Frozen Farmer: EP (Ghost Records)

Alex Grotto | 1/12/2011

frozen-farmer-cover-300x300 Non deve essere facile fare i cowboy nel 2011. Non tanto perchè il cavallo sia diventato un hobby, prima che un animale, per ricchi o perchè la tendenza generale ci spinga a fare lavori due punto zero tipo i fotoreporter agli Apple Store invece che i mandriani: è diventato difficile essere cowboy nel 2011 perchè nessuno sa più ballare una fottuta quadriglia a passo corto. Neanche alle feste del pane del paese: ho chiesto ad un’amica della nonna se volesse ballare una quadriglia con me, mi sono anche messo una bandana rossa bianca e blu da cazzuttisimo cowboy della bassa padana al collo, ma la vecchia mi ha detto di no e poi ha tumblerato una foto di me che me ne andavo deluso. No dai, non è vero, però mi ha detto di non saperla ballare la quadriglia. E a me ha preso il magone, perchè se neanche le nonne di campagna con le mani più ruvide del kevlar dopo anni di lavoro si ricordano come si balla attorno ad un falò con la porchetta che gira allora ciao, si chiude tutto. Anzi, io chiudo tutto perchè io ho sempre avuto la fissa del West e se non posso incendiare la terra dove cammino a ritmo di un mandolino pizzicato come solo gli ultimi redneck nostalgici sanno fare, allora che senso ha che mi compri ancora gli speroni ai mercatini dell’antiquariato? E poi, nello sconforto, mi arriva tra le mani l’EP dei Frozen Farmer e mi sento bene come quando sei per strada, buchi una gomma, ti arrabbi, ma dopo averla sostituita fai cento metri e vedi uno che guarda la sua macchina caduta nel fosso: io ho la fissa dei West certo, ma questi ragazzi ce l’hanno proprio dentro il West. Hanno lo stomaco impolverato, solitario e non deve essere facile nemmeno per loro provare a fare i Cowboy nel 2011. E il West e i cowboy, a Varese, è difficile trovarli quasi come nella bassa padana. I Frozen Farmer sono il continuo di quello che furono i Midwest -usciti qualche anno fa per la sempre amata e compianta Homesleep- che ridonavano vero significato e pregevolezza al verso “tu vo fà l’amerigano”. Qua non si parla di mascheroni o di pacchianate come quelle dei Casinò a Las Vegas, qui si parla di ispirazione e talento nel risuonare, rimasticare, reinterpretare il Country attraverso il proprio cuore e la propria convinzione riuscendo a colmare appieno quella distanza che li separa da un mondo completamente estraneo alla cultura italiana. Ed ecco che questo EP dei Frozen Farmer diventa una ricostruzione affascinante e ben riuscita del mondo antico che non abbiamo avuto, ma in cui ci sarebbe piaciuto cavalcare e sparare: c’era chi parlava di Sentimento Westernato, ma a sto giro tocca più al Western Sentìto.

Emphemetry: A Lullaby Hum For Tired Streets (Triste)

