Brunori Sas: Vol.2 Poveri Cristi (Picicca)

Amos Martino | 14/6/2011

brunoriChe sollievo! Temevo davvero che il Vol 2 di Brunori SAS fosse il disco interlocutorio – si dice così? – che alcuni fanno per rincorrere astruse vie artistiche e intellettualoidi; oppure c’era il rischio che si ripetessero le storie del super santos, dell’adolescenza sfigata che – per quanto ci abbiano folgorato due anni fa – adesso sarebbero state un po’ logore. Ma per fortuna Dario e i suoi se la sono cavata alla grande. Poveri Cristi è la naturale evoluzione del Vol 1; è naturale perché non c’è niente che non sia brunoriano – ci sono i nanananà, le schitarrate l’ironia, la tenerezza – ed è una evoluzione perché in molto, se non in tutto, c’è aria di novità. Nuova è la prospettiva dei testi, non esclusivamente introspettiva ma aperta al ritratto grottesco di un italiano medio – Il Giovane Mario – e, più in generale, nuovi sono gli episodi e le situazioni dalle dimensioni normalmente universali. È una atmosfera stralunata e romantica che rende unica nel suo genere la compagnia della Brunori SAS, sempre in bilico tra la canzonatura leggera e la riflessione commossa (Bruno Mio Dove Sei). La ditta si allarga anche a Dente in un brano – Un Sorriso – che è un dialogo tra amici perfetto per farci capire perché, quando due si lasciano, la colpa è sempre di tutti…e tre; la coppia Brunori-Dente ha funzionato live e anche su disco nonostante il mix tra accento cosentino e fidentino suoni abbastanza surreale. Altro bel duetto è quello con Dimartino, in Animal Colletti brano che gira a mille in un vortice di versi di animali, appunto, e protesta generazionale. Dal punto di vista musicale, poi, le canzoni hanno arrangiamenti davvero originali, che rivelano una grande abbondanza di creatività e in Mirko Onofrio che li ha curati. Scordatevi la chitarra solitaria: qui ci sono archi, fiati e strumentini vari che arricchiscono la tavolozza dei colori a disposizione di Dario. Dopo due anni in giro a fare il pieno di applausi, la ditta Brunori SAS torna come l’avevamo lasciata: travolgente, ironica, spietata, trascinata dall’entusiasmo che le gira intorno e con un “principale” sempre più ispirato.

Brunori SasRosa

L’Orso: L’adolescente ep (Autoprodotto)

Amos Martino | 25/5/2011

lorsoCome fa a non predisporti bene una band che scrive pensavo fosse amore ed invece era pura odontoiatria? Il colpo di fulmine con L’Orso è scattato con questa frase: una sciocchezza, forse, ma efficace. Il richiamo a storie adolescenziali è esplicito già nel titolo dell’ep – L’adolescente – che riassume e tiene insieme le micro realtà di una quotidianità a tratti tenera, comunque non troppo distante dall’esperienza di una certa gioventù. C’è un filo che li lega a I Cani, anche se in questo caso si tratta di racconti in prima persona e di sonorità totalmente diverse. A tratti, sembra pure di sentire Vasco Brondi dopo una cura di prozac (o Dente che riarrangia i brani del suddetto), dal momento che tutto l’ep è pieno di espressioni come le fermate del tram che ci assalgono (e simili) che sembrano essere figlie dirette della scrittura brondiana. Possiamo parlare di un genere lo-fi come scelta di stile più che necessità, una declinazione milanese del tweepop scandinavo: ukulele, glockenspiel, chitarre ma anche qualche altra cosa che incuriosisce sulle possibilità future (prossime?) de L’Orso. Probabilmente, la distanza – anagrafica, geografica e ideologica – da quelle storie fa sì che mi restino in superficie; eppure è un ep che piace e che ho già dirottato a qualcuno: non fosse altro che per quella nuvola sul passato da liceale che – nel bene e nel male – fa sorridere.

