Hartvest Festival Contest!

Alice Lazzati | 31/8/2011

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Anche se non vorremmo mai dire addio all’estate, ai concerti sul mare e alle cotte da spiaggia, grazie all’imminentissimo Hartvest Festival possiamo trovare il modo migliore per aprire la stagione autunnale! La location è unica come nelle migliori occasioni, visto che la parte musicale del festival si terrà all’interno della fortezza medievale di Montalcino, ma è il ricchissimo programma a rendere verde d’invidia chiunque non potrà partecipare. Una due giorni intensa di concerti fra indie e nomi affermatissimi (Verdena e Paolo Benvegnù fra gli altri) ma anche di mostre e performance d’arte sparse per il borgo toscano.

Qui a Vitaminic abbiamo deciso di rendervi felici e di regalarvi tre abbonamenti al festival per la sua intera durata!

Per partecipare basta scrivere a (vitaminicontest@gmail.com) vitaminicontest (at) gmail (dot) com.

HARTVEST FESTIVAL 2011
2 / 3 Settembre
Fortezza Medievale, Montalcino (Siena)

INFO E PROGRAMMA
www.hartvestfestival.com

Vieo Abiungo: Our Racing Hearts

Marco Delsoldato | 31/8/2011

vieoWilliam Ryan Fritch ha scelto il moniker Vieo Abiungo, presumo, per motivi legittimi. Peccato, perchè William Ryan Fritch è un bel nome ed il fatto di usarlo per colonne sonore (insieme ad altri progetti, come quello per Asthmatic Kitty o la presenza nella Skyriders Band) non mi pare giustifichi la metamorfosi della ragione sociale in Vieo Abiungo, oggettivamente meno attraente. Detto ciò, William è un polistrumentista iper-attivo, con qualche brama autorale e tendenzialmente legato a visioni cinematiche. Oggi arriva con un disco, And the World is Still Yawning, dove miscela classicismo, modernità, sporcizia e stravaganze ludiche un pò appassite. Nel video qui sotto suona un pò tutto, si diverte e sembra anche pigliarci cordialmente per il culo. Fosse vero la stima aumenterebbe ed il perdono per la griffe sarebbe inevitabile.

The Rapture: In the Grace of your Love (DFA)

Francesco Farabegoli | 31/8/2011

trigylNon saremo ritenuti responsabili dello snobismo riservato all’ultimo disco dei Rapture più di quanto lo siamo stati dell’elettricità che sentivamo nell’aria alla vigilia dell’uscita del loro primo disco lungo. È una questione di corsi e ricorsi che riguarda solo in parte la musica, ma alla fine dei tempi –quando avremo versato l’ultima goccia di sangue dell’ultimo clone dei PIL del cazzo lasciandoli al palo prima di partire- sarà probabilmente necessario tirare delle righe e fare un bilancio. Con un briciolo di prospettiva storica, mentre tutto è stanco e scarico e annoiato e privo di stimoli anche per l’ultimo degli hipster (una testimonianza di questa cosa potrebbe essere, tanto per dire, un disco dei Chili Peppers a cassa dritta), possiamo comunque tirare il fiato ed ammettere che quantomeno la colpa di quel che è venuto dopo è solo in parte -o per niente- della band o di DFA. E che i Rapture, con tutto quel che gli può esser piovuto sopra, hanno continuato a mantenere la fierezza del loro alto profilo punk-funk al di là di ogni corrente musicale, continuando a scavare all’interno del loro stesso suono e sviluppandolo in maniera organica ed eccitante, ancorchè senza colpi di testa, facendolo diventare una più che plausibile declinazione moderna funk-soul. In The Grace of your Love, e forse è la foto miliusiana in copertina a metterci strane idee in testa, suona come le ultime scene di Un mercoledì da leoni: ritrovarsi in una pista da ballo semideserta con la musica a palla e sorrisi e lacrime che sgorgano più o meno in egual misura, mentre il mondo intorno si sgretola come dentro Inception. Quando Luke Jenner urla don’t ever look back nell’iniziale Sail Away, sembra una voce dentro al nostro cervello. Massimo rispetto.

