Africa Hitech: 93 Million Miles (Warp Records)

Giampiero Cordisco | 9/6/2011

Il fatto è che ci complichiamo la vita nel momento stesso in cui facciamo di tutto per rendercela più semplice, inquadrando fenomeni e fenomenologie, incollando etichette, facendo attenzione alla posologia e al best before riportato sul tappo. Passiamo il tempo a piantare bandiere su territori cognitivi che riteniamo espugnati (pardon: liberati) solo perché abbiamo trovato una parolina con cui facilitarci lo screening mentale.

In tema di imprendibilità cognitiva (adoro sparare accoppiate di parole dal sapore accademico, voi ignoratemi pure), gli ultimi anni degli Anni Zero hanno confermato l’importanza e l’hype del genere-dubstep. Per i profani e gli ignoranti – e io mi colloco agevolmente fra questi ultimi – il dubstep è un genere lento: poi si scopre che viaggia di media fra i 138 e i 142 bpm e si rimane con tanto di naso quando si capisce che la percezione della lentezza è un errore di calcolo dovuto alla perdita di una battuta. Il broken beat, dunque. Le sincopi, le battute monche, i bassi che fanno il comodo loro seppelliti nei fondali infrasonici. Il dubstep diventa pian piano una declinazione con cui contaminare il già dato, una nota di buio. L’incedere meccanico di tempi spezzati e di sub-bassi gommosi restano gli unici appigli per definire un genere che non è un genere ma una connotazione stilistica.

L’accoppiata Africa Hitech prende queste poche specifiche strutturali e le mischia con bravura e precisione chirurgica a tutta una koinè sonora fatta di house, techno, tribal, campionando roba black che solo la mia ignoranza mi impedisce di elencarvi con dovizia di particolari, facendo convivere truzzismi discosintetici con elementi etnici, bassi spigolosi, ghirigori computer music, andazzi urban e minimal d’accatto. Il risultato è un disco di spessore, che per metà mette voglia di riempire di subwoofer una delle tante fabbriche chiuse del Nord e attaccare la corrente e assaltare il banchetto delle tartine imbevute nella ketamina e ballare sottocassa mentre si propaga il mantra post-dancehall di Out In The Street o l’house tamarra ma perfetta di Our Luv (che suona come suonerebbero i Kraftwerk se avessero la residenza a Chicago), e per l’altra metà ti rimanda in Africa (nomen omen, d’altronde, e Spirit è stupenda e ci sono anche le cicale) per capire da dove è iniziato tutto questo. Se poi questa musica rappresenti un qualche futuro è una domanda quantomeno oziosa, se non proprio stronza: l’importante è che renda divertente il presente.

Vai sul sito della Warp
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Terroristi, alieni e bambini

Francesco Locane | 8/6/2011

four_lionsAmiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla trentesima puntata della decima stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 22.30 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Torniamo in formazione completa con tre film in scaletta!

Il primo è stato Four Lions, di Christopher Morris. Tralasciando il penosissimo sottotitolo che la distribuzione italiana ha affibbiato al film (sottotitolo che prevede una rima in “oni”), la pellicola riesce a scherzare sul terrorismo islamico. E notate che è prodotta in Gran Bretagna, un Paese che purtroppo di terrorismo sa qualcosa. Eppure si può ridere di bombaroli e video di fatwa: già questo, secondo alcuni di noi, premia Morris e i suoi. Il film, come dice FedeMC sul blog, funziona abbastanza bene, ecco, senza risultare un prodotto eccellente. Ma ci si diverte.

Il secondo è stato Paul, di Greg Mottola. Due nerd inglesi (Simon Pegg e Nick Frost, che sono anche sceneggiatori del film, e si vede) vanno in giro per gli USA a fare un “alien-tour” e incontrano l’alieno del titolo. Citazionista ai massimi livelli, diverte ma non convince fino in fondo, lasciando per strada molte potenzialità. Abbiamo scritto recentemente anche di questo film: trovate il post relativo qui.

E infine il solo Tommaso è andato a vedere Tutti per uno, di Romain Goupil. E’ la storia di un gruppo di bambini alle prese con dei decreti d’espulsione che minacciano i loro compagni di scuola. A Tommaso è piaciuto e, dice lui, non solo perché è una pellicola francese…

Bene, è tutto: scriveteci a secondavisione (at) gmail (dot) com e a martedì prossimo!

