The Black Lips: Arabia Mountain (Vice Records)

Daniele Piovino | 28/7/2011

Mi sono presentato a questa black lipsfesta con una bottiglia di Matusalem. Il rischio di finire in un angolo insieme agli intellettuali era fondato, e in certe situazioni ho bisogno di certezze. Quando sono arrivato, la giovane festeggiata – mai vista in vita mia – mi ha confidato di essere un’anarchica che ha ereditato la sua controcultura dal papà, ex settantasettino e attuale direttore di una banca. Per evitare di schiaffeggiarla, mi sono limitato a riempirle uno shottino di rum e a dirigerla verso il bagno, perché “Scusa se t’interrompo, ma hai bisogno di rifarti il trucco, fidati”. “Uhauhauhauhauhauhauhauhuhauhauhauhauhauhauhauh! Vado!”.
A parte il fatto che ridere sguaiatamente senza motivo è intollerabile, il punto è che tutto questo è triste, e come se non bastasse la situazione sta degenerando in un buonismo da sbornia collettiva che non riesco ad affrontare. Ho paura e decido di buttarmi nella mischia. Ci sono due trentenni che stanno parlando di Mannarino, e nel momento esatto in cui uno dei due pronuncia la parola “fenomeno”, inizia a farmi male il braccio sinistro. Scelgo di avvicinarmi a loro con l’obiettivo di infestare quei sorrisi di approvazione reciproca; improvviso: “È solo vanità, e credo che questo dipenda anche dall’aumento dell’IRPEF, perché nel periodo in cui i Linkin Park vendettero trenta milioni di dischi il codice della strada subì alcune modifiche, i mercati azionari scricchiolarono, e io presi a sportellate il mio anulare sinistro. Però le vostre facce non mi stupiscono: in effetti, era un episodio piuttosto prevedibile, bastava dare un’occhiata al livello di schismogenesi complementare diffuso a Prati per impedire la pubblicazione di Newermind. È anche scritto nell’emendamento sette”. Il ragazzo con gli occhiali, invece di mandarmi a cagare, fa sì con la testa, mentre il suo amico sembra solo un po’ spaventato. A questo punto decido di sputtanarmi e regalare Holidays On Ice a chi non lo leggerà mai (non avevo il libro con me, è una metafora, chiaro). Torno all’angolo e mi faccio un paio di rum liscissimi, poi prendo la chiavetta USB dalla tasca dei pantaloni e la inserisco nel pc posto vicino all’impianto stereo. Mentre copio-incollo l’ultimo disco dei Black Lips per aggiungerlo alla coda in esecuzione, penso a Let it Bloom e al tizio che poco prima aveva pronunciato la parola “fenomeno”.
Quando arriva il primo pezzo di Arabia Mountain, un gruppetto di ragazze inizia a sorridere e a muovere le gambe. C’è qualcosa nell’aria che mi fa venire in mente la campanella della ricreazione, la California, le gonne degli anni Sessanta. Su Spidey’s Curse cantano tutti senza sapere una parola del testo (Peter Parker non meriterebbe un trattamento del genere), e dopo un leggero calo di fermento (più che di Mad Dog e Mr. Driver è colpa dei rum e cola senza ghiaccio) la situazione si risolleva con la traccia successiva (”Well what can you expect from this bicentennial man?“). Le intenzioni sono chiare: melodie asciutte, meno stoned e più paraculate, distanti (nel risultato) ma non troppo (nell’approccio) da cose strafatte tipo Hippie, Hippie, Hoorah; come se volessero spaziare pur rimanendo a giocare nel cortile di casa (sul piano delle influenze non mi va di citare nessuno, che palle dai). È una band che ha intuito di cosa aveva bisogno per non crepare (cioè un produttore che ne sa a pacchi) e ha scelto di conseguenza.
Tornando alla festa, diciamo che da Go Out And Get It a Noc-A-Homa ho iniziato a spacciare rum mischiato a qualsiasi cosa mi capitasse a tiro. Per un attimo ho anche pensato a quel cane che ha suonato la chitarra durante un loro live set. In Don’t Mess Up My Baby ho provato a convertire la brutta persona che all’inizio della festa stava parlando di fenomenologia borgatara (“Tieni Mandarino, fatti l’ultimo sorso”) e mi sono defilato verso l’uscita.
La traccia conclusiva (You Keep On Running) sembra scritta per un altro disco dei Black Lips, ed è semplicemente perfetta per lasciare una festa di merda in stato di grazia, dimenticando il motivo per il quale ci sono andato controvoglia.