Il disco è in streaming sul sito del Guardian.

Male Bonding: Endless Now (Sub Pop)

Federico Pucci | 30/8/2011

MaleBondingEndlessNowIl disordine è uno stato mentale, come ci dicono da vent’anni le nostre mamme. In realtà l’entropia come atteggiamento socialmente accettato ha portato alcuni di noi a desiderare con la stessa carica nevrotica un ordine minuzioso: nella nostra musica, nel nostro materiale da cancelleria, chiunque ha un antro segreto della sua tana disposofobica nel quale tutto è preciso al limite della mania.

Poi ci sono i finti disordini da servizio fotografico e allora ti ritrovi invitato in un appartamento in cui ogni cosa si trova esattamente nel posto in cui non dovrebbe stare, come in un set architettato dalla mente di un Cronenberg alle prime armi. I Male Bonding suonano proprio così, come un appartamento perfettamente disordinato. Cosa gli vuoi dire? Mi hanno insegnato che fare osservazioni da “Cortesie per gli ospiti” è molto scortese. Eppure ti ritrovi a disagio: tutto quanto sembra ineluttabilmente qualcos’altro, un ritornello dei Dinosaur Jr., un interludio dei My Bloody Valentine, appoggiati sul tavolo da caffè accanto a una pila di John Peel sessions. Guardi fuori dalla finestra e ti ritrovi a Dalston, il “nuovo” quartiere hipster di Londra, ma i padroni di casa chiacchierano di vecchi dischi con accento West Coast. E la conversazione sarebbe pure interessante, per carità, se non fossi attanagliato dalla sensazione di esser preso per il culo. Ti ricordi che Nothing Hurts ti aveva fatto male alle orecchie per l’attitudine britannico-punk di épater le orecchie borghesi e non ti eri fatto troppe domande. Ora invece senti questi pezzi così leggeri nel passare da strofe shoegaze a ritornelli new wave e ti chiedi che fine abbia fatto il rock’n’roll in questo infinito ping-pong anglosassone sopra l’oceano Atlantico. A Woodstock, ecco dove. Ma non sui prati fricchettoni, no, in quella chiesa dove era stato già registrato Where You Been, proprio nel decennio in cui anche Endless Now sarebbe dovuto uscire.

In Before It’s Gone un verso dice “mi sento molto più vecchio del solito”: tre ventenni londinesi sono invecchiati molto in fretta, lo dichiarano senza vergogna, e ti svegli come uno di loro. L’appartamento finto-disordinato potrebbe essere casa tua, una casa di riposo per musicisti e neo-nostalgici. E cosa vuoi dire a te stesso, quando ti scopri a fischiettare un quarto di un album che ti piacerebbe rigettare ideologicamente? Niente, è scortese parlare male di sé stessi, a sé stessi. È legittimo, invece, essere abbastanza consapevoli della propria dissociazione da registrare un pezzo come Bones, così sereno di riprendere qualunque cosa sia uscita dagli Stati Uniti negli anni novanta, da voler prolungare la magia per sei minuti e venticinque di saltelli sempre uguali da farsi venire l’acido lattico agli stinchi, ma non il latte alle ginocchia. Fare le pose con l’onestà intellettuale di un Gene Simmons metrosessuale, o di un Manowar in jeans e scarpe da ginnastica, come se non si potesse andare da nessun’altra parte se non al punto di partenza, è una di quelle situazioni senza uscita che ti farebbero beatificare l’ignoranza, se solo fosse possibile recuperarla. Poi arrivano neanche-due-minuti di chitarra acustica che non c’entrano niente (The Saddle), poi un paio di canzoni idealmente scartate dal disco precedente (Channeling Your Fears, Dig You Out), e l’illusione si spezza un po’ in anticipo: sei di nuovo in Brianza, abbastanza lontano dall’epicentro del buzz per poter disprezzare il lavoro altrui, sudato e incazzato col mondo che si ostina a ruotare all’indietro, ignorante quanto basta per chiamartici fuori.

