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	<title>Vitaminic &#187; Daniele Giovannini</title>
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		<title>Clara Moto: Polyamour (InFiné)</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 08:27:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il taglio della tech house degli anni zero è sottile, tale che vi si vedano attraverso provenienze, ispirazioni, e i nomi dei club che hanno introdotto giovani producer d&#8217;oltralpe all&#8217;elettronica germanofona. L&#8217;età della tech house degli ultimi anni sono i vénti. Il colore un blu metallizzato. E il problema, il problema della techno degli anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2010/01/polyamour-250x222.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2010/01/polyamour-250x222.jpg" align="right" style="clear: both" class="right" />Il taglio della tech house degli anni zero è sottile, tale che vi si vedano attraverso provenienze, ispirazioni, e i nomi dei club che hanno introdotto giovani producer d&#8217;oltralpe all&#8217;elettronica germanofona. L&#8217;età della tech house degli ultimi anni sono i vénti. Il colore un blu metallizzato. E il problema, il problema della techno degli anni zero, è che gli anni zero sono finiti. La DJ austriaca <strong>Clara Moto</strong>, e l&#8217;etichetta franco-tedesca InFiné, fingono spudoratamente di non essersene accorti. Dopo l&#8217;obbligatoria sfilata di 12&#8243;, <strong><em>Polyamour</em></strong> è il di lei primo album. Avere radici che affondano in profondità nel comunque non profondissimo humus della musica programmata del XXI secolo, però, non intacca certo il piacere dell&#8217;ascolto. Un&#8217;estetica ormai rétro non è un problema neanche nell&#8217;elettronica, se si vive con la freschezza e l&#8217;entusiasmo di una Clara Moto cresciuta a colpi di serate minimal, ascoltando Kruder &amp; Dorfmeister, e definendo con pennellate di morbida minimal house tropicale un nuovo eclettico genere di electro da camera. <strong><em>Polyamour</em></strong> è elegante ma privo di qualsiasi rigidità, variegatissimo, ambiguo — soffice e pop nell&#8217;occasionale cantato di Mimu, roccioso nelle minimaratone techno. Come nelle relazioni multiple, nella poliamoria del titolo, nell&#8217;essere un <em>ethical slut</em>, c&#8217;è un glorioso equilibrio tra pace e responsabilità. L&#8217;importante è ricordare che le perfette notti techno dei sogni esistono nei sogni e nei sogni soltanto, che molti suoni sono individualistici come le droghe, come il solipsismo delle luci della città viste solo attraverso il proprio riflesso sui vetri degli aeroporti di Berlino, Tokyo e New York. Certa tech house è un animale fotografato nel processo di cambiar pelle. L&#8217;immagine non è di pelle morta: è di possibilità in divenire.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/claramoto">Vai al MySpace di Clara Moto</a><br />
<a href="http://www.infine-music.com/">Visita il sito di InFiné Music</a></p>
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		<title>The xx: xx (Beggars Banquet-XL Records/Self)</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 09:14:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se si dovesse dire tutto in una frase, xx è un debutto tanto ragionato, pensante, immacolatamente perfetto, che in nessun modo potrebbe essere il frutto della naturale inclinazione di quattro inglesi, appena ventenni, con l&#8217;attitudine di una gang dalle buone maniere. Nel non essenziale tentativo di catalogarlo o tracciarne la storia, una mente analitica potrebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/09/xx-250x250.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/09/xx-250x250.jpg" align="right" style="clear: both" class="right" />Se si dovesse dire tutto in una frase, <strong><em>xx</em></strong> è un debutto tanto ragionato, pensante, immacolatamente perfetto, che in nessun modo potrebbe essere il frutto della naturale inclinazione di quattro inglesi, appena ventenni, con l&#8217;attitudine di una gang dalle buone maniere. Nel non essenziale tentativo di catalogarlo o tracciarne la storia, una mente analitica potrebbe percorrere una sola via. Che è quella del ponte di San Luis Rey (o di <em>Lost</em>, per gli appassionati di soap opera per nerd): da dove vengono gli xx, quale concatenazione di eventi ha portato a <strong><em>xx</em></strong>, cosa li lega a dei punti di riferimento riconoscibili? Accostarli qui agli Young Marble Giant e ai Mazzy Star tra tre righe, come tradizionalmente faremmo in altri contesti, servirebbe solo in realtà a celare l&#8217;imbarazzo di essere completamente smarriti. Sarebbe inutile. Parlare di un incontro tra Stars e Chairlift, tra il dimesso pop polifonico dei primi e l&#8217;emaciato indie rock dei secondi, finirebbe comunque per tacere su uno degli indefinibili, tangenziali ma peculiari elementi del carattere degli xx: il dramma sottotono, il cantare prevalentemente di sesso, l&#8217;atmosfera asfittica, gli echi chitarristici dei Joy Division, il dream pop nebbioso e il vuoto, il vuoto su tutto — un&#8217;idea di stratificazione, l&#8217;altra idea di stratificazione di questi anni, diametralmente opposta all&#8217;organico horror vacui avant pop animalcollettivista. Tornando a Thornton Wilder, gli xx hanno frequentato l&#8217;ormai stranamente nota Elliott School di Putney che ha visto diplomarsi Four Tet e Burial. È forse questo il nodo di cui eravamo alla ricerca. Seppur giovani, con esperienza da garage e in una formazione che più classica non c&#8217;è, il vuoto (quello elettroacustico di Kieran Hebden e quello del dubstep ulteriormente scarnificato di Burial) è il filo che tutto collega. È un pop-rock artificiale quello degli xx, una costruzione convenzionale scolpita in bassi sussurrati e ritmiche sintetiche. Piuttosto che la teatralità di un altorilievo, una collezione di granelli di sabbia. Se si ha l&#8217;accortezza di ignorare la potenziale esplosiva importanza di <strong><em>xx</em></strong> e <em>sentire</em> invece alla stessa esatta frequenza delle rade corde pizzicate, delle vibrazioni della grancassa, chiamare questo disco un understatement è un understatement.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/thexx">Visita il MySpace degli xx</a><br />
Guarda i video di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Pib8eYDSFEI"><em>Crystalised</em></a> e <a href="http://www.youtube.com/watch?v=kHZVGqqf3gg"><em>Basic Space</em></a> <!--&#8212; http://en.wikipedia.org/wiki/The_xx http://inkiostro.splinder.com/post/21176435/L%27esordio+dell%27anno%3F http://drownedinsound.com/releases/14584/reviews/4137613 http://pitchfork.com/reviews/albums/13400-xx/ http://www.guardian.co.uk/music/2009/aug/14/the-xx-cd-review http://www.guardian.co.uk/music/2009/jul/12/xx-album-review http://entertainment.timesonline.co.uk/tol/arts_and_entertainment/music/cd_reviews/article6793672.ece http://www.metacritic.com/music/artists/xx/xx &#8212;--></p>
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		<title>Milanese: Lockout (Planet µ/Goodfellas)</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Sep 2009 09:29:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il viso sorridente di Steve Milanese, incerto ma sorridente, riempie la copertina. Ha l&#8217;esatta espressione di chi, pur convinto della propria innocenza — passava soltanto di lì, non c&#8217;entra nulla con le sommosse, le risse, le esplosioni, nulla!, lo giuro — viene condotto in isolamento. E così Milanese è in una cella, nella caserma-cementificio Planet [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/09/lockout-249x249.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/09/lockout-249x249.jpg" align="right" style="clear: both" class="right" />Il viso sorridente di <a href="http://www.milanese.co.uk/">Steve Milanese</a>, incerto ma sorridente, riempie la copertina. Ha l&#8217;esatta espressione di chi, pur convinto della propria innocenza — passava soltanto di lì, non c&#8217;entra nulla con le sommosse, le risse, le esplosioni, nulla!, lo giuro — viene condotto in isolamento. E così Milanese è in una cella, nella caserma-cementificio Planet Mu, solo con sé stesso e il dubstep di qualche anno fa. L&#8217;isolamento da cui nascono le idee di <strong><em>Lockout</em></strong>, il solo confidare nelle generali abilità di Milanese come sopraffino producer, è contemporaneamente il punto di forza e la maggiore debolezza dell&#8217;album. Raccolta di dodici tra (ottimi) remix e versioni di vecchi brani di Milanese, <strong><em>Lockout</em></strong> è una sorta di ritorno alle radici in una sezione di elettronica inglese non più vecchia di sei anni. Eppure riavvolgere il nastro e tornare ai suoni industriali, alle sirene e agli allarmi, alla grimetronica danzabile, ai bleep-bloop e ai bassi barcollanti, non è un atto di coraggio. È, semplicemente, riavvolgere il nastro. Ben Sharpa fa (di nuovo) la sua bella figura, le tre versioni di <em>The End</em> sprofondano così indietro da finire negli anni Novanta, e le highlight sono poco più di un gradevole déjà vu — il trattamento riservato a Unique 3 è qualcosa di più, in realtà. E così, un Milanese che sembra in vacanza forzata, confeziona una sorta di grassissimo doppio EP che è una cartolina dal 2005. Pazienza: sono passati degli anni, ma le cartoline ci fanno sempre piacere.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/milanese1">Visita il MySpace di Milanese</a><br />