Alex Grotto | 24/10/2011

emphemetryUna volta sull’autobus per Padova ho conosciuto una tizia che se in quel periodo avessi ascoltato roba migliore non mi avrebbe mai ricordato la Country Girl dei Black Sabbath epoca Mob Rules, quelli con Dio e la piega non tanto bella dei riffoni e dei vestiti di pelle con le pajettes. Tuttavia il fatto che lei fosse rossiccia, l’ultima che io ricordi ad indossare una salopette con la maglietta John Deer e che avesse prenotato la fermata per Roncajette fischiando all’autista me ne fece quasi innamorare. Me ne innamorai completamente quando le chiesi “Ma scendi qua?” e lei mi rispose “Sì, scendo qua. Se il mondo fa cagare, figurati Roncajette”. Ed è questo algoritmo di geopolitica della periferia a reggere tutta la baracca di preconcetti e rendere la vita di provincia un manifesto classista, perchè in fondo aveva ragione. Ed è un po’ la stessa risposta che ti darebbe un manico come Richard “Biff” Birkin, che solitamente urla e grinda sulla chitarra nel gruppo siamotuttipresibene dell’anno che sono i Crash Of Rhinos, se qualcuno gli chiedesse della sua città: Derby. Io a Derby non ci sono mai stato, ma wikipedia dice che ci sono duecentotrentamila abitanti e per me che vivo in un paese di ventimila sono comunque un fottio, ma proprio roba che se ci andassi io mi verrebbe la sindrome di Stendhal solo nel vedere la stazione dei treni. Comunque, Biff -sotto lo pseudonimo Emphemetry- ha dedicato questo intero A Lullaby Hum For Tired Streets alla sua città, anzi no, sono stati Derby e il suo microcosmo dalla routine e lentezza postapocalittiche a suggestionarlo così tanto da autoinvitarsi in un suo disco, come solo gli ospiti più indiscreti sanno fare (che poi sono quelli di cui non ci dimenticheremo mai). L’idea e l’ispirazione basali vengono dalle strade e dal passeggiare per le sue vie segrete, quelle che si arrivano a conoscere solo quando si cerca un posto buio dove fare pipì da ubriachi o ci sono i lavori in corso sulla strada abituale: si cammina molto a Derby, o almeno Biff lo fa, e quel passo lento ma stupito -sì, ci si può ancora stupire della propria città- lo si ritrova ben trasportato sul disco e tradotto in un folk misto a droni ambient che comportano archi e pianoforti dilatati, lontani come quelle serrande che si abbassano all’imbrunire due vie più in là. Su questi suoni ci vengono raccontate storie concrete, di quelle quasi vere che si immaginano sbirciando di straforo attraverso le finestre illuminate dall’interno mentre si continua a camminare tra le case e i palazzi quasi mutilati dal buio e dalle scarse luminarie: gente che si spoglia, gente che scende le scale, gente che litiga, gente stanca -che se la gente è stanca, figurati la gente di Derby-, la summa dello stupore per il concreto attraverso gli occhi e gli arpeggi di uno che sa rispettare e voler bene alla sua contea come neanche i giovani poliziotti de La Signora in Giallo sapevano fare. A Lullaby Hum For Tired Streets esce il 31 Ottobre su vinile in pochissime copie per mano degli amici di Triste e proprio da oggi si può iniziare a preordinare, accaparratevelo che l’artwork merita veramente tanto e prima lo fate prima vi verrà voglia di fare due passi anche se abitate in una frazione di Twin Peaks.

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DJ Shadow: The Less You Know, the Better (Island)

Alex Grotto | 13/10/2011

DJ Shadow - The Less You Know The Better Difficilmente, nemmeno concentrandomi fortissimo ed usando le droghe per ampliare lo spettro della mia immaginazione, riesco a ricordarmi di un titolo di un disco che abbia portato così sfiga. “Meno ne sai e meglio è” diventa un mantra prima e un rimpianto poi, perchè è tutto vero. Sedetevi, accendetevi una sigaretta anche se non fumate, prendetevi cinque minuti per fissare le foglie e il sacchetto di plastica che roteano leggiadri nel vento e solo poi affrontate la verità: The Less You Know, the Better, che è poi il nuovo disco di DJ Shadow, è atroce. E’ l’equivalente dello schiaffo dato in stazione ai tizi con la testa fuori dal finestrino del treno, ma il viso gonfio a sto giro è il mio. Una volta era tutta campagna e DMC e i contest contro DJ Krush ed Endtroducing che ha cambiato la vita a tutti, poi tutto è cambiato, l’approccio è cambiato, il mondo del turnatablism è cambiato scomparso e la diaspora culturale derivata da tutto questo è stata impietosa: chi si è accoppiato con i rapper del momento, chi si è buttato nella techno finto tamarra, chi si è tumulato vivo nella grande sfinge dei summer festival a suonare elttronica marcia, chi si è riciclato produttore pop, chi è ancora a piede libero per tentar fortuna nel mondo del fidget/dub/amenità da pasticconi. E poi c’è sempre lui DJ Joshua Paul Davis Shadow che in questi anni ha lasciato pizzini in giro sotto forma di EP, in una latitanza mai veramente percepita visto che a cadenza mensile si ributtano su i dischi vecchi tranne The Outsider (era pessimo pure quello). Non basta nemmeno riscuotere chissà quale favore da qualche amico come De La Soul, Talib Kweli e Tom Vek -le banche sono crollate davvero: una volta c’era Richard Ashcroft a prestare la voce ed oggi Tom Vek che vabbè- quando a mancare davvero è il tocco mostruoso di DJ Shadow nei cut, nei beat e nelle routine quasi del tutto sparite, licenziate, lasciate in cassa integrazione e sostituite da ballatone indecenti e krumire come Sad And Lonely. Non manca nemmeno il momento di orrore tamarro con Border Crossing: il peggiore riff di chitarra preso da un qualsiasi peggiore disco del peggiore nu-metal buono solo per fare da colonna sonora al video di Snookie di Jersey Shore che si prende un cartone in faccia, basta chiudere gli occhi ascoltando questo pezzo ed è come sentirlo sulla nostra mascella quel pugno in faccia, ah la magia cortese della musica.