Scarica – legalmente - Bones dal Soundcloud della Sub Pop.
Guarda il video (live) ufficiale di Before It’s Gone.

Vivian Girls: Share the Joy (Polyvinyl)

Nur Al Habash | 30/8/2011

vivian-girls-share-the-joyL’impressione che un po’ tutti abbiamo avuto delle Vivian Girls sin dai primi singoli è stata quella di tre ragazzine stonate che suonavano a caso schitarrando impietosamente nella guazza acerba di un hype-non-sense. Se mai le siamo andate a sentire live, è stato per curiosità (versione femminile) o per vedere dal vivo lunghe cosce bianche e frangette appena maggiorenni (versione maschile).
Se vi dicessi invece che finalmente varrebbe la pena di dare un ascolto?
Share the Joy, prodotto da Jarvis Taverniere dei Woods (al lavoro anche nel prossimo LP degli A Classic Education) scorre via leggerissimo, tra marcatissimi echi 60’s e quel poco di garage rock che è rimasto tra le righe.
Abbandonato il fastidiosissimo muro di riverberi e rumoracci mal confezionati, le Vivian Girls scoprono la struttura di un pop lucido e diamantino, cori celestiali in serrati balletti rock’n'roll, la pista di un dancefloor pienissimo e sudato, le foto ricordo sfocate dal sole dell’estate definitiva. Insomma, un disco pop da manuale.
Finalmente.

Share The Joy by Vivian Girls

A Classic Education: Baby, It’s Fine

Letizia Bognanni | 30/8/2011

ace
Oh buon dio che delusione! Che ritornello commerciale! La chitarra suona troppo indie per essere indie! Quanto tempo dovrà passare prima di sentirla su radio dimensione suono e di vedere il video su Mtv? E per l’intervista su Vanity Fair? Pensa che ieri li ha scoperti anche il mio amico Gigi, quello che ascolta i Negramaro! Ah, ma io l’avevo detto, quando hanno fatto i supporter agli Arcade Fire (e non ci volevo nemmeno andare, che anche loro, da quando hanno vinto il grammy non sono più quelli di una volta), l’avevo detto che c’era troppa gente che cantava What My Life Could Have Been, questi qui tempo un mese e ce li ritroviamo nella classifica di TV sorrisi e canzoni! Ma ti ricordi quella volta che li abbiamo visti live al bar del cugino del suocero della cognata dell’amica di mio zio a Roccapaletta? Che tempi, allora sì che erano bravi e sinceri. E il demo? Era meglio il demo! Vado a cliccare Non mi piace più sulla loro pagina facebook.

A Classic Education – Baby, It’s Fine by A Classic Education

Fallulah: The Black Cat Neighbourhood (Sony)

