Kaleidoscope #2.6

Aurelio Pasini | 10/11/2011

Jimmy Campbell

Questa settimana a Kaleidoscope parliamo di Jimmy Campbell (1944-2007), un artista tanto sfortunato quanto dotato di un talento fuori dal comune. Il classico personaggio che, in un mondo migliore, sarebbe stato baciato da un successo clamoroso, mentre qui e ora è oggetto di culto soltanto per (relativamente) pochi appassionati.

Ne ripercorriamo la purtroppo breve carriera dagli esordi coi Kirbys (paradossalmente più attivi in Finlandia che nel nativo Regno Unito) passando per l’unico, fondamentale singolo dei 23rd Turnoff (dei quali sentiremo anche un paio di provini registrati ad Abbey Road) fino ad arrivare ai tre dischi solisti, senza dimenticare la breve e clamorosa esperienza dei Rockin’ Horse.

Un tuffo nei ricordi speriamo piacevole per chi già ne conosce le gesta, mentre i neofiti potranno toccare con mano come i Fab Four non siano certo stati gli unici fuoriclasse a venire fuori da Liverpool negli anni ‘60.

The 23rd Turnoff – Michael Angelo
The Kirbys – ‘Cos My Baby’s Gone
The Kirbys – It’s A Crime
The 23rd Turnoff – Dreaming
The 23rd Turnoff – (Not) A Penny In My Pocket
The 23rd Turnoff – Leave Me Here
Jimmy Campbell – Another Vincent Van Gogh
Jimmy Campbell – On A Monday
Jimmy Campbell – Lyanna
Jimmy Campbell – Haf Baked
Rockin’ Horse – Biggest Gossip In Town
Jimmy Campbell – Salvation Army Citadel
Jimmy Campbell – Michaelangelo

Kaleidoscope è un programma dedicato alla musica psichedelica in onda tutti i martedì intorno alle 23.35 sulle frequenze di Città del Capo – Radio Metropolitana. Per contatti: leccarospi@gmail.com.

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Una Repubblica fondata sui bar e…

Francesco Locane | 9/11/2011

ilmiodomaniAmiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla sesta puntata dell’undicesima stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 22.30 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Una puntata con la formazione dell’anno scorso: a Tommaso e a chi vi scrive si è aggiunto il dott. Noto, padre fondatore del collettivo. Una puntata piena di frizzi, lazzi e due film di cui abbiamo parlato.

Il primo è Bar Sport, di Massimo Martelli, con Giuseppe Battiston e Claudio Bisio. Tratto dall’omonimo storico libro di Stefano Benni, è un’occasione persa. Ce lo aspettavamo dalle prime voci che annunciavano la trasposizione cinematografica della piccola “commedia umana” dell’autore bolognese e così è stato: un film senz’anima, che fa ridere solo a tratti e che, soprattutto, si dimentica in un soffio.

E poi Il mio domani, di Marina Spada, con Claudia Gerini: il primo film “un po’ meno indipendente” dell’interessante regista milanese convince la redazione di Seconda Visione, sebbene talvolta lo stile della Spada sia faticoso, anche se motivato. Diciamo che ai fan piacerà, ma forse qualcuno rimarrà perplesso.

Bene, è tutto: scriveteci a secondavisione (at) gmail (dot) com e a martedì prossimo!

Nils Frahm: Felt (Erased Tapes)

Marco Delsoldato | 9/11/2011

feltPiù collaborativo che amante della solitudine, ad oggi Nils Frahm ha alle spalle un solo album (The Bells) ed un Ep (l’ottimo Wintermuzik). Poi, come accennato, svariate amicizie che lo hanno allontanato dal lavoro in proprio. Per la gioia di chi attendeva una nuova prova (in media personcine amanti del minimalismo tout-court), il tedeschino arriva oggi con Felt, confermando pregi e tendenza. Roba delicata, introspettiva e nebbiosa come una sera di novembre dalle parti della bassa parmense. Pianoforte e retaggi alla Max Richter, per atteggiamenti misurati (o quasi, fa eccezione la circolarità da dramma lieve nella conclusiva Pause) e volutamente riservati, tanto nell’elettronica quanto nel formalismo post tradizionale. Non si scarta e non si scatta, ma nemmeno lo si pretendeva. Modernismo classico di gran gusto, per chi ama il genere.