Dimartino: Cara Maestra Abbiamo Perso (Pippola Music)

Amos Martino | 13/12/2010

dimartinoHo sparato a Vinicio Capossela perché mi andava e perché piaceva a te e alle tue amiche. Come fai a non voler bene a uno che scrive certe cose? A scriverle è Dimartino, un cantautore palermitano, che qualcosa da dire ce l’ha. Il titolo del disco, Cara Maestra Abbiamo Perso, mette insieme Gaber e Tenco (a me viene in mente anche Tricarico, pazienza) e, in realtà, resta molto della serie di cantautori, nello stile e nel linguaggio di Dimartino. Rino Gaetano – in Cercasi Anima l’incipit è da brividi – fino a un Dario Brunori più “sociale” e meno nostalgico. Manca, però, un linguaggio personale, tanto che il disco sembra un po’ disordinato negli scatti tra un brano e l’altro. Sincerità, scrittura veloce – nonostante la deriva vascobrondiana in Prato, brano che ospita il bolognese – e una certa ironia da cantautore ci sono, ma sono forse un po’ costrette in arrangiamenti che non danno loro il giusto appoggio per emergere con più decisione. Lo sguardo di Dimartino è deluso, cinico; riflesso immediato di un mondo vecchio, finto e perverso come i leoni drogati allo zoo di cui parla in 999. E se la bontà dei testi non si discute, qualcosa di più sull’aspetto “canzone” avrebbe portato ad un risultato migliore. Il disco, in uscita per Pippola Music, vede la partecipazione di Cesare Basile, come musicista e produttore, Vasco Brondi, Alessandro Fiori ed Enrico Gabrielli. In coda e in coppia con Basile, una cover di La ballata della moda, di Luigi Tenco.

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Low Frequency Club: West Coast (Foolica Records)

Amos Martino | 10/11/2010

westcoastUno dei cd più logorati dall’uso che ho in macchina è l’ep dei Low Frequency Club, Johnny Come Home; si trattava di un ep con la cover dei Fine Young Cannibals che faceva da biglietto di presentazione dei LFF, che lasciava immaginare quanta potenzialità avesse la band. West Coast è invece il titolo del loro primo disco long playing, ancora per l’iperattiva – e va bene così – Foolica Records. Nel titolo c’è già un sommario del contenuto, una sorta di corsa on the road sulle strade e i club della costa occidentale degli States. I brani sono una raffica di suoni che rimbalzano su un flipper di funky, elettro, italo-disco, in un mix riuscitissimo e assordante tra l’estetica 80s e quella 90s. Qualunque pezzo ascoltiate – ma magari Disturbated Dancer rende meglio l’idea – quello che prende di più è l’infinita varietà di timbri che, per quanto più o meno tutti derivino dall’ambiente funky-elettro-disco (e poco non è), non stancano mai e, anzi, sostengono un groove senza cedimenti. Moderato è l’uso dei loop che, più che altro, sono spesso dei veri e propri refrain che –  complici alcuni singing alone così anni ’90 che mi sembra di essere tornato alle medie – si appiccicano alle orecchie che neppure le gomme da masticare. I tre bresciani, insomma, se ne escono con una sparata niente male, che sigilla con l’abbondanza quanto di bello s’era sentito con l’ep di qualche mese fa. Certo, ascoltare il disco in poltrona è come girare con una formula uno in pieno centro città e lamentarsi che non corre; l’habitat naturale di questo disco è il club, i dj-set da ballare come dannati fino allo sfinimento.

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Benoit Pioulard: Lasted (Kranky)

Amos Martino | 18/10/2010

Sostanza: Lasted è un disco di sostanza. Sono sempre terrorizzato quando mi passa tra le mani il disco di un cantautore; perché spesso capita che si tratti per lo più di un barboso folkster dall’ostinato fingerpicking, tutto preso da psichedeliche deviazioni tanto pindariche quanto futili. Ciò, fortunatamente, non accade nei dischi di Benoit Pioulard. La forma, ricca di sfumature, originale pur non eccentrica, vive della grande sensibilità di Thomas (Meluch) ed è espressa nei timbri medi e discreti della sua voce e della musica che l’accompagna. Nascono, così, quadri di atmosfere dreamy in cui schizzi di noise fanno da sfondo, sostenendo un binomio voce-chitarra sempre felice e mai noioso. La cosa più bella è probabilmente il tono sussurrato dei brani che ricorda un po’ Bon Iver, Elliott Smith e nei momenti più noise-folk i Tunng; non si va mai sopra le righe e, se talvolta ciò si configura come un rischio, in Lasted, invece è una cifra stilistica che è un pregio. È un disco che merita tempo e fiducia, dal momento che forse la partenza è un po’ stentorea o, comunque, non è ai livelli del resto del disco: i primi minuti sono un po’ troppo sperimentali per i miei gusti e suggeriscono un seguito che non è, per fortuna. Da Tie in poi sono tutti bellissimi pezzi molto cantautoriali di grande effetto (su tutti A Coin On The Tongue) la cui brevità è uno degli strumenti che concorrono alla qualità stessa dei brani. Quello che manca, probabilmente, è il pezzone definitivo, il classico pezzo-capolavoro che fa fare il salto di qualità al livello generale dell’album e, forse, per questo motivo, se ascoltato “a singhiozzo”, si rischia di dimenticare. E sarebbe un peccato.

