Deluded By Lesbians: The Revolution Of Species (New Model Label/Audioglobe)

Chiara Leandri | 2/9/2010

689.877 Booklet 16S 4-4.inddEro in cerca di qualcosa di energetico, in vecchio stile rocchenroll. Quel quid che nasconde la voglia di celebrare, e poi di mettersi al lavoro. Ebbene, i Deluded By Lesbians mi hanno salvata. Gruppo emergente da qualche anno, il nome assai divertente e i visuals semplici ma accattivanti, i tre ragazzi di Milano non hanno certo rischiato di finire nel dimenticatoio. Potrebbero rischiare se continuassi a seguirli dal computer del mio ufficio, che blocca i siti con su scritto “lesbian” e altre parole cotanto perniciose. Ma spero non sia il vostro caso. Se volete galvanizzarvi, sentirvi eroi, immortali e dei gran fichi, mettete su United States Of Delusion o Ringo Starr e poi rassegnatevi a saltare e pogare come dei ragazzini. Sono gli effetti collaterali, non è colpa mia.
Questo è il primo LP che segue i due simpatici EP dai gloriosi titoli The Importance Of Being Ignorant e The Ignorance Of Being Important, neanche Wilde sarebbe arrivato a tanto. E infatti loro ci giocano sul, come dicono loro, “Sembrare intelligenti pur non essendolo veramente” o piuttosto usando il loro trucchetto: “sembrare di non essere intelligenti, pur essendolo completamente”.
Ignoranti sono ignoranti, bravi sono bravi, ora aspettiamo la crescita maturata. Hanno già suonato quest’estate allo Sziget, che è già un traguardo. Ripetono con altre gustose date, mentre noi aspetteremo alla transenna. Nel frattempo, buona fortuna, oh Evoluti!

Prossimi Concerti:
3 settembre @Magnolia Parade – Milano
16 settembre @Milano Film Festival – Milano
12 novembre @Lochness club – Riva del Garda (TN)
26-28 Novembre 2010 (TBC) @ MEI – Faenza (Ra)

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Bonaparte: My Horse Likes You (Autoprodotto/Staatsakt/Rough Trade)

Chiara Leandri | 2/9/2010

folderC’era una volta uno svitato che veniva dalla Svizzera e amava vagare per l’Europa. Non che adesso abbia messo la testa a posto, ma di certo un approdo l’ha trovato. Kreuzberg. Nel cuore multiculturale della Berlino in cerca d’identità, Tobias Jundt ha fondato i Bonaparte, collettivo la cui unica prerogativa è far casino, improvvisare, divertirsi, dire cose leggermente sensate sotto un pulviscolo di cazzate. L’atteggiamento ricorda vagamente le Chicks On Speed, con quella voglia di usare corpo, anima e trucchetti per travolgere un pubblico che il più delle volte accorre solo per godersi il circo. Ma dicono che ne vale la pena. Forse l’unica. In questi giorni saranno in Italia per la Magnolia Parade e l’occasione è ghiotta, ghiottissima. Vogliamo capire questo pulsare di beat di chitarre e arpeggi sintetici, vogliamo confonderci nella Hedonistic Army, come Monsieur Bonaparte ama chiamare la sua azienda circense, e scontrarci su temi scottanti e noiosi (”Titten und Kapitalismuskritik, tette e critica al capitalismo”). Vogliamo trasformarci in cavalli, travestirci da panda, agitarci come scimmie, “non essere uomini perché non esistono”, suonare un’ouverture di fiati e bit, e poi agitare i nostri sitar al ritmo di blues. Vogliamo farci comandare da un ometto con un occhio pesto e la pelliccia da leone. Non c’è nulla di stabilito, niente di banale. Come far rimare Tolstoj con Playboy. O come il fatto che tu piaccia al mio cavallo. Oh sì.

