Songs from Freaks! The Series (Sony) VERSUS The Twilight Saga: Breaking Dawn. Part 1 OST (Chop Shop Records/Atlantic)

Chiara Leandri | 12/12/2011

songs_from_freak_the_series_ost_aavv_202264Mostri adolescenziali crescono. I soliti vampiri, ormai saturi, contro finti vampiri e nuovi supereroi: le mode cambiano, si evolvono. E cosa fanno le colonne sonore? Figlie dello stesso gioco, dallo schermo allo stereo (ma che dico, smartphone), continuano la buona tradizione. Ma qui bisogna parlare della novità italiana che combatte i botteghini statunitensi: finalmente qualcosa di nuovo. O no?  
Grande scalpore tutto italiano per la serie in onda solo su Youtube, finchè poi però tutto finisce nello stesso calderone: gruppi rockmelodici in stile Muse o nu-metal, e poi ritmi dance in acido che piacciono agli alternativi del dancefloor, contro nuove leve dei cuoricioni da classifica capitanati dal cioccolatoso Bruno Mars e dalla passabile Christina Perri. Stiamo parlando della OST di Freaks! contro la nuova puntata della Twilight Saga: Breaking Dawn parte I. Pensando di scrivere della prima, sono finita naturalmente sulla seconda, esempione massmediatico della sonorizzazione degli anni Zero. Cosa cambia, e cosa rimane? La ricerca di una propria identità e allo stesso tempo di una approvazione esterna. Se Breaking Dawn I vira su un taglio più mainstream (già i singoli la dicono lunga: vi ricordate, con nostalgia, i Death Cab For Cutie?), Freaks! se ne esce con una cosa che sembra molto distante, eppure vuole piacere allo stesso modo. Sì, vuole disperatamente catturare il pubblico di MTV. — Continua a leggere

Feist: Metals (Polydor/Universal)

Chiara Leandri | 27/10/2011

Feist-Metals-CoverAscoltando Feist viene in mente quello slogan Lifegate – voce suadente, cinguettìo in sottofondo – “Fermati. Ad ascoltare”. Non so se faccia più innervosire per quella spocchia da radical chic impenitente, o se perché in fondo ci riconosco un valore vero, semplice e utile. Non ci fermiamo a sentire davvero. Se così fosse, se mi ostinassi ad essere un orecchio distratto, dopo un minuto di rapimento per la voce sinuosa di Feist, e cinque di lamenti da gatta ferita, mi sarei stufata e sarei passata oltre. Invece sono anni che non la mollo, magari dandole un occhio da lontano, così, per controllare se va tutto bene, se ha fatto nuove amicizie (inelencabili) o se ha tirato fuori altri video o filmini delle vacanze. Perché in Feist vive un quid da tenere nel cassetto, una fiammetta capace di far brillare le nenie più distruttive. A quattro anni da The Reminder i brani si erano ormai impolveriti, quel quid un po’ spento e, francamente, mi stava pure annoiando. Schiacciando play sul nuovo disco, invece, diamo una bella rispolverata totale. I brani brillano, tipo che ti ritrovi canticchiarli mentre cammini per strada, e non per una loro cantabilità, ma semplicemente perché ti sono entrati dentro. Linfa nuova. I suoni si fanno più audaci e scopriamo come alla brava Leslie piaccia spingersi un po’ oltre – con cautela ma tanta curiosità. E noi l’accompagniamo. Le tinte ondeggiano fra un passionale bianco/nero e guizzi multicolore (Graveyard e A Commotion su tutte), proprio come le “vignette” dirette da Keith Megna – un distillato della musica di Feist in note e immagini, un mondo magico per occhi e orecchie. Perché ormai nessuna musica è ormai solo disco.
Il nuovo Metals, e Feist in particolare, diventano allora non semplice musica, ma un’esperienza. Amici. Sentimenti. Momenti. È un piacere darsi a loro e ricevere insieme. E non ve ne pentirete, se vi fermerete ad ascoltare davvero.