Chiara Leandri | 30/8/2011

FallulahTheBlackCatNeighbourhood2010_thumb-300x300Scovare musica a Copenhagen non è facile come sembra. I grandi festival estivi sono un tripudio di eventi da non perdere, ma se si tratta di dischi, devi addentrarti in un anonimo negozio sullo Strøget, o spingerti fino a Nørrebro e forse qualche scarno rivenditore lo trovi. Se poi vuoi metterti a scartabellare fra i prodotti tipici musicali, buona fortuna. I danesi sono riusciti ad esportare solo krapfen e biscotteria. La cosa migliore che gli è riuscita a livello musicale sono gli Aqua, per il gran mondo. Per altri un po’ più savi, invece, si oscilla fra Efterklang, Trentmoller, e Volbeat (un miscuglio, scusate, di incredibile grettezza, ma per ora è quello che passa il convento). Sul design, in compenso, è difficile batterli: potreste accontentarvi di far tintinnare un cucchiaino in stilosissimo stile Bodum nella sua tazza di caffè mentre ascoltate tutt’altra musica uscire dal costoso stereo Bang & Olufsen. Eppure, ogni tanto una nota danese riesce ad uscire, da quello stereo. Parlo di Fallulah. Ha un nomignolo tra l’infantile e il follettoso, cose che poi non c’entrano per nulla con Maria Apetri, di ovvia origine nomade – un nomadismo che parte dai Balcani e arriva in Danimarca passando per New York, come una vita, e una musica, che attingono da tante, e diverse ispirazioni. Per molti versi The Black Cat Neighbourhood è un disco nordico: la voce cristallina, gli echi, l’elettronica. E’ poi, di più, un disco dal sapore black: andamenti e ritmi d’Oltreoceano, influenze culturali inevitabili che rendono le linee vocali più calde. Infine, poi, arriva l’ingrediente speciale. Piccoli inserti speziati di ritmi tribali e strumenti folkloristici: cambia la musica, cambia il sapore. Dopotutto, credo che la commistione di generi non sia poi così lontana dallo stile danese e da Copenhagen insieme: a loro piace raccogliere il buono che c’è un po’ qua e un po’ là, vagando per il mondo e oltre, per riassemblarlo come gli pare, in un disco che non si concede a troppi sguardi, ma che eppure è lì, davanti ai tuoi occhi, per essere scovato. Lo trovi facilmente anche in Italia, magari accanto a Florence, Bat For Lashes e Lykke Li. Ma stai attento, è un’altra cosa, e a loro non piacciono le definizioni troppo strette.

Vai al sito ufficiale di Fallulah

Guarda il video di Give Us A Little Love

Guarda il video di I Lay My Head

Guarda il video di Out Of It

Guarda il video “hypster” di Bridges

Guarda il video ufficiale di Bridges

Joan As Police Woman: Carpi, Modena (27/07/2011)

Chiara Leandri | 30/8/2011

IMG_1260Tempo di suoni estivi, tempo di festival. Ogni palco triturato nella macchina di discussioni, foto-ricordo, mirabilia e feticci. E noi siamo qua per peggiorare il morbo, con consapevole e studiata nonchalance. C’è un altro pezzo del puzzle da incastrare, quello che riguarda Joan As Police Woman.

Abbiamo lo stesso taglio di capelli. Tutte e due ci siamo vestite di nero e bianco. Le similitudini finiscono qui, eppure stasera c’è da sentirsi uguali alla poliziotta Joan. Che strana cosa: lei è lassù, noi quaggiù, e un filo di note ci unisce senza sforzi. Siamo a Carpi, Modena. L’ultima tappa italiana di una serie di piccole piazze suggestive scelte per l’occasione estiva: Bollate, Umbertide, Locorotondo, Sestri Levante e poi Torino, Rimini, Roma, Catania. Già, estate: “Come sta andando la vostra estate? Dai, sarà magnifico qua in Italia!”. Macchè, si muore di freddo. Sarà per questo che il clima – quello umano – sa di esitante, sospeso. Questa è una delle poche volte in cui Joan cerca di portare movimento allo spettacolo, ma è difficile urlare e dimenarsi proprio qui: sedie in stile cinema all’aperto, la magnifica cornice del Palazzo dei Pio, e l’attacco psichedelico di Flash. Come è l’anima di Joan: passionale, profonda, e poi riflessiva, e infine esplosiva. Ci sono momenti in cui le urleresti “Forza, lasciati andare! Di più, di più!”. In altri, la cosa migliore è saper interpretare le grida della sua voce: non è per virtuosismo, né per darsi un atteggiamento per così dire punk. Ѐ così e basta, un modo d’essere che segue un preciso percorso scritturale, anche quando sembra contraddirsi.
Novella Giovanna D’Arco, è a lei che Joan Wasser dedica non solo il suo nome d’arte, ma anche l’ultimo The Deep Field: frasi come “Girl you are the chosen one / you’ll make the history” (I Was Everyone), risalgono sicure oltre la superficie, imponendosi fino in profondità. Sembra una magia, eppure non è altro che un bel concerto. Strano, nel suo contesto. Eppure vero, e luminoso, fatto apposta per rischiarare questa bella estate.