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Kele: The Boxer (Wichita/Spin-Go)

Chiara Leandri | 26/8/2010

theboxerConta il personaggio. Questo mi viene in mente non appena metto su The Boxer e, nonostante tutte le mie resistenze al nuovo pentagramma fatto di beat, mi ritrovo ad apprezzarlo. Il trait d’union che permette di capire questo disco è tutto nel carisma del cantante dei Bloc Party. Perché se quello di cui ci troviamo qui a discutere non è un disco della band, sappiamo che dopotutto è la stessa cosa. Come se considerarli in stanze distinte fosse un peccato. Ci sono di sicuro delle resistenze, e io stessa non posso esimermi. Tipo perché devi rivendermi un disco blocpartiano come disco-kele, o se non sarà la solita storia del cantante di una band che è la band ma poi alla fine senza gli altri è come se si perdesse.
Ma così come mi ero schierata in favore di Intimacy e della vena danzereccia, ora non posso che apprezzare la coerenza di un flusso evolutivo che, al passo coi tempi, si sposta sempre più dalla pessima etichetta ”post punk revival” da cui era partito per approdare qui dove Kele lo vuole condurre. Come succede in quel grosso universo parallelo dove suonano Franz Ferdinand, Editors, Killers e compagnia bella, anche qui si sfocia (più ferocemente) nelle contaminazioni, nelle sperimentazioni, ma soprattutto, nella smodata ricerca di un Sehnsucht moderno. I Bloc Party, e quindi Kele, ne sono sempre stati pieni, ed è in quella magica parolina che vedo il loro mantra. Quella vena strisciante di spaesamento. Londra, Kreuzberg, se stessi: il punto è cercare il proprio posto nel mondo. Così fa Kele, in continua ricerca. Non lascia la presa, nonostante i suoi compagni abbiano mollato, confidando forse nella ripresa. Intanto ascoltiamo, qui, un disco che non si perde certo nella scia di Tenderoni, ma che sa giocare con tutto quello che Kele è stato e che sarà. Già. Qui ci sono i semi del domani – perlomeno quel domani che sarà un giorno della band londinese. Per questo vi consiglio vivamente di non abbandonare del tutto il suo ottimo cantante. Quello dalla faccia carina e la verve trascinante.

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It’s Not Only Rock’n'Roll, Baby! @Triennale Bovisa (24 giugno/26 settembre 2010)

Chiara Leandri | 12/7/2010

9788493584467Rock ‘n’ Roll. Ora che l’immaginario pseudo-rock regna ovunque, proliferano continui pastiche di quelle che vengono definite “attitudini rock”, dove basta usare la suddetta etichetta per convincere un po’ tutti e deluderne molti. E’ qui che rischia la bella mostra It’s Not Only Rock’n'Roll, Baby!, dove il caro, vecchio rock ‘n’ roll c’entra solo di sbieco e piuttosto risalta la parola NOT. Quello che vedrete NON riguarda il rock, anche se vorreste. Lo siamo, ma anche no. Chi lo sa.
Inaugurata al Bozar di Bruxelles nel 2008 e ora approdata alla Triennale Bovisa di Milano fino al 26 settembre 2010, questa collettiva in continua evoluzione narra di 12 artisti scelti che nascono dalla musica e poi producono arte, senza decidere se una possa nascere senza l’altra, se sia l’Artista il fulcro di tutto, o se vogliamo semplicemente curiosare nel giardino creativo del nostro idolo. — Continua a leggere

Cocorosie: Grey Oceans (Sub Pop/Self)

Chiara Leandri | 12/7/2010

coco-rosie-grey-oceansPeggiore copertina dell’anno. Forse te la aspetteresti da una come Bianca Casady, che espone per la mostra It’s Not Only Rock’n'roll! i suoi schizzi depravati (in buona compagnia, s’intende) che altro non sono che l’estensione visual di un preciso intento sonoro. Grey Oceans supera il limite, neanche riesce a inserirsi nella solita diade ideale bello/brutto. Semplice inclassificata. Risultato: sappiamo che è tutto un gioco, quello delle sorelle Casady, come di chi stuzzica un gatto curioso e poi si lamenta dei graffi. Per questo album hanno fatto la loro scelta, spiazzare con qualcosa che visivamente va oltre l’arcobaleno di colori pastello in La Maison de Mon Rêve, gli unicorni che si violentano in Noah’s Ark, il gotico sfocato di The Adventures Of Ghosthorse And Stillborn. Hanno eletto a modello la copertina di un libro fantasy di serie B, tornando idealmente indietro nel percorso del buongusto, perché a loro non gliene frega mica di essere piacevoli. Nè di facile identificazione. Giocano spesso con la confusione dei sessi, lo sfaldamento dei luoghi comuni, la fantasia perversa. Mi sono capitate fra le mani così tante stranezze folk-irish-ambient-electro, che il nuovo intruglio targato Cocorosie non risulta poi così male.
Questo disco sa di alcune, basilari, precise decisioni. Uno: è perfetto per un localino in stile 10 Corso Como. Atmosfere che si impongono il fine della sofisticatezza, incursioni etno chic, stillicidi di loop, orchestrazioni che riempiono un tempo dilungato all’estremo. Musica da aperitivo, insomma. Con una differenza. Due: Sierra mette a frutto i suoi studi lirici. Ecco comparire delle vere linee sonore, meno concessioni a squittii e creste ruvide della voce, più forma e meno sfarfallii. Un disco che non stonerebbe di fianco a My Brightest Diamond. E poi l’effetto finale: più sicurezza e decisione. Via, verso la definizione, che sia del suono o degli intenti. Fila più piacevole, ma anche più sintetico. Come un aperitivo di ottime tartine da consumare subito. Pensando alle fatine e ai folletti che no, non sono carini e socievoli, ma forse un tantino dispettosi.

