Juveniles: We Are Young

Alessia D'Urso | 27/10/2011

juvenilesNel caso in cui non ve ne foste accorti, fa di nuovo freddo. Basta con le domeniche al mare, si ritorna a poltrire rintanati in casa tra plaid e serie tv. Del resto sembra che nel fine settimana il relax sia d’obbligo, ma per quanto riguarda me e una manciata di altre persone, lo si vorrebbe fuggire con tutte le proprie forze. We are young, del resto. Cercando qualcosa da fare, scopro che Wikipedia ha da poco riacceso le luci e un caro amico ha deciso di trasferirsi in Bretagna. Cosa faranno da quelle parti per vincere la noia? A quanto pare Rennes, capoluogo bretone, ha dato alla luce un paio di cose decisamente interessanti nell’ultimo anno. La prima è questa meraviglia dipinta su un palazzo di sei piani dal marchigiano Blu.
La seconda sono i neonati Juveniles, trio piccatamente neworderiano lanciato dalla Maison Kitsuné già nota per aver pubblicato Is Tropical e Two Door Cinema Club.
We Are Young, primo singolo del trio francese in uscita il 24 ottobre, parte con un crescendo scandito dal charleston e accompagnato da tastiere prettamente anni 80; la voce è calda proprio come quella di Morrissey e le atmosfere in pieno stile new wave a cavallo tra Depeche Mode e New Order sono attualizzate da punte elettroniche alla Starfucker.

Insomma, ascoltateli.

We Are Young by Juvenilesmusic

Hospitality: Friends of Friends

Alessia D'Urso | 21/10/2011

hospitalityOggi parleremo degli Hospitality. Fidatevi, ne varrà la pena. A quanto pare in Italia non ne ha scritto ancora nessuno, ma, ho come la sensazione che lo faranno presto.
Il quartetto, formato da Brian Betancourt (già bassista dei White Rabbits), Nathan Michel, Kyle Olson e Amber Papini nasce a New York circa quattro anni fa e ha alle spalle un EP omonimo già ricco di pezzi catchy come Betty Wang che hanno fatto innamorare quelli di Stereogum.
Da pochissimo hanno firmato con Merge Records, che il prossimo 2012 ci regalerà il loro primo album.
Per adesso sono in tour negli Stati Uniti con Rural Alberta Advantage, Rosebuds e Wild Flag, non possiamo che sperare in una data più vicina.
Nell’attesa, godeteveli con Friends of Friends.

Hospitality – Friends of Friends by MergeRecords

Dustin O’Halloran: Lumiere (Fat Cat)

Alessia D'Urso | 1/6/2011

LumiereSoffermate mai il vostro sguardo sullo specchietto retrovisore mentre siete in coda al semaforo? A me capita spessissimo. Se lo faceste anche voi vi rendereste conto della quantità smisurata di facce buffe che fa la gente quando pensa che nessuno la stia guardando; di come alcuni gesticolino in maniera concitata mentre sono al telefono, di come altri abbiano uno sguardo perso nel vuoto quando i minuti trascorsi dalla sveglia sono ben pochi.
C’è chi torna nel mondo reale quando a passargli accanto è la ragazza che distribuisce i giornali gratuiti, chi si chiude a riccio quando invece è l’extracomunitario che vende pacchi di fazzoletti a passare, mentre chi -come me- lo saluta e si gode quotidianamente un “come stai?” e un “buona giornata” di quelli sentiti, che aprono il cuore.
Da un lato un adulto bestemmiante per il traffico, dall’altro un adolescente con le cuffie ben piantate nelle orecchie, due mondi separati all’interno dello stesso abitacolo.
E poi, i cliché, li avete mai notati? Il vecchio col cappello, l’adolescente che pulisce con cura le sue cavità nasali, la donna dai movimenti nervosi e la sigaretta stretta tra le dita.
Torniamo a noi: perché se scrivere di musica è come ballare di architettura, allora davanti ai vostri occhi avete un vero e proprio tronco d’albero. Per fortuna, però, la musica a volte parla da sola, così come i volti riflessi nello specchietto raccontano se stessi.
Quella di Dustin O’Halloran (ve lo ricordate, nei Devics con Sara Lov?) basta a se stessa, si racconta, ci racconta storie, è una non-colonna sonora che starebbe bene cucita addosso a un qualsiasi film drammatico. Certo, non è musica da ascoltare andando al mare, ma un’occasione in questa primavera che finalmente si è decisa ad arrivare gliela si deve concedere. Soprattutto poi se ad accompagnarci lungo le nove tracce di Lumiere ci sono persino Peter Broderick e Adam Wiltzie e non è il caso di attendere climi consoni e primi freddi.
Già che ci siete, ma soprattutto se vivete in Sicilia o in Puglia o anche solo se dovete passarci ricordatevi che Dustin O’Halloran sarà a Palermo il 16 giugno e al Locus Festival di Locorotondo (BA) il 17 luglio.