Segui Feist su Facebook 
Leggi l’articolo su Vogue
Vai al sito Listentofeist e guarda tutte le vignette
Ascolta Graveyard dal vivo

Dente: Saldati

Chiara Leandri | 28/9/2011

217791_10150170322296185_52144546184_6764788_5505353_nIstantanea. Tac. Si chude la porta dell’auto, lasciandosi dietro ogni suono. La testa continua ad andare: “ho tanto caldo anche se è inverno”. Me la ripeto e la coccolo un po’, è proprio una bella immagine. Fine istantanea. Bella, penso. Ma dove l’ho sentita? L’ho davvero sentita? Perché ho in mente proprio questa scena di vita quotidiana? Sto ascoltando il nuovo singolo di Dente, e le parole, ora, mi sussurrano come un dejà-vu. La spiegazione più ovvia che mi do è che Dente sa sempre tirar fuori immagini semplici, eppure belle, che abbiamo dentro ma non sappiamo come.  Qualche malelingua potrebbe invece lagnarsi ”è perché scrive sempre la stessa cosa”, ma non ci bado poi tanto. Certo, c’è sempre la chitarrina, le notine di piano, gli archi romanticoni, la voce sorniona, ma la forza, la vera forza, rimane in quella frase, anche se unica, capace di aprirti ad una bella sensazione. Come quando ti ricordi delle poche lezioni al liceo, e delle poesie facilone di Ungaretti che chissà come ti rimanevano dentro, proprio perché fatte di scarne, eppure pregne, frasi d’effetto: è così che oggi scherziamo sui vecchi affetti, e la frase ”come primavera sugli alberi le foglie” sa di gioco, e giocando diciamo “ci piace proprio, questa Saldati“.

Ascolta Saldati su YouTube
— Continua a leggere

Fallulah: The Black Cat Neighbourhood (Sony)

Chiara Leandri | 30/8/2011

FallulahTheBlackCatNeighbourhood2010_thumb-300x300Scovare musica a Copenhagen non è facile come sembra. I grandi festival estivi sono un tripudio di eventi da non perdere, ma se si tratta di dischi, devi addentrarti in un anonimo negozio sullo Strøget, o spingerti fino a Nørrebro e forse qualche scarno rivenditore lo trovi. Se poi vuoi metterti a scartabellare fra i prodotti tipici musicali, buona fortuna. I danesi sono riusciti ad esportare solo krapfen e biscotteria. La cosa migliore che gli è riuscita a livello musicale sono gli Aqua, per il gran mondo. Per altri un po’ più savi, invece, si oscilla fra Efterklang, Trentmoller, e Volbeat (un miscuglio, scusate, di incredibile grettezza, ma per ora è quello che passa il convento). Sul design, in compenso, è difficile batterli: potreste accontentarvi di far tintinnare un cucchiaino in stilosissimo stile Bodum nella sua tazza di caffè mentre ascoltate tutt’altra musica uscire dal costoso stereo Bang & Olufsen. Eppure, ogni tanto una nota danese riesce ad uscire, da quello stereo. Parlo di Fallulah. Ha un nomignolo tra l’infantile e il follettoso, cose che poi non c’entrano per nulla con Maria Apetri, di ovvia origine nomade – un nomadismo che parte dai Balcani e arriva in Danimarca passando per New York, come una vita, e una musica, che attingono da tante, e diverse ispirazioni. Per molti versi The Black Cat Neighbourhood è un disco nordico: la voce cristallina, gli echi, l’elettronica. E’ poi, di più, un disco dal sapore black: andamenti e ritmi d’Oltreoceano, influenze culturali inevitabili che rendono le linee vocali più calde. Infine, poi, arriva l’ingrediente speciale. Piccoli inserti speziati di ritmi tribali e strumenti folkloristici: cambia la musica, cambia il sapore. Dopotutto, credo che la commistione di generi non sia poi così lontana dallo stile danese e da Copenhagen insieme: a loro piace raccogliere il buono che c’è un po’ qua e un po’ là, vagando per il mondo e oltre, per riassemblarlo come gli pare, in un disco che non si concede a troppi sguardi, ma che eppure è lì, davanti ai tuoi occhi, per essere scovato. Lo trovi facilmente anche in Italia, magari accanto a Florence, Bat For Lashes e Lykke Li. Ma stai attento, è un’altra cosa, e a loro non piacciono le definizioni troppo strette.