<a href="http://www.planet-mu.com/">Visita il sito della Planet µ Records</a></p>
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		<title>Glen Johnson: Institutionalized EP (Secret Furry Hole)</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 17:32:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Glen Johnson ha sempre fatto del suo meglio, in particolare in questi ultimi anni inquieti, per circondare il suo faccione inglese — spesso celato — di pop gotico e neri barocchismi. Il flusso continuo di lavori dei variegati Piano Magic, di cui Johnson è padre putativo e leader sin dalle origini, è stato interrotto quest&#8217;anno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/07/sfh4_072.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/07/sfh4_072.jpg" align="right" style="clear: both" class="right" />Glen Johnson ha sempre fatto del suo meglio, in particolare in questi ultimi anni inquieti, per circondare il suo faccione inglese — spesso celato — di pop gotico e neri barocchismi. Il flusso continuo di lavori dei variegati Piano Magic, di cui Johnson è padre putativo e leader sin dalle origini, è stato interrotto quest&#8217;anno dall&#8217;esordio solista <strong><em>Details Not Recorded</em></strong> (per non menzionare però i precedenti electro-vittoriani come Textile Ranch). A poca distanza dall&#8217;ottimo album, segue l&#8217;<strong><em>Institutionalized EP</em></strong>, uscito su cassetta per Secret Furry Hole. Il linguaggio e le atmosfere sono, seppur di poco, diverse. D&#8217;altro canto, quando si è tanto prolifici, l&#8217;esplorazione di stili e percorsi deve avvenire a piccoli passi, con moderazione e una dedizione infinita. Quando si è, in più, smisuratamente modesti, il perenne ricorso all&#8217;introspezione finisce per essere l&#8217;unica vera costante. I cinque brani di <strong><em> Institutionalized</em></strong> sono una versione ariosa e ospedaliera della new wave, frutto delle stesse sedute casalinghe da cui è nato <strong><em>Details Not Recorded</em></strong> e di un&#8217;ossessione per Joseph Carey Merrick. Tra solitudine e rancori malcelati, tra il sentirsi diversi e l&#8217;essere diversi, si snodano intrecci rarefatti di rassegnazione crescente (<em>Ageing</em>) e ondate di plasticosa malinconia 80&#8217;s (<em>Come Back</em>). È una sorta di Leonard Cohen in versione indietronica con tastiere e xilofono, inclusa la cover di <em>Secret Girl</em> dei Sonic Youth, di ambient altamente umorale e ormonale. Il migliore EP per quei giorni in cui le finestre non riescono a contenere il calore della stanza, se la stanza fosse enorme e lattiginosa, nel mezzo di una città deserta, e l&#8217;inverno fosse adesso.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/glenashleyjohnson">Visita il MySpace di Glen Johnson</a><br />
<a href="http://secretfurryhole.blogspot.com/">Visita il sito di Secret Furry Hole</a></p>
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		<title>Clark: Totems Flare (Warp/Self)</title>
		<link>http://www.vitaminic.it/2009/07/clark-totems-flare-warpself/</link>
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		<pubDate>Tue, 14 Jul 2009 12:10:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Warp non gode forse di ottima salute, ma è tutt&#8217;altro che morta. È in lavorazione in queste settimane una lussuosa compilation che celebra i venti anni dell&#8217;etichetta di Sheffield. Tra i nomi storici scelti a rappresentare il meglio dell&#8217;elettronica di fine secolo non ci sono sorprese (Aphex Twin, LFO, Squarepusher: i soliti noti). C&#8217;è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/07/totemsflare-250x250.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/07/totemsflare-250x250.jpg" align="right" style="clear: both" class="right" />La Warp non gode forse di ottima salute, ma è tutt&#8217;altro che morta. È in lavorazione in queste settimane una lussuosa compilation che celebra i venti anni dell&#8217;etichetta di Sheffield. Tra i nomi storici scelti a rappresentare il meglio dell&#8217;elettronica di fine secolo non ci sono sorprese (Aphex Twin, LFO, Squarepusher: i soliti noti). C&#8217;è però un unico nome, tra le nuove leve, che compare finora in tutte le tracklist, le tracklist alternative, le versioni speciali e le molteplici edizioni in vinile di <strong><em>Warp20</em></strong>. Si tratta di <a href="http://www.throttleclark.com/">Clark</a>, meritatamente e in modo non troppo sorprendente incoronato tra i nuovi alfieri del gentil suono, delle texture gelatinose e della legna violenta. Esempio da manuale delle contraddizioni dell&#8217;elettronica gretta nelle forme ma non nell&#8217;animo, nuova erede di antiche tradizioni, <strong><em>Totems Flare</em></strong> è il quinto album del vergognosamente giovane Chris Clark — il terzo lapidariamente siglato con il solo cognome, Clark. <strong><em>Totems Flare</em></strong> è tutt&#8217;altro che perfetto. I sintetizzatori grassi, il rumore bianco e la rombante sporcizia sonora, ormai riconoscibilissima firma delle produzioni di Clark, assumono qui una forma che si allontana in uguale misura dagli ultimi due lavori. La dose di cantato massicciamente processato — efficace in <em>Growls Garden</em>, siderale in <em>Talis</em>, eccessiva in <em>Rainbow Voodoo</em> — è forse l&#8217;ingrediente chiave, la diluizione che rende alcuni brani altrimenti inoffensivi (d&#8217;accordo, offensivi almeno come quelli di <strong><em>Turning Dragon</em></strong>) dei veri mostri hard techno che si spengono, in un bagno di sangue, dopo essersi automutilati a morsi. Nonostante la miscela sia più un frullato che un amalgama omogeneo, il suono già esplorato in <strong><em>Growls Garden</em></strong> si fa più divertente e meno minaccioso del solito: <em>Rainbow Voodoo</em>, per esempio, è uno scontro frontale tra un gruppo punk e una boy band, iniettato di 8-bit e chiuso da un lungo charleston sintetico. Immerso nel suono di mille astronavi in assetto da guerra, <strong><em>Totems Flare</em></strong> è però purtroppo il pilota kamikaze che, assordato dai rombi dei motori ad antimateria e dalle armi laser, si getta nel ventre della Morte Nera. L&#8217;intento è limpidissimo, il risultato esplosivo. Ma, nell&#8217;interminabile discesa verso l&#8217;obiettivo, la navetta ribelle minaccia continuamente di cedere sotto la propria stessa accelerazione.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/throttleclark">Visita il MySpace di Clark</a><br />
<a href="http://www.warprecords.com/">Visita il sito della Warp Records</a></p>
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		<title>AutoKratz: Animal (Kitsuné/Cooperative/Self)</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jul 2009 12:25:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enzo Baruffaldi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella stessa settimana in cui la boutique Kitsuné (52 Rue de Richelieu, ovviamente a Parigi) ha aperto la stagione dei saldi, per una coincidenza che potrebbe avere qualcosa di ironico l&#8217;etichetta discografica che porta lo stesso nome e che ne condivide la fortunata sorte ha fatto uscire questo secondo lavoro del duo londinese Autokratz. Non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/08/autokratz-250x250.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/08/autokratz-250x250.jpg" align="right" style="clear: both" class="right" />Nella stessa settimana in cui la boutique Kitsuné (52 Rue de Richelieu, ovviamente a Parigi) ha aperto la stagione dei saldi, per una coincidenza che potrebbe avere qualcosa di ironico l&#8217;etichetta discografica che porta lo stesso nome e che ne condivide la fortunata sorte ha fatto uscire questo secondo lavoro del duo londinese Autokratz. Non si tratta proprio di una svendita totale, ma forse non sarebbe sbagliato prenderla come un invito a valutare bene quali spese concedersi. Dopo il mini album <em>Down &amp; Out in Paris and London</em> del 2008 c&#8217;era parecchia attesa per questo nuovo <em>Animal</em>, e gli Autokratz hanno deciso di giocare in contropiede, facendo contenta la (immaginaria?) critica musicale, da un lato, e continuando a spingere sul lato electro e dance, dall&#8217;altro. Alcuni pezzi infatti sembrano palesi omaggi a New Order e Primal Scream, con una ricerca melodica che si sposa bene con quella ritmica, mentre altri episodi si spogliano di ogni pretesa intellettuale, chiamando in causa soltanto muscoli e sudore. Qualcuno dai gusti abbastanza ampi potrà giudicare la sintesi riuscita nel suo complesso. A me pare che certi completi Kitsuné mostrino ben altra grazia e finezza, ma magari non è quella la cosa più importante. Insomma, <em>Animal</em> non è certo il vestito buono della festa, ma per uscire il sabato sera andrà benissimo. (<a href="http://www.vitaminic.it/redazione/enzo-baruffaldi/">E.B.</a>)</p>