Mezzala: Il Problema di Girarsi (Urtovox)

Alex Grotto | 26/9/2011

mezzalaHo imparato a sentirmi un italiano vero da quando ho iniziato ad apprezzare il calcio e non me n’è mai fregato nulla dei giudizi al vetriolo, fatti da dietro un monocolo e un libro di Kertesz letto solo dalla polvere, di quelli che la domenica pomeriggio -da Settembre a Maggio – preferiscono andare per boschi a scattare foto dei propri piedi e dei propri cani. Anzi, io diffido moltissimo da quelli che sono nati in questo paese e non seguono il calcio, ci farei una lista di proscrizione e darei loro un DASPO per non farli avvicinare alle persone a cui voglio bene, sono pericolosi. Detto questo è impossibile che tralasciassi di ascoltare e di parlare un disco fatto da uno che si fa chiamare Mezzala (che poi è Michele Bitossi dei Numero6) e che si intitola Il Problema di Girarsi, ovvero il problema cardine della vita dentro al campo quando hai appena ricevuto palla e il tuo cervello ha già elaborato dieci modi diversi di continuare l’azione, tutti trionfali, ma quei maledetti avversari non ti fanno girare verso la porta o verso il compagno. E lì tutti quei dieci modi diversi e trionfali vanno in stallo e inizi a non ragionare più, perchè gli altri ti pressano, spingono. E allora perdi la palla o ben che vada ti buttano giù e prima di battere la punizione devi rialzarti e rispondere alle male parole dei compagni che la volevano loro, la palla. Diciamocelo: poche metafore ti si vestono addosso come quella scelta dal buon Mezzala, tifoso genoano fino ai denti, come titolo di questo suo disco solista che è tutta vita, la colonna sonora della quotidianità vista con l’acume e la retorica che solo il tifoso sa cogliere in tutto. E in quelle Domeniche estive dove non riuscivo ad orientarmi perchè non avevo il riferimento temporale quantificato dall’unità “giornata di campionato” mi sono sparato in loop il video de Nella vasca coi Piranha solo per arrivare al punto in cui si dice “Mi manca troppo il campionato / per poter rendere queste Domeniche sensate / per non soccombere / Un’amichevole d’Estate, il calciomercatoweb son palliativi ed è normale che il male resti in me”. Bam. Tuffo di testa e palla sotto il sette: il perfetto ritratto del calciofilo italiota durante l’astinenza estiva ed io mi sentivo proprio così. E finalmente qualcuno ci ha scritto un pezzo su quelle assurde giornate passate a refreshare i siti di calciomercato, nella solitudine del morfinomane con l’ospedale chiuso, per leggere le peggiori banfe e congetture giornalistiche, il male appunto. Un disco che è disseminato di perle di cantautorato più vero del vero (sic.) pieno zeppo di inni geniali (Rocker Carbonaro con tanto di topos mistico rappresentato dall’Autogrill) eppure sempre elaborato: Mezzala è l’ultrà con la chitarra che ti canta in faccia il pragmatismo e se non canti anche tu ti aspettiamo fuori dallo stadio.