Vai al sito ufficiale di Fallulah

Guarda il video di Give Us A Little Love

Guarda il video di I Lay My Head

Guarda il video di Out Of It

Guarda il video “hypster” di Bridges

Guarda il video ufficiale di Bridges

Joan As Police Woman: Carpi, Modena (27/07/2011)

Chiara Leandri | 30/8/2011

IMG_1260Tempo di suoni estivi, tempo di festival. Ogni palco triturato nella macchina di discussioni, foto-ricordo, mirabilia e feticci. E noi siamo qua per peggiorare il morbo, con consapevole e studiata nonchalance. C’è un altro pezzo del puzzle da incastrare, quello che riguarda Joan As Police Woman.

Abbiamo lo stesso taglio di capelli. Tutte e due ci siamo vestite di nero e bianco. Le similitudini finiscono qui, eppure stasera c’è da sentirsi uguali alla poliziotta Joan. Che strana cosa: lei è lassù, noi quaggiù, e un filo di note ci unisce senza sforzi. Siamo a Carpi, Modena. L’ultima tappa italiana di una serie di piccole piazze suggestive scelte per l’occasione estiva: Bollate, Umbertide, Locorotondo, Sestri Levante e poi Torino, Rimini, Roma, Catania. Già, estate: “Come sta andando la vostra estate? Dai, sarà magnifico qua in Italia!”. Macchè, si muore di freddo. Sarà per questo che il clima – quello umano – sa di esitante, sospeso. Questa è una delle poche volte in cui Joan cerca di portare movimento allo spettacolo, ma è difficile urlare e dimenarsi proprio qui: sedie in stile cinema all’aperto, la magnifica cornice del Palazzo dei Pio, e l’attacco psichedelico di Flash. Come è l’anima di Joan: passionale, profonda, e poi riflessiva, e infine esplosiva. Ci sono momenti in cui le urleresti “Forza, lasciati andare! Di più, di più!”. In altri, la cosa migliore è saper interpretare le grida della sua voce: non è per virtuosismo, né per darsi un atteggiamento per così dire punk. Ѐ così e basta, un modo d’essere che segue un preciso percorso scritturale, anche quando sembra contraddirsi.
Novella Giovanna D’Arco, è a lei che Joan Wasser dedica non solo il suo nome d’arte, ma anche l’ultimo The Deep Field: frasi come “Girl you are the chosen one / you’ll make the history” (I Was Everyone), risalgono sicure oltre la superficie, imponendosi fino in profondità. Sembra una magia, eppure non è altro che un bel concerto. Strano, nel suo contesto. Eppure vero, e luminoso, fatto apposta per rischiarare questa bella estate.

Segui i post italiani di JAPW su Ilpost.it
Guarda le foto della serata su Rockol
Guarda il video live di The Magic
Guarda il video live di Flash
Guarda il video ufficiale di Chemmie

Egokid: Ecce Homo (Novunque)

Chiara Leandri | 15/7/2011

egokid_eccehomo1Di canzoni che ci dicono chi siamo, ultimamente, abbondano le playlist degli stolti. Una volta ci perdevamo nei Baustelle, ora ci rima sopra in stile annizero Vasco Brondi. Seguono ispirati nuovi gruppi come Luminal, o i disincantati Cani, e infine ci sono cantautori ironici come Dente e/o Brunori Sas, e i paradossi dei Mariposa. In qualche modo hanno tutti quella stessa voglia di descriverci massimizzandoci, spostando comportamenti personali verso masse emozionali. In molte occasioni ridiamo di quel sorriso amaro che vede elevare a poesia la propria grettezza, perché sì, loro tutti ci mettono di fronte alle nostre debolezze. Perché amiamo lo specchio quando permette di controllare la nostra immagine, non certo perché ci rende più belli. Bene, gli Egokid si invitano alla stessa tavola. Provate a guardare il video di Come un eroe della Marvel. Vuol dire affrontare da vicino, vicinissimo, quello che siamo. Senza fronzoli e discussioni. Punto. Il risultato è una dipendenza: godere degli inni ballerecci alla Blur (Ragazzi + Ragazze), dei lenti racconti, delle riflessioni disturbate. Le tag per questo disco sarebbero “vintage”, “pop”, “italiano”, con la variante “electro” da inserire davanti ad ognuno, a piacere. Gli Egokid ci provano, a fare il salto di qualità. Il disco, lungo questo 2011, non permette che lo lasciate ad impolverarsi sullo scaffale. Continua a riemergere, vuoi per il video sopracitato, vuoi per un bonus come Milano, ti amo (Canzone x Pisapia), vuoi per i remix de La discoteca dell’uomo qualunque, le serate, le occasioni. Un disco che vive, e va celebrato. Come si deve celebrare tutta questa generazione dove contano le parole – e le parole contano; dove la musica diventa un accompagnamento – un accompagnamento utile. Ci rimarrà sempre il dubbio, se in quel periodo della nostra vita ci perdevamo nelle parole piuttosto che nelle note. Ma è un rischio che vale la pena di correre, per non perderci il nostro momento e quello che siamo: lo specchio a volte è impietoso, lo so, ma è a questo che serve.