Nell’attesa, godetevi We Move Lightly.

Happy Camper: Born With Bothered Mind

Alessia D'Urso | 1/3/2011

hcGiù di morale? Orsù! Le scuole di pensiero sono fondalmente due: c’è chi opta per il già rodato chiodo-scaccia-chiodo musica triste per morali tristi e chi si dà -indovinate un po’ per chi parteggio?- a motivetti stupidi e refrain allegri. Per dovere di cronaca va citata la terza opzione, quella omeopatica: shopping, sesso, cibo. Ma qui parliamo di musica. Eh. Torniamo a noi, c’è un video che in una manciata di giorni ha impazzato su Vimeo, sollevando gli animi di mezzo mondo (almeno 42mila); Happy Camper è il nuovo progetto di Job Roggeveen (El Pino and the Volunteers), quattordici pezzi per undici cantanti racchiusi in un album omonimo che dovete ascoltare a tutti i costi (in streaming qui).
Manfred, la star del video, è un coso tondo buffo e pelosetto, un incrocio tra Humpty Dumpty e Alf. La voce, in questo caso, è quella di Bouke Zoete, leader dei Kevin Costners (consigliatissimi). Beh? Che state aspettando? Smile up your life.
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Tennis: Cape Dory (Fat Possum)

Alessia D'Urso | 16/2/2011

TennisCapita, no?, di affidarsi completamente a qualcuno, di aver unicamente voglia di abdicare ad un qualsivoglia potere decisionale e abbandonarsi alla -si spera- saggezza e intraprendenza altrui.
La musica è piena zeppa di esempi in merito: Take Me Out, Get Me Away From Here I’m Dying, Take My Breath Away… (pezzoni, eh?)
Nel nostro caso è la voce calda di Alaina Moore a esortarci, Take Me Somewhere canta la signora Tennis. E così è stato: otto lunghi mesi trascorsi in barca a vela hanno portato alla nascita dell’album più lollipop d’inizio anno. Atmosfere prettamente sixties zeppe di uuuuh, oooohh e shalalala, ritmi incalzanti e riff tropicali che mettono il sorriso sulle labbra, infondono rilassatezza e quasi obbligano a tenere il tempo.
Take me out baby, I want to go sail tonight. I can see the ocean floor in the pale moon light: inizia così, cullandoci, la title-track Cape Dory. E’ infatti la nota casa produttrice di yacht a dare il nome all’imbarcazione e di conseguenza all’album. I coniugi Tennis ci fanno viaggiare lungo tutta la costa orientale degli States, dal Maryland alla Florida, passando per il South Carolina, attraccando a Bimini Bay e facendo una tappa a Baltimore, allietati per tutta la durata del viaggio da piccole gemme pop dalla durata quasi punk.
Pigeon è semplicemente meravigliosa, mentre Seafarer ha come unica pecca un inizio con annesso coretto tipicamente baustelliano (che per fortuna dura poco).
Insomma: lasciate perdere se soffrite il mal di mare. Altrimenti, beh… godetevi il viaggio.

