enrico Amendola | 29/9/2010

nlmm_homecover-300x270Durante gli anni ’80 non è che la musica fosse la mia priorità, preferivo perdermi tra pomeriggi nerd col commodore 64, radiocronache vintage del Napoli di Maradona e feste in cui chiedevo Fonzies e ricevevo avanzi. Nonostante ciò nulla ha impedito ai miei padiglioni auricolari di inciampare nel cattivo gusto del plasticoso e imbarazzante pop mainstream di quell’epoca. Solo molto tempo dopo ho capito che c’era molta musica “sotterranea” di qualità e probabilmente è questo il motivo per cui molte band attuali riprendono, in toto o in parte, certe strutture sintetiche che ai tempi andavano per la maggiore. Nel novero di questi gruppi fanno parte i The New Loud che, arrivati al primo full-length, riempiono i propri brani da melodie appiccicose, piene di synth e chitarre distorte ad accompagnare la doppia linea vocale maschile-femminile. Divertimento assicurato con qualche tocco più vicino a spigoli new wave di contorno, luci stroboscopiche e freschezza pop. L’estate chiede spensieratezza e loro ci accontentano, non disdegnando qualche escursione al chiaro di luna.

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Takka Takka: Migration (Lili Is Pi/Goodfellas)

Enrico Amendola | 21/9/2010

Migration-Takka_Takka_480Nella musica dei Takka Takka galleggiano molte cose che sembrano arrivare ad esplodere per poi restare parzialmente inespresse. Ci sono accenni afro-beat, timidamente nascosti dietro architetture math-rock che agli spigoli preferiscono chitarre più liquide e sonorità addolcite. Ci sono melodie sghembe che abbracciano soluzioni soffici e armonie soffuse in un amalgama compatto e coerente. Niente di tutto questo sembra arrivare al pieno compimento della propria forma, probabilmente per un disegno preciso della band di Brooklyn, che gioca con diversi approcci, scegliendoli tutti e nessuno allo stesso tempo. E’ una strana creatura Migration, leggermente monocorde, ma di una rassicurante piacevolezza di fondo. Quaranta minuti scarsi di buona musica a discreta velocità di crociera, mai a vele completamente spiegate.

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Galactic: Ya-Ka-May (Anti/Self)

Enrico Amendola | 17/9/2010

yakamayOgni tanto bisogna pur prendersi una pausa dalla routine indie-rock-folk-pop-lo-fi che tempesta la maggior parte dei nostri ascolti. Per intervallare la quotidianità dei suoni che offriamo alle nostre orecchie con qualcosa di diverso può andar bene questo progetto dei Galactic, noti nella scena hip-hop di New Orleans. Ya-Ka-May si fregia della collaborazione di una serie di artisti della sfortunata e affascinante città della Louisiana, offrendoci un melting pot di generi che dal soul-funk arrivano al rap di strada in stile bounce (una forma di rap più aggressivo tipico di quelle zone). L’album è uno strumento affascinante per approcciare suoni dall’impostazone classica, ma dalla forma modernisssima. Come tante operazioni del genere soffre di alti e bassi e nel complesso convince pur senza poter ambire alla lode. Se non ponete limiti ai vostri gusti, provate ad immergervi in queste atmosfere calde e metropolitane, assaggiando un pezzo della New Orleans contemporanea, potreste trovare ciò che incosapevolmente stavate cercando.

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Heraclite: s/t (Naxo Prod/Urgence Disk)

Enrico Amendola | 15/9/2010

timthumb.phpLa tentazione forte, arrivato circa a metà scaletta, era quella di lanciare il disco dal balcone e vederlo luccicare in volo per poi schiantarsi senza pietà sull’asfalto bollente. Un piccolo e sadico piacere che poi è un po’ sfumato per la curiosità crescente di capire più precisamente volessero comunicarci gli Heraclite con la loro musica. La certezza più grande è sicuramente quella che non si sentiva il bisogno di un disco cantato in greco antico, cosa per la quale saranno in pochi temerari a dissentire. D’altro canto qualcosa di buono nelle trame strumentali c’è; il dance-rock tribale che accompagna le incomprensibili parole, dotate di una musicalità pari a quella di un tedesco che bestemmia da dentro un imbuto, è sufficientemente credibile e molto naif. Peccato solo che tutto il contorno renda l’album qualcosa di inavvicinabile ai più. Consigliato solo ai temerari degli ascolti e ai supersnob che trovano interessante qualunque stranezza. Per tutti gli altri sarà solo una cacofonica tortura, un discreto sottobicchiere oppure un piccolo fresbee d’avanguardia.

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Mice Parade: What It Means To Be Left-Handed (Fat Cat/Audioglobe)

Enrico Amendola | 13/9/2010

mice-parade-coverSe dovessi conservare in una teca le schegge e i ricordi buoni dell’estate che si appresta a cedere il passo all’autunno, sceglierei questo disco dei Mice Parade come accompagnamento. C’è così tanta roba nella musica di Adam Pierce e della sua creatura, arrivata al settimo disco, che potremmo riempirci diversi armadi per il cambio di stagione. What It Means To Be Left-Handed piomba addosso tutto d’un fiato, ma non travolge, come se ci fosse un ordine metodico nelle mille, bellissime sfumature cangianti: pop, accenti caraibici, jazz, musica brasiliana, post-rock, si intrecciano e si fondono costruendo festose architetture sonore. Nonostante si rifugga dal concetto di strofa-ritornello-strofa, ogni brano ha una presa immediata e punta sulla fascinazione di suoni agrodolci ed armonie vocali delicate, adagiate su partiture più o meno spigolose. Dai Tortoise, ai Mum, dalla musica Caraibica ai Neutral Milk Hotel, ci sono infinte ed imprevedibili strade nelle tasche di un disco meravigliosamente e sorprendentemente vario. E la voglia di percorrerle tutte, fino all’ultima nota, è la ricetta migliore per godersi un bellissimo viaggio multicolore.

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Solex Vs Cristina Martinez & Jon Spencer: Amsterdam Throwdown, King Street Showdown (Bronzerat/Goodfellas)

Enrico Amendola | 2/9/2010

43132073La cosa figa di essere un artista in qualche modo apprezzato è che puoi svegliarti al mattino, magari in un giorno in cui la noia ti attanaglia e decidere di chiamare qualche amico e dirgli: “Hey fratello,ti va di registrare un disco?” Non ho idea di come Elisabeth Esselink, aka Solex, abbia deciso di collaborare con Jon Spencer e compagna per questo Amsterdam Throwdown, King Street Showdown, ma mi piace pensare che sia stata una cosa del genere. Difficile che con tali premesse possa venirne fuori un capolavoro, ma in questo caso il disco almeno nella forma è impeccabile. Soul-funk-rock e modernariato danzereccio con uno spruzzo di hip-hop ci consegnano un album sensuale e caldo quanto basta per essere promosso e mandato giù come una bevanda fresa nelle afose sere d’estate. Manca la scintilla per alimentare il grande fuoco, ma per un affare che sembra una specie di divertissement tra amici, direi che non è il caso di lamentarsi.

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