Carpacho!: La futura classe dirigente (Pippola Music)

Giorgio Busi-Rizzi | 8/6/2011

carpacholafuturaclassedirigenteDunque.
Queste in realtà sono due recensioni.
La prima, se non sapete chi siano i Carpacho!, suona più o meno così: i Carpacho! sono il vostro nuovo gruppo italiano preferito. Muovete il culo da quella sedia e/o procuratevi qualsiasi cosa essi abbiano realizzato nella loro vita, ivi compresi i demo incisi a dodici anni.
Poi imparatene i testi a memoria e fatevi belli col primo fan dei Baustelle che incontrate.

La seconda parte dal principio che i Carpacho! fossero già qualcosa di molto simile al vostro gruppo italiano preferito. Dall’idea che voi (parlo per assurdo, eh), che scrivete per una webzine (assurdo), abbiate tampinato in maniere variamente improbabili conoscenti ed entourage del gruppo (‘surdo) per mettere le mani su questo cd il prima possibile (‘su). E poi lo abbiate ascoltato e, uhmmm.
Che magari è una questione di interpretazione. Io ho sempre pensato ai Carpacho! come band brit-pop; quindi, ecco, ho sempre pensato che i Carpacho! dovessero avere i suoni dei Blur. Anche perché in realtà l’unica altra strada che mi verrebbe in mente sarebbero i Queen. E, ecco. Anche no.
I Carpacho!, invece, sembrano soffrire della Sindrome di Virginiana-Miller. Presente? Quella roba per cui le tue canzoni sarebbero praticamente perfette, ma poi in preda ad un improvviso raptus decidi di appesantirle senza nessun motivo. E la sindrome dei Carpacho! sembra essere ad uno stadio molto più avanzato di quella dei Virginiana, perché compresente, qui, con un clamoroso Complesso di Sanremo – una malattia che ti porta a schierare violini veramente troppo italiani (eclatante la coda di Tutto andrà a finire), batterie domopack, pianoforti sintetici (Canzone 4), un’elettronica in cerca d’autore, canzoni che cominciano benissimo e continuano solo così così (Tutto andrà a finire).
La voce di Catani rende meglio quando trascina le note basse? Lui si sforza di cantare pulito (e viene ulteriormente ripulito – es. Niente che non va). Esisteva una meravigliosa e struggente demo di Winter (testo dell’anno)(l’anno 2007), praticamente solo rhodes e chitarra? Su disco prende prima la direzione Smiths di Please Please Please e poi un’inspiegabile virata epica, con le solite batterie e gli inserti elettronici. Eppure certi episodi (es. Assassino seriale sensibile) sembrano gridare “Damon Albarn ci avrebbe scritto uguali (ma suonato in maniera diversa)”.
Poi dopo diversi ascolti ci si abitua e si apprezzano persino i baustellismi di Oh, oh, pasticho!, e spiccano le cose migliori – Canzone 4 o La classe diligente, quanto di più prossimo a come dovrebbe essere (cioè un fottuto capolavoro) quest’album dai testi memorabili e dalla scrittura estremamente articolata eppure sempre pop, a cui, non fosse per tutta questa plastica, non mancherebbe nulla per spiccare il volo.
E invece il risultato è inspiegabile. Un bellissimo disco bruttino. Una pietra miliare scheggiata. Un cd spettacolare ancora sotto cellophan.
Un album brillante con indosso un frac un po’ posticcio, da ascoltare molto, rimpiangendo un po’ l’effetto che avrebbe potuto fare con la maglietta serigrafata da Opie.

Visita la pagina Facebook dei Carpacho!
Ascolta tutto La futura classe dirigente sul bandcamp dei Carpacho!
Ascolta la versione demo di Winter da Italian Embassy

RADIO DIO – Speciale ATP Animal Collective pt.2

Redazione | 8/6/2011

cover

Seconda parte del report di Dj Pikkio, inviato sulle coste del Somerset a darci fedele resoconto SWOOSH dell’ATP curato dagli Animal Collective. Quella che segue è la seconda puntata del resoconto di RadioDio. Luci, suoni, sviaggi e paranoia giocosa paurosa. Enjoy!

