Il disordine è uno stato mentale, come ci dicono da vent’anni le nostre mamme. In realtà l’entropia come atteggiamento socialmente accettato ha portato alcuni di noi a desiderare con la stessa carica nevrotica un ordine minuzioso: nella nostra musica, nel nostro materiale da cancelleria, chiunque ha un antro segreto della sua tana disposofobica nel quale tutto è preciso al limite della mania.
Poi ci sono i finti disordini da servizio fotografico e allora ti ritrovi invitato in un appartamento in cui ogni cosa si trova esattamente nel posto in cui non dovrebbe stare, come in un set architettato dalla mente di un Cronenberg alle prime armi. I Male Bonding suonano proprio così, come un appartamento perfettamente disordinato. Cosa gli vuoi dire? Mi hanno insegnato che fare osservazioni da “Cortesie per gli ospiti” è molto scortese. Eppure ti ritrovi a disagio: tutto quanto sembra ineluttabilmente qualcos’altro, un ritornello dei Dinosaur Jr., un interludio dei My Bloody Valentine, appoggiati sul tavolo da caffè accanto a una pila di John Peel sessions. Guardi fuori dalla finestra e ti ritrovi a Dalston, il “nuovo” quartiere hipster di Londra, ma i padroni di casa chiacchierano di vecchi dischi con accento West Coast. E la conversazione sarebbe pure interessante, per carità, se non fossi attanagliato dalla sensazione di esser preso per il culo. Ti ricordi che Nothing Hurts ti aveva fatto male alle orecchie per l’attitudine britannico-punk di épater le orecchie borghesi e non ti eri fatto troppe domande. Ora invece senti questi pezzi così leggeri nel passare da strofe shoegaze a ritornelli new wave e ti chiedi che fine abbia fatto il rock’n’roll in questo infinito ping-pong anglosassone sopra l’oceano Atlantico. A Woodstock, ecco dove. Ma non sui prati fricchettoni, no, in quella chiesa dove era stato già registrato Where You Been, proprio nel decennio in cui anche Endless Now sarebbe dovuto uscire.
In Before It’s Gone un verso dice “mi sento molto più vecchio del solito”: tre ventenni londinesi sono invecchiati molto in fretta, lo dichiarano senza vergogna, e ti svegli come uno di loro. L’appartamento finto-disordinato potrebbe essere casa tua, una casa di riposo per musicisti e neo-nostalgici. E cosa vuoi dire a te stesso, quando ti scopri a fischiettare un quarto di un album che ti piacerebbe rigettare ideologicamente? Niente, è scortese parlare male di sé stessi, a sé stessi. È legittimo, invece, essere abbastanza consapevoli della propria dissociazione da registrare un pezzo come Bones, così sereno di riprendere qualunque cosa sia uscita dagli Stati Uniti negli anni novanta, da voler prolungare la magia per sei minuti e venticinque di saltelli sempre uguali da farsi venire l’acido lattico agli stinchi, ma non il latte alle ginocchia. Fare le pose con l’onestà intellettuale di un Gene Simmons metrosessuale, o di un Manowar in jeans e scarpe da ginnastica, come se non si potesse andare da nessun’altra parte se non al punto di partenza, è una di quelle situazioni senza uscita che ti farebbero beatificare l’ignoranza, se solo fosse possibile recuperarla. Poi arrivano neanche-due-minuti di chitarra acustica che non c’entrano niente (The Saddle), poi un paio di canzoni idealmente scartate dal disco precedente (Channeling Your Fears, Dig You Out), e l’illusione si spezza un po’ in anticipo: sei di nuovo in Brianza, abbastanza lontano dall’epicentro del buzz per poter disprezzare il lavoro altrui, sudato e incazzato col mondo che si ostina a ruotare all’indietro, ignorante quanto basta per chiamartici fuori.
Scarica – legalmente - Bones dal Soundcloud della Sub Pop.
Guarda il video (live) ufficiale di Before It’s Gone.