Cross the Line #15 Olafur Eliasson/Sigur Ròs
‘He has a vision’ dicono gli americani quando vogliono indicare qualcuno che ha realizzato qualcosa di assolutamente incredibile. Olafur Eliasson è un artista che riesce a realizzare le sue visioni, e le sue visioni sono di prima categoria. Olafur Eliasson è nato nel 1967 a Copenhagen da genitori islandesi. Dal 1993 vive e lavora a Berlino dove ha sede lo Studio Olafur Eliasson, un laboratorio che oltre alle sperimentazioni dell’artista è anche impegnato in progetti architettonici. Del 2003 crea il lavoro che gli da popolarità mondiale: The weather project, allestito nella turbine hall della Tate Modern a Londra, viene visto da oltre due milioni di spettatori. Nel 2003 Olafur Eliasson ha costruito il sole, un sole composto da duecento lampadine monofrequenza, uno specchio e fumogeni delle discoteche, questo è bastato a per trasformare l’enorme Turbine Hall della Tate Modern in un luogo lisergico e surreale. Ancora una volta si ha la conferma di quanto alla base di ogni opera d’arte ben riuscita vi sia un progetto profondo; il materiale, (elementare) in questo caso diventa riferimento, e l’opera completa, un rimando interno alla Tate, ex centrale elettrica da cui Eliasson prende come elemento modulare le lampadine che la rappresentano. Le persone sono sedute, sdraiate, o semplicemente ferme a godersi lo spettacolo. Posizionato in alto, sul fondo dello spazio espositivo, un enorme sole. E’ formato da duecento lampade monofrequenza, le stesse usate per l’illuminazione stradale, montate dietro ad uno schermo circolare. Guardandolo più attenzione, si nota che la metà viene riflessa dalla superficie specchiata del soffitto, che ne duplica l’effetto. Un leggero gas fumogeno viene emanato costantemente da macchine per ricreare il vapore acqueo, garantendo un effetto surreale di sospensione. Viene annullato l’effetto-neon generalmente presente nelle gallerie, le sagome delle persone, sfumandosi, si mischiano con il pulviscolo dei gas; la particolarità della luce e la consistenza dell’aria oltre a ricreare un’atmosfera rilassante e lisergica, ricopre persone e oggetti. Di fronte alle opere di Olafur Eliasson non ci si ferma a pensare se si è di fronte ad un’opera riuscita tecnicamente o esteticamente, non è richiesto. La loro efficacia è dimostrata da qualcosa di diverso e di più potente: la costante permanenza del pubblico, che si gode l’esperienza. Con interventi apparentemente minimi l’artista ricrea una natura artificiale, lirica ed artefatta. E’ interessato allo stato naturale delle cose e ai suoi possibili cambiamenti, sempre convinto che “La natura non esiste di per sè, ma coincide con il nostro modo di guardarla. — Continua a leggere

Mariko Mori è figlia di uno scienziato giapponese. I suoi primi lavori risalgono agli inizi degli anni novanta, ma è con la personale “Made in Japan” in mostra a New York e successivamente a Tokyo nel 1995/96 che l’artista ottiene attenzione internazionale. In queste esposizioni, emerge con evidenza un carattere fondamentale delle sue opere: l’attaccamento dell’artista giapponese alla sua patria e gli influssi che la cultura contemporanea operano in essa. Mori inizia a lavorare nella metà degli anni ‘90, realizzando fotografie che la ritraggono in abiti da lei stessa disegnati mentre rappresenta diversi ruoli di donna nello spazio urbano contemporaneo. Questi lavori da un lato esprimono una visione critica della società e dall’altro possono essere considerati come una sorta di allegorie. Nelle foto si vedono panorami urbani in cui cyborg e geishe si offrono ai passanti, come bambole pronte a essere sfruttate e manipolate. L’artista gioca con lo stereotipo femminile, creando provocatorie reazioni alla subalternità della donna in Giappone, tramite figure di donne artificiali, a metà tra l’umano e l’androide, cyborg venute dal futuro, ‘electric geisha’ con un’aura da creature mitologizzate e distanti. La tecnologia usata in questa prima fase è seduttiva, spettacolare, fatta di luci e flash, effimera, e crea un effetto di coinvolgimento straniante per chi guarda in modo leggero e piacevole.
Fino dall’età di diciotto anni Nan Goldin ha usato la fotografia come diario visivo della propria vita e di quella della estesa famiglia di amici ed amanti con i quali ha diviso le proprie esperienze. Segnata dal suicidio della sorella, è proprio fotografando la propria famiglia che inizia il suo lavoro fotografico. In seguito rimane molto vicina all’album di famiglia sia per la tecnica che per i soggetti scelti. L’artista ha detto che considera la macchina fotografica come un’estensione del proprio braccio, alludendo alla totale continuità che lega la sua arte al suo intenso vivere, in effetti l’opera di Nan Goldin è inseparabile dalla sua stessa vita. Le sue immagini, dai primi suggestivi ritratti in bianco e nero, alle intense fotografie a colori di amici ripresi nelle loro camere da letto, raccontano, attraverso una sorta di sguardo dall’interno, la vita irregolare ed appassionata di chi ha scelto un’esistenza fuori dalle regole. Eccessi dell’alcool, della droga, dell’amore e del sesso, ma anche scene di una disarmante domestica intimità si alternano nelle immagini di Goldin. Dagli anni Settanta, l’artista ha presentato alcune delle sue immagini in uno show in forma di proiezione di centinaia di diapositive accompagnata da colonna sonora intitolato The Ballad of Sexual Dependency. The Ballad è il racconto in varie versioni, della dirompente, talora distruttiva, potenza dei legami che uniscono, al di là della morte e del genere sessuale, gli esseri umani. La violenta irruzione dell’aids, che ha sconfitto molti degli anti-eroi protagonisti delle fotografie dell’artista, ha acuito il senso di perdita che caratterizza numerose sue immagini. Vi si vede il suo entourage subire il travaglio della vita: infanzia, vecchiaia, amore, morte si succedono nei pochi secondi della proiezione prima dell’immagine successiva. L’evoluzione tecnologica della macchina fotografica (che con il tempo è diventata sempre più leggera, maneggevole e sofisticata nel riprendere, anche in condizioni scarse di luce), al pari dei cambiamenti nelle abitudini sociali, le ha permesso di ampliare le situazioni in cui scattare immagini, così come la rosa dei soggetti ripresi. Sono raccontate relazioni affettive alle prese con un precario equilibrio fra autonomia e dipendenza; di vite quotidiane fatte spesso di drammi e, sempre, di momenti difficili. Ci sono istantanee di amici e di familiari mentre riposano su letti sfatti, fanno l’amore, si truccano, parlano al telefono. I soggetti ripresi e la loro vita quotidiana vengono raccontati anche nei momenti più intimi. Sono immagini trasgressive e allo stesso tempo disarmanti per l’approccio umano, malinconico ma diretto ed immediato con cui sono scattate prima ancora che per le situazioni riprese. Un’altra significativa serie di foto accompagnate dalla canzone All by myself descrivono l’intera vita della Goldin dall’infanzia fino alla maturità. In pochi minuti viene condensata la discesa all’inferno dell’artista e della donna, fino ad una finale seppur momentanea risalita, che non viene risparmiata nemmeno nei momenti di maggiore vulnerabilità (in Nan One Month after Being Battered la Goldin ha il volto gonfio dalle percosse che il suo amante Brian le ha dato prima che finisse la loro relazione). 