Il numero di Playboy con Stephanie Seymour (Bastonate/Barabba Edizioni)

Il numero di Playboy con Stephanie Seymour uscì nell’autunno del 1988 e si è impossessato del nostro immaginario -ma soprattutto della nostra pubertà disagiata- per molti anni successivi. Quello che conta e che non sapevamo è che di lì a poco avremmo smesso di usurare quelle pagine perché qualcosa di ancora più grosso e meno stropicciato ci avrebbe tumulato -di nuovo ma non più in silenzio per sentire se arrivava qualcuno- nelle nostre camere: nello stesso anno i Nirvana nascevano con una formazione stabile. Il 24 settembre di vent’anni fa la Geffen faceva uscire il loro secondo album di studio. “Da lì in poi i Nirvana diventeranno un fenomeno di costume, un’ideologia e un luogo comune della cultura pop degli anni Novanta”. Bastonate, il nostro blog-di-musica-pesa preferito, e Barabba Edizioni pubblicano in ebook -disponibile in formato EPUB e PDF, con la copertina di Giudit- un libro su come eravamo belli e sfigati a quei tempi, un (possibile) tributo a Nevermind fatto di ricordi, storie sparse, “la prima volta che”, i negozi di dischi, il bus che ci portava a scuola, la vacanza studio a Londra, In Utero, le fanzine punk, le riviste metal e il numero di Playboy con Stephanie Seymour, appunto. Quello che segue è il nostro “centone”, un remix dei ricordi de Il numero di Playboy con Stephanie Seymour. Una storia che potrebbe essere quella di tanti altri, e di altri ancora. Dentro ci siamo anche noi. Un po’ più vecchi, emozionati come quel giorno e ancora maledettamente belli.
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Three In One Gentleman Suit: Pure

Alex Grotto | 12/9/2011

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Oggi ci siamo dovuti alzare presto per due motivi: arrivare alle sei davanti a scuola con fare riottoso per prendere il banco in fondo a destra -con vista su Francesca e sottovento rispetto alla cattedra- e per ritagliarci il tempo giusto per scaricare il nuovo Pure dei Three In One Gentleman Suit uscito oggi in free download.

Non è esattamente una sorpresa visto che da qualche tempo circolava un trailer ad anticipare l’uscita del nuovo disco del trio modenese, quarto disco vero dopo uno split sette pollici con gli Elks nel 2008 -anno di grazia della fotta con l’uscita di We Build Today- e naturale risoluzione della matematica che grondava da Battlefields In Autumn Scenario ossia uno di quei dischi sommersi che ancora reggono benissimo e sono invecchiati anche meglio di Boniperti. Con una coproduzione acrobatica tra Upupa / Di Notte / Fooltribe/In The Bottle / Les Disque Du Hangar 221 / Subroutine questo free download anticipa l’uscita fisica prevista per Ottobre per cui potete già iniziare a mandare mail e messaggi ai Tiogs per stalkerarli affinchè vi preparino la vostra copia: è bellissimo e ve ne accorgerete quando partiranno Green Riot e In The Neighborhood.

Jay Z & Kanye West: Watch The Throne (Def Jam/Roc-a-Fella)

Alex Grotto | 5/9/2011

Jay-Z&Kanye West_Watch the throneSi sta bene quando il 90% dei tuoi aperitivi estivi li hai trascorsi all’ombra di DJ Set che hanno passato almeno un pezzo proveniente dal nuovo disco della two-men-ballotta dell’hip hop più sgamata degli ultimi dieci anni. Se fosse uno status symbol Watch The Throne sarebbe uno di quegli yacht di 25 metri e almeno 6 anni di fondi neri ancorati di fronte alla Giovecca, una cosa sideralmente lontana dalla nostra (ok, mia) concezione di universo e distribuzione sociale eppure capace di instillarmi addosso nell’ordine: invidia, vergogna, invidia di nuovo, nervosismo passivo-aggressivo, ancora invidia e poi la foto da postare in giro come feticcio con tanto di didascalia dozzinale “si scusate ora lo sposto, ero sceso a prendere le sigarette”. Voglio dire, quando ci si ritrova davanti a due personaggi come JayZ e Kanye West la voglia di mettergli le mani in faccia potrebbe essere solo l’ovvio corollario di un’ammirazione e un rispetto dovuti. Presi individualmente sono ossatura di quel circuito hip-hop da sbarco caciarone e messi insieme su disco diventano addirittura il peacemaker che riporta tutto il sistema sui giusti binari, sopperendo alle aritmie causate dalla comparsa di qualche volto nuovo un po’ inviso ai più insofferenti (presente Tyler The Creator?). Sul piano della sostanza il disco è enorme, quasi obeso dalla presenza di singoloni e pezzi ben più che giusti -anche se alcuni a cavallo della parruccata come Otis, dove l’ovvio sample di Otis Redding è stato toccato al minimo, praticamente è un riddim più figo dove non servono i pantaloni bracaloni in canapa a righe per capirlo- su cui svetta come una croce a led per camionisti la combo della cafonaggine Who gon stop me / Murder to excellence seguita da Made In America, una gospelata da ghetto con Frank Ocean che ringrazia santi e madonne (della lotta sociale e del blues) di colore. A contorno di una tracklist che è un carrarmato troviamo l’immancabile carrellata di ospitate che vanno da Beyoncè al succitato Frank Ocean passando per RZA e Q-Tip dietro i campionatori, per raggiungere una certa eterogeneità di stili che può solo far contenti tutti, soprattutto le radio. Lo so che ci sono un sacco di soldi dietro, che è Hip Hop commerciale e che sono passati pochi giorni da quando JayZ e Kanye hanno sobriamente fatto la loro apparizione agli MTV VMA tra fuoco finto, bandieroni americani e finta invasione di palco sventata, ma il disco è veramente la cosa migliore che sia successa quest’Estate.