Prossime date in Italia:
18 luglio – Villa Ada, Roma
19 luglio – Spazio 211, Torino
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Kate Nash: My Best Friend Is You (Polydor/Universal)

Chiara Leandri | 28/6/2010

a1064_100415025833344493La prima recensione  per Made Of Bricks di Kate Nash che ho letto la stroncava in pieno, e quegli stessi motivi mi avevano convinto che la avrei presto adorata. Non ti cambia certo la vita, questa ragazzotta che voleva fare l’attrice e che si è poi ritrovata a comporre musica nella cameretta (solita storia da romanzo del giovane povero?), ma riesce nel difficile intento di accompagnare molti momenti di turbolenza interiore. Il segreto è una miscela di sano fancazzismo da “sono una tipa accattivante perché me ne frego” e un’attitudine da brava nerd (ma tutto sommato piacente). Si è poi fatta da sola, Kate, navigando la superficie dei vecchi luoghi sociali alla Myspace e costruendo una mitologia cibernetica da fare invidia a tanti nuovi emergenti, tant’è che oggi riposa sugli allori della Polydor dopo molti fortunosi cambi di etichetta. Con My Best Friend Is You Kate accentua la sua strategia: chitarre un po’ più spinte, gorgheggi e schiamazzi, e l’odio dichiarato per i gabbiani. Motivetti scazzati (I’ve Got A Secret), sconfinamenti nei territori della Regina Spektor di Soviet Kitsch, e l’etichetta “explicit lyrics” in copertina corredano il tutto. Purtroppo non c’è molto altro da dire, o si è su questa lunghezza d’onda o non si può capire. Kate Nash è un disegno abbozzato, un cumulo di aspirazioni e modelli di una nuova era: non ci dirà dove stiamo andando, ma è un buon modo per accompagnare il viaggio.

Guarda il video del making of dell’album
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Guarda il video di Do-Wah-Doo

The Twilight Saga: Eclipse OST (aka: dove vanno a finire le nostre saghe)

