Nuovo appuntamento con il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni mercoledì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
Un bel po’ di novità discografiche, qualche segnalazione di concerti, un paio di birrette e un curioso romanzo giallo di cui non ci ricordiamo il titolo ma di cui sappiamo ogni altro più insignificante dettaglio. Ma cosa c’entra?
Questa la playlist della puntata:
A Classic Education – Place A Bet On You
Twerps – This Guy
Crystal Stilts – Dark Eyes
Veronica Falls – Misery
Evans The Death – Hello Seems To Be The Hardest Word
Jens Lekman – New Directions
[in collegamento telefonico La Donna di Prestigio, per quella rubrica che nonostante tutto si chiama ancora "Alcolismo & Moquette"]
Dive – Corvalis
Eight And A Half – Scissors
Brothers In Law – Butter Bricks
The Hairs – Picasso VS Frankenstein
The Younger Lovers – Down Down Gently
Le conigliate a manetta che negli ultimi anni Will Oldham ha sparato- con risultati non sempre pari al livello medio di chi già nel livello medio era sotto le attese- potevano e dovevano lasciare qualche dubbio sul nuovo Bonnie Prince Billy. Ed allora i seguaci del barbutone di Louisville hanno fondati motivi per saltellare allegramente all’uscita di Wolfroy Goes To Town. Delicatezza d’ancien règime, eleganza autunnale e miscela da artigiano nel legare schizzi alt country ad atteggiamenti blues da lacrima facile. Una roba dove l’acustico vince sull’elettrico proprio grazie alle intrusioni (ad hoc in New Tibet) di quest’ultimo, furbo ed intransigente nel lasciare il dominio ad una pacatezza talmente intima da sentirla oltremodo personale. Poi, se volessimo vedere il disco all’interno della discografia del nostro, forse andremmo più cauti con gli elogi. Quel livello medio citato all’inizio è stato toccato, non superato. Una volta avremmo storto il naso. Oggi ci va anche bene così.
Limoni a colazione, pigiami verdi, band statunitensi che si chiamano come cittadine lombarde, garage danese e belle speranze del rock tricolore. Sono solo alcuni degli argomenti trattati questa settimana all’interno di Kaleidoscope, in una puntata che si chiude con una delle più sentite dichiarazioni di indipendenza ideologica e musicale che abbiamo mai sentito e si apre con l’atteso – per lo meno da noi – ritorno di uno dei nomi di punta della psichedelia inglese anni ‘80: Nick Saloman, meglio noto come The Bevis Frond.
The Bevis Frond – Johnny Kwango
The Secret Tape – A Light
Cornershop – Judy Sucks A Lemon For Breakfast
Baby Woodrose – Growing Younger
Green Pajamas – Jennifer
Lodi – I Hope I See It In My Lifetime
The Knickerbockers – Lies
Shin Joong Hyun & The Men – Beautiful Rivers And Mountains
Ascoltando Feist viene in mente quello slogan Lifegate – voce suadente, cinguettìo in sottofondo – “Fermati. Ad ascoltare”. Non so se faccia più innervosire per quella spocchia da radical chic impenitente, o se perché in fondo ci riconosco un valore vero, semplice e utile. Non ci fermiamo a sentire davvero. Se così fosse, se mi ostinassi ad essere un orecchio distratto, dopo un minuto di rapimento per la voce sinuosa di Feist, e cinque di lamenti da gatta ferita, mi sarei stufata e sarei passata oltre. Invece sono anni che non la mollo, magari dandole un occhio da lontano, così, per controllare se va tutto bene, se ha fatto nuove amicizie (inelencabili) o se ha tirato fuori altri video o filmini delle vacanze. Perché in Feist vive un quid da tenere nel cassetto, una fiammetta capace di far brillare le nenie più distruttive. A quattro anni da The Reminder i brani si erano ormai impolveriti, quel quid un po’ spento e, francamente, mi stava pure annoiando. Schiacciando play sul nuovo disco, invece, diamo una bella rispolverata totale. I brani brillano, tipo che ti ritrovi canticchiarli mentre cammini per strada, e non per una loro cantabilità, ma semplicemente perché ti sono entrati dentro. Linfa nuova. I suoni si fanno più audaci e scopriamo come alla brava Leslie piaccia spingersi un po’ oltre – con cautela ma tanta curiosità. E noi l’accompagniamo. Le tinte ondeggiano fra un passionale bianco/nero e guizzi multicolore (Graveyard e A Commotion su tutte), proprio come le “vignette” dirette da Keith Megna – un distillato della musica di Feist in note e immagini, un mondo magico per occhi e orecchie. Perché ormai nessuna musica è ormai solo disco.