Ascolta online Arabia Mountain
Guarda il video di New Direction
Fai una domanda ai Black Lips

Joan Of Arc: Life Like (Polyvinyl)

Marco Delsoldato | 28/7/2011

joanAmmesso che qui si è, a prescindere, dalla parte di qualsivoglia versione di Tim Kinsella , va aggiunto un principio d’obiettività necessario agli scettici della prima ora. Quelli a cui nemmeno Analphabetapolothology dei Cap’n Jazz andava bene. Siete brutte persone, lo sapete, ma Tim è tollerante e vi perdona. Così arriva con un dischetto che potrebbe piacere persino a voi, mentre per noi- gli illuminati- sarà il semplice buon pasto stagionale. Una roba, Joan Of Arc, insomma, dove il louisvillanesimo alla June Of 44 prende il sopravvento (evviva, urliamo,quando parte I Saw The Messed Binds Of My Generation), poggiandosi su matematica un poco ultraterrena (ballate spuntate e bassa fedeltà nevrotica) e molto scheggiata negli scarti (Like Minded spiega bene). Produce Steve Albini e ne siamo contenti, anche durante il folkettino di Like Force.

Life Like su Polyvinyl

Consegniamola al reggae.

amywv

Tanya Stephens non so nemmeno se sia ancora viva, probabilmente sì, comunque è famosa per una canzone sola: It’s a pity, un pezzo che dice Peccato, è un vero peccato che tu abbia una moglie e io abbia un uomo, perché altrimenti ragazzo mio ti metterei la lingua in bocca contro a un muro e mi sveglierei con te domattina e ti farei un milione di figli, ma è un peccato, tu hai già una moglie, c’è già un uomo nella mia vita, niente da fare, ciao, stammi lontano ragazzo mio, stasera ho bevuto.

It’s a pity è un pezzo reggae costruito su un riddim molto famoso. Riddim è il modo in cui i giamaicani dicono la parola rhythm, cioè ritmo: il riddim è la base di una canzone, cioè il basso la batteria e tutto il resto, senza voce. Una pratica molto comune in quella declinazione del reggae che si chiama dancehall consiste nel prendere un riddim, cioè una base, un ritmo, e farci cantare sopra dieci cantanti diversi (”Tanto il reggae è tutto uguale”). Non si tratta tecnicamente di cover: le linee melodiche sono sempre diverse, anche se la base è uguale: due versioni diverse di uno stesso riddim sono due canzoni diverse: un po’ come il blues, che sono sempre quei tre accordi lì, ma se dici che due blues sono uguali vuol dire che non hai capito niente del blues.

Amy Winehouse è morta, è un peccato, aveva 27 anni e aveva fatto un disco perfetto e si drogava molto, ma tutte queste cose le sappiamo già. Sappiamo anche che il disco su cui stava lavorando, quando riusciva a lavorarci, era un disco reggae: nei mesi scorsi si parlava di sue collaborazioni con Damian Marley, dell’etichetta che le rifiutava i pezzi perché c’erano troppe chitarre in levare e poco struggimento soul, la gente vuole lo struggimento soul, l’amore è un gioco in cui si perde sempre, altro che i riddim. Amy Winehouse, l’icona dell’autodistruzione malinconica, presa bene col reggae. Ma pensa te.

Volevo dire una cosa su Amy Winehouse e questa cosa è: consegniamola al reggae, alla dancehall, ai riddim, alla Jamaica. Era una voce ultraterrena imprigionata in un corpo sbrindellato? Ecco, ora la voce ha lasciato il corpo ed è libera di galleggiare nel riverbero dei mixer di tutti i produttori dell’isola: prendete le sue tracce vocali inedite, i provini, i demo e tutti i fondi di cassetto che inizieranno a circolare da oggi in poi, prendeteli e metteteci sotto un riddim a caso, tanto il reggae è tutto uguale e pure i cantanti morti drogati sono tutti uguali, fateci riascoltare questa voce finalmente disincarnata, il corpo di Amy Winehouse non esiste più, va bene, i risultati dell’autopsia e i fan che le lasciano le sigarette sulla porta di casa, davvero, i morti sono tutti uguali, ma una voce così non la sentiremo più e a quella voce ultimamente piaceva cantare la musica reggae, fatele cantare il reggae, per favore, presto, grazie.

