È da qualche giorno che penso di tirar fuori da questa storia una barzelletta, nel senso di inventarmela proprio, solo che non ne esco. Ho un buon inizio, però: “C’è un rocker di Zocca, un rocker di Correggio e un rocker di Ferrara.” Del rocker di Zocca non ne stiamo nemmeno a parlare, le cartelle cliniche che dimostrano la sua completa bollitura sono piene dei famigerati clippini con i quali Egli intende rassicurare i fan sul proprio stare in forma, ma solo un idiota potrebbe cascarci, e non voglio aprire parentesi sul QI del vascorossiano medio. Il rocker di Correggio continua a fare Campovolo mentre gli svaligiano casa, per dimostrare al rocker di Zocca che forse ce la fa a stargli dietro, e insiste in facili forme di rock tutto sudore e letame e machismo da Italia1 (e camicie a quadri che però non c’entrano nulla col ventennale di Nevermind). Il rock del rocker di Correggio era talmente cristallizzato come genere di per sé (che si fa il verso, che si ripete, che puoi buttar via il 99 per cento dei pezzi) che almeno dieci anni fa Elio e le Storie Tese facevano questo pezzo, che diceva tutto e ci metteva una pietra sopra.
Al di sotto di questa soglia, in zone devote dell’underground italico, si muove il rocker di Ferrara. Con i Rossofuoco, una bella band giovane aggressiva e diretta, ha fatto una manciata di dischi e centinaia di concerti. Io di questi concerti ne ho visti due, entrambi deludenti, più uno interrotto per pioggia che invece era partito benissimo. I dischi, invece, non sono male. Fino a questo disco qui. Rojo è qualcosa di sbagliato al di là di quello che è inciso sul supporto. È un disco che nelle intenzioni azzera la produzione precedente, senz’altro degna di rispetto, e rimuove ogni traccia del Canali cantore incazzato e agguerrito che aveva un rapporto privilegiato con i testi, e riusciva a essere diretto come un vaffanculo e sofisticato nei giochi di parole e nei rimaneggiamenti di titoli famosi e frasi fatte e tutto il resto. Scriveva dei bei testi, Canali: in questo disco no. E il rock dei Rossofuoco poteva anche non esser poi questa grande scoperta, ma era divertente, adrenalinico, agguerrito.
In Rojo sia i testi che la musica fanno il verso a se stessi, tant’è che se non dovesse intervenire Elio basterebbe un Generatore Automatico di testi di Canali. La solita tempesta è paurosamente vicina al rocker di Correggio (e farà impazzire giovani coppiette universitarie già colte in flagrante con i dischi originali di Mannarino, ed è il pezzo più brutto e italiano del disco, e voi non ci crederete ma di conseguenza è anche il più bello) mentre il ritornello di Regola #1 è Vasco Rossi al suo meglio, che nel caso di Canali è un “meglio” paurosamente relativo. Treno di mezzanotte sembra una canzone dei peggiori PGR, figuratevi, e forse salvo solo Un crepuscolo qualsiasi che mi rimanda ai cari vecchi Ulan Bator, anche se il testo è quello che potete indovinare dal titolo. Ho come l’idea che mentre il mondo sia andato avanti, mosso anche dalle istanze care al Canali dei vecchi dischi, mentre noi abbiamo masticato e sputato e siamo passati oltre, l’unico rimasto lì dov’era (per paradosso, scherzo del destino, contrappasso – chissà) sia lo stesso Canali, che continua con gli slogan, con un dogmatico antivaticanismo, con l’antimilitarismo e la Carmagnola, e insomma questo disco è poco meno che un passo falso. Poi lo sappiamo quello che ha fatto Canali per la musica in Italia, e da dove è partito e cosa ha attraversato, scoperto, portato a galla, prodotto. Ma qui sto parlando del suo ultimo disco, e spero che non sia davvero questo il punto di arrivo. Mi spiace, sia chiaro, però me ne faccio una ragione.
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