Guarda Said And Done (live at Haldern Pop Festival 2010) — Continua a leggere

Lemmings: Teoria del piano zero (La grande onda)

Letizia Bognanni | 8/11/2011

lemmingsMentre mi apprestavo a scrivere questa recensione, ho letto della proposta numero enne di abolire la festa del 25 aprile. E mentre leggevo venivano fuori dalle casse questi suoni che sembravano arrivare da altre epoche. Che sembravano fatti per accompagnare le voci dei partigiani. Partigiani veri, quelli che da anni ormai si staranno ribaltando nelle tombe o dovunque siano, chiedendosi chi gliel’ha fatto fare. E partigiani della musica, passati, trapassati, pentiti (Giovanni Lindo, chissà se quando eri ancora fra noi saresti stato un po’ fiero di essere così dentro lo spirito di La spirale delle formiche) e presenti. “Santi e profeti di un senso che muore” riletti da una band che è bravissima nell’arte di pescare dalla storia, mescolare e personalizzare generi e influenze. E che però nel primo disco lo faceva in modo simpatico e scanzonato, mentre stavolta il passato è riscritto al buio di un presente scoraggiante e di un “avvenire che non sorge mai”, il rimescolio genera una musica volutamente fuori moda, e il gioco delle citazioni non è affatto divertente: “se dal letame nascessero i fiori saremmo la patria di tutte le serre”. C’è tanta amarezza in quest’album, e un cupo monito: Una risata ci seppellirà. Forse hanno ragione loro. Forse, se vogliamo restare vivi, dobbiamo tornare seri. A costo di essere retorici e poco cool, dovremmo chiederci fino a quando ci sentiremo appagati condividendo link sagaci, prima di capire che nessuna rivoluzione è mai stata fatta a colpi di vignette. Siamo al Piano Zero della nostra storia, è arrivato il momento di decidere se metterci a scavare o a ricostruire.

Drive OST (Lakeshore Records)

Marco Bach | 7/11/2011

Drive-(Original-Motion-Picture-Soundtrack)---soundtrack-artIl videoclip è morto. Oppure è telecomandato, nel senso che arriva laddove si sa che può arrivare e non altrove. A chi ama i Girls arriverà un video dei Girls tra le mani, tra i post, oppure tra i piedi se l’amore è un po’ sommesso. Oggi possiamo dire di esserci liberati dei video dei Coldplay, nel senso che se uno non li cerca o non si dichiara da qualche parte disposto a volerne vedere a oltranza, ci sta che non vedrà mai più nella vita un video dei Coldplay. E questa è un’ottimizzazione di spazi e tempi che rende questa epoca migliore di quella di TMC2. Ma qualcosa di simile a un video può ancora arrivare per sentieri suoi, magari al cinema, in tutti quei film in cui si consumano vendette, dentro alle trame e nei titoli di coda. C’è della vendetta nella storia di Cliff Martinez: un cinquantasettenne che fa colonne sonore senza infamia e che per un po’ suonava la batteria in gruppi come quello che lo accolse tra l’ 84 e l’ 85, per poi lasciarlo da parte. Sì, perché un tale Kiedis e un certo Flea pare trattassero lui e il chitarrista istantaneo, Sherman, un po’ come gli ultimi stronzi. Oggi Cliff Martinez snocciola un esagerato numero di musiche originali per Drive a fare da contrappunto alla  manciatina di canzoni che forse non sarebbero mai arrivate a tutta la gente che ha visto il film. Quattro e basta le tracce del giro di musicisti a cavallo tra le indistinguibili incarnazioni di Johnny Jewel (quello dei Glass Candy) e le francesità fatte di pongo che anni fa furono raccolte in modo egregio con il marchio Valerie And Friends. A ripensarci, il miglior glossario del genere è stata la raccoltona molto connotata da Jewel, più slow disco e sempre 80’s tinged che si chiamava After Dark. In Drive c’è gente come Kavinsky che ospita Lovefoxxx delle (il chitarrista baffone non può far scattare il plurale maschile) CSS, e poi College con Electric Youth, Jewel che qui si palesa sia come Chromatics che come Desire. Possiamo stare certi che per arrivare al multisala tanta gente, volente o meno, sentiva in macchina The Adventures Of Rain Dance Maggie. Ora, perché stupirsi se invece Drive, bello o brutto che sia, è infarcito di synth e vocoder bradicardico? Trovo una ragione nel fatto che quelli come Kavinsky sono soggettini che campano tra l’illusione di poter dialogare con Kitt di Supercar e la consolazione di guidare di notte con abiti che neanche Michael J. Fox. Facce che dicono il giusto e che si pronunciano il minimo. Che come Jewel si accompagnano a signorine algide che dicono anche loro il giusto perché giusta è la voce che hanno. Gente che si faceva vedere poco di giorno e che ora hanno sentito in tantissimi, al buio. Nel prossimo capitolo i Talking Heads si vendicano dei nazisti, dei Coldplay e di Brian Eno che è sempre in mezzo.