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Antony and The Johnsons: Swanlights (Secretly Canadian/Rough Trade)

Amos Martino | 29/9/2010

swanlightsLa cosa che balza agli occhi quando si legge a proposito di Antony è che lo scrittore – redattore, giornalista, blogger o scrivente e basta – tende a cercare atmosfere mistico-religiose in cui Antony viene elevato, chiaramente, ad una sorta di idolo laico cui consacrare le proprie parole; questo tentativo crea ibridi tra un pezzo a caso di Vincenzo Mollica e la “colonna destra” di Repubblica.it, ecco. Non volendo incorrere, almeno nelle intenzioni, in questo pericolo, preferisco dire senza molti fronzoli che Swanlights è un disco eccezionale, fuori media, che va ascoltato e amato e possibilmente consegnato senza esitazioni ai posteri. Adesso spiego perché. È un disco che mette insieme una incredibile ricchezza di arrangiamenti: penso all’uso di timbri unici, reali, pieni degli archi a solo, del clarinetto – dei fiati in genere – dell’arpa sull’ormai classico pianoforte (Salt Silver Oxygen ne è un esempio evidente). Se ci fate caso, in Everything Is New sembra di vedere scorrere una partitura in cui la voce di Antony occupa solo un pentagramma, facendo dunque parte di un insieme più grande che spinge, che guida ed è guidato in una eccezionale progressione di intensità che ricorda forme musicali classiche e non (solo) pop. Il secondo punto è l’effetto di totale controllo che ha su chi ascolta; lo scrivevo anche per l’ep Thank You For Your Love, non ci sono cedimenti, pezzi di passaggio da skippare: ogni cosa ha il suo posto e non potrebbe trovarsi diversamente. In questo aiuta senz’altro la varietà dei registri che spazia dai toni tenui della ballad a movimenti soul, a improvvisazioni accompagnando Bjork (Fletta). Il terzo punto è la leggerezza. Il disco intero dura quarantacinque minuti, non corre mai il pericolo di sembrare un pacco autoreferenziale dell’artista di turno, anzi rilancia di brano in brano; gioca, inventa, incuriosisce, spesso lasciando ancora un po’ di appetito. E il punto è proprio questo: viene voglia di riascoltarlo, di riprendersi la discografia di Antony, di provare a capire, di provare ad avvicinarsi ai meccanismi di quella fragilità che, nella musica, diventano poesia e racconto. Swanlights esce l’11 Ottobre; sarà possibile acquistare anche un libro di illustrazioni di Antony, un elemento in più per conoscere il suo mondo.

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Antony & The Johnsons: Thank You For Your Love (Secretly Canadian)

Amos Martino | 15/9/2010

Cosa scrivere di Antony che non sia già stato detto, scritto e ripetuto? Poco, nulla, forse. Se, infatti, parlassi della grazia cristallina, della cura, della ricerca di perfezione ed eleganza cosa direi di nuovo? Niente. Antony è tutto questo – al di là di incomprensibili o incomprese partecipazioni – e questo EP è una tappa ulteriore da custodire tra i punti più interessanti della sua discografia. La forma dell’EP – che, tra l’altro, mi fa ricordare che Antony l’ho conosciuto grazie al meraviglioso The Lake, regalatomi da un amico – lascia senza fiato, perché è impossibile staccare l’orecchio dallo stereo anche solo per un secondo; i brani, tra cui ci sono le cover di Pressing On di Bob Dylan e Imagine di John Lennon, mostrano nuove sonorità che – title track a parte – si muovono verso un leggero fingerpicking su ampi tappeti discretamente ambient. Del nuovo disco farà parte il brano che dà il nome all’EP e che, dicevamo, suona in maniera diversa dagli altri; sembra proprio un a parte, in cui un istinto soul più classicamente in stile Antony emerge senza esitazioni e in un crescendo convinto. Thank You For Your Love anticipa l’uscita del long playing Swanlights, in Europa via Rough Trade e via Secretly Canadian in USA.