<p>È come se a volte non si potesse proprio fare a meno di sorprendersi ed entusiasmarsi, anche non necessariamente in questo ordine. Accade con certi riti di iniziazione dell&#8217;età adolescenziale, fase dell&#8217;esistenza particolarmente idiota ma formativa. Quando si è spinti, da qualche sorta di istinto ancestrale, a ripercorrere lo stesso cammino e nutrirsi dello stesso cocktail di ormoni che hanno percorso e che ha già esaltato 60-100 miliardi di adolescenti (essere umano più, essere umano meno). Il duo britannico <a href="http://www.autokratz.com/">autoKratz</a> è certamente elettronico, certamente divertente, facilmente etichettabile come perfetto esempio della nuova ondata di pop da dancefloor bastardizzato con la techno francese. Ammesso che qualcosa del genere esista. Con la fronte sudata del quindicenne e il cuore che pompa, gli autoKratz hanno compresso in <strong><em>Animal</em></strong> quanto di più figo ed eccitante possa idealmente esserci nel suscitato ipotetico genere di musica leggera. Se non fosse che qualcuno è già passato, ha già sperimentato, ha già scartato, incartato di nuovo e riciclato qualcosa che era innovativo nell&#8217;83 quando i New Order declinavano l&#8217;innovazione al giusto tempo verbale. I saltellanti, inquieti, discontinui 50 minuti di beat solidi e cantato sottotono, nonostante qualche colta citazione kraftwerkiana in <em>Gone Gone Gone</em> tra ruttini e timbri di libreria, suona quasi più come omologata e omologante dance-rock che un&#8217;iniezione di sangue nuovo nella lontana fase calante della new wave. <strong><em>Animal</em></strong>, giocattolo synthpop adolescenziale in salsa Kitsuné londinese, non sopravvive a un buffetto del fratello maggiore con la maglietta dei Depeche Mode. (<a href="http://www.vitaminic.it/redazione/daniele-giovannini">D.G.</a>)</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/autokratz">Visita il myspace degli Autokratz</a><br />
<a href="http://freedownloads.last.fm/download/304116736/can%2527t%2Bget%2Benough.mp3">Scarica l&#8217;mp3 di <em>Cant&#8217; Get Enough</em></a><br />
<a href="http://vids.myspace.com/index.cfm?fuseaction=vids.individual&amp;videoid=58672872">Guarda il video di <em>Always More</em></a><br />
<a href="http://www.zshare.net/audio/5925236935a65b80/">Scarica la cover di <em>Swastika Eyes</em> dei Primal Scream</a><br />
<a href="http://news.q4music.com/2009/06/introducing_autokratz.html">Leggi come gli stessi Autokratz presentano il loro nuovo album</a><br />
<a href="http://blogs.myspace.com/index.cfm?fuseaction=blog.view&amp;friendId=86848138&amp;blogId=492914157">C&#8217;è ancora qualche giorno per partecipare al remix contest, presto!</a></p>
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		<title>Nathan Fake: Hard Islands (Border Community/Audioglobe)</title>
		<link>http://www.vitaminic.it/2009/06/nathan-fake-hard-islands-border-communityaudioglobe/</link>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 16:27:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pochi anni fa il mio cuore era della dance music giovane e sensibile, quella serpeggiante di linee melodiche più che bruta e tambureggiante. Avevo infatti deciso di strappare le radici detroitiane e abbracciare l&#8217;elettronica che al ritmo favorisce la pace — peace versus pace, se volete. Nathan Fake è stato uno dei miei punti di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/06/hardislands-250x250.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/06/hardislands-250x250.jpg" align="right" style="clear: both" class="right" />Pochi anni fa il mio cuore era della dance music giovane e sensibile, quella serpeggiante di linee melodiche più che bruta e tambureggiante. Avevo infatti deciso di strappare le radici detroitiane e abbracciare l&#8217;elettronica che al ritmo favorisce la pace — <em>peace</em> versus <em>pace</em>, se volete. <a href="http://www.nathanfake.co.uk/">Nathan Fake</a> è stato uno dei miei punti di riferimento. Fake ha una storia di EP techno-house per Traum Schallplatten e Border Community presenti in ogni singolo mix, negli anni in cui ancora sguazzavo senza annegare in quel mare. L&#8217;uscita nel 2006 di <strong><em>Drowning in a Sea of Love</em></strong> non è stato un grattacapo solo perché il <em>Silizium</em> di Apparat e l&#8217;elettronica spumosa degli M83 avevano ormai già sortito il loro effetto. Nathan Fake, che d&#8217;altro canto è praticamente mio coetaneo, è stato così per qualche tempo il tardoadolescenziale prodigio dai grandi occhi lacrimosi, il giovincello dal sorriso sincero, anche se nei set continuava con grande classe e discrezione a tirare giù legna. Il seguito di <strong><em>Drowning in a Sea of Love</em></strong> si chiama <strong><em>Hard Islands</em></strong> e, pur non dimenticando i synth estatici e gli <em>swoosh</em> euforici, paga il suo tributo a questi anni di clubbing tanto quanto alla migliore lontana IDM-industrial dei classici Warp. Quello che potrebbe nelle intenzioni essere un esempio da manuale di personalità multiple una più gradevole dell&#8217;altra si realizza però in un minialbum, mezz&#8217;ora appena, pieno di difetti. È un giocattolo techno di idee a metà, stretto tra beat di grana fine che sembrano non decollare mai, quattroquarti dalle texture ricche ma statiche, e melodie di quattro note che evocano il peggio della eurodance. Emergono solo occasionali nuclei acidi, trucchetti di editing ed eccentricità, quasi fosse materiale grezzo da manipolare di fronte a un pubblico. <em>The Turtle</em> e <em>Narrier</em> sono rispettivamente una vertiginosa fanfara a propulsione nucleare di synth buffi e graffianti, e un horror cavernoso che ha dentro tanto Aphex Twin quanto Extrawelt; episodi isolati, comunque. Ci attendevamo un secondo atto di <strong><em>Drowning in a Sea of Love</em></strong>, oppure un Nathan Fake all&#8217;altezza degli esordi. In entrambi i casi, qualcosa di pessimo o di grandioso: non la curiosa, forse coraggiosa e a malapena divertente via di mezzo che è <strong><em>Hard Islands</em></strong>.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/nathancake">Visita il MySpace di Nathan Fake</a><br />
<a href="http://www.bordercommunity.com/">Visita il sito di Border Community</a></p>
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		<title>Masha Qrella: Speak Low &#8211; Loewe and Weill in Exile (Morr Music)</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2009 09:02:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Masha Qrella è magnificamente berlinese, come di questi tempi sono magnifici tutti i musicisti berlinesi, indipendentemente dal genere. Già bassista nei Contriva e tastierista nei Mina, quindi autrice della più adorabile indietronica femminile mitteleuropea, tra Morr e Monika, con il suo terzo album accetta di rendere tutto più complicato. Registrato in studio, arrangiato per una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/06/speaklow-250x250.png" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/06/speaklow-250x250.png" align="right" style="clear: both" class="right" />Masha Qrella è magnificamente berlinese, come di questi tempi sono magnifici tutti i musicisti berlinesi, indipendentemente dal genere. Già bassista nei Contriva e tastierista nei Mina, quindi autrice della più adorabile indietronica femminile mitteleuropea, tra Morr e Monika, con il suo terzo album accetta di rendere tutto più complicato. Registrato in studio, arrangiato per una band vera con Masha Qrella alla voce e alla chitarra, <strong><em>Speak Low: Loewe and Weill in Exile</em></strong> è una bizzarra raccolta commissionata dalla Haus der Kulturen der Welt per celebrare, all&#8217;interno della rassegna &#8220;New York-Berlin&#8221;, i cinquant&#8217;anni dell&#8217;istituzione berlinese. Con Frederick Loewe e Kurt Weill, autori di classici di Broadway, Masha Qrella ha praticamente nulla in comune se non l&#8217;origine. Eppure, messe da parte le drum machine, l&#8217;estetica lo-fi e le cavalcate strumentali, Masha Qrella si dimostra non solo degna di trasformare la logora <em>Speak Low</em> in un gioiellino pop privo di drammaticità e pieno di piano elettrico, ma anche di confrontarsi con Weill, Loewe e Ira Gershwin come il Menard di Borges con il Don Chisciotte. Un consiglio rivolto ai giovani artisti è: non spalancate la finestra per gridare al mondo, con il sorriso sulle labbra, tutto quello che avete dentro. Masha Qrella, oltre a prendere alla lettera il suggerimento, sembra sigillare il suo nuovo sofisticato pop in quelle confezioni di plastica rigida con cui lottare, taglierino alla mano, per poter raggiungere il colorato e luccicante contenuto: alcune delle più laconiche e geniali cover mai arrangiate e suonate. Facendo sorprendentemente propri brani come <em>I&#8217;m a Stranger Here Myself</em>, <em>September Song</em> e <em>Wandering Star</em>, con quest&#8217;ultima che sembrava persa per sempre dopo l&#8217;imbarazzante versione di Lee Marvin in <em>La ballata della città senza nome</em>, Masha Qrella e la sua band riscrivono oggi piccole meraviglie che hanno animato per oltre mezzo secolo i palchi americani.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/mashaqrella">Visita il MySpace di Masha Qrella</a><br />
