Non la prima, non la seconda e neppure la terza: Lee Van Cleef – dicono – è stata la quarta scelta di Sergio Leone per la parte del colonnello Mortimer. Diecimila dollari e un biglietto per l’Italia. Lee Van Cleef, attore minore degli ultimi western dell’epoca d’oro e pittore dilettante, disse che andava bene, ‘avoglia se va bene, ho le bollette da pagare, però per piacere lasciatemi finire un dipinto. E poi? Che fine ha fatto Lee Van Cleef?
Citare Lee Van Cleef è esattamente come citare Mario Brega. Supercafoni, eccoli qua, cappelloni da cowboy in testa, bassi elettrici colorati e un immaginario anni novanta quasi imbattibile. Ma qui non si tratta soltanto di citare attori morti, automobili d’epoca, divani vecchi in finta pelle, pedalò pseudo-vittoriani, modernariato spicciolo, pescatori di salmoni californiani, nostalgie che si animano e fanno un bell’inchino. Lee Van Cleef è la maledetta metafora dei Primus. Che fine hanno fatto i Primus in questi dodici anni? Un EP nel 2003, Animals Should Not Act Like People, titolo ironico beffardo e musica diversa dal solito, meno agitata del solito, nient’affatto nostalgica: un disco che, un po’ a fatica, guardava avanti. E poi? Qualche linea di basso negli ultimi dischi di Tom Waits, tanti concerti, tutti a farsi gli affari propri: per piacere, lasciatemi finire il mio dipinto e poi ne riparliamo. — Continua a leggere
Istantanea. Tac. Si chude la porta dell’auto, lasciandosi dietro ogni suono. La testa continua ad andare: “ho tanto caldo anche se è inverno”. Me la ripeto e la coccolo un po’, è proprio una bella immagine. Fine istantanea. Bella, penso. Ma dove l’ho sentita? L’ho davvero sentita? Perché ho in mente proprio questa scena di vita quotidiana? Sto ascoltando il nuovo singolo di Dente, e le parole, ora, mi sussurrano come un dejà-vu. La spiegazione più ovvia che mi do è che Dente sa sempre tirar fuori immagini semplici, eppure belle, che abbiamo dentro ma non sappiamo come. Qualche malelingua potrebbe invece lagnarsi ”è perché scrive sempre la stessa cosa”, ma non ci bado poi tanto. Certo, c’è sempre la chitarrina, le notine di piano, gli archi romanticoni, la voce sorniona, ma la forza, la vera forza, rimane in quella frase, anche se unica, capace di aprirti ad una bella sensazione. Come quando ti ricordi delle poche lezioni al liceo, e delle poesie facilone di Ungaretti che chissà come ti rimanevano dentro, proprio perché fatte di scarne, eppure pregne, frasi d’effetto: è così che oggi scherziamo sui vecchi affetti, e la frase ”come primavera sugli alberi le foglie” sa di gioco, e giocando diciamo “ci piace proprio, questa Saldati“.
Ho imparato a sentirmi un italiano vero da quando ho iniziato ad apprezzare il calcio e non me n’è mai fregato nulla dei giudizi al vetriolo, fatti da dietro un monocolo e un libro di Kertesz letto solo dalla polvere, di quelli che la domenica pomeriggio -da Settembre a Maggio – preferiscono andare per boschi a scattare foto dei propri piedi e dei propri cani. Anzi, io diffido moltissimo da quelli che sono nati in questo paese e non seguono il calcio, ci farei una lista di proscrizione e darei loro un DASPO per non farli avvicinare alle persone a cui voglio bene, sono pericolosi. Detto questo è impossibile che tralasciassi di ascoltare e di parlare un disco fatto da uno che si fa chiamare Mezzala (che poi è Michele Bitossi dei Numero6) e che si intitola Il Problema di Girarsi, ovvero il problema cardine della vita dentro al campo quando hai appena ricevuto palla e il tuo cervello ha già elaborato dieci modi diversi di continuare l’azione, tutti trionfali, ma quei maledetti avversari non ti fanno girare verso la porta o verso il compagno. E lì tutti quei dieci modi diversi e trionfali vanno in stallo e inizi a non ragionare più, perchè gli altri ti pressano, spingono. E allora perdi la palla o ben che vada ti buttano giù e prima di battere la punizione devi rialzarti e rispondere alle male parole dei compagni che la volevano loro, la palla. Diciamocelo: poche metafore ti si vestono addosso come quella scelta dal buon Mezzala, tifoso genoano fino ai denti, come titolo di questo suo disco solista che è tutta vita, la colonna sonora della quotidianità vista con l’acume e la retorica che solo il tifoso sa cogliere in tutto. E in quelle Domeniche estive dove non riuscivo ad orientarmi perchè non avevo il riferimento temporale quantificato dall’unità “giornata di campionato” mi sono sparato in loop il video de Nella vasca coi Piranha solo per arrivare al punto in cui si dice “Mi manca troppo il campionato / per poter rendere queste Domeniche sensate / per non soccombere / Un’amichevole d’Estate, il calciomercatoweb son palliativi ed è normale che il male resti in me”. Bam. Tuffo di testa e palla sotto il sette: il perfetto ritratto del calciofilo italiota durante l’astinenza estiva ed io mi sentivo proprio così. E finalmente qualcuno ci ha scritto un pezzo su quelle assurde giornate passate a refreshare i siti di calciomercato, nella solitudine del morfinomane con l’ospedale chiuso, per leggere le peggiori banfe e congetture giornalistiche, il male appunto. Un disco che è disseminato di perle di cantautorato più vero del vero (sic.) pieno zeppo di inni geniali (Rocker Carbonaro con tanto di topos mistico rappresentato dall’Autogrill) eppure sempre elaborato: Mezzala è l’ultrà con la chitarra che ti canta in faccia il pragmatismo e se non canti anche tu ti aspettiamo fuori dallo stadio.