Tennis on Fat Possum
Tennis on MySpace

Cosmetic: In Ogni Momento EP (La Tempesta)

Alessia D'Urso | 20/1/2011

cosmeticVi sarà capitato di essere fermati per strada, no? Magari da stranieri in terra straniera, per sentirvi poi sottoporre sistematicamente le più disparate richieste di indicazioni. Non lo si può negare: tutto ciò solletica l’ego, ci rende fieri del non sembrare semplici turisti, dell’apparire magicamente autoctoni. Ma… A volte, mormorare un non siamo di qui ha un qualcosa di stranamente catartico. Smarcarsi da domande scomode, svicolarsi da richieste di informazioni troppo complicate. Ci si dipinge sulle labbra un sorriso tra l’imbarazzato e il sollevato e si continua per la propria strada. Cammina cammina, ci si imbatte in un balcone coperto d’edera, disegnato in bianco e nero da Alessandro Baronciani: è In ogni momento, cinque tracce cariche di poesia, suoni pieni e zeta romagnole. Ed è proprio la title-track ad aprire le danze, coi suoni sporchi, pieni di distorsioni e riverberi che calzano a pennello col testo tormentato e disilluso. Prima o poi parte con la batteria in quattro quarti, semplice, ma efficace e colpisce con un ritornello da hit, per poi lanciarsi in controtempi e battute dispari, con richiami prettamente prog. All’intenso strumentale Mancante segue Non siamo di qui, già titolo del precedente lavoro dei Cosmetic, pezzo dall’atmosfera dreamy e dalle melodie malinconiche. Muri di suono, riff di chitarre e tanto delay ci accompagnano fino alla fine del disco che si chiude con Thomas, basso persistente e armonici acidi, un po’ U2 e un po’ Verdena. L’EP è in free download su latempesta.org, datevi una mossa.

Deerhoof: Super Duper Rescue Heads

Alessia D'Urso | 17/1/2011

Deerhoof

Allora, capiamoci: farmi vedere un video made in Japan mentre sono alle prese con Murakami è quantomeno da “ti piace vincere facile?”.
Non solo. È propedeutico alla lettura di questo take ricordare che la sottoscritta è una degna figlia del junk food anni ‘80. Pertanto, come potreiiii (non) amareeee ioooo una sequenza in cui una tizia si butta su un divano, sbevazza CocaCola™, mangia patatine e trova anche il tempo per spupazzare un gattone rosso rosso da fare invidia a Torakiki?
Parlo di Satomi Matsuzaki che nel video improvvisa un balletto vestita da struzzo -manco le Las Ketchup in Aserejè- e sfoggia un trucco degno di Jem e le Holograms; beh, lì mi scatta l’amore.
Non vi dico altro, Super Duper Rescue Heads dovete ascoltarvela da soli.
Io preparo i pop corn.

(Ah, il vinile rosa shocking di Deerhoof vs. Evil sarà vostro a partire dal 25 gennaio, portate ancora un po’ di pazienza. In alternativa, c’è sempre il pre-order via Polyvinyl con tanto di mp3 al seguito)