Kaleidoscope #31

Aurelio Pasini | 7/6/2011

Bike

Nuove leve della psichedelia svedese, sfortunate storie d’amore alle Hawaii, freak folk di ieri e di oggi, personaggi di culto, velocipedi, surfisti, sottoscrizioni popolari, il mago Silvan e la differenza tra CH e K. Sono solo alcuni degli argomenti trattati questa settimana all’interno di Kaleidoscope.

Ecco, nel dettaglio, la scaletta:
Pink Floyd – Bike (mono)
Barrett Elmore – The Nixie
Anton Barbeau – Psychedelic Mynde Of Moses
Moon Duo – Mazes
Malachai – HyberNation
These Trails – Rusty’s House & Los In Space
Fleet Foxes – Sim Sala Bim
Roy Harper – Hell’s Angels

Kaleidoscope va in onda tutti i martedì intorno alle 23.40 su Città del Capo – Radio Metropolitana. Per contatti: leccarospi@gmail.com.

Ascolta il podcast in streaming

oppure scaricalo.

Prefuse73: The Only She Chapters (Warp/Self)

Alex Grotto | 6/6/2011

Prefuse73Ci sono ancora spazio e leggerezza a sufficienza per trattare i musicisti come se fossero le figurine dei calciatori. Anche quelli seri come Prefuse73, che potrebbe equivalere ad un Paolo Poggi del Venezia anni ‘90: stampato in pochissime copie, praticamente tanto raro ed unico quanto prezioso, anzi introvabile. Un autentico pioniere del beat inteso come insieme di altri clip fatti a pezzi, capovolti e sbrindellati in glitch da far susseguire a tempi dispari, roba da visionari -sto parlando di Prefuse73, che Poggi me lo ricordo solo per la figurina introvabile e un eurogoal in rovesciata alla Roma, eroe per un giorno- che avrebbero gettato le basi di tutto quel campionario wonky fatto in serie e che ben conserva della genialità del suddetto Guillermo Scott Herren. Musicista colto, con lo spessore di chi le cose a caso non le sa fare, abituato a sfornare album corposi, ma fatti e finiti, completi in tutto e per tutto, libri scritti col suono. One Word Extinguisher, era il 2003 e c’era sempre la Warp dietro, aveva fatto gridare al miracolo per essere un disco talmente studiato e prolisso da sembrare la versione elettro-qualcosa di un concept-album di stampo proto-glam anni ‘70, di quelli che si consideravano appannaggio esclusivo solo di fricchettoni con le chitarre come gli Uriah Heep in grado di raccontare storie su draghi, bellezze tzigane e foreste con spade magiche nascoste. Prefuse73 all’epoca aveva offerto l’alternativa colta al trip-hop, più ostica, più urbana forse, ma altrettanto cinematografica nelle suggestioni e nell’immaginario. Ad oggi l’americano-nel-mondo Guillermo Herren si riaffaccia nell’orbita terrestre proponendo di nuovo un disco dilagante e spesso come una saga post-zarista sovietica, ma pervaso di misticismo, avanguardismo e musica concreta. Una rottura col passato dal punto di vista del suono in sè che si concilia con l’elemento di continuità rappresentato dal minutaggio, dal flusso unico delle tracce, dai sospiri e da quanto riesce a riempirti dopo un solo ascolto. Basi ritmiche ridottissime per lasciare lo spazio ai droni e al “clippaggio” di voci, organi e accordion (ho usato il termine accordion in una recensione, lo scrivo subito nel curriculum e ci apro un blog a riguardo) per rispiegare a tutti cosa significa fare avanguardia senza lo sterile autocompiacimento come unico e solo scopo. Introspezione che cola dai muri come se non ci fosse un domani e non c’è impermeabile che tenga; Zola Jesus sospira, mugola, grida nelle orecchie manco fossimo affetti da una schizofrenia quasi piacevole insieme a Shara Worden e soprattutto alla compianta -anzi no, rimpianta e beneamata- Trish Keenan, con Lopatin degli Oneohtrix Point Never a completare la lista di influenze e compartecipazioni in quello che è il disco più stramboide, isolazionista e controtendenza dell’intera stirpe produttiva prefusiana, ma allo stesso tempo forse il suo migliore.