<a href="http://www.morrmusic.com/">Visita il sito della Morr Music</a></p>
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		<title>My Latest Novel: Deaths &amp; Entrances (Bella Union/Coop)</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2009 08:14:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non passa anno senza le due o tre band indie scozzesi di turno. I My Latest Novel, come per molti altri accade, sembrano appena a un passo dal raggiungere l&#8217;ampio pubblico al di qua del vallo adrianeo, della Manica o dell&#8217;oceano. Formatisi qualche anno fa in quel di Glasgow, sono stati malauguratamente colpiti dalla subitanea [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/06/dande-250x247.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/06/dande-250x247.jpg" align="right" style="clear: both" class="right" />Non passa anno senza le due o tre band <em>indie</em> scozzesi di turno. I <a href="http://mylatestnovel.com/">My Latest Novel</a>, come per molti altri accade, sembrano appena a un passo dal raggiungere l&#8217;ampio pubblico al di qua del vallo adrianeo, della Manica o dell&#8217;oceano. Formatisi qualche anno fa in quel di Glasgow, sono stati malauguratamente colpiti dalla subitanea fama di gruppo post-Arcade Fire — la band con il più alto rapporto rilevanza percepita per la musica leggera del XXI secolo/album pubblicati. Se tre quarti dei demeriti dietro la sostanziale non-evoluzione (anch&#8217;essa solo percepita) tra il grazioso debutto <strong><em>Wolves</em></strong> e il nuovo <strong><em>Deaths &amp; Entrances</em></strong> vanno imputati agli sconsiderati recensori, la band stessa ha le sue responsabilità. Esponenti di un filone che fatica a rinnovarsi, i My Latest Novel si baloccano con impeti di pop orchestrale e marosi armonici, intrecci vocali e la caratteristica dimensione onirica di certo indie-rock britannico. Non attraversa <strong><em>Deaths &amp; Entrances</em></strong> il territorio del folk elettrico di massa; poco condivide con gli Arcade Fire a parte l&#8217;essenza solidamente melodica, gli occasionali interventi di fiati e i dirompenti e prevedibili climax, tra cori e controcori. L&#8217;album, con i suoi testi eccezionalmente efficaci e non un singolo brano davvero debole, mostra i suoi lati fragili nella vaghezza dell&#8217;afflato teatrale e nella scarsa presa, sulla lunga distanza, del cantato monocorde di Chris Deveney. Se da una parte ci sono episodi brillanti come <em>I Declare a Ceasefire</em>, il paragone più lusinghiero per brani come <em>Reappropriation of the Meme</em> sono i Coldplay: non bastano purtroppo impeto ed emotività, occorrono arrangiamenti coerenti e convincenti. In <strong><em>Deaths &amp; Entrances</em></strong> c&#8217;è ancora molto da raffinare, ma noi continuiamo ad avere fiducia nella Scozia e tifiamo per i My Latest Novel.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/mylatestnovel">Visita il MySpace dei My Latest Novel</a><br />
<a href="http://www.bellaunion.com/">Visita il sito di Bella Union</a></p>
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		<title>Peter Broderick: Five Film Score Outtakes (Secret Furry Hole)</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jun 2009 10:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è più di un fatto curioso e del tutto irrilevante, di un&#8217;emozione indefinita, di una indescrivibile consonanza, tra quelli che emergono dalla quiete elegiaca di Five Film Score Outtakes. Il primo brano, per esempio, si apre per caso in modo identico a IZ-US di Aphex Twin, e prosegue come se gli anni tra il 1997 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/sfh003-249x250.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/sfh003-249x250.jpg" align="right" style="clear: both" class="right" />C&#8217;è più di un fatto curioso e del tutto irrilevante, di un&#8217;emozione indefinita, di una indescrivibile consonanza, tra quelli che emergono dalla quiete elegiaca di <strong><em>Five Film Score Outtakes</em></strong>. Il primo brano, per esempio, si apre per caso in modo identico a <em>IZ-US</em> di Aphex Twin, e prosegue come se gli anni tra il 1997 e il 2009 non fossero mai esistiti e la cosa più naturale da fare con piano e violino fosse produrre una musica contemporanea di sovraincisioni discrete ed effetti dirompenti. Sono tre battute spiazzanti, di un&#8217;emozione e universalità involontarie. Sembra essere questa spontaneità sofferta il filo conduttore del nuovo EP di <a href="http://www.myspace.com/peterbroderick">Peter Broderick</a>, in uscita in 200 copie per la microlabel Secret Furry Hole. <strong><em>Five Film Score Outtakes</em></strong>, come piuttosto chiaramente esplicita il titolo, è una raccolta di brani non utilizzati nel montaggio finale di un cortometraggio di cui Broderick ha composto a marzo la colonna sonora. Sono splendide vignette, completamente articolate pur nella loro natura di ritagli, che abbandonano lo sperimentalismo e si concentrano sull&#8217;intimo, sul bello, sul narrativo. Un EP che mette da parte le comunque interessanti derive cantautoriali di Peter Broderick e si riallaccia invece ai recenti <em>Docile</em> e <em>Float</em>. <em>Float</em> è uscito nel 2007, quando Broderick ha lasciato Portland alla volta di Copenhagen per unirsi ai tour degli Efterklang come violinista. Come solista è però un nativo degli stessi territori emotivi di Max Richter, Keith Kenniff, forse Jóhann Jóhannsson. Nel nuovo EP, cinque vividi tasselli ad arricchire il mosaico di una già brillante carriera.</p>
<p><a href="http://secretfurryhole.blogspot.com/">Visita il sito di Secret Furry Hole</a><br />
<a href="http://secretfurryhole.blogspot.com/2009/05/sfh-003.html">Ascolta la terza traccia dell&#8217;EP e acquista il disco</a></p>
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		<title>God Is an Astronaut @ Init, Roma (28/5/2009)</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2009 10:46:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><p class="image-center"><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/godisanastronaut.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/godisanastronaut.jpg"</p></p>
<p>Fuori dell&#8217;Init serpeggiava una coda surreale. Il futuro pubblico garbato e silenzioso attendeva il proprio turno sotto l&#8217;acquedotto solitamente deserto. Dovendo trascorrere in coda abbondanti decine di minuti prima di poter varcare l&#8217;ingresso, siamo riusciti a perdere l&#8217;apertura a cura dei romani <a href="http://www.myspace.com/tomydeepestego">Tomydeepestego</a>. Dall&#8217;ingresso, la folla straripava. I <a href="http://www.superadmusic.com/god/">God Is an Astronaut</a> sono una band amata trasversalmente, di un post-rock dalle forme convenzionali ma non banale, che senza clamore riesce a trascinare in un club capitolino una folla mai vista. Sono anche serate come questa la ragione per cui fanno chiudere i locali. Quando il trio irlandese ha messo piede sul palco e il suono sordo ha iniziato a rimbalzare sulle teste e le proiezioni a martellare i nervi ottici, il pubblico aveva da un pezzo riempito la sala, affollato all&#8217;inverosimile il bar e invaso l&#8217;ingresso-biglietteria. Qualcuno, dio astronauta, è perfino rimasto ad ascoltare poggiato alla porta d&#8217;ingresso, sbirciando dalle fessure. Nella temperatura disumana dell&#8217;Init, i GIAA sembravano gli unici completamente a proprio agio. Lontani dai suoni tellurici di Pelican e Mogwai, i God Is an Astronaut prediligono l&#8217;aria rarefatta della mesosfera. Superbi artigiani, tratteggiavano ombre e luci di brani tratti indistintamente dagli ultimi tre album, con una o due puntate indietro fino a <em>The End of the Beginning</em>. Per chi era relegato nel bar, i faretti sparati negli occhi. Coetanee con le magliette coperte di teschi a sventolarsi come attempate dame di corte, inutilmente. Tutto normale, da quando abbiamo imparato a considerare normale l&#8217;impossibile, l&#8217;ingiusto, l&#8217;intollerabile. Forse a causa dell&#8217;acustica, o forse intenzionalmente, l&#8217;aura omogenea delle registrazioni in studio dei GIAA perdeva la sua uniformità e diventata un netto gioco a tre. Un dialogo che, com&#8217;è giusto dal vivo, risucchiava orecchie e corpo e gola e graffiava e disegnava emozioni crude, piuttosto che spalancarsi in sabbie mobili cosmiche intorno all&#8217;ascoltatore. Trattato penosamente, nonostante il rimarchevole prezzo del biglietto, il pubblico ha risposto in modo ammirevole. Ed è stato un alimentarsi a vicenda, l&#8217;entusiasmo sottotono, silenzioso ma palpabile e la massiva tensione dei GIAA. L&#8217;Init non era all&#8217;altezza, e noi gli vogliamo un gran bene all&#8217;Init. Si lamenta di solito l&#8217;assenza di eventi veramente sentiti e partecipati. Quando però questi avvengono, purtroppo la Roma che amiamo non appare mai in grado di offrire risposte adeguate. Come erano i God Is an Astronaut? Grandi, ma ora abbiamo un altrettanto grandioso mal di testa.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/godisanastronaut">Visita il MySpace dei God Is an Astronaut</a><br />