Starfucker/STRFKR: Bury Us Alive

Alessia D'Urso | 11/1/2011

strf

In questo preciso momento a Portland, Oregon sta nevicando.
Quindi basta con odiose canzoncine natalizie e vin brûlé per scaldare gli animi, non è più tempo. Ci sono gli Starfucker ora.
Ma come, sul serio non li conoscete? Beh, dovreste. Davvero.
Per vostra fortuna, oltre ad aggiornarvi sulle condizioni meteo, sono anche foriera di buone notizie: questo è esattamente il momento buono per scoprirli; i quattro infreddoliti inhabitants del Beaver State hanno appena tirato fuori ben DUE fantastici singoli.
(Uh, conoscevate già gli STRFKR? Ma allora siete proprio fighi!)
Non lasciatevi fuorviare dal titolo, Bury Us Alive non ha nulla di nemmeno lontanamente malinconico, anzi. È un motivetto electro-catchy, da ascoltare mentre viaggiate in macchina o da ballare a tutto volume.
Comunque sia, qui si è in trepidante attesa che Reptilians veda la luce il prossimo 8 marzo.
Nel frattempo, se proprio dovete, seppelliteci vivi. Sì, ma sotto un mucchio di musica così.


Reptilians
in pre-order su Polyvinyl.
STRFKR on myspacetwittertumblrbandcamp
Bury Us Alive in free download, qui

Honeybird & The Birdies: Mixing Berries (Duckhead Green Music / SubTerra)

Alessia D'Urso | 13/12/2010

Mixing BerriesMixing berries, mixing words, mixing languages: et voilà! come creare un cocktail meraviglioso in pochi semplici passi. A quanto pare per Honeybird & The Birdies mixer e shaker non hanno assolutamente segreti.  Il loro album d’esordio, appena sfornato dal trio italoamericano, è un viaggio colorato, al punto che nemmeno il guardare in un caleidoscopio renderebbe meglio l’idea.
Quindici brani in qualsiasi lingua: inglese, spagnolo, francese, portoghese e qualcosa di non meglio specificato che, a leggerlo, sembra uscito da un libretto di istruzioni dell’Ikea, ma chissà. Un numero imprecisato di generi musicali da cui attingere, strumenti inusuali da riportare alla luce, tante storie da raccontare. Un mix perfetto, quello che honeybird, p-birdie e ginobird ci servono facendoci fare un giro attorno al mondo. Alfa e omega? Macché, sono B+ e B- a scandire inizio e fine dell’album.
Le dieci corde del charango danno una nota sempre allegra alle tante piccole storie nonsense: ci sono api regine (Quemby The Queen Bee), puzzole idiote (La Bête Mouffette) e ottimi consigli da seguire: Don’t trust the butcher, he wants to sell you more meat than you’ll ever eat; accompagnati da ritmi un po’ funky, un po’ bossanova e, all’occorrenza, zumpappà.
È impossibile fare a meno di notare Tommy, piccola perla da riascoltare all’infinito, e la spensieratezza estrema che Pequenino Frango riesce ad infondere.
Detto ciò, remember: (honey)bird is the word.

Corri ad ascoltare Mixing Berries su Bandcamp.
SubTerra, l’indie label più copyleft che c’è.

Shugo Tokumaru: Lahaha

Alessia D'Urso | 25/11/2010

Immaginate di trovarvi davanti qualcuno di estremamente bello: vedete chiaramente le sue labbra muoversi, potrebbe stare dicendo qualsiasi cosa, ma siete così presi dalla meravigliosità emanata che nulla scalfirebbe la vostra espressione di estrema e idiota beatitudine, nemmeno l’idea di accendere l’audio e capire cosa vi viene detto.
Beh, melensità a parte, non ho la benché minima idea di cosa Shugo Tokumaru dica in Lahaha, ma who cares? è un pezzo totalmente giocattoloso, happyindie fino all’ultima nota; quello che -probabilmente solo nel mio caso- è l’ideale per rallegrare giornate uggiose di serie B saltellando per la stanza mentre ci si infila i jeans (!).
Per rimanere in tema Takes e per chi non lo conoscesse ancora sappiate che è stato in tour coi Magnetic Fields, ha suonato con Beirut e The National e che… Port Entropy sarà a vostra disposizione a partire dal 15 febbraio! Grazie, Polyvinyl.

(Avete studiato giapponese e volete mettervi alla prova?
In caso contrario, godetevi qui gli altri brani. )

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