Il numero di Playboy con Stephanie Seymour uscì nell’autunno del 1988 e si è impossessato del nostro immaginario -ma soprattutto della nostra pubertà disagiata- per molti anni successivi. Quello che conta e che non sapevamo è che di lì a poco avremmo smesso di usurare quelle pagine perché qualcosa di ancora più grosso e meno stropicciato ci avrebbe tumulato -di nuovo ma non più in silenzio per sentire se arrivava qualcuno- nelle nostre camere: nello stesso anno i Nirvana nascevano con una formazione stabile. Il 24 settembre di vent’anni fa la Geffen faceva uscire il loro secondo album di studio. “Da lì in poi i Nirvana diventeranno un fenomeno di costume, un’ideologia e un luogo comune della cultura pop degli anni Novanta”. Bastonate, il nostro blog-di-musica-pesa preferito, e Barabba Edizioni pubblicano in ebook -disponibile in formato EPUB e PDF, con la copertina di Giudit- un libro su come eravamo belli e sfigati a quei tempi, un (possibile) tributo a Nevermind fatto di ricordi, storie sparse, “la prima volta che”, i negozi di dischi, il bus che ci portava a scuola, la vacanza studio a Londra, In Utero, le fanzine punk, le riviste metal e il numero di Playboy con Stephanie Seymour, appunto. Quello che segue è il nostro “centone”, un remix dei ricordi de Il numero di Playboy con Stephanie Seymour. Una storia che potrebbe essere quella di tanti altri, e di altri ancora. Dentro ci siamo anche noi. Un po’ più vecchi, emozionati come quel giorno e ancora maledettamente belli. — Continua a leggere
Io dico che il mondo si divide in chi ha classe e chi no.
E nel primo gruppo ci ho sempre messo i Rem (o gli R.E.M? Non mi deciderò mai). La mia definizione di “uomo di classe” è: Michael Stipe con il trucco a maschera. Conoscete forse un altro uomo capace di portare quella striscia blu con tale aplomb senza sembrare Superpuffo? (se lo conoscete, sentitevi autorizzati a dargli il mio numero)
E poi: quanti ne conoscete che a cinquant’anni, struccati, fanno “Il tour rock”, senza palchi da odissee nello spazio e senza fare i giovani a oltranza, e rockeggiano sul serio, e lo fanno indossando una giacca? Che stile.
Soprattutto, in questi trent’anni – che non sono pochi, proprio no – i Rem hanno sempre fatto dischi di classe. Con alti, altissimi e bassi, un paio sicuramente superflui, ma mai macchie invereconde sul glorioso curriculum (qualcuno ha detto All That You Can’t Leave Behind?).
E come avrebbe mai potuto sciogliersi un gruppo di cotanta nobiltà se non con un sobrio comunicato giunto senza avvisaglia alcuna? Niente liti, niente tour chiusi per rissa, nessun veleno. “È stato bello ma la finiamo qui, addio e grazie per tutti i sogni”. E la data scelta? 21 settembre, che poesia. Inizia la stagione delle sciarpe, delle foglie ingiallite, del tè delle cinque, quale momento migliore per struggersi al suono di Nightswimming ripensando alla prima volta che li hai visti dal vivo/al primo disco che hai comprato/alla prima volta che hai limonato con loro di sottofondo?