<a href="http://www.initroma.com/">Visita il sito dell&#8217;Init</a><br />
<em>Fotografia di <a href="http://www.flickr.com/photos/9324699@N08/3568314412/">lost_dogs</a>.</em></p>
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		<title>Venetian Snares: Filth (Planet µ/Goodfellas)</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2009 14:22:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se ci si interessa del lato acido della musica elettronica, si ha ogni anno tra le mani un numero medio di dischi di Aaron Funk significativamente superiore a due. Aaron Funk è colui che, tre volte su quattro, si fa chiamare Venetian Snares. Come Venetian Snares, Filth è il suo sedicesimo album o ventunesimo album, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/filth-250x250.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/filth-250x250.jpg" align="right" style="clear: both" class="right" />Se ci si interessa del lato acido della musica elettronica, si ha ogni anno tra le mani un numero medio di dischi di Aaron Funk significativamente superiore a due. Aaron Funk è colui che, tre volte su quattro, si fa chiamare <a href="http://www.venetiansnares.com/">Venetian Snares</a>. Come Venetian Snares, <strong><em>Filth</em></strong> è il suo sedicesimo album o ventunesimo album, a seconda dei punti di riferimento e della scelta di includere autoproduzioni e split. Comunque sia, è un numero ridicolmente alto. Negli ultimi dieci anni Funk ha pubblicato 2,1 album/anno come VS, più uscite come BeeSnares, Vsnares, Last Step ed EP come se piovesse. <strong><em>Filth</em></strong>, come buona parte delle produzioni Snares, è prevedibilmente e noiosamente fantastico. Vista la direzione intrapresa negli ultimi lavori, in particolare <strong><em>Detrimentalist</em></strong>, la violenza dell&#8217;ultimo VS non stupisce. Sconvolge e irrita e stimola il sistema nervoso centrale e ha effetti vasodilatatori — ma anche questo fa parte delle regole del gioco, dal breakcore alla pubblicità ai popcorn movie. Aaron Funk ama mettere alla prova il povero recensore. <strong><em>Filth</em></strong> è l&#8217;ennesima infinitesima variazione sul tema, tendendo asintoticamente alla caricatura, pur avendo qualcosa della vaga impronta melodica di <strong><em>Hospitality</em></strong> e concessioni al dubstep. Venetian Snares fa scrivere press release che lo vendono come un pervertito minaccioso e fuori di testa: copre di feci la sua drum machine, gira le manopole con il pene. Se nei prossimi dieci anni Aaron Funk continua così, mi convinco che lui stesso scrive i comunicati stampa e subappalta la musica a uno sweatshop di oompa-loompa sotto acidi.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/venetiansnares">Visita il MySpace di Venetian Snares</a><br />
<a href="http://www.planet-mu.com/">Visita il sito della Planet µ Records</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Madlib: Beat Konducta Vol. 5-6: A Tribute to&#8230; (Stones Throw Records/Goodfellas)</title>
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		<pubDate>Mon, 25 May 2009 07:04:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci sono persone che in situazioni di stress e forte emotività, a quest&#8217;ultima reagiscono in modo eccessivo, mostrando una coolness non desiderata e fuori luogo. Ne incontro una ogni mattina in bagno, quando mi rado, nello specchio. Ma non è raro trovarne anche altrove. Il buon Madlib, uomo dai mille pseudonimi (come tutti, ormai), nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/beatkonducta-250x250.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/beatkonducta-250x250.jpg" align="right" style="clear: both" class="right" />Ci sono persone che in situazioni di stress e forte emotività, a quest&#8217;ultima reagiscono in modo eccessivo, mostrando una <em>coolness</em> non desiderata e fuori luogo. Ne incontro una ogni mattina in bagno, quando mi rado, nello specchio. Ma non è raro trovarne anche altrove. Il buon <a href="http://www.stonesthrow.com/madlib/">Madlib</a>, uomo dai mille pseudonimi (come tutti, ormai), nel suo tributo a J Dilla commette quel preciso errore: si profonde in un quasi-omaggio a <strong><em>Donuts</em></strong>, una quasi-prosecuzione del percorso iniziato insieme, un quasi-album di Madlib, e nessuna delle tre cose. Il terzo volume della serie <strong><em>Beat Konducta</em></strong>, dopo gli esperimenti cinematografici e i viaggi nel subcontinente indiano, vuole essere un saggio sulla scienza dell&#8217;hip-hop strumentale. Il ricordo che Madlib dedica a James Yancey, scomparso nel 2006, anche se nato parallelamente a <em>Donuts</em> si prolunga interminabile come un&#8217;autostrada polverosa che attraversi gli Stati Uniti, come molte delle esplorazioni in solitaria di Otis Jackson. <strong><em>Beat Konducta Vol. 5-6</em></strong> è una fumosa visione d&#8217;insieme della stanza dei cimeli degli ultimi quindici anni di hip-hop e soul progressisti. Dall&#8217;insieme emergono eccezionali cut-up, frammenti annodati con tanto gusto e tanto amore, bassi sintetici che sono come firme. La tracklist infinita e il succedersi sconnesso di loop e campioni suona troppo però come qualcosa che, per pudore più che altro, viene affidato alla programmazione della tv via cavo di un motel alle tre di notte — perché giunga solo alle orecchie più ricettive, nelle circostanze più adatte. Anche se a tratti assolutamente brillanti, in <strong><em>Beat Konducta</em></strong> il sentimento e l&#8217;intento finiscono schiacciati da un sampling eclettico e una produzione fuori fuoco.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/madlib">Visita il MySpace di Madlib</a><br />
<a href="http://www.stonesthrow.com/">Visita il sito della Stones Throw Records</a></p>
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		<title>Mokira: Persona (Type/Goodfellas)</title>
		<link>http://www.vitaminic.it/2009/05/mokira-persona-typegoodfellas/</link>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2009 15:24:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dischi]]></category>

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		<description><![CDATA[La scienza del suono e della luce è fatta di onde. Vibrazioni, oscillazioni e correnti plasmano le equazioni che le descriveranno. Le soluzioni delle equazioni delle onde, quando non si è sulla riva di un fiordo o nel ventre caldo di un auditorium deserto, sono la chiave di quella bellezza sottile che è in grado [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/persona-250x250.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/persona-250x250.jpg" align="right" style="clear: both" class="right" />La scienza del suono e della luce è fatta di onde. Vibrazioni, oscillazioni e correnti plasmano le equazioni che le descriveranno. Le soluzioni delle equazioni delle onde, quando non si è sulla riva di un fiordo o nel ventre caldo di un auditorium deserto, sono la chiave di quella bellezza sottile che è in grado di manifestarsi solo attraverso la matematica. Le soluzioni hanno una forma, uno spettro, un suono. <strong><em>Persona</em></strong>, secondo album di <a href="http://www.myspace.com/mokirafan">Mokira</a>, è quasi un moto ondoso esotico manipolato matematicamente, spinto a forza nei circuiti di un laptop, vincolato a fluire in canali elettroacustici, e reso suono. Andreas Tilliander è svedese (svedese come Ingmar Bergman) e <strong><em>Persona</em></strong> il suo primo album come Mokira in due anni — forse il terzo della sua carriera, ma è difficile districarsi tra pseudonimi, EP e migrazioni tra Raster-Noton e Mille Plateaux, Ideal e il recente ritorno in Type. Il minimalismo sfocato dei brani di <strong><em>Persona</em></strong> è cresciuto rispetto alle produzioni Raster-Noton, guadagnando in eleganza. Il suono, che è pura atmosfera, la suggestione di trasformate di Fourier scatenata dall&#8217;LSD di Pynchon, riverbera di kosmische musik à la Klaus Schulze, ma con la grana grossa di un William Basinski. La densità di armoniche e risonanze, glitch e crepitii, distacca però il continuo movimento regolare di Mokira dall&#8217;estetica asettica (e costantemente in preda a un profondo timore reverente perché riesca a concedere spazio a ritmi e parole) della musica per passeggiate spaziali. Si avvicina piuttosto all&#8217;intelaiatura delle esplorazioni dei Seefeel, alla migliore ambient di Aphex Twin, o alle origini di Sonic Boom. È dance music per chi fa picnic nei boschi nelle notti di luna piena e balla al ritmo delle maree.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/andreastilliander">Visita il MySpace di Andreas Tilliander</a><br />