Prossime date live:
17 luglio – Italia Wave Festival, Lecce
30 luglio – MareMoto Festival, San Benedetto del Tronto
01 agosto – Carroponte, Sesto San Giovanni (MI)
09 agosto – Saracena Wine Festival, Saracena (CS)

Guarda il video di Ragazzi + Ragazze
Guarda il video di Credo

Già che ci sei, guarda tutto il canale video degli Egokid

Cat’s Eyes: Over You

Chiara Leandri | 13/7/2011
10
Atmosfere psichedeliche. Vecchie colonne sonore ‘60-’70 di film cotonati e un po’ sbavati. Malinconiche attrici con l’eyeliner e vortici di luci nero rosso blu insieme, mentre ti perdi in suoni semplici, eppure infiniti. Il passato è sfocato, il presente….beh, il presente è solo una bestia che non sai gestire se non dopo che ti ha azzannato. Cat’s Eyes (un progetto, un duo, un’unica entità) ci racconta il presente in relazione al passato, per questo ha bisogno di così tanti riferimenti. E così ti attira nella sua rete, facendoti credere che ci sia un disegno dietro all’increspatura nata sulla superficie. Peccato che una soluzione alle tue turbe non sia qui, non la troverai in un disco, nè in un video su youtube. Ci sono solo le domande giuste, e le note che le possono accompagnare.
Il disco omonimo è uscito ad aprile 2011, preceduto dall’EP Broken Glass. Duo curioso - dagli Horrors uno, dalla musica classica la seconda - è naturale che ci siano buoni spunti per tanti bei titoletti. Ma il disco vale la pena dell’ascolto e, alla vigilia del prossimo LP targato Horrors, è un piacere guardarsi un nuovo video e tornare a tuffarsi nel vortice Cat’s Eyes.

Munk: The Bird And The Beat (Gomma/Promorama)

Chiara Leandri | 23/5/2011

1298685239_munk-the-bird-and-the-beat-2011Facciamo un gioco: io vi lancio qualche manciata di parole e voi ve le riordinate come più preferite. Facciamo questo gioco, ci divertiamo, e un po’ pensiamo e un po’ no. Che ne dite? Perché è questo tipo di cose che ispira Mathias Modica, qui anche conosciuto sotto il nome del progetto Munk. E’ un sottile incastro di nomi e luoghi e pattern e piccoli riff. Io ve li butto lì: house, eurodance, italian pop, chansonnier francesi, funk brasiliano, dadaismo tedesco… si shakera tutto ed esce il disco per la disco più preziosa che ci sia. Tutto al ritmo di concetti in stile “la musica divertente / la gente sorridente / il dj stupefacente”, con la voglia di scintillare agli aperitivi o scivolare felici attraverso la notte. Che è un po’ quello che gira ora, triturare la chill in pezzi fini perché si mescoli bene con la house, aggiungere la ciliegina di 12 sussurranti esponenti del gentil sesso, ed ecco che ne viene fuori un’operazione di successo. Dopotutto, l’italotedesco Modica è una vecchia volpe: diviso fra Marsiglia e Berlino, trova il tempo per remixare chiunque, anche cose come Yeasayer, Etienne de Crécy, Moshi Moshi, oppure collabora con ottime referenze quali James Murphy degli LCD Soundsystem e Asia Argento, o ancora trova il modo di farsi inserire nella compila dei Friendly Fires per Bugged Out. Il suo animo indie non ha potuto non interessarci, il ritmo non fa che trascinarci, e i suoni sanno affascinarci. Anche quando si fa più zozzo e caciarone. Che dire, il gioco piacerà a chi si diverte a giocare, ed è in corso un ballo che vuol essere qualcosa di più: un nuovo stile di vita.