Dicono adesso che in realtà i magnifici tre si odiavano già da un po’, che l’hanno fatto per sganciarsi senza problemi dalla Warner, che guarda caso uscirà un Best Of giusto in tempo per Natale…
Tutto molto verosimile, ma loro sono (erano) gli R.E.M. e la fase R.E.M. è quella dei sogni, quindi noi – almeno fino alla reunion del cinquantennale, o fino alle prossime uscite soliste – vogliamo continuare a sognare, e ricordarli così: Michael Stipe in ginocchio di fronte all’assolo di Peter Buck, un altro quadro da appendere sul nostro altare del dio Rock. — Continua a leggere
Ariel Pink meno weirdo. Di riflesso viene da classificare così il disco d(e)i Part Time. Viene anche da chiedersi perché fare un lavoro così tanto linkabile al signor Rosenberg. La gran parte delle canzoni di What Would You Say? sta su quel confine stretto tra i pezzi più morbidi di Before Today, tra Can’t Hear My Eyes e Fright Night, per intendersi. She’s Got The Right, la quarta traccia di WWYS? rende l’idea piuttosto bene. “Un televisore sintonizzato su VH1 che viene buttato in una piscina di Glendale e continua a funzionare sott’acqua”. Non è una scena di quelle descritte da Brett Easton Ellis in The Informers ma quel che un anno fa scriveva Costantino della Gherardesca su Vogue e la questione era il disco meno strambo di Ariel Pink. Appunto. Mi chiedo se valga anche per Part Time (che all’anagrafe di San Francisco è David Speck) l’immagine di un Brionvega in ammollo capace di far uscire qualcosa tipo Hall & Oates più interessanti di quando asciutti. Ora, non amo misurare la bravura di qualcuno con il metro dello svincolo dai modelli anche prossimi. Però al primo ascolto di What Would You You Say?, in una raffinata catalogazione celo-manca, l’ho buttato nella prima cartella. Poi ho sentito che una chance gliela dovevo a uno che fa canzoncine che struggono quasi quanto quelle di Twin Shadow e consumano come quelle dei Glass Candy. Ho fatto bene. — Continua a leggere
Se dividiamo gli appassionati di musica in quelli che ricercano melodie perfette e ritornelli epici e quelli che no, io starei sicuramente nel primo gruppo. Per questi, Father, Son & Holy Ghost sarà sicuramente una grande, immensa delusione.
Infatti, per quanto la componente più psych o hard rock abbia sempre punteggiato il sound dei Girls, saremmo molto più sinceri ad ammettere che quel che ci aveva stregato del gruppo di San Francisco erano proprio le perfette canzoni pop come Lust for Life o le ballatone strappacuore come Laura (oltre che ovviamente l’aura da tossico dipendente con l’animo sensibile di Christopher Owens, la sua storia personale e i suoi capelli lunghi e sporchi). Questa nuova fatica dei Girls invece lascia molto più spazio agli angoli più oscuri e nascosti della sensibilità artistica del duo, racconti di spiritualità e amore materno che risultano spesso in lunghissimi lamenti struggenti (sei canzoni su undici sono dei super lentoni, anche no) o in velleità heavy metal francamente evitabili (Owens racconta di come lui e JR anni fa suonassero il riff di Die per ore ed ore strafatti nella loro cameretta, fino a perdere conoscenza stremati. Non mi pare comunque una buona ragione per pubblicare un pezzo brutto). Invero, forse il problema è proprio questo: la maggior parte dei pezzi di questo record 3 sono stati scritti molto prima del precedente Album, e quando questo succede vuol dire due cose: o l’artista non ha niente di meglio da dire tanto da ripescare vecchi demo sperando di cavarne qualcosa di vendibile, oppure è talmente pieno di sé da convincersi che qualsiasi cosa uscita dalla propria chitarra dopo i quindici anni sia degna di essere incisa. Speriamo vivamente che non si tratti di quest’ultima ipotesi.
D’altra parte, il livello delle composizioni dei Girls in generale rimane alto, tanto che qualcosa di buono (anzi ottimo) in questo disco c’è: a cominciare dalle due canzoni d’aperura Honey Bunny e Alex, si trovano a intervalli irregolari degli splendidi esempi del talento retrò di Christopher Owens.
Gioielli di canzoni che lasciano davvero a bocca aperta, e che ci allietano l’attesa nella speranza di un roseo futuro per i Girls, stavolta libero dall’invadente spettro dell’heavy metal.