Chiara Leandri | 18/6/2010
eclipse-soundtrackE’ arrivata la nuova colonna sonora del terzo film targato Twilight. Mi sono chiesta se fosse una pessima idea parlarne ancora, eppure la vecchia storia dei vampiri buoni e dei licantropi gentlemen tira eccome. E visto che già era riuscita a solleticarci con New Moon sul magico mondo delle OST che cadono a fagiolo sul nostro pane quotidiano, non possiamo perderci quest’ultimo passaggio e approfittarne per scovare il minimo comun denominatore degli anni Zero.
2004: con The O.C. (dal Mix1 al Mix6), nasce l’indie per ricchi. Seth Coen è ebreo, sfigato, nerdissimo, fumettissimo, eppure così figo, e ascolta tutto quello che in questo momento dei nuovi anni Zero consideriamo il vero hype.
2006: Marie Antoinette non è un prodotto di largo consumo come gli esimi colleghi, ma la OST è stupefacente. Siouxsie and the Banshees, New Order, The Cure, e The Strokes, Aphex Twin, Air accanto a Vivaldi e compagnia classica: non c’entra una mazza con l’ambientazione del film ed è una grandissima idea.
2007: Gossip Girl mette in scena con nonchalanche cosa è “in” e alla moda. Tutto è moda. Non c’è neanche bisogno di dirlo. Non c’è bisogno di una soundtrack ufficiale, anche se esiste. Gli aggiornamenti saltano fuori assieme alla puntata settimanale, i riferimenti impliciti passano da tastiera a schermo cellulare. E’ il nuovo mondo che ormai ha acquistato un metodo. E se sei teenager e hai bisogno di distinguerti, Phoenix, Vampire Weekend, Crystal Castles e perdincibacco, anche i Sonic Youth sono il tuo pane quotidiano. Insieme alle scarpe disposte in ordine alfabetico per stilista.
Cambio di rotta del 2009 per New Moon. E’ diverso da Twilight: le band adolescenziali finto-rock tipo Paramore, Green Day, Linkin Park non tirano più. Bisogna sorprendere e forse anche risparmiare. Il risultato è un gioiellino che tira le somme alla fine del decennio. E ci sta tutto.
2010. Alice in Wonderland è solo l’inizio di un anno di conferme. Due OST, una noiosa raccolta di strumentali e un confanetto che cerca la sua strada fra il vecchio mainstream (Avril Lavigne, Blink 182, Tokio Hotel, Plain White T’s, Metro Station) e il nuovo vintage (Robert Smith, Wolfmother, Franz Ferdinand). Non si sa cosa scegliere, ma le si prova tutte. Tanto c’è Avril.
E per finire, la nostra The Twilight Saga: Eclipse. Cominciando dai Muse, che piacciono tanto alla spumeggiante Stephanie Meyer: nel primo volume sono stati una labile presenza, poi hanno fatto un remix, e infine sfornato un inedito in stile Queen. Il resto è come un almanacco della stagione 2009/2010: Florence and the Machine, Dead Weather, Vampire Weekend, Black Keys con le loro uscite fresche-fresche. E poi quelli che non erano stati ammessi al girone precedente: Bat For Lashes, Fanfarlo, Sia, The Bravery, Metric. I Band Of Horses si riconfermano, UNKLE e Cee Lo Green ritornano in auge, Howard Shore ci riprova dopo Il signore degli anelli e tutte le sue molte altre cose.
Non sarà certo il punto di arrivo, né un passo seminale. Ma la sua presenza al terzo stadio di un fenomeno mediatico rilevante non fa che stuzzicare la voglia di cercare una strada di senso fra le colonne sonore degli anni Zero. Viviamo, in fondo, gli anni della citazione e del frammento; ogni anno la moda cambia, ogni prodotto culturale rimanda a un altro, intriso di link e navigazioni [ho messo un link] sulla superficie del contenuto. La musica diventa un veicolo a quattro ruote su cui caricare i pacchi che si vuole e trasportarli da qualche altra parte. Grey’s Anatomy usa titoli di canzoni per nominare le puntate; C.S.I.: NY gioca con Nelly Furtado, i Coldplay e le suonerie truetone con una consapevolezza che va ben oltre l’uso di canzoncine da sottofondo; Cold Case ricerca scientificamente canzoni storiche per ambientare al meglio gli episodi. Sono tutte serie tv, direte voi. Bene. Ma non ditemi che Twilight è un film, non vi crederò.

Calamari @ Magnolia (9/05/10), Dente @ Teatro 89 (18/05/10)

Chiara Leandri | 18/6/2010
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In questi ultimi tempi ci sono stati dei concerti. Avevano in comune Dente. Che sia una coincidenza, chi lo sa. Ci sono stati prima i Calamari e poi c’era Dente, solo lui. Anzi, vi dirò che i Calamari li ho visti due volte, perché ci avevano fatto stare davvero bene, me e tutti quelli che c’erano. Per due settimane te ne vai in giro a raccontare quelle battute e quelle “canzoni” col sorriso sulla faccia. Ad esempio la Nanomusica, pezzi di pochi secondi in cui ognuno suonava a caso uno strumento improvvisato, urlava due parole, e via con l’effetto umoristico. Ho adorato Puglia (”Quanto sei lunga / Mammamia”) e Finale Ligure (”Genova”, e poi basta). Per rendere l’idea dovrei mettermi a ridere fra un “E poi hanno fatto…” e un “De Robertis e la marmellata…” mimando con la voce ogni possibile stonatura. Ecco. Insomma. Missà che non avete ancora capito, quindi vi metto il video. Non è un concertone “omioddio”, solo cinque persone che si ritrovano a cazzeggiare. Enrico Gabrielli (Mariposa, Calibro 35), Gianluca De Robertis (Il Genio), Dente, F Punto e Federico Dragogna (entrambi nei Ministri) – tutti intenti a ricoprire economie di scala in tempi di crisi e a suonare a più non posso in territorio milanese. Fanno bene. Si riservano una serata tranquilla al mese rispolverando una vecchia gloria italiana: il cabaret milanese. Fanno come Jannacci e i Gufi, Cochi e Renato e Paolo Rossi, Nanni Svampa e Paolo Villaggio, Walter Valdi a Abatantuono, un fracco di nomi passati per il Derby Club a raccontar storie e suonare, chi più e chi meno. I Calamari sono però figli degli anni ‘90, e quindi ci mettono pure Cristina D’avena (Fiocchi D’avena è la rubrica) e Max Pezzali, intimo amico della poetessa Alda Merini. Le battute sono più o meno preparate, il confine si fa labile, la cretineria a livelli assurdi. E va bene così, perché vogliamo Canzoni Egocentriche per accorgerci di testi assurdi, momenti nonsense a leggere la rivista vintage Buchi Viziosi, scenette ludiche di lotta fra Puglia ed Emilia, e infine ricordarci che la canzone milanese fa davvero ridere. E siccome al Magnolia la serata capita sempre durante il Family Day, ci sono pure i bambini.