College feat. Electric Youth: A Real Hero

Kavinsky feat. Lovefoxxx: Nightcall

I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 7/11/2011

monnone-aloneNuova puntata di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni mercoledì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. Le solite confuse segnalazioni di novità discografiche e di concerti, un paio di birrette, gli ultimi giorni di Google Reader e lo spleen autunnale che avvolgeva gli studi di Via Berretta Rossa. Confortiamoci con un po’ di buona musica. Questa è la playlist:

Twerps – Anything New
Monnone Alone – Pink Earrings
King Krule – Portrait In Black and Blue
Sea Pinks – Peripheral Vision
A Classic Education – Forever Boy
[in collegamento telefonico La Donna di Prestigio, per quella rubrica che nonostante tutto si chiama ancora "Alcolismo & Moquette"]
Sneaky Sound System – Big (Nicolas Jaar remix) (Always By Your Side Nico’s Version)
Vadoinmessico – Teeo (Capitol K remix)
Pale Corners – Fireflies
French Films – You Don’t Know
Big Troubles – Misery
Bleached – Searching Through The Past

Scarica la puntata in mp3…
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

M!R!M!: It’s Not Enough Anymore (Afmusic)

Letizia Bognanni | 4/11/2011

mrmLa giornata dello scazzo: quando la casa trabocca di polvere panni da lavare panni da stirare tazzine sporche portacenere pieni e tu stai sdraiato sul divano indifferente al degrado mangiucchiando patatine in busta per non cucinare, con la tv sintonizzata sulla peggio monnezza e ogni tanto lanci un’occhiata al telefono chiedendoti se sia il caso di cercare compagnia per la serata o se l’unica attività che potrebbe darti un qualche appagamento sia trascinarti dal divano al letto. E magari è anche un odioso giorno di festa tipo halloween e vorresti mettere paura ma per davvero ai bambinetti che vengono a privarti della scorta di cioccolata salvavita, oppure è natale e il parentame fa regali e domande inopportuni e tu vorresti chiuderti nella tua stanza di bambino in compagnia di Babbo Natale e di un disco inkazzato da sparare a volume illegale per allontanare tutte le persone non gradite. Ci vuole del post-punk, del noise, ci vogliono voci che emergono a fatica da cumuli di effetti industriali, batterie dal suono metallico, no-wave, ci vuole il vero scazzo concettuale che partorisce titoli come O-Dio e Pantera, intro da thriller postapocalittico come quello di Deep Throat e bordoni che ti spettinano come quello tipo sega elettrica di Shapes Of Sunset. Ci vuole un disco che pensi venga dai bassifondi radical-chic di Brooklin e invece viene dai bassifondi di Lucca. Che goduria.