Segui i post italiani di JAPW su Ilpost.it
Guarda le foto della serata su Rockol
Guarda il video live di The Magic
Guarda il video live di Flash
Guarda il video ufficiale di Chemmie

Wild Flag – S/T (Merge)

Francesco Farabegoli | 30/8/2011

wfWild Flag è il nome di un nuovo gruppo che consta di quattro musiciste donne tra cui due ex Sleater Kinney (Janet Weiss e Carrie Brownstein) e che ha fatto parlare un briciolo di sè dopo qualche performance sparsa in giro per il suolo americano, tra cui qualche apparizione al SXSW di cui qualcuno ai tempi diceva piuttosto bene. La musica del gruppo, alla prova del primo album (su Merge, nientemeno), si rivela un pastone di suoni carini e a basso volume, quasi sempre indeciso se voler essere una reincarnazione del gruppo di Olympia (senza botta) o piuttosto l’ennesima declinazione vintage-pop un po’ velvettiana un po’ nuggets (senza pezzi). La cosa peggiore è che non sembra il parto di due/quattro musiciste che pensano a un modo decoroso di esprimere la loro maturità, e non è semplicemente una questione di inconcludenza o di bruttezza del disco in sè (tra l’altro, nel campionato dell’indiepop a brevissima scadenza in cui sembra voler giocare, è comunque un lavoro sopra la media). La tristezza monta più che altro dal realizzare quanto la musica di Wild Flag suoni artificiosa, senza spunti, triste e poco spontanea. Che è probabilmente la peggior cosa si possa dire di un gruppo che prende le mosse da quella sigla gloriosa e che ci ha donato un capolavoro di rock’n'roll viscerale non più di un lustro fa. O forse Wild Flag è un modo come un altro per farci capire senza possibilità di appello chi nelle Sleater-Kinney fosse il vero genio. E quello che lo seppellisce definitivamente è un impietoso, per quanto inevitabile, confronto con la bruciante sincerità dell’esordio solista di Corin Tucker, uscito nemmeno un anno fa.

Il disco è in streaming su NPR, non so ancora per quanto.

Italian Party 11 @ Umbertide (PG)

Daniele Piovino | 9/8/2011

Se l’Italian Party ci fosse ogni fine settimana sarebbe bello.
In ordine (di apparizione): My Bubba & Mi, Fast Animals and Slow Kids, Tiger! Shit! Tiger! Tiger!, Gazebo Penguins, A Classic Education.
I Buzz Aldrin non li ho visti, però in compenso ho mangiato “delle piadine che diobo’” (cit.)
Grazie Giulietta.
Grazie Luca Benni.
Majakovich e Prime non sono presenti nel video perché mentre suonavano io e la mia socia siamo morti di freddo. A luglio.
Il batterista dei Fast Animals and Slow Kids vince tutto. E non ci sono cazzi.
Lido Tevere è un bel posto, come si può dedurre facilmente dalle immagini in bianco.
Un pacchetto di patatine con la faccia di Hello Kitty stampata sopra ha tentato di soffocarmi (ho documentato tutto).

Gazebo Penguins mi piacciono un sacco.
Troppo Facile.
Ho ridotto in bianco e nero il lavoro di Giuditta Matteucci senza chiederle un parere; sono una brutta persona.
Cose che son giuste a livello quasi stevealbiniano”.

Dopo il concerto io e la mia socia siamo andati dove “c’è il banchetto, i cd, i dischi, via” e abbiamo fatto acquisti; Piter era lì vicino e ci ha regalato una copia del loro primo disco. Ho approfittato per fargli i complimenti e chiedergli quando avrò la possibilità di vederli suonare dalle mie parti. ”Ci si affeziona”.

La traccia audio di quest’ultimo video (Cinghiale) fa parte del free sampler dell’Italian Party 11 che puoi scaricare qui
Questa è la recensione di Legna che devi imparare a memoria
Qui ci sono i video sburi realizzati da Il Polimorfo che devi vedere adesso
E qui c’è l’intervista di Federico Bernocchi che devi assolutamente (ri)leggere (guai a te se non lo fai)
No, dico, pensavate di farla franca?

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