Bibio: Mind Bokeh (Warp/Goodfellas)

Alex Grotto | 6/6/2011

bibio Ah come si sta bene! Ah il caldo! Ah le maniche corte! Ah gli aperitivi sempre più lunghi e i pensieri sempre più brevi! E’ triste essere così condizionati dal sole alto e dai pollini infami al punto tale da trovare piacevole volatilizzare pacchetti di sigarette seduti in veranda ad ascoltare il puntualissimo marasma di indietronica e aperitiv-core che ci invade, si autoinvita a far parte della giornata a tutti i costi. E il ritorno di Bibio appartiene esattamente a questo contesto. Lontano dal presenzialismo spinto che l’ha visto buttar fuori, un paio d’anni fa, qualcosa come quattro lavori tra dischi ed EP divisi tra Warp e Mush Records nello spazio di dodici mesi, dato il silenzio postumo a The Apple And The Tooth pensavo fosse stato arrestato o, come direbbe mia nonna, si fosse trovato un lavoro vero. Invece il giratore di manopole e producer britannico Stephen “Bibio” Wilkinson è ancora a piede libero e questo Mind Bokeh ne è la conferma insieme al solito corredo di ispirazione, copertina simil-tonda colorata e un lavoro certosino sui suoni. Elettronica che parla alle masse sudate, ma col piglio di chi ti vuol richiamare all’ordine e alla compostezza che “fa caldo e stai un po’ fermo”, con beat ingrassati a dovere ma allo stesso tempo con l’occhio vitreo dei glitchoni a 8-bit (Excuses e More Excuses), che non sono proprio di stagione ma va bene così. Sarà che Toro Y Moi quest anno -e quello scorso- ha fatto da “scuola guida” in quel mondo affollatissimo e uber-ripetitivo di certa elettroboria rendendo facile il name dropping nelle recensioni, resta però piacevole scoprire che c’è ancora chi sa andare oltre la pletora standardizzata di suoni tutti con lo stesso pitch: Bibio, che già con Ovals&Emeralds aveva mostrato una certa attitudine avanguardista nel comporre i pezzi preferendo l’approccio disordinato (alla cazzo di cane, ma studiatissimo nella sua produzione) al tradizionale loop, se ne esce invece con un disco pieno di pezzoni killer e semplificati (Take off your shirt) e inni soulful da sole negli occhi (Pretentious). Non è Panda Bear e non è nemmeno Toro Y Moi: è molto meglio.

Guarda anche il video di K is for Kelson

Unmade Bed: Mornaite Muntide (Seahorse Recordings)

Daniele Piovino | 6/6/2011

L’apprezzato psych-pop di mornait_1304635476 Loom ha leccato il grande rospo: le dilatazioni “carine e coccolose” (cit.) del primo disco hanno lasciato il posto a una pièce onirica che rasenta la perfezione, e che sospinge Mornaite Muntide ai piani alti dell’avantgarde italiana. Senza tralasciare la tecnica di registrazione utilizzata (binaurale; se neanche voi ricordate cosa vuol dire, qui ci sono gli appunti di Franco Russo aka Franko) e il luogo dove sono avvenute le sessioni (la chiesa sconsacrata di San Giusto a Sesto Fiorentino, un posto tranquillo), la riuscita di questo lavoro non è una mera conseguenza dei fattori ambientali/acustici o della tecnica di ripresa operata da Franco Russo aka Franko. Il punto è che la musica slabbrata dei fiorentini Unmade Bed non è musica slabbrata: è geometria applicata. Il suono è nel contatto con lo strumento, e la sensibilità di chi produce questo suono, in apparenza delirante, riesce a imprimere all’estetica complessiva una dinamica che ti afferra per le tempie e ti spinge a subire l’intero disco come fosse un teatro di figura esasperato, uno schiaffo circense (e a tratti barrettiano) che rispetta il gusto e non cade nella citazione autoreferenziale. Uno scherzo serio che non è solo una questione di suono e dinamica: le soluzioni armoniche adottate funzionano meglio di un paio di francobolli lisergici sotto la lingua, pur mantenendo una direzione diversa dalla psichedelia intesa come perdizione. Il risultato è un equilibrio armonico in movimento, ne puoi vedere la scenografia minimale e sorridere con una smorfia di piacere.
Prima dell’ascolto pensavo che la tecnica di Franco Russo aka Franko fosse abbastanza superflua, ma in un certo senso è davvero roba tridimensionale, dove la profondità spaziale vale di per sé il prezzo del disco; disco che, tra le altre cose, ha anche un packaging indovinato: se avete una decina di euro in tasca, pensateci su. Sniffare colla da calzolaio per risparmiare qualche spicciolo sarebbe un ripiego da pischello.