<a href="http://www.typerecords.com/">Visita il sito della Type Records</a></p>
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		<title>Dissonanze 09: seconda serata (Palazzo dei Congressi, Roma, 9/5/2009)</title>
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		<pubDate>Tue, 12 May 2009 14:32:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><p class="image-center"><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/batforlashes-diss-450x257.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/batforlashes-diss-450x257.jpg"</p></p>
<p>Seconda serata di Dissonanze: altra notte, altri ritardi. Ma benvenuti, spostando casualmente avanti e indietro set e dj set; sottraendoci quindi parte della responsabilità della scelta e risparmiandoci almeno in teoria molti mal di testa. Mal di testa che invece la nausea volgarotta suscitata da <strong><a href="http://www.myspace.com/radioclit">Radioclit feat. Afrikan Boy &amp; Mo Laudi</a></strong>, sul tetto, ha allegramente evocato e tirato a lucido. Sotto una luna questa volta appannata e africana si sono susseguiti sul piatto Fever Ray e reggaeton quanto più abusato ed esaltante, in un contesto da animazione di villaggio turistico. Orrido e meraviglioso.<br />
Giù nell&#8217;aula magna <strong><a href="http://www.batforlashes.com/">Bat for Lashes</a></strong> è salita sul palco a piedi nudi e con un completo-tutina a righe, op-art, e la disinvoltura di una Björk prima della maturità e timbri rétro e una voce, che da sussurrata e sensuale, saltava di due ottave nei ritornelli e inchiodava alla poltrona. Il suono pienissimo e cromaticamente calibrato non con i pantoni ma con le tinte di un negozio di abiti di seconda mano, il pubblico numeroso e applaudente, il merito della grandiosa batterista e del suo passare dal timpano ai drum pad e dai drum pad al timpano. Natasha Khan vincitrice morale della metà non danzereccia di questo Dissonanze, con o senza i meriti dell&#8217;ambiguo <em>Two Suns</em>. A seguire, quasi sottotono per contrasto, l&#8217;enfant prodige inglese <a href="http://www.myspace.com/micayomusic"><strong>Micachu</strong></a> e i suoi <strong>Shapes</strong> — due amici non più vecchi di lei. Mica Levi è un ragazzino scappato di casa, una Rachel Maddow pre-tailleur, affogata in una magliettona bianca, con un accento impastato non troppo britannico. E più che il pop d&#8217;Albione, infatti, abbiamo avuto avanti dei Moldy Peaches ubriachi di rumore e noia autostradale. Si è finiti per uscirne contenti e storditi, volendole un bene curioso. Come a quegli amici delle medie che ti passavano le cassette sciolte dal calore di una Golf dell&#8217;84, e tu le ascoltavi e scoprivi solo mesi più tardi che in realtà i Beach Boys no, non suonavano in modo così sgangherato.<span id="more-15740"></span><br />
<a href="http://www.myspace.com/laurentgarnier"><strong>Laurent Garnier</strong></a> ha fatto Laurent Garnier. C&#8217;è stato bisogno di uscire dalla folla, salire sulla balconata e spalancare gli occhi di fronte a cotanto spettacolo. Era il dio del casino danzante sceso tra noi, così vicino e umano, circondato da musicisti veri e da una sezione di fiati come da ubbidienti e anonimi apostoli. Fiumi di quella che è la definizione stessa di stile. Si è avuta infine la dimostrazione che anche il pubblico di Dissonanze denudato e meno lucido ha orecchie, immobilizzandosi in massa di fronte agli occasionali ritmi spezzati, per riprendere poi il moto solo appena la cassa riattaccava. Roma, nonostante gli anni trascorsi, non è ancora pronta alla d&#8217;n'b.<br />
<a href="http://www.myspace.com/thresholdhouse"><strong>Peter Christopherson</strong></a>, 54enne, era la metà con pizzetto dei Coil e il nome dietro il Threshold HouseBoys Choir e lui sa cos&#8217;altro. In un accappatoio dalmatato, con una placidità da santone, ha raccontato della sua fuga dall&#8217;occidente verso la Thailandia gentile, bizzarra e spirituale (dice lui). Ambient estrema, dapprima distensiva quindi fastidiosa, accompagnata da immagini di adepti posseduti di fronte a un tempio, dei cortesi militari thailandesi, di decapitazioni, di scene di sesso anale riprese da un cellulare di seconda mano. Era iniziato come un esercizio di profonda bizzarria, è finito nel torpore. Confidavamo nei <a href="http://s4lem.com/"><strong>Salem</strong></a>, gente strana, pericolosa, misteriosa. E non è per via del pentacolo al collo e dei capelli lunghi. Due uomini e una donna, in apparenza personaggi degni di un ipotetico film di Lynch sulla scena metal del Midwest e le droghe pesanti. In realtà si sono rivelati un trio di fumatori di crack, bevono a canna e accendono una sigaretta dopo l&#8217;altra, si strusciano, si fanno le trecce. Nei video auto in fiamme, due tastierone sul palco che trasformavano in suono meccanico l&#8217;industrial bassa e intrigante di <em>Yes, I Smoke Crack</em> e <em>Water</em>. Sono stati di uno squallore tale che, come animali dal manto rado e ulcerato in certi zoo, non si poteva distogliere lo sguardo e smettere di domandarsi perché.<br />
<a href="http://www.myspace.com/actresskhz"><strong>Actress</strong></a>, era palese, era nel posto sbagliato al momento sbagliato. Con il suo laptop e niente altro aveva l&#8217;aria di chi vuole far ballare, solo per trovarsi alle quattro di notte passate di fronte a una sala semivuota e svaccata. Problemi tecnici dopo neanche un minuto di set, così piuttosto che rimanere seduti in attesa si è andati a far visita a <a href="http://www.myspace.com/francois_k"><strong>François Kevorkian</strong></a>. È uno che dalla console racconta di epoche lontane, del primo clubbing, del prostituirsi per far nascere la house e dello svendere la house per fare altro. Tutto questo chino, invisibile, senza dire una parola. Il suono di legna paleozoica, che evocava tramonti techno infiniti su tirannosauri a Ibiza — qualcosa del genere. Poi gente che rovesciava bicchieri, ti cadeva addosso, chiedeva pastiglie. Camminare intorno alle chiazze di vomito perfino nel parcheggio.</p>
<p><a href="http://www.dissonanze.it/">Visita il sito di Dissonanze</a><br />
<a href="http://www.flickr.com/photos/dissonanze/sets/72157617124688521/">Guarda la campagna promozionale <em>Never Stop Discovering</em> per Dissonanze 09</a><br />
<em>Fotografia di <a href="http://www.flickr.com/photos/absolutelyaudrey/3497044379/">absolutelyaudrey</a>: Bat for Lashes alla Williamsburg Music Hall, Brooklyn.</em></p>
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		<title>Dissonanze 09: prima serata (Palazzo dei Congressi, Roma, 8/5/2009)</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2009 08:56:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><p class="image-center"><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/dissonanze-09-450x228.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/dissonanze-09-450x228.jpg"</p></p>
<p>Come intorno al Vaticano c&#8217;è una linea di confine impercettibile, così intorno al Palazzo dei Congressi in occasione di <a href="http://www.dissonanze.it/">Dissonanze</a> sembra se ne innalzi una. La nona edizione di Dissonanze appariva tanto eterogenea, sulla carta almeno ma non soltanto, che un campo di forza calato sopra al Palazzo dei Congressi avrebbe avuto due scopi, fondamentali entrambi. Avrebbe prima di tutto contenuto la quantità e la diversità di proposte, anche se per la natura stessa del festival tutte provenienti dal ribollente brodo della musica elettronica, dei lati B e delle radici <em>altre</em>; quindi avrebbe permesso di isolare uno dei rarissimi e coraggiosi eventi di respiro europeo dal resto dell&#8217;Italia becera e assopita. Evento ancora più coraggioso essendo tenuto nell&#8217;ex-capitale dell&#8217;impero, ora divenutane per flussi e riflussi storici provincia estrema. Tutto questo peraltro senza esterofilia, ma fregandosene comunque con disinvoltura della political correctness del fare spazio a tutti i costi a una qualche presunta scena italiana.<br />