(le parole sono di simone, il disegno è di francesco. nessuno dei due sa dire se è meglio dire consegnamola o consegniamola)

33 ore: Scatman’s World

Giorgio Busi-Rizzi | 25/7/2011

cantanovanta.php

Non ve ne foste accorti, è estate inoltrata. Cocomeri, strade deserte nel primo pomeriggio, cicale stakanoviste, tormentoni.
Che poi non è davvero così – i tormentoni, voglio dire. Oggi è sufficiente non avere una televisione (o non accenderla), non ascoltare la radio, o non le frequenze nazionali che modulano i gusti da Voghera al resto d’Italia, non uscire la sera con le persone sbagliate (hint: se vi ritrovate più di una volta a settimana a giocare a Dr Why in un pub affollato, potrebbe essere già troppo tardi) per scamparla.
Ma negli anni novanta, oh. Io detesto la nostalgia passatista per cui tutto era meglio e anche-quello-che-era-peggio, era-peggio-in-una-maniera-migliore. Però negli anni novanta, un modo per sfuggire al tormentone non c’era. Primo, perché internet non era la panacea istantanea che è adesso (e il modem faceva quel rumore di composizione che è rimasto e rimarrà perennemente ad occupare partizioni del vostro cervello e no, non funziona nemmeno come aneddoto per fare colpo sulle sbarbine al bar) (lo dico perché c’ho provato). Secondo, perché eravamo giovani. Lo eravamo, o non capisco perché siate arrivati a leggere fin qua (a meno che non siate, uhm, Carlo Verdone in cerca di spunti per il vostro nuovo film. Reggiti forte, Carle’, che mo’ arriva la bomba). Terzo, perché essere giovani significa anche immancabilmente ascoltare un sacco di musica deprecabile*: perché piaceva agli oggetti delle nostre mire sentimentali, perché c’era poco da fare e certe sere tristi d’estate ci si consolava pure col Festivalbar, perché da giovani si hanno un po’ i gusti che si hanno**.
È per questo, e per mille altri motivi minori che vengono molto meglio recitati a voce bevendo un amaro, che agli anni novanta, oggi, non sappiamo scappare. Che nugoli di dottori in tutte le materie dello scibile umano, compattati insieme in una festa, balleranno ogni selezione con varie gradazioni (es. dark sì, indierock sì, twee sì ma facendo le facce sceme, electro solo in cambio di innominabili favori sessuali da parte dell’accompagnatore/trice) ma finiranno immancabilmente ad urlare sul Funkytarro. Non ci credete? Sono sorretto da numerose prove sperimentali – e se necessario la prossima volta lo filmo, il fan sfegatato di Keith Jarrett che canta Sentimento pentimento battendosi il petto con la mano.
È l’esposizione reiterata e sconsiderata ai tormentoni che ci ha plagiato, ha occupato militarmente un’area intera della nostra memoria, ha colonizzato l’immaginario della nostra vita fino ai vent’anni.
E se non possiamo liberarcene, non ci resta che trasformarli. Modellarli, plasmarli fino a farli diventare qualcos’altro, esorcizzare la parte tamarra dei nostri ricordi con il piglio ironico del pastiche po-mo.

Sì, un altro mondo è possibile. No, non sto esagerando; lo dimostra Il Cantanovanta, delizioso regalo estivo dell’onorabilissima Garrincha dischi, in due volumi (uno è uscito questa settimana, l’altro a fine agosto). Un’orda di nomi dell’indie italiano che trasfigurano le canzonacce estive che non riusciamo, o non vogliamo, erodere dalle nostre sinapsi in qualcos’altro. Due per anno, per tutti gli anni dal ’90 al 2000. In download gratuito, qui.
Tra queste cover diverse finora brilla come la più preziosa delle perle la clamorosa versione di Scatman’s World cesellata da 33 ore, che, in linea con la virata anni settanta del suo più recente EP (che è anche lui in download gratuito, qui, e che merita la vostra attenzione), supera a destra l’incredibile Paul Anka di Black Hole Sun e porta di peso Scatman John a Duluth.
Ora linkatevi, cliccate play, e provate a non ripetere il gesto dieci/quindici volte.
Perché… lo posso dire? Non si esce v… posso davvero? Non si esce vivi… no, vabbé. Però lo sapete che è così.