Guarda il video di Deep Throat — Continua a leggere

Kaleidoscope #2.5

Aurelio Pasini | 3/11/2011

fori imperiali

Quante volte, ascoltando Kaleidoscope, ci avrete sentito fare promesse come “ne riparleremo in una delle prossime puntate“, oppure “ne ascolteremo qualche altra canzone nelle settimane a venire“… Promesse da marinaio, visto che purtroppo non sempre siamo riusciti a mantenerle.

Stavolta, invece, abbiamo deciso di prendere la questione di petto, e tenere fede alla parola data. Ecco allora che in scaletta trovano posto estratti dai nuovi lavori di P.G. Six, The Bevis Frond e Sun Araw (nientemeno che un concept dedicato all’antica Roma), affiancati dal primissimo singolo dei Brian Jonestown Massacre, colonne sonore di western moderni, inviti a un luciferino nuovo ordine mondiale, acid jazz ante litteram e un obliqua anticipazione di quello che sarà il tema della prossima puntata.

P.G. Six – Letter
Apollo Sunshine – 666: The Coming Of A New World Government
The Brian Jonestown Massacre – She Made Me
Spindrift – Red Reflection
Anton Barbeau with The Bevis Frond – Octagon
The Bevis Frond – Preservation Hill
Michaelangelo – It’s Crying Outside
Keith Mansfield – Soul Confusion
Sun Araw – Lute And Lyre

Kaleidoscope è un programma dedicato alla musica psichedelica in onda tutti i martedì intorno alle 23.35 sulle frequenze di Città del Capo – Radio Metropolitana. Per contatti: leccarospi@gmail.com.

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A Classic Education: Call It Blazing (Lefse/La Tempesta International)

Francesco Mari | 3/11/2011

call_it_blazing_iconaIl nostro mondo sta cambiando. Mentre Kim Kardashian “ha il cuore infranto” a destra e, a sinistra, un operatore di borsa ha le mani nei capelli cerco di restare sereno e di occuparmi degli A Classic Education che si sono finalmente degnati di concederci la loro prima prova sulla lunga distanza. Era ora, direte voi. Sono anni d’altronde che li vediamo girovagare per mezza america, fare i fighetti nei Festival che piacciono “alla gente che piace” (SXSW e Primavera Sound, mica bruscolini…) e spargere EP e singoli in giro senza che potessimo sfogare le nostre pulsioni fighette su di un debutto attesissimo come questo (d’altronde, io non vado allo stadio, non mi drogo, in qualche modo dovrò andare avanti…). Ora ci siamo e le prime impressioni confermano le previsioni più sensate. Call It Blazing non poteva tradire essendo stato rodato in mille date di un tour massacrante. Molti dei pezzi proposti me li sono puppati nei due bellissimi mezzi concerti visti quest’estate (il primo al meritorio Glue e il secondo nella pazzesca cornice di Villa Medici a Roma). Con questi presupposti, i conti devono tornare per forza ed infatti, uno non fa in tempo a sedersi che, pronti-via, i nostri ci propinano un pazzesco uno-due (Work it Out Baby, it’s fine) che non lascia molti dubbi. Stiamo su livelli di grana grossa con una una qualità media dei pezzi che rimane costantemente alta (se non altissima, vedi Gone to Sea, fantastica). Segnalazioni di merito, poi, per la ritmica carezzevole, alla Real around the fountain, di Place a Bet on you, il semplice, ma d’effetto, esercizio alla Velvet Underground di Spin Me Round e la bellissima Can you feel the Backwash, tirata, quasi feroce nel suo rincorrere una splendida ritmica trascinante. Tutto bene, quindi. No, stavolta non basta. Perché quello che emerge dall’ascolto è molto di più di una ottima raccolta di indie-rock. Emerge la positiva conferma di avere a che fare con un gruppo italiano consapevole e maturo. Un gruppo che si può permettere di evitare scorciatoie facilone ma che, al contrario, sa sfruttare appieno lo straordinario lavoro di produzione (raramente si era sentito un disco italiano con dei suoni così raffinati). Un gruppo, infine, in grado di presentarsi al mondo con dodici pezzi “di peso”, non banali e con una ricerca di linee melodiche pazzesca.