Curren$y: Weekend at Burnie’s (Warner)

Alex Grotto | 7/7/2011

Weekend at burnie'sDifficile rapportarsi alla penuria estiva generalizzata senza un buon disco hip-hop, parola. Considerando l’hipsterismo -di cui l’Estate è portatrice sana ed obbligata- verso cui nutro un rapporto simile a quello dei radiologi con le radiazioni (ci si convive, non sono nocive in quantità controllata, ma si preferisce stare dietro venti centimetri di piombo), è un miraggio vedere arrivare Curren$y forte di contratto con la major a salvare la baracca. Jetlife Crew al seguito, il buon Spitta ritorna dopo solo un paio di mesi dal nastro Covert Coup rilasciato in free-download ad Aprile e che gli ha fatto guadagnare credibilità e rispetto prima, i soldi della Warner poi. Weekend At Burnie’s muove da un immaginario ben diverso da Covert Coup -autentica summa gangsta dell’anno in corso, pezzoni coi beat devastanti di The Alchemist, testi che parlano di puntare i ferri in faccia alla gente, citazioni spurie di Cee Lo Green e titoli tipo Scottie Pippen: credo veramente non si possa chiedere altro ad un ambiente che cerca di riprendersi da un certo edulcoramento subìto negli ultimi anni- mantenendo sempre affilata la lama del sarcasmo, del machismo col cappellino, dei soldi tirati in faccia alle strappone e della vita amorosa di un rapper fuori dal ghetto del suddetto Covert Coup.
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Do Nascimiento: s/t (Vita Di Legno/two-two-cats bad tapes)

Alex Grotto | 24/6/2011

cover low “Pesca una carta” “Va bene questa?” “Vabbene, ora guardala, non mostrarla in giro, ricordatela” – è un sei di quadri. Sei sono anche le tracce contenute nel secondo free-download del secondo Venerdì di fila che su Vitaminic c’è un disco con la gente che urla forte, e questo è bene. Se non si fosse capito questo è il duemilaundici che suona come il duemilauno e mi fermo qui perchè sono stanco di inventarmi ogni settimana un pippone postadolescenziale su quanto fosse bello andare ai concerti di roba pesa fatti nei sottoscala dell’oratorio dove chi bestemmiava andava fuori. Allora si doveva bestemmiare in screamo così il sindaco, che poi era anche un chiesaiolo -che veniva a controllare se nessuno stesse facendo un sabba coi dischi di Venditti- non capiva e si rideva un sacco prima di rimanere a piedi col motorino. Dicevo, questo Venerdì è la volta dei Do Nascimiento, che oltre ad avere uno dei nomi più belli degli ultimi cinque anni se ne escono con una tracklist che assomiglia alla lista di nozze di mia cugina, nel senso che ogni pezzo ha il nome di un oggetto pressochè fondamentale (Bicicletta, Cucchiaino, Rasoio, Ventilatore, Materasso, Megafono). La possibilità che in realtà siano gli strumenti magici usati dall’omonimo santone truffatore per sfuggire al fisco è alta e io che sogno in grande voglio credere sia questo il senso del tutto. In fondo uno che è latitante in Brasile a fare il parrucchiere qualcosa di magico ce l’ha sicuramente. L’asta di paragone è vicina ai Verme (con cui faranno qualche data ad Agosto, guarda caso. Ma potete pure andarveli a sentire prima al Tago Mago) per capirci nel presente: siamo nell’orbita di un’ingenuità belligerante, con i testi -che si trovano in un file di testo dentro lo zip e son cose- da imparare a memoria il prima possibile. Tutto cantato col cuore in mano, con spezzoni di dialoghi dall’accento genovese tra un pezzo e l’altro a suggello che sta roba qua è, come da manuale, registrata in presa diretta. Una coproduzione tra gli amici di (vita di) legno e gli altri amici di two-two-cats bad tapes che finirà su una cassetta a tiratura limitata di 100 copie, da sciogliere nell’acqua recitando il pin del vostro bancomat a voce alta.
Trovate e scaricate tutto quanto, GRATUITAMENTE, cliccando qua
“Allora, la indovini o no sta carta?” “No no lascia stare, che il sei di quadri porta sfiga. Infatti ti abbiamo già rubato l’autoradio col mangiacassette”