Everybody Was In The French Resistance…Now!: Fixin’ The Charts, Volume 1 (Cooking Vinyl)

Chiara Leandri | 13/5/2010

biiiiiiiigEddie Argos. L’artista che vorrebbe partecipare a Top Of The Pops. L’uomo ossessionato da Vincent Van Gogh. L’uomo “con le migliori sopracciglia del rock’n'roll” (organizzargli un incontro con Elio e le Storie Tese è d’obbligo). Ecco, lui più che una persona, è un marchio. Sappiamo che i testi saranno colonna portante di ogni nota, che ci sarà la battuta arguta, e che dal vivo la sua piacioneria farà muovere un sacco di bei sederini. Vorrei poter dire che la presenza della compagna Dyan Valdes cambi del tutto concept e musicalità, ma ahimè, questo è sempre e comunque un Eddie Argos. Come i pezzi d’arte dei migliori pittori. Come un pezzo di art brut, di art naif, o di art goblins… Notiamo, certo, un certo tocco femminile che va ad impreziosire la stesura dei colori, lo sguardo delicato della musa del cuore (e che crea rimarchevoli ritornelli). Ma nulla di più di un progetto simpatico che punta sul buon sapore che ha oggi il vintage e su un nome tanto lungo da non passare inosservato (formare una band è come la Resistenza, a patto che non si ricorra ad ipocrite scuse). Ah, e ovviamente anche sul tema scelto: un pout pourri di risposte alle canzoni più rimarchevoli del pop. Dalla troppo facile Avril Lavigne che sforna il ritornello migliore, al pezzo traditional Scarborough Fair passando per Frank Sinatra, Martha Reeves and the Vandellas, Michael Jackson e le geniali trombette di Billy’s Genes, Mamas and Papas, Kanye West and so on, qui si ride e si scherza sulle tragedie umane che hanno coniato gioielli popolari riaggiornati e riveduti con cinico disincanto. Bella trovata, bei testi, belle musichine - ma alla fine passo in fretta in rassegna le tracce senza che una mi rimanga nel cuore. Forse sono un po’ come Jimmy Mack.

Leggi la spiegazione di ogni brano
Guarda il video di G.I.R.L.F.R.I.E.N. (You Know I Got A)
Visita il sito della band


Intervista a Dente

Chiara Leandri | 22/4/2010

denteNella città che non conosce soste, una pausa caffè in compagnia di Dente. Chiacchiere in libertà tra passato e presente, cose ovvie, cose strane, senza perdere quella vena di personalissimo e ironico realismo.
Tra musica per aperitivi, sane dosi di cinismo e cuscini Ikea, santini e pagliacciate, Giuseppe Peveri riesce a dare alle proprie esperienze, riuscite o meno che siano, un peso specifico. Storie di vita comune, semplici sfumature di quadri esistenziali in tempi di crisi economiche e sentimentali.
Chi meglio di un cantautore per caso che parla di discount può dirci chi siamo?

di Chiara Leandri e Marco Di Milia

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  2. Lucertulas 8 Ore
  3. J.Tillman Three Sisters
  4. Uochi Toki Permettendomi Artifici Spontanei
  5. A Classic Education Gone To Sea
  6. Bonaparte My Horse Likes You @ Zeit-Online
  7. Black Mountain The Hair Song
  8. Four Tet Nothing To See
  9. Arab Strap Daughters Of Darkness
  10. Shipping News The Delicate

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