Insomma, grazie a Dio, gli A Classic Education hanno fatto quello che dovevano. Un bel disco, raffinato e ben suonato.

Non siamo alle solite: l’impressione è che stavolta la nostra scena abbia faticosamente partorito un grande gruppo.

Ma proprio grande.
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Tom Waits: Bad As Me (Anti-)

Daniele Piovino | 3/11/2011

Volevo introdurre questo pezzo tom waits - bad as me con un accenno all’ultimo saggio di Simon Reynolds, ma dato che qualcuno ci ha pensato prima di me, ho preferito evitare. Aggiungo solo una cosa a quanto è stato detto/scritto sulla questione: non è solo una certa industria discografica e l’offerta a essa collegata che sta soffrendo dell’eterno revival indotto da quei cambiamenti socio-tecnologici riconosciuti come diretti responsabili di una fruizione frammentaria e superficiale (mi fa caso scrivere “industria discografica”, ma in questo caso dovevo scrivere “industria discografica”), perché anche la critica attuale non è che sia proprio una sniffata di popper* (mi fa caso scrivere “critica musicale”, ma in questo caso dovevo scrivere “critica musicale”). Non mi riferisco a Reynolds, che comunque ritengo un po’ vulnerabile in alcune invettive, come nell’idea generale di scrivere un saggio sulla retromania con una sottile vena nostalgica per i tempi in cui i dischi si potevano ascoltare solo con lo stereo o al limite con il walkman (quella stessa presenza nostalgica che egli avverte e critica nella produzione discografica degli ultimi anni, una sorta di nostalgia riconducibile alla mancanza della propria casa intesa in senso figurato, qualcosa che ha a che fare con la formazione identitaria, le radici sociali, la costruzione del sé e tutta quella roba lì), ma mi riferisco a chi scrive una decina di recensioni al mese e ascolta (e cestina) una quantità abnorme di cartelle mp3 al giorno; o a chi ascolta musica da quando io ero solo un’idea dei miei, e ciò nonostante glorifica un disco come questo pur sapendo che non aggiunge niente di nuovo a quello che abbiamo già ascoltato in precedenza. È un disco piacione, suonato benissimo, con un sacco di amici (tipo Flea, Les Claypool, e Keith Richards) nel ruolo di special guest, e con una ballad, Talking At The Same Time, che merita di essere menzionata solo per com’è stata cantata; ma NON c’è quello che non mi aspetto, e l’effetto migliore che dà Bad As Me è quello di invogliarti a riascoltare le sue cose passate (questo per chi dice che se una persona compra un disco di Tom Waits è perché vuole ascoltare Tom Waits: ci sono già i suoi vecchi dischi).
Forse l’odierno Waits è uno square che vive la sua personale retromania nei panni del poeta autodistruttivo indistruttibile (un poeta maledetto dalla stessa “industria discografica” di cui sopra), non tanto per compiacere i suoi fan, ma come conseguenza di quello spirito di adattamento che gli ha salvato il culo da ragazzo, e che oggi torna a farsi sentire prepotentemente in questo eterno passato-presente teorizzato da Reynolds.
(Tom, non so come dirtelo, magari alla maggior parte dei tuoi fan questo disco piacerà, ma io volevo altra roba Tom, volevo l’irruzione della cacofonia post-qualcosa e della sperimentazione fattona senza tante esitazioni, proprio per dirne un paio; Tom, io ieri sera mi sono addormentato con i suoni diversamente caustici e urticanti di questo disco; alcuni testi non sono male, è vero, ma non c’è continuità; non voglio rovinarti la festa Tom, magari il problema non sei tu ma i replicanti di Vinicio Capossela, però non credo sia il caso di dare sette/otto a un disco del genere, come invece ha fatto una certa critica musicale retromaniaca; perché se l’eterno passato-presente ha ammorbato un po’ tutti, anche l’eterno ritorno ha iniziato a spaccare le palle; ti voglio bene Tom).

*Vuol dire che non se la passa tanto bene.

Qui puoi ascoltare l’intero album in streaming

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