Se vi va di indossare la cuffia stereo cliccate qui

L’intero disco in streaming

Matmos & Tanya Tagaq @ Glasgow’s Concert Halls/Old Fruitmarket (14/5/2011)

Daniele Giovannini | 6/6/2011

TanyaTagaqGlasgow

Certe notti si ha voglia di uscire, andare a sentire qualcosa e per reclutare innocenti, ignari volontari disposti a venire a sentire qualcosa e farci compagnia si usano di quando in quando tattiche spregevoli. Per esempio, bugie bianche o mezze verità sul qualcosa. A volte però addolcire la pillola si rivela arduo: vieni a sentire, gli dici, una cantante di gola inuit e un duo avant-garde da Baltimora; oppure, semplicemente: andiamo nella Loggia nera di Twin Peaks? Perché di Loggia nera si tratta, quando si parla di Tanya Tagaq. Tanya Tagaq è una donna di classe, dai lineamenti forti e l’apparenza inoffensiva. Evoca paesaggi glaciali e placidi cuccioli di foca. Quando sale sul palco però diventa un mostro. Dice: da dove vengo, quando fa meno sessantacinque gradi le scuole chiudono; non lamentatevi mai più del freddo. Dice: e ora vi canto qualcosa. Poi si contorce, pizzica metaforicamente—ma poi neanche tanto—le corde vocali e per tre quarti d’ora ininterrotti evoca lupi, bufere notturne e la Cosa di John Carpenter. Il canto di gola è una tradizione che coinvolge di solito due donne, l’una contrapposta all’altra in un duello vocale, in una sorta di roller derby artico. Tanya Tagaq molti la conosceranno per Ancestors di Björk. Ma i 45 minuti di tour de force vocale, con l’accompagnamento discreto di viola e batteria, sono stati anni luce avanti e più a nord di qualunque mugolio o grugnito islandese o gigionaggine mikepattoniana. Tra beatboxing, opera e cantato gutturale, si è rivelata un’epopea acustica magnifica e sinceramente inquietante.

MatmosGlasgow

La metà serata affidata ai Matmos dal Kronos Quartet, che hanno radunato amici e tirato i fili di due settimane di rassegne musicali cittadine, con i ghiacci poco aveva a che fare. Davanti a un pubblico di sosia di Brian Eno (è una categoria dello spirito), famigliole, sessantenni amanti di Zemlinsky, papà e figlie e camionisti gay, i Matmos hanno fatto i loro amabili giochetti. In completi impeccabili, litigando e chiacchierando come quella coppia in arte e in amore che poi di fatto sono, hanno annunciato il nuovo album in arrivo, The Marriage of True Minds. L’essenza dell’esperimento psichico-musicale è stata esemplificata dall’esecuzione di uno dei nuovi brani, attraverso le voci di otto membri del pubblico bendati e dotati di cuffie e spediti sul mezzanino. Durante la registrazione dell’album, i Matmos hanno replicato vecchi, ridicoli esperimenti ESP; ma trasmettendo alle menti delle cavie, invece di figure geometriche, la domanda: come suonerà il prossimo disco dei Matmos? A seguire, passata la fase spaventosissima e tenebrosa, la gommosità complessa e concettuale di Supreme Balloon e Treasure State. Non fosse stata per la moderazione con cui si è fatto uso dell’alcool, a fine serata ci saremmo gettati in terra in posizione fetale in un angolo a farcela prendere male e a riflettere sulla spaventosità di musica, vita e tutto quanto. Gloria sempre ai Kronos e ai loro amichetti.

Foto: Tanya Tagaq, Grand Performances; Matmos, Kate Fitzgeorge.

Slayer – Disciple

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