* Tu, sì, tu, che stai scuotendo la testa e pensando “io a sette anni ascoltavo i Velvet Underground e a dodici mi facevo le pippe coi Tortoise in sottofondo”: sei molto lontano dall’avere ragione, figliolo.
** Tu, quello di prima: la mia cassetta di Massimo Di Cataldo che prende polvere da quindici anni è molto più sexy di quella degli XTC che ascoltavi in prima media, quando si arriva al Come eravamo. Fattene una ragione.

Siskiyou: Twigs and Stones

Marco Delsoldato | 20/7/2011

s

Il primo disco dei Siskiyou era carino. Cioè, mica una roba imprescindibile o altro. Ma carino. Perché un po’ triste e un po’ malinconico. Sviluppato da un certo atteggiamento nevrotico. Fragile e acustico, volendo anche un filo ricercato. Però da nicchia, forse per eccessivo buon gusto e poca furbizia. Ecco, con Twigs And Stones, che anticipa l’uscita -ad ottobre- di Keep Away the Dead, Colin Huebert ed Erik Arnesen ( a cui si sono aggiunti definitivamente Shaunn Watt e Peter Carruthers) sembrano aver tenuto i pregi e limitato le carenze. Siamo dalle stesse parti, solo con più affabilità propositiva. Bassa fedeltà folk, aspra e segmentata. Come un romanzo di Simenon, con Maigret lievemente sclerato. Impegnato a fumare la pipa.

Twigs And Stones – SISKIYOU by Constellation Records

Orange: Rock Your Moccasins (Gpees Productions)

Daniele Piovino | 19/7/2011

Nel 1999, per guadagnarmi 1128-orange-rock-your-moccasins-20110328165205da vivere, spinavo birre in un locale che oggi non c’è più. Si chiamava Riverside, ed era veramente a lato di un fiume. Un posto talmente irreale da riuscire a trasmettere qualcosa ai reduci provinciali degli anni Novanta. Gente che puzzava di Teen Spirit e che ogni sera era pronta a sorbirsi l’ennesima illusione.
Sul piano dell’esperienza, diciamo che potrei scrivere un breve manuale su come schivare una doppio-malto in pieno volto alle tre di notte, o raccontare cosa successe nel magazzino la sera del 9/09/1999. Ma forse sarebbe più divertente (?) descrivere cosa si prova ad aggiustare ogni sera la porta del bagno di un posto come quello mentre le fanciulle più sballone ti danno dei pizzicotti sul culo. Oppure potrei tentare di scavare nel marcio per far riaffiorare tutta quella roba che ancora oggi, noi superstiti del Riverside, custodiamo con affetto. Trovare una forma per darle respiro. Ma non si può fare, perché è un flusso di coscienza che non si è mai interrotto: è una questione di autenticità.
Il motivo di questa premessa nostalgica è il seguente: se Rock Your Moccasins degli Orange è un disco autentico, significa che il duo milanese formato dal vj Francesco Mandelli (MTV Italia) e da Chicco Buttafuoco non ha mai frequentato un locale che si trova a lato di un fiume e, quasi fosse una naturale conseguenza, non ha niente di personale da dirci. Meglio realizzare un disco catchy-garage senza tante pretese, facile da piazzare sul mercato, e che magari li porterà lontano, soprattutto da chi ha visto sorgere il sole da un posto che, forse, non è mai esistito.
Che dire? Vaffanculo Gianluca.

Qui puoi ascoltare tutto Rock Your Moccasins

Peluqueria Hernandez: Amaresque (Audiar/Radiocoop)