Ascolta gli estratti dell’album
Guarda il video di La Musica

Milano Libera Tutti @ Piazza Duca d’Aosta, Milano (10/05/2011)

Chiara Leandri | 13/5/2011

Milanoliberatutti, e tutti occupano Milano. Questa è un po’ la sensazione che si ha cercando di schivare migliaia di persone ammassate in Piazza Duca d’Aosta – piazza vituperata, piazza rivalutata, piazza periferica, di passaggio, ma anche piazza affacciata sulla Milano Bene di via Vittor Pisani. È la piazza, infatti, la vera protagonista della serata. Non i discorsi apologetici, non la musica. L’impressione generale, dopo la corsa notturna per riuscire a prendere l’ultima metro, è che i suoni siano stati più parte dell’insieme (per non dire una scusa) piuttosto che il fine ultimo dell’evento. L’Evento, sì. Perché siamo arrivati tutti qui attirati da un mix speciale, quel quid che ti diceva “stasera devi esserci, caschi il mondo”. La mia amica assenteista ha forgiato le parole più perfette a descrivere il tutto: il fatto che qualsiasi forma di vita intelligente sia così esaltata per l’evento di stasera la dice lunga sul fatto che a Milano non c’è proprio nulla da fare. Esatto. Perché siamo tutti qui? Un po’ perché ci sono tutti, un po’ per un certo tipo di musica, un po’ per spirito politico, ma soprattutto, e prima di tutto, per vivere la piazza e riprenderci quel “qualcosa da fare” che manca da troppo tempo. Se i locali chiudono, i gruppi non suonano, i valori non vivono, c’è però la voglia di reagire, seppur per una notte. Non farò discorsi politici, non è questo né il luogo né l’intenzione. Rendo l’atmosfera, il sudore e la presenza di tutti quei 30.000 che hanno avuto voglia di vivere Milano.
— Continua a leggere

The Luyas: Too Beautiful To Work (Dead Oceans/Goodfellas)

Chiara Leandri | 10/5/2011

The-Luyas-Too-Beautiful-To-Work-300x300Se non vi bastano le vocine esitanti delle Cocorosie. Se l’electro pop dalle melodie sognanti è il vostro pane quotidiano. Se non vi servono suoni troppo ricercati, ma neanche volete fare la figura dei  sempliciotti. Se nulla vi spaventa, neanche – a tratti – un po’ di noia. Se siete molto motivati. Ma proprio tanto. Se siete tipi che sospirano. E poi sussurrano. Bene. Allora questo disco fa per voi. I Luyas tornano con un secondo album dopo l’esordio del 2008, che - come spesso accade – in molti non hanno notato. D’altra parte, però, bisogna insistere, e continuare a provarci. Eccoli quindi accompagnarsi ancora con pile di tastiere, percussioni, e un corno, quello usato anche assieme agli Arcade Fire. Se poi vogliamo pensare alla loro sonorità come prodotto D.O.P. del Canada francese, quello di Montreal, possiamo pure, ma le barriere, qui, contano molto poco. Siamo su un altro piano, molto più nordico piuttosto che continentale. Ѐ un Nord interiore: a tratti fa molto freddo, ma con le dovute attenzioni ci si può sciogliere un poco. Per non restare indifferenti. Ho messo molti “se” e continuo a pensarli. Penso che i Luyas possano sbilanciarsi di più, non assomigliare a molto altro. Hanno voglia di osare, e così noi con loro. Senza “se”, né troppi sussurri, però.

Guarda il video di Tiny Head
Segui i Luyas su Facebook

Archivi

wordpress visitors