Il nuovo Metals, e Feist in particolare, diventano allora non semplice musica, ma un’esperienza. Amici. Sentimenti. Momenti. È un piacere darsi a loro e ricevere insieme. E non ve ne pentirete, se vi fermerete ad ascoltare davvero.
Nel caso in cui non ve ne foste accorti, fa di nuovo freddo. Basta con le domeniche al mare, si ritorna a poltrire rintanati in casa tra plaid e serie tv. Del resto sembra che nel fine settimana il relax sia d’obbligo, ma per quanto riguarda me e una manciata di altre persone, lo si vorrebbe fuggire con tutte le proprie forze. We are young, del resto. Cercando qualcosa da fare, scopro che Wikipedia ha da poco riacceso le luci e un caro amico ha deciso di trasferirsi in Bretagna. Cosa faranno da quelle parti per vincere la noia? A quanto pare Rennes, capoluogo bretone, ha dato alla luce un paio di cose decisamente interessanti nell’ultimo anno. La prima è questa meraviglia dipinta su un palazzo di sei piani dal marchigiano Blu.
La seconda sono i neonati Juveniles, trio piccatamente neworderiano lanciato dalla Maison Kitsuné già nota per aver pubblicato Is Tropical e Two Door Cinema Club. We Are Young, primo singolo del trio francese in uscita il 24 ottobre, parte con un crescendo scandito dal charleston e accompagnato da tastiere prettamente anni 80; la voce è calda proprio come quella di Morrissey e le atmosfere in pieno stile new wave a cavallo tra Depeche Mode e New Order sono attualizzate da punte elettroniche alla Starfucker.
Amiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla quarta puntata dell’undicesima stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 22.30 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Non fatevi ingannare dal titolo del post: il collettivo non si occupa della crisi globale, ma, come sempre, di cinema. Nell’ultima puntata tre film molto diversi tra loro che hanno un potere ansiogeno comune.
Il primo film è un’altra delle grandi uscite di quest’anno: Melancholia, presentato a Cannes, dove von Trier ha fatto del suo infognandosi in dichiarazioni poco avveduta, ma dove Kristen Dunst (protagonista del film insieme a Charlotte Gainsbourg) si è portata a casa il meritato premio come migliore attrice. Il regista danese, con il suo ultimo film, ci fa dimenticare di quella schifezza masturbatoria di Antichrist tornando a un ottimo cinema, apocalittico e angosciante (appunto) come i suoi lavori migliori. Melancholia è il nome del pianeta destinato a scontrarsi con la Terra, ponendo fine al genere umano: il film, simmetricamente diviso in due parti, racconta delle due sorelle protagoniste con maestria e riuscendo a creare empatia e tensione con lo spettatore. Evviva!
Abbiamo continuato, sempre in tema di festival, con Una separazione, di Asghar Faradi, che ha fatto sfaceli nell’ultima edizione della Berlinale, vincendo l’Orso come miglior film, attore protagonista e attrice protagonista. Come nel precedente About Elly, Faradi ha il pregio di raccontarci un Iran “normale”, in cui la vita scorre più o meno normalmente… per mezz’ora di film. Poi, il delirio. Se nel titolo del 2009 era la scomparsa di una ragazza a fare da detonatore, qui è una sorta di incidente domestico, che coinvolge due famiglie: una benestante, nel mezzo però della separazione di marito e moglie, l’altra indigente e incasinata. Un film magistrale, che mostra le notevolissime doti di narratore e direttore d’attori del regista. Non perdetelo.