Chi non frequenta le parti del punk rauco e musicalmente sgrammaticato, di notte va a vedere le luci del palazzo dell&#8217;Inail. La luna piena e i modesti grattacieli dell&#8217;Eur circondavano la terrazza su cui si esibiva <a href="http://www.thegaslampkiller.com/"><strong>Gaslamp Killer</strong></a>, nella notte giovane, mentre nel Palazzo passeggiavano ancora solo drappelli di uomini della sicurezza. Dalla West Coast, amico di <a href="http://daddykev.com/"><strong>Daddy Kev</strong></a> e Flying Lotus e tutti gli altri DJ e viaggiatori losangelini, è andato senza violenza da hip-hop sporco al rap del sud, passando per l&#8217;India e tornando allo psy-hop. Intanto al piano di sotto come di consueto gli orari si sgretolavano, slittando in avanti di mezz&#8217;ore, con buona pace degli uffici di promozione e dei programmi già andati in stampa. Il piazzale era stato colonizzato da un autobus sponsorizzato su cui qualcuno metteva musica pigra.<span id="more-15620"></span> I <a href="http://www.myspace.com/moderat"><strong>Moderat</strong></a>, l&#8217;improbabile fusione berlinese di Modeselektor e Apparat, faceva tremare il salone. Tellurica ma <em>progressive</em>, lontana dal compromesso, in un&#8217;esplosione di suono poco strutturato ma densissimo la techno scura e vibrante di casa BPitch si mescolava alla perfezione alle tastiere e ai falsetti di quella che era <em>Arcadia</em>. Ammirevoli le proiezioni al rallentatore di cemento e detriti, nel buio pesto della sala.<br />
Di nuovo in terrazza, Gaslamp Killer, <a href="http://www.myspace.com/samiyambeats"><strong>Samiyam</strong></a> e <a href="http://www.flying-lotus.com/destroy/"><strong>Flying Lotus</strong></a> erano un esempio di negritudine pesante e assassina. FlyLo, l&#8217;unico veramente nero e di stirpe Coltrane sul palco, è stato inaspettatamente bidimensionale — quasi deludente, molto carnale eppure lontano dalla visionaria estetica cyborg freddo-caldo, organico-macchina di <em>Los Angeles</em> e di quanto l&#8217;ha preceduto. Samiyam invece scaldava gli animi, in un fiammeggiare di hip-hop esploso e ricomposto coreograficamente in corsa, in un tripudio di mother-f****** questo e quello e braccia alzate. A seguire <a href="http://daedelusmusic.com/"><strong>Daedelus</strong></a>, ennesimo californiano, ha proposto un anarchico set di classe che era per metà ricca dance metronomica e per metà uno showcase per il Monome. Forse aveva anche un Kaossilator, o forse i movimenti delle dita erano solo per spargere polvere magica. Vestito da Willy Wonka, si è spinto fino al ridicolo di un mash-up Daft Punk più Imogen Heap ed è quindi tornato indietro al più rassicurante <em>Love to Make Music to</em>.</p>
<p><p class="image-center"><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/signal.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/signal.jpg"</p></p>
<p>Di ritorno nell&#8217;aula magna per la triade Raster-Noton della serata. Ha aperto Uwe Schmidt, presente nella sua incarnazione <a href="http://www.myspace.com/atomtm"><strong>Atom ™</strong></a> (grazie al cielo quindi niente Kraftwerk latino-americani). Il processo di assorbimento della sua elettronica è la versione acustica di quello che accade nell&#8217;apparato digerente dei conigli. Scarnissimi loop semidigeriti vengono rimasticati, triturati, spruzzati di acidi gastrici. Da bravi coprofagi, siamo rimasti a fissare Schmidt che, tedeschissimo, in piedi di fronte al suo schermo-controller, manipolava patch audio-video. Proiezioni di fellatio subliminali in ASCII art, siparietti ridicoli con il riposo maltese del musicista, e la geniale idea di mostrare attraverso la stessa interfaccia usata da Atom l&#8217;atto di creazione in atto sul palco. Sullo stesso palco è seguito <a href="http://www.myspace.com/benderbyetone"><strong>Byetone</strong></a>. Già membro dei Signal, grafico di Raster-Noton e manipolatore di suoni da tempi ormai remoti, se confrontato con il pater patriae Alva Noto il musicalmente più giovane Olaf Bender nel live vive meno di texture e più di ritmi monotoni ma ben definiti — i colpi secchi che sono stati colonna vertebrale dell&#8217;intero set, invariati per tutta la sua durata, erano perfino scanditi da un conteggio da 0 a 1300 proiettato alle spalle di Byetone.<br />
L&#8217;escursione nei territori più ricchi e selvaggi dell&#8217;elettronica tedesca, quelli davvero adatti all&#8217;immagine salgariana di questo Dissonanze, è arrivata però con i <a href="http://www.raster-noton.net/main.php?action=artists&amp;dat=53"><strong>Signal</strong></a>, supergruppo composto da Carsten Nicolai, Frank Bretschneider e Olaf Bender. Bender è tornato praticamente subito sul palco, dopo essere andato dietro le quinte a mettere su l&#8217;uniforme d&#8217;ordinanza. La sala conteneva ormai quasi solo sosia di Brian Eno, tedeschi e gente con i capelli brizzolati. A Dissonanze i Signal hanno proposto <em>Robotron</em>, un giocare con i meccanismi della techno immersi in un concettualismo gelido. Ognuno dei tre sul palco ha perso parte della propria attenzione maniacale ai dettagli, costruendo una colonna di suoni puri dalle proprietà musicali essenziali i cui costituenti, mescolandosi, uscendo dal fondo e rientrando dall&#8217;alto, creavano un brutale e ordinatissimo paesaggio extraterrestre.<br />
Sarà l&#8217;avvicinarsi dell&#8217;età geriatrica, saranno stati i ragazzetti ubriachi di sambuca, ma il Vasco Rossi della techno, l&#8217;onnipresente <a href="http://www.timomaas.com/"><strong>Timo Maas</strong></a>, non ce l&#8217;abbiamo proprio fatta ad ascoltarlo. In realtà siamo stati costretti a sentirlo pur non volendo, gretto e violento che era, mentre andavamo a rifiutarci di pagare dieci euro per un cocktail a base del bourbon sponsor. La discotecona ha infine lasciato il posto a <a href="http://www.clonk.com/"><strong>Magda</strong></a>. È se la musica, in tutta onestà, non è cambiata di molto, la classe era tutt&#8217;altra. Peccato per la inevitabile percentuale di drogatini, che ballare tra la folla è bello e sano ma farsi poi largo a gomitate fino all&#8217;uscita tra tanta e tale gente rende retroattivamente deprimente tutta la serata. Si spera l&#8217;anno prossimo in un&#8217;uscita dal retro. <em>(Continua)</em></p>
<p><a href="http://www.dissonanze.it/">Visita il sito di Dissonanze</a><br />
<a href="http://www.flickr.com/photos/dissonanze/sets/72157617124688521/">Guarda la campagna promozionale <em>Never Stop Discovering</em> per Dissonanze 09</a></p>
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		<title>Rone: Spanish Breakfast (InFiné/Self)</title>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2009 13:22:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una colazione spagnola deve avere qualcosa di diverso da una inglese, tedesca o italiana, altrimenti non risveglierebbe la curiosità dell&#8217;assonnato viaggiatore digiuno di aggettivi e nazionalità. Se le differenze con un&#8217;anonima colazione continentale si riducono o meno a torrijas e churros, occorre chiederlo a Rone. Professionista delle colonne sonore e della musica d&#8217;ambiente, Rone è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/spanishbreakfast-250x250.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/spanishbreakfast-250x250.jpg" align="right" style="clear: both" class="right" />Una colazione spagnola deve avere qualcosa di diverso da una inglese, tedesca o italiana, altrimenti non risveglierebbe la curiosità dell&#8217;assonnato viaggiatore digiuno di aggettivi e nazionalità. Se le differenze con un&#8217;anonima colazione continentale si riducono o meno a torrijas e churros, occorre chiederlo a <a href="http://www.myspace.com/rone0">Rone</a>. Professionista delle colonne sonore e della musica d&#8217;ambiente, Rone è l&#8217;identità segreta che il sound designer francese Erwan Castex adotta nei suoi viaggi attraverso i regni della techno onirica. Il suo debutto, per la sempre interessante label InFiné, si propone proprio come <strong><em>Spanish Breakfast</em></strong>. È minimale, inizialmente leggero, colorato, con un retrogusto di miele. Si muove con gli occhi socchiusi e un frusciare di lenzuola dalla stanza da letto al caffè, in un temporale estivo di rumorismo e loop rilassanti. La delicatezza di xilofono e ritmi sintetici di <em>Belleville</em> è il mattino parigino, solo per tornare poi a letto (<em>Interlude in the Bed</em>), ed alzarsi quindi solo per pranzo nella bruma oltremanica delle più fosche ma goffe <em>Poisson Pilote</em> e, già di ritorno in terra francese, <em>Bora Vocal</em>. È un percorso culinario, in effetti, la ricerca di una pace attraverso un&#8217;elettronica in più portate, pulsante e stordita. Sognante eppure con lo scendere della sera pieno di essenziale disillusione, <strong><em>Spanish Breakfast</em></strong> è il ritratto di una Parigi ipotetica nei toni con cui si è soliti cantare Berlino. Verrebbe voglia di passare la giornata seduti in un parco cittadino, se non fosse che nella Parigi di Rone i parchi sono di plastica, il Louvre abitato dai fantasmi di Pac-Man e la Senna di un arancione brillante.</p>
<p><a href="http://www.infine-music.com/">Visita il sito di InFiné</a></p>