Raein: Sulla linea d’orizzonte tra questa mia vita e quella di tutti (autoprodotto)

Alex Grotto | 17/6/2011

raein_copertina_big Ho quasi finito di falsificare la firma di mia madre sulla giustificazione da dare al preside per l’ennesima volta e non ha importanza se provo un po’ di vergogna. La scuola è per chi non sa pensare con la propria testa, la cosiddetta cultura deriva dalle situazioni: sono infatti le situazioni a istruirti, di volta in volta, come una difesa a zona che puoi battere solo se riesci a fare sponda con qualcosa. Il qualcosa è l’immaginazione e immaginare di dover fare sega da scuola, seduto sul vecchio pontile con i piedi e lingua a mollo -i primi giù dal vecchio pontile nella brodaglia disgustosa in cui si trasforma il Po, la seconda nella miscela da petrolchimico che è la birra da discount-con in cuffia i Raein è indubbiamente una situazione che val bene una nota a casa o una telefonata di tua madre che ti chiede dove madonna sei finito. Sono finito nel 2001, ancora, di nuovo e sarà almeno la quarta o quinta volta quest anno (Gazebo Penguins, Death Of Anna Karina, Crash Of Rhinos, Cave In, Social Distortion) ed è in quell’anno che usciva il primo disco proprio dei Raein, che per chi non lo sapesse sono una costola di La Quiete e Neil On Impression. Faceva schifo avere sedici anni nel 2001, quel tipo di schifo contagioso che avevano tutti e ti faceva strappare i jeans, vestire di nero, diventare un campione a Street Fighter e avere un sacco di morose al mare che però non puoi presentare ai tuoi amici perchè domani partono tutte per ritornare a Milano/Lugano/Dusseldorf. Il 2011 suona quasi uguale al 2001, c’è lo stesso schifo contagioso spleen, sto male in egual modo ad ascoltarlo ma oggi ho l’aggravante di capirne il perchè ed è la situazione nel suo complesso -non solo la foto e la data sulla carta d’identità- a suggerirlo. Non voglio parlare, nè lo farò mai, di revivalismo riferendomi alla scena screamo/emo violence: il revivalismo, in sè e per sè, implica che ci sia stato del successo in origine, che qualcuno dei protagonisti che furono in Italia -come i succitati La Quiete, i Nuvola Blu, i Laghetto e decinaia di altri- ci abbia pagato degli affitti. Sconosciuti prima, sconosciuti oggi, a distanza di dieci anni, trascorsi a reimpastare i vecchi disagi con quelli di oggi, con le stesse autoproduzioni magnificamente rantolanti e la rabbia, la smania di urlare che ti fa venire voglia di caricare contro altra gente malata come te. Sulla linea d’orizzonte tra questa mia vita e quella di tutti è un disco madornale da quanto fa male, fa malissimo perchè ti rode e ti lascia le bruciature di sigaretta sulle braccia: ed è qui che sta la bellezza, inutile dirlo. Icona del disagio, del bassofondo che lotta, di un malore seriale che la situazione -che non cambierà mai- ci caccerà giù per lo stomaco sempre. Si può scaricare gratuitamente, ma la libera offerta, che vale come abbraccio simbolico, per me è tassativa.

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