Horse Feathers: House With No Home (Kill Rock Stars)
Il sole estivo accenna appena il tramonto, adesso che l’aria, di sera, è pungente e i ricordi inseguono le speranze per l’autunno alle porte. L’alternative-folk degli Horse Feathers arriva così: inatteso e discreto, country ma tanto fragile negli intrecci silenziosi della voce di Justin Ringle e della sua chitarra (su tutte Helen). In House with no Home, le ballate al chiaro di luna si alternano a pezzi dal sapore antico, tra pianoforti verticali e banjo, tra la danza in cerchio degli archi (Curs of Weed, Burden) e il rintocco di una campana.
Le linee guida per questo modo di fare musica sono scritte e chiare già da un pezzo: Iron&Wine a fiumi, ma anche Tunng, Castanets e i rimpianti Sodastream. Ciò che colpisce – all’interno di un disco da cui sai già cosa aspettarti – è la straordinaria delicatezza dei suoni, quando anche in brani come This is What il ritmo deciso e incalzante ha come contrappeso cori di una sorprendente delicatezza.
Tuttavia, a lungo andare, gli Horse Feathers tendono un po’ a compiacersi di queste atmosfere rarefatte, tanto che le undici tracce del disco sono proprio al limite tra il piacere di ascoltare e la tentazione di skippare qualche pezzo. Armonie un po’ ferme e combinazioni poco interessanti interrompono l’ascolto in brani come Different Gray. Si tratta di sfumature, un po’ troppo ripiegate su sé stesse per poter essere davvero apprezzate: tanto più se l’ultimo brano – Father – è il più bello dell’intero disco.
La musica degli Horse Feathers è familiare come un paesaggio di montagna, eppure porta con sé qualcosa di più complesso e nascosto, come capire perché un gruppo del genere ha per nome il titolo di un film dei fratelli Marx.