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Marie Antoinette: Marie Antoinette Wants To Suck Your Young Blood (Picicca)

Amos Martino | 7/9/2010

mantoinetteIl titolo del disco è abbastanza terrificante, quanto meno per chi, come me, è piuttosto distante da proclami molto 90s, molto metallo pesante. Ma il disco di Marie Antoinette – al secolo Letizia – non è un disco metal, deo gratias. Confidando in un’etica abbastanza punk e da riot girl (se wannabe o no, non posso dirlo io), Letizia imbraccia la chitarra e dà inizio a una serie di strali personali in cui spleen e revanscismo femminista si intersecano a modelli, probabilmente lontani seppure esplicitati, come Giovanna d’Arco e Sylvia Plath. La musica che viene fuori è essenziale, immediata, dal momento che i colpi sulla chitarra raramente sono accompagnati da altro (dove per “altro” leggi “glockenspiel”); ma, tutto sommato, è perfettamente coerente con l’attitudine generale del disco. Marie Antoinette Wants To Suck Your Young Blood non entrerà mai nei miei ascolti – qualche chance la darei a un solo pezzo, Joan Of Arc, l’unico in cui spicca una certa melodia e un songwriting più controllato e che mi è affine – ma è un disco che mette curiosità, almeno agli amanti del genere. Ecco, se vi piace il rock femminile, nei momenti migliori potrebbe suonare come una Nina Nastasia al quanto incazzata o magari una PJ Harvey.

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Natureboy: Natureboy (Own Records)

Amos Martino | 8/7/2010

È difficilissimo conquistare il mondo con in braccio una chitarra acustica; anche se in realtà è il metodo più utilizzato per fare musica, il più semplice probabilmente. Tra la schiera di appassionati folkster c’è sicuramente l’iraniana da NY, Sara Kermanshahi – più semplicemente Natureboy – che esordisce con un disco carino, in uscita il 7 Luglio per la Own Records. Certo, dal giorno in cui accendi il condizionatore non vorresti più neppure sentire parlare di songwriters tormentati e fingerpicking, dal momento che le atmosfere evocate da questo disco, per quanto belle e suggestive, stanno all’estate come un calippo fizz sta al 25 Dicembre. Ma al di là dell’intempestività stagionale, l’omonimo album di Natureboy ha una bella originalità – cosa che non è affatto scontata nel genere – ricca di trame vocali, di dissonanze che, nei momenti più felici, ricordano il caro Bon Iver. Sgraziata, rotta eppure solida, la voce di Sara mostra gran personalità, tanto da reggere un arrangiamento sostanzialmente essenziale, ma mai povero. E allora questa mezzora abbondante di musica acquisisce spessore, si fa interessante nelle sue omissioni e nei suoi suggerimenti; notturna, sognante, sincera, prende la forma di un racconto a bassa voce (Broken Train) sul quale dondolarsi ad libitum. Sfumando.

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Stars: The Five Ghosts (Vagrant)

Amos Martino | 21/6/2010

Lo confesso: ho da sempre – e non sarò certo l’unico – un debole per gli Stars; come un pregiudizio in positivo che, gira e rigira, tende a viziare le mie idee su ciò che, di volta in volta, fanno uscire. Grandissima, quindi, era stata la delusione per Sad Robots, l’ep che nel 2008 aveva segnato il mio esordio qui e che aveva posto una linea di pesante involuzione nella musica degli Stars. Ma finalmente: ecco un disco per gli amanti della band; The Five Ghosts è bello, è intenso e non soffre del morbo rocktronico che aveva contaminato gli ultimi affacci dei canadesi. Le canzoni ti prendono, ti restano nell’orecchio e ti obbligano, pure con garbo, a pensare a luoghi e situazioni immaginari in cui quei suoni sarebbero la perfetta colonna sonora. Succede così con Dead Hearts, in cui agli Stars riesce il numero di far venire su un elettropop finalmente equilibrato, dove hanno spazio pianoforte e violoncello ma anche ondate di chitarre, muri di synth (We Don’t Want You Body) e noise. Amy Millan è trascinante, sia che si corra sia che si passeggi (Changes, The Last Song Ever Written) mentre il buon Campbell annuisce sornione accanto a lei. Dal canto loro, gli Stars sembra ci tengano a sottolineare la coralità di questo disco (saranno loro i cinque fantasmi del titolo?); la stessa Amy Millan lo definisce come “quintessential Stars” e sottolinea la collaborazione di tutta la band alla scrittura del disco. Sinceramente non so in che misura questo incida, dal momento che non c’è aria di novità – come le dichiarazioni vorrebbero, invece, suggerire – ma di una ritrovata freschezza e attitudine indiepop. Insomma: finalmente, dicevamo.

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