Horse Feathers: House With No Home (Kill Rock Stars)

Amos Martino | 9/9/2008

Il sole estivo accenna appena il tramonto, adesso che l’aria, di sera, è pungente e i ricordi inseguono le speranze per l’autunno alle porte. L’alternative-folk degli Horse Feathers arriva così: inatteso e discreto, country ma tanto fragile negli intrecci silenziosi della voce di Justin Ringle e della sua chitarra (su tutte Helen). In House with no Home, le ballate al chiaro di luna si alternano a pezzi dal sapore antico, tra pianoforti verticali e banjo, tra la danza in cerchio degli archi (Curs of Weed, Burden) e il rintocco di una campana.

Le linee guida per questo modo di fare musica sono scritte e chiare già da un pezzo: Iron&Wine a fiumi, ma anche Tunng, Castanets e i rimpianti Sodastream. Ciò che colpisce – all’interno di un disco da cui sai già cosa aspettarti – è la straordinaria delicatezza dei suoni, quando anche in brani come This is What il ritmo deciso e incalzante ha come contrappeso cori di una sorprendente delicatezza.
Tuttavia, a lungo andare, gli Horse Feathers tendono un po’ a compiacersi di queste atmosfere rarefatte, tanto che le undici tracce del disco sono proprio al limite tra il piacere di ascoltare e la tentazione di skippare qualche pezzo. Armonie un po’ ferme e combinazioni poco interessanti interrompono l’ascolto in brani come Different Gray. Si tratta di sfumature, un po’ troppo ripiegate su sé stesse per poter essere davvero apprezzate: tanto più se l’ultimo brano – Father – è il più bello dell’intero disco.
La musica degli Horse Feathers è familiare come un paesaggio di montagna, eppure porta con sé qualcosa di più complesso e nascosto, come capire perché un gruppo del genere ha per nome il titolo di un film dei fratelli Marx.

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Stars – Sad Robots EP (Arts & Crafts)

Amos Martino | 8/9/2008

So già che mi dispiacerà arrivare alla fine di questa recensione e rileggere un po’ di strali sparsi qua e là; troppe le complicazioni emotive, le storie e le situazioni legate alla musica degli Stars. È appena uscito Sad Robots EP e, certo, l’attesa non è stata ripagata dal prodotto finito. Dove sono finiti gli Stars?
I suoni fin troppo patinati portano l’EP a una deriva sintetica senza il gusto o la sensibilità di chi tra l’elettronico e l’acustico ci vive da tempo (Radiohead?). Poche idee – e neanche troppo originali  – lasciano l’amaro in bocca sin dalla prima traccia: va bene rendere l’idea dei robots malinconici, ma qualcosa di più interessante di un effetto digitale si poteva trovare, no? Così i primi due minuti scorrono inesorabilmente lenti, nel loop di un piano à la Muzio Clementi e la pesantezza di un ennesimo libro di Asimov.
Le scelte musicali – a livello coloristico e melodico – si muovono sulla scia del disco precedente, ma senza la freschezza e la spinta di alcuni di quei pezzi. Così ne risentono anche le melodie, ferme e prevedibili.
Per fortuna c’è ancora qualche momento di lucidità, soprattutto quando la voce di Amy Millan è protagonista. Sono piccole parentesi tonde in brani come Undertow in cui il pezzo riesce ad aprirsi e respirare un po’ solo eccezionalmente. Ritorna sempre, poi, quell’incedere grave e affannoso di giganteschi sad robots, messaggeri di decadenza post-moderna.
Che gli Stars siano davvero stati sostituiti da tristi replicanti alieni fatti di circuiti e ferraglia?

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