C’è stato un momento, all’inizio del decennio, in cui si corrucciava la fronte davanti all’inatteso vero. Giustamente: se n’era avuto abbastanza, tutto insieme. A dieci anni di distanza dagli aerei del WTC, la freddezza ingenua dell’epoca appare, per l’appunto, ingenua. L’evento stesso e i colossali casini che ha scatenato ai quattro angoli del globo negli anni a seguire sembrano aver consumato, di per sé, buona parte degli anni 2000. Lo smarrimento di David Letterman quel 17 settembre, il dualismo europeo che ci ha portato a letto con gli amici americani o a digrignare loro i denti, le guerre da copione e poi musica modernista, eppur spontanea, smarrita e ingenua essa stessa, sono stati tutti figli di quegli anni lì. Quell’ingenuità rabbiosa e frustrata, la stessa del lezioso bimbo di Safran Foer che gira New York con una chiave appesa al collo, è stato il brodo di coltura di cose comeNeon Golden, dell’irripetibile Villalobos del 2003, dei cLOUDDEAD, del primo Apparat e di tanta elettronica teutonica che non ha fatto in tempo ad abituarsi alla caduta del muro e alla fine di guerra fredda ed era spaziale che già si è ritrovata lanciata in un futuro nuovo e non del tutto rassicurante.Composerè il nome d’arte d’un duo francese che conThe Edges of the World, nove tracce senza un filo di grasso, scrive senza volerlo un compendio di quel periodo. C’è dentro del cantautorato—ingenuissimo, ça va sans dire—e del bel sound design gracchiante e massimalista che già ci fa tanto rétro. È una malinconica esplorazione technotronica dell’anima pop, in un’epoca cha ha ormai ribaltato il paradigma (vedasi alle voci Atlas Sound, Banjo or Freakout, Toro Y Moi, Panda Bear) e alla freddezza impaurita del resto del mondo che guarda l’America esplodere ha sostituito, musicalmente parlando, un cinismo spavaldo.
Finalmente. Come tutte le band davvero cool e talentuose venute fuori negli ultimi anni, anche i Veronica Falls ci hanno fatto letteralmente sudare il loro debutto, ma ne è valsa la pena. Il disco era proprio come ce l’aspettavamo: bello.
Un primo merito, sta nel non aver buttato all’aria quella manciata di ottime canzoni seminate negli anni in 7”, ep e cd-r demo: dai loro primi singoli Found Love in a Graveyard (per l’occasione un po’ allisciato – ça va sans dire, era meglio prima) e Beachy Head, fino alle ultimissime uscite, è tutto raccolto in questo splendido debutto come in un dettagliatissimo album di famiglia. Il secondo merito sta nell’esser riusciti ad esser creativi e coerenti fino al midollo: non una canzone riempitiva, non una sottotono, solo un disco tiratissimo dall’inizio alla fine. Quell’indolenza melò, dalle tinte assieme dark e indiepop, quell’eco di sottofondo che ti stringe forte e alla fine non sai se sei più vinto dalla dolcezza o dalla malinconia, o forse da tutte e due.
In pratica, è un continuo “‘effetto Jesus and May Chain” che dura per dodici canzoni, solo che al contrario dei ciuffoni scozzesi, alla lunga non è per niente noioso, anzi.
Per quanto mi riguarda, dopo un altro paio di ascolti e almeno una prova sul dancefloor, potrò tirar fuori la solita, dolcissima, solfa: “uno dei dischi dell’anno.”
Daniele Giovannini, nell’esaustiva recensione a Hardcore Will Never Die, But You Will, mette una frase che dice tutto del disco “perché i Mogwai sono la dentatura degli squali, crescono continuamente: la maturità è solo la fase che precede una vecchiaia grigia e feroce”. Del disco e dei Mogwai, volendo. Sapendo, con gioco facile, che il dopo sarebbe stato altro. Forse prima o forse poi, ma altro. Così arriva il classico Ep di chi, negli Ep o in singoli mistificati, ha scritto pagine da culto viscerale. Perché, al solito, si divertiva a farlo. In breve, Earth Division mette d’accordo integralisti, fuori sede e ragazzi del vino novello. Ci mettono quattro pezzi, staccati e stranianti il giusto, percorrendo un tour sempre in divenire. In Get To France pensi subito a Barry Burns, invece l’idea è di John Cummings e, leggendoci Erik Satie (la cosa è buttata da Stuart), scorri nella reiterazione del piano come fossi una chitarra spenta. Poi arriva l’ormai sesto uomo Luke Sutherland a raccontare Hound Of Winter, sorta di Cody dei nuovi periodi. Meno bella e meno totalitaria nel distruggere ogni altra forma canzone. Eppure ci sta, come ci sta il tipo che sale dalla panchina per mettere due triple. Quasi fisiologico, quindi, il passaggio a Drunk And Crazy, pezzone della madonna che mischia rumore, archi, rintocchi, chitarre ed echi di Yann Tiersen da colonna sonora. Roba da live a manetta, un filino intollerante (per gusto assoluto) nel rendere felici integralisti, fuori sede e ragazzi del vino novello. La chiosa, Does This Always Happen?, vive di eleganza e classicità (dei Mogwai e del classico). Roba per stare bene in autunno, per sintetizzare. Anzi, semplicemente roba per stare bene. Con il vino vecchio e con il vino novello. — Continua a leggere