The Black Lips: Arabia Mountain (Vice Records)
Mi sono presentato a questa
festa con una bottiglia di Matusalem. Il rischio di finire in un angolo insieme agli intellettuali era fondato, e in certe situazioni ho bisogno di certezze. Quando sono arrivato, la giovane festeggiata – mai vista in vita mia – mi ha confidato di essere un’anarchica che ha ereditato la sua controcultura dal papà, ex settantasettino e attuale direttore di una banca. Per evitare di schiaffeggiarla, mi sono limitato a riempirle uno shottino di rum e a dirigerla verso il bagno, perché “Scusa se t’interrompo, ma hai bisogno di rifarti il trucco, fidati”. “Uhauhauhauhauhauhauhauhuhauhauhauhauhauhauhauh! Vado!”.
A parte il fatto che ridere sguaiatamente senza motivo è intollerabile, il punto è che tutto questo è triste, e come se non bastasse la situazione sta degenerando in un buonismo da sbornia collettiva che non riesco ad affrontare. Ho paura e decido di buttarmi nella mischia. Ci sono due trentenni che stanno parlando di Mannarino, e nel momento esatto in cui uno dei due pronuncia la parola “fenomeno”, inizia a farmi male il braccio sinistro. Scelgo di avvicinarmi a loro con l’obiettivo di infestare quei sorrisi di approvazione reciproca; improvviso: “È solo vanità, e credo che questo dipenda anche dall’aumento dell’IRPEF, perché nel periodo in cui i Linkin Park vendettero trenta milioni di dischi il codice della strada subì alcune modifiche, i mercati azionari scricchiolarono, e io presi a sportellate il mio anulare sinistro. Però le vostre facce non mi stupiscono: in effetti, era un episodio piuttosto prevedibile, bastava dare un’occhiata al livello di schismogenesi complementare diffuso a Prati per impedire la pubblicazione di Newermind. È anche scritto nell’emendamento sette”. Il ragazzo con gli occhiali, invece di mandarmi a cagare, fa sì con la testa, mentre il suo amico sembra solo un po’ spaventato. A questo punto decido di sputtanarmi e regalare Holidays On Ice a chi non lo leggerà mai (non avevo il libro con me, è una metafora, chiaro). Torno all’angolo e mi faccio un paio di rum liscissimi, poi prendo la chiavetta USB dalla tasca dei pantaloni e la inserisco nel pc posto vicino all’impianto stereo. Mentre copio-incollo l’ultimo disco dei Black Lips per aggiungerlo alla coda in esecuzione, penso a Let it Bloom e al tizio che poco prima aveva pronunciato la parola “fenomeno”.
Quando arriva il primo pezzo di Arabia Mountain, un gruppetto di ragazze inizia a sorridere e a muovere le gambe. C’è qualcosa nell’aria che mi fa venire in mente la campanella della ricreazione, la California, le gonne degli anni Sessanta. Su Spidey’s Curse cantano tutti senza sapere una parola del testo (Peter Parker non meriterebbe un trattamento del genere), e dopo un leggero calo di fermento (più che di Mad Dog e Mr. Driver è colpa dei rum e cola senza ghiaccio) la situazione si risolleva con la traccia successiva (”Well what can you expect from this bicentennial man?“). Le intenzioni sono chiare: melodie asciutte, meno stoned e più paraculate, distanti (nel risultato) ma non troppo (nell’approccio) da cose strafatte tipo Hippie, Hippie, Hoorah; come se volessero spaziare pur rimanendo a giocare nel cortile di casa (sul piano delle influenze non mi va di citare nessuno, che palle dai). È una band che ha intuito di cosa aveva bisogno per non crepare (cioè un produttore che ne sa a pacchi) e ha scelto di conseguenza.
Tornando alla festa, diciamo che da Go Out And Get It a Noc-A-Homa ho iniziato a spacciare rum mischiato a qualsiasi cosa mi capitasse a tiro. Per un attimo ho anche pensato a quel cane che ha suonato la chitarra durante un loro live set. In Don’t Mess Up My Baby ho provato a convertire la brutta persona che all’inizio della festa stava parlando di fenomenologia borgatara (“Tieni Mandarino, fatti l’ultimo sorso”) e mi sono defilato verso l’uscita.
La traccia conclusiva (You Keep On Running) sembra scritta per un altro disco dei Black Lips, ed è semplicemente perfetta per lasciare una festa di merda in stato di grazia, dimenticando il motivo per il quale ci sono andato controvoglia.
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Ammesso che qui si è, a prescindere, dalla parte di qualsivoglia versione di 


da vivere, spinavo birre in un locale che oggi non c’è più. Si chiamava Riverside, ed era veramente a lato di un fiume. Un posto talmente irreale da riuscire a trasmettere qualcosa ai reduci provinciali degli anni Novanta. Gente che puzzava di Teen Spirit e che ogni sera era pronta a sorbirsi l’ennesima illusione.

I
Il signor Trenitalia, in combutta con il signor Comune di Lucca, ce l’ha messa tutta per guastarmi il ricordo della serata di Sabato 9 luglio 2011. Ma no, signor Comune di Lucca che ti comporti come se non fossero una quindicina d’anni che esiste il Lucca Summer festival con relativi concerti e relativa gente che arriva e che (soprattutto) riparte. No, signor Trenitalia che organizzi il servizio sostitutivo ignorando la dolorosa verità che un bus non ha la medesima capienza di un treno, no, signor autista di Trenitalia che inveisci contro gente pacifica che vuole solo andare a prendere la sua coincidenza/il suo aereo e sbraiti al telefono facendo finta di chiamare un altro bus. No, tutti voi che ci avete abbandonati a dormire su un marciapiede di Lucca, non ci siete riusciti a guastarmi il ricordo della serata di Sabato 9 luglio 2011.