E infine, terzo film, terza sorpresa positiva: Super, di James Gunn. I trailer ingannano: siamo dalle parti di Kick-Ass per quanto riguarda il tema “persone normali che diventano supereroi senza poteri”, ma lo sguardo di Gunn è spietatamente splatter (arriva dalla Troma) e terribilmente sconsolato. Cosa sarebbe un film di supereroi-senza-poteri visto in chiave crudelmente realistica? Un’ora e mezzo divertente e raccapricciante al tempo stesso, che parte da toni di commedia per raggiungere picchi di tristezza notevoli. Anche qua: se lo perdete, non dite che noi di SecondaVisione non ve l’avevamo detto.
Bene, è tutto: scriveteci a secondavisione (at) gmail (dot) com e a martedì prossimo!
A Montreal c’è un posto che si chiama Club Lambi. Sta su St. Laurent (uno dei tanti stradoni che dalla Downtown si perdono in direzione del Polo Nord). La venue in questione è il quartier generale della influente comunità haitiana della Cité. Gente che, 365 giorni all’anno, smazza tonnellate di concerti, serate danzanti e “fund raising”. La location non è che sia niente di che: uno squallido secondo piano di un palazzo americano anni ‘60 (roba tipo Kojak). Una grande stanzona utilizzata, all’origine credo, come sala da ballo per immigrati ucraini. Ecco, là ci ho visto i Real Estate. Era inverno, tirava un vento tremendo e faceva un freddo cane. Prima di loro, in cartello c’erano i Woods. Dovete sapere che (non mi chiedete il perchè…) a quei tempi mi comportavo come i pastori bergamaschi: radunavo persone ai concerti e, pochi giorni prima, mi ero caricato 10 persone per un mini-festival in cui si era dato appuntamento tutta la scena “al limite del ridicolo” di Montreal. Tutto ciò aveva generato ovviamente una ridda di sguardi complicati da descrivere (del tipo “ma chi cazzo frequentiamo…”). Insomma, ero preoccupato. Le cose andarono, grazie a Dio, lisce. I Woods non fecero danni e il concerto dei nostri eroi venne fuori come tutti si aspettavano: semplice, pulito, sereno e senza una sbavatura. Come i Real Estate, insomma. Un mare di arpeggi, sguardi fuori dal finestrino e capelli inguardabili. In quest’anno e mezzo (in cui al sottoscritto è successo di tutto) ai nostri eroi non sembra invece essere successo molto. Hanno pubblicato, qua e là , qualche singolo (tra cui una meritoria cover di quei buzzurri degli Strokes). Hanno girato mezzo mondo come da copione e poi hanno tirato fuori questo secondo disco, intitolato Days. Il primo commento che salta fuori è che non ci potevamo aspettare molte sorprese ed infatti sorprese non sunt. I Real Estate confermano infatti con autorità le loro qualità di gruppo di punta della “scena” americana. Lo fanno con un bel discone la cui qualità globale è senza ombra di dubbio di “livello superiore” ed in cui emergono anche bei pezzi di livello (vedi It’s real, scelta come primo singolo, l’iniziale cavalcata di Easy e la bellissima Younger than Yesterday). Il problema, perché c’è un problema, è che certe volte risultano un pò moscetti anche se, ad onor del vero, “veri colpi a vuoto” è difficile trovarne nel disco (anche se Kinder Blumen ci va molto vicino). L’impressione finale peraltro è quella diun bel disco “di sostanza”, che cresce con gli ascolti quasi a confermare la nomea di gruppo “solido” raccolta più volte in questi anni dai nostri eroi del New Jersey. Detto questo, il bellissimo omonimo debutto del 2009, secondo me, era di un gradino superiore.
La prova? All’epoca, non mi erano mai venuti in mente i Thrills.
Stavolta, purtroppo, sì. Una cosa di pochi secondi ma è purtroppo successo.