Benty | 19/7/2011

Amaresque copertina

Per orientarsi nel groviglio di citazioni frullate dentro la musica della Peluqueria Hernandez metto subito le mani avanti. I veronesi sono una vera orchestra che passa con disinvoltura nello stesso brano da Papetti a Ry Cooder, dal liscio alla lounge, da Zorn al pulp-core, facendo  lo slalom fra i b movies e l’etnojazz, Tarantino e  Capossela. Tutto ciò causa giramenti di testa al recensore che cerca invano una sintetica definizione, un’efficace similitudine, o la più facile delle classificazioni. La lista disomogenea di riferimenti che vi ho ammannito non basta a dare un’idea precisa del Pantheon peluquero. Il loro Amaresque, tributo alle colonne sonore dei film del regista rovigino Holden Rivarossi, sfugge, cambia e si nasconde. Vogliamo dire musica di frontiera? Katunga ci scaraventa in mezzo alla jungla dei vecchi fumetti d’avventura, Cuoraccione di Melone è un country che corre verso Tijuana,  Amaresque è Max Steiner che immagina Scandalo al Sole mentre è in vacanza ad Albuquerque rollandosi un’altra canna, La Martiniana (di Andrés Hestrosa, portata alla ribalta da Lila Downs) vede la partecipazione di un Umberto Palazzo nella riuscita parte del crooner ispanofono, Procopio è pura OST da  poliziottesco che piacerà ai fan del Calibro 35. Per la maggior parte (Puerto Tristeza, Capitan Mannaggia, O Mariaccio ‘Nnammurato) le atmosfere restano in un equilibrio perfettamente precario tra il deserto e la resaca dopo la fiesta mariachi, sembrano i Calexico che rifanno i Ventures sullo sfondo di un torrido paesaggio western dopo troppa tequila. Chiude X o Dos, un brano che inizia con un recitato in genovese e termina con un tema jazz indolente e tenue. Ondeggiano fra alto e basso quelli della Peluqueria Hernandez, si smarcano di continuo dalle etichette, ci mostrano che dal piano bar al surf a volte la via non è così lunga. Scaricarsi Amaresque dal Bandcamp vi costa meno che andare al cinema ma vi fa viaggiare fra generi musicali diversi che però col cinema ci flirtano tutti a meraviglia.

Il sito dove potete trovare anche le locandine vintage di ogni brano

Da qui si ascolta e per 9 euro si scarica Amaresque

Wugazi: 13 Chambers

Federico Pucci | 19/7/2011

Sbucano da dietro gli angoli, “corrono sul web” dicono i giornalisti anziani, arrivano a casa tua e ti rovesciano i comodini. Esistono fondamentalmente due tipi di mash-up, ciascuno dei quali mossi da almeno due ragioni differenti: il proviamo-a-vedere-l’effetto-che-fa e gli atti di puro e sincero amore verso manciate di canzoni che volente o nolente sono stati una colonna sonora autobiografica.

La prima volta che un mash-up ha sensibilmente cambiato la mia vita è stato nel 2008: un canadese sconosciuto di nome Girl Talk mescola secondi di canzoni con spirito ludico ed enciclopedico, in una lunga serie di ammiccamenti a chiunque abbia mai ascoltato un disco negli ultimi trentacinque anni sul pianeta Terra. Da quel momento non riesco più a godermi gli stacchi originali, che subito il mio orecchio cerebrale ci infila un rap di Missy Elliott o un riff che non c’entrava niente. Non mi lamento, nessuno dovrebbe farlo: è bello lasciarsi manipolare da intelligenze sopraffine.
— Continua a leggere

Maybeshewill: I Was Here for a Moment, Then I Was Gone (Function Records)

Marco Delsoldato | 18/7/2011

mI Maybeshewill sono una sorta di This Will Destroy You da medio-alta Legadue. Traduzione: se sei in Legadue, e vuoi provare a salire in A, possono andarti bene. Hanno impatto, il giusto atteggiamento epico (non eccessivo ma adeguato per i neofiti della scelta strumentale), opportune visioni cinematiche (il cinematico piace più del cinematografico) ed attese non troppo dilatate, perfette nella fase premestruale (o post adolescenziale). Però se vuoi stare in A (dove, per dire, i TWDY lottano per una difficile salvezza) serve anche altro. Attitudine, forse, capacità di scartare, senza dubbio. Ecco, questa roba ai Maybeshewill manca. Per questo sono un KK Clark e non un Terrel McIntyre.

Il sito Function Records

Il video di Critical Distance

Arcade Fire live: Lucca Summer Festival (09/07/2011)

arcadefire08Il signor Trenitalia, in combutta con il signor Comune di Lucca, ce l’ha messa tutta per guastarmi il ricordo della serata di Sabato 9 luglio 2011. Ma no, signor Comune di Lucca che ti comporti come se non fossero una quindicina d’anni che esiste il Lucca Summer festival con relativi concerti e relativa gente che arriva e che (soprattutto) riparte. No, signor Trenitalia che organizzi il servizio sostitutivo ignorando la dolorosa verità che un bus non ha la medesima capienza di un treno, no, signor autista di Trenitalia che inveisci contro gente pacifica che vuole solo andare a prendere la sua coincidenza/il suo aereo e sbraiti al telefono facendo finta di chiamare un altro bus. No, tutti voi che ci avete abbandonati a dormire su un marciapiede di Lucca, non ci siete riusciti a guastarmi il ricordo della serata di Sabato 9 luglio 2011.
— Continua a leggere

1123»

Archivi

wordpress visitors