<p><a href="http://www.vitaminic.it/2009/05/rone-spanish-breakfast-infine/#video-15275" class="media-link"><strong>Guarda il video di <em>Spanish Breakfast</em>.</strong></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Francesco Tristano: Auricle/Bio/On (InFiné/Self)</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 15:51:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mescolare le categorie è cosa buona e giusta. Si fanno oscuri cocktail di suggestioni che spaziano dalla musica elettroacustica alla musique concrète, dalla techno di Detroit alla classica contemporanea. Francesco Tristano, pianista lussemburghese di formazione classica, sembra a un certo punto della sua carriera essersi cosparso i riccioli sensuali con le ceneri dei suggerimenti d&#8217;arte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/04/auriclebioon-250x250.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/04/auriclebioon-250x250.jpg" align="right" style="clear: both" class="right" />Mescolare le categorie è cosa buona e giusta. Si fanno oscuri cocktail di suggestioni che spaziano dalla musica elettroacustica alla musique concrète, dalla techno di Detroit alla classica contemporanea. <a href="http://www.francescotristano.com/">Francesco Tristano</a>, pianista lussemburghese di formazione classica, sembra a un certo punto della sua carriera essersi cosparso i riccioli sensuali con le ceneri dei suggerimenti d&#8217;arte e di vita di un mazzo di Strategie Oblique in fiamme. Così, tra nuove ispirazioni e pulsioni incomprensibili, il nostro venticinquenne pianista è passato da Ravel e Berio a Derrick May e agli Autechre, proponendo di questi ultimi versioni favolose rispettivamente di un classico come <em>Strings of Life</em> e di <em>Overand</em>. Ha lavorato con Carl Craig, ha debuttato con l&#8217;aiuto di Murcof nella musica elettronica con <strong><em>Not For Piano</em></strong>, ed è tornato con la risoluta contaminazione di <strong><em>Auricle/Bio/On</em></strong>. In <strong><em>Auricle/Bio/On</em></strong> Moritz Von Oswald, storico produttore dub-techno e metà della famiglia Basic Channel, si unisce a Tristano. Nascono così due tracce da oltre venti minuti l&#8217;una, giocate su mutamenti tonali e decomposizioni lente, aeree, spaziose e spaziali. Qualcosa accade, ma con un ampio respiro e una maestà tali che risulta difficile afferrare cosa. Il piano jazz di Tristano si trasforma presto in qualcosa di altro, raffinate dinamiche minimal del migliore Ricardo Villalobos prendono il sopravvento e la fusione tra digitale e umano, nella buona tradizione berlinese, non può essere invertita. Creazione distruttiva, distruzione creativa — dicono le liner notes — con artefici i bassi striscianti, il ritmo saldo, l&#8217;incedere sordo dub-techno a velocità di crociera e gli ultimi rari frammenti di tasti e corde sopravvissuti al trattamento. È un album sublime ed ecumenico, radicale quasi in modo naïf, di quell&#8217;originalità che declina al futuro radici profondissime.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/francescotristano">Visita il MySpace di Francesco Tristano</a><br />
<a href="http://www.infine-music.com/">Visita il sito di InFiné</a></p>
<p><a href="http://www.vitaminic.it/2009/05/francesco-tristano-auriclebioon-infine/#video-14926" class="media-link"><strong>Guarda <em>Not for Piano</em></strong></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Fischerspooner: Entertainment (Lo Recordings/Audioglobe)</title>
		<link>http://www.vitaminic.it/2009/05/fischerspooner-entertainment-lo-recordingsaudioglobe/</link>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 07:34:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è da chiedersi che senso abbia riscoprire le sonorità anzianotte della new wave più elettronica, appenderci l&#8217;etichetta electroclash, abbandonarle a destini alterni, quindi dissotterrarle nel 2009 per una qualsiasi ragione. L&#8217;essenza delle scelte dietro la forma e i contenuti di Entertainment, terzo album dei Fischerspooner, come quelle della brutta copertina appaiono totalmente casuali. Avrebbe potuto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/04/entertainment-250x249.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/04/entertainment-250x249.jpg" align="right" style="clear: both" class="right" />C&#8217;è da chiedersi che senso abbia riscoprire le sonorità anzianotte della new wave più elettronica, appenderci l&#8217;etichetta electroclash, abbandonarle a destini alterni, quindi dissotterrarle nel 2009 per una qualsiasi ragione. L&#8217;essenza delle scelte dietro la forma e i contenuti di <strong><em>Entertainment</em></strong>, terzo album dei <a href="http://www.fischerspooner.com/">Fischerspooner</a>, come quelle della brutta copertina appaiono totalmente casuali. Avrebbe potuto essere un album in un qualsiasi altro stile, applicato con indifferenza a una manciata qualsiasi di brani mediocri, arrangiati a caso — a seconda della strumentazione in studio e del produttore di turno. Quello che sembra aver determinato la forma finale di <strong><em>Entertainment</em></strong>, tra tutte le possibili forme primordiali, sono gli otto anni passati da <em>Emerge</em>, la familiarità dei Fischerspooner con Depeche Mode/Erasure/Pet Shop Boys, e l&#8217;intervento di tale Jeff Saltzman, produttore purtroppo di band del calibro dei Killers e degli svedesi Sounds. Nonostante tutto, e indipendentemente dalle buone cose pubblicate in passato dalla coppia Fischer &amp; Spooner, <strong><em>Entertainment</em></strong> tiene fede al suo nome. Praticamente innocuo, è gomma da masticare per le orecchie, un&#8217;accozzaglia di hit per un&#8217;assonnata classifica di Mtv, lo zeitgeist dell&#8217;electropop giocoso, coinvolgente, disimpegnato e fondamentalmente inutile di questo decennio.</p>
<p><a href="http://www.myspace.com/fischerspooner">Visita il MySpace dei Fischerspooner</a><br />
<a href="http://www.lorecordings.com/">Visita il sito della Lo Recordings</a></p>
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		<title>Tim Exile: Listening Tree (Warp/Self)</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2009 09:47:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Giovannini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dischi]]></category>

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		<description><![CDATA[Tim Exile è l&#8217;alias, neanche particolarmente gretto o sgradevole, di Timothy Shaw. Tim Exile era ben noto per la malsana drum&#8217;n'bass su Moving Shadow e l&#8217;intricato album di debutto, Pro Agonist, parecchio sui generis, per Planet Mu. Poi, gradualmente, seguendo il pessimo esempio dell&#8217;ora compagno di etichetta Jamie Lidell, Tim Exile si è dato all&#8217;IDM, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="clear"></span><img src="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/04/listeningtree-250x250.jpg" alt="http://www.vitaminic.it/uploads/2009/04/listeningtree-250x250.jpg" align="right" style="clear: both" class="right" /><a href="http://www.myspace.com/timexile">Tim Exile</a> è l&#8217;alias, neanche particolarmente gretto o sgradevole, di Timothy Shaw. Tim Exile era ben noto per la malsana drum&#8217;n'bass su Moving Shadow e l&#8217;intricato album di debutto, <strong><em>Pro Agonist</em></strong>, parecchio sui generis, per Planet Mu. Poi, gradualmente, seguendo il pessimo esempio dell&#8217;ora compagno di etichetta Jamie Lidell, Tim Exile si è dato all&#8217;IDM, quindi al cabaret funk-soul, infine a una declinazione personale del synthpop. E noi, scevri di pregiudizi verso la periferia elettronica come lo è Nanni Moretti verso quella romana, abbiamo messo gli occhiali da sole e siamo saliti sulla Vespa. Perché si dice: ma che è, il 1984? ma che stiamo ascoltando, i Pet Shop Boys? E io volevo rispondere, sotto i baffi, con voce un po&#8217; nasale: questo synthpop, pensavo peggio, non è affatto male. <em><strong>Listening Tree</strong></em> però, come esempio di modernariato musicale, è davvero piuttosto brutto. La stratificazione di patch e la sostanza drill&#8217;n'bass è tutt&#8217;altro che cattiva, la particolare tonalità di electroclash è godibilmente inballabile, e il tira e molla di tempi e suoni bislacchi fanno mangiare la polvere a qualunque Ladytron o Fischerspooner. Poi, c&#8217;è il genio caotico. Il genio, quando ha messo insieme un album degno sia di Warp sia di Planet Mu, lo impesta di cantato. Salviamo i due episodi di electro strumentale retrofuturistica. Il fatto che la musica sia apprezzabile <em>nonostante</em> il cantato è sbagliato, ingiusto e immorale. Tim Shaw purtroppo non ha una grande voce e i testi, anche se non insipidi, sono proposti in una maniera annoiata e vanagloriosa à la Dave Gahan. Le distorsioni disumane, infine, non aiutano. Anzi, non fanno che accentuare le tastierone e il senso di ridicolo che un omino Lego a grandezza naturale con un berretto dei Devo susciterebbe in una serata del Fabric.</p>
<p><a href="http://www.warprecords.com/">Visita il sito della Warp Records</a></p>
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