C’è questa cosa nella storia della musica per cui se cogli il momento giusto, se azzecchi qualcosa all’inizio, se pubblichi un secondo album (forse) migliore del primo, se ti aggiorni e resti al passo, ti presti ad altri media con intelligenza e senza moderazione, diventi un personaggio, “sei” un personaggio, allora in quel momento, anzi, in quei momenti stai costruendo un mito. Mitopoiesi, la chiamiamo noi talponi, creazione di un racconto che può camminare con le proprie gambe. Quando raggiungi quello status, il potere magico di Re Mida ti viene servito in un piatto di legno – perché tu possa subito mutarlo in oro zecchino. Il passo successivo è la Cristopoiesi: potrà Björk salvare la musica? Che domanda, forse no, l’apocalissi non è mai dietro l’angolo, e noi che ci divertiamo a guardare da lontano, sappiamo che non esiste morte senza palingenesi – lo dice anche Steve Albini (e chi siamo noi per contraddirlo). Certo, a Björk non puoi chiedere di tornare coi piedi per terra, non ti sentirebbe comunque dalla torre volante che ha per casa (li immagino così, sospesi, quelli che abitano “fra New York e l’Europa”). Una soluzione, per chi ha le dimensioni, i soldi e l’ego di un istituto bancario multinazionale, sarà piuttosto continuare ad essere sé stessi nel più puro dei modi: guardandosi intorno, aggiornandosi, prestandosi ad altri media, con intelligenza, senza moderazione e investendo dove ancora gira qualche soldo.
Così qualche mese fa abbiamo sentito dire che il prossimo album di Björk sarebbe stato “pubblicato su iPad”, qualunque cosa volesse significare. Alcuni di noi avevano aspettato al varco Damon Albarn con il suo disco composto e suonato su iPad, altri lo avevano giustamente ignorato, altri vivono tranquillamente senza sapere nemmeno cosa sia un iPad. Il punto è che Steve Jobs (namasté, buddy) lo avrà anche inventato, ma qualcuno là fuori doveva ancora trovargli un senso che non fosse quello di costosa consolle per parlamentari e agenti di borsa profumati di muschio in metropolitana. Björk, come sempre, ha scelto il momento giusto per fare qualcos’altro, per ottenere il profitto sonante e filosofico del caso. Il tema scelto, la relazione fra microcosmo e macrocosmo, non è fra i più originali, eppure funziona senza intoppo a rappresentare lo stato della civiltà occidentale dell’era di internet e, anzi, è l’archetipo di cultura popolare che meglio si addice al mito di Björk come artista piccola e gigante. — Continua a leggere
Cari lettori e ascoltatori dei podcast di Vitaminic, ben trovati con un’altra puntata de “La Belle Epop“, il programma radiofonico e tentativo d’intrattenimento musicale in onda ogni venerdì alle 21 su Radio Città Del Capo di Bologna, con Federico Pirozzi al microfono. Tra due sold out de I Cani, la nuova versione delle sguaiate sorelle Clavin sotto forma di Bleached, l’anteprima del nuovo progetto solista di Paolo Iocca denominato Boxeur De Coeur, la bella scoperta di Nicolò Carnesi e una b-side dei Girls, il presentatore ha avuto la piacevole compagnia al telefono di Cataldo Bevilacqua con la sua rubrica sulle “Letture della Domenica”. Tutto questo dopo la scaletta!
I Cani – Post-Punk
Orca Orca – Get Up (Get Out)
Real Estate - Younger Than Yesterday
Zen Circus – Nel Paese Che Sembra Una Scarpa
Bleached – Seaching Trough The Past
Dirty Beaches – Lord Knows Best
[al telefono con Cat Bevilacqua per la rubrica "Letture della domenica"]
Okkervil River – Your Past Life As A Blast
Boxeur The Coeur – Stormily Reassuring
Girls – Martina Martinez
Nicolò Carnesi – Ho Poca Fantasia
A Classic Education – Grave Bird
Allora, facciamo l’annuncio così ci togliamo il peso: Colin Stetson accompagnerà Bon Iver per un anno e poco più. Immaginiamo a suonare il sassofono. Immaginiamo che apprezzi l’amico Justin Vernon. Immaginiamo crei anche roba figa per lui. E immaginiamo si diverta pure. Bene. Detto ciò, Colin esce adesso con Those Who Didn’t Run EP, facendo roba che, al fan medio dell’attuale Bon Iver, farà cagare il cazzo. Fortunatamente noi siamo estranei alla categoria e, per inerzia, apprezziamo un sax-noise malatissimo e acido oltre l’ingiusta legalità. Due pezzi (sopra i dieci minuti) in presa diretta, senza alcuna sovraincisione o cazzata varia. Minimali e sporchi come il buon gusto (d’ascolto) imporrebbe. Pare meraviglia. Invece è solo un Ep.