Africa Hitech: 93 Million Miles (Warp Records)
Il fatto è che ci complichiamo la vita nel momento stesso in cui facciamo di tutto per rendercela più semplice, inquadrando fenomeni e fenomenologie, incollando etichette, facendo attenzione alla posologia e al best before riportato sul tappo. Passiamo il tempo a piantare bandiere su territori cognitivi che riteniamo espugnati (pardon: liberati) solo perché abbiamo trovato una parolina con cui facilitarci lo screening mentale.
In tema di imprendibilità cognitiva (adoro sparare accoppiate di parole dal sapore accademico, voi ignoratemi pure), gli ultimi anni degli Anni Zero hanno confermato l’importanza e l’hype del genere-dubstep. Per i profani e gli ignoranti – e io mi colloco agevolmente fra questi ultimi – il dubstep è un genere lento: poi si scopre che viaggia di media fra i 138 e i 142 bpm e si rimane con tanto di naso quando si capisce che la percezione della lentezza è un errore di calcolo dovuto alla perdita di una battuta. Il broken beat, dunque. Le sincopi, le battute monche, i bassi che fanno il comodo loro seppelliti nei fondali infrasonici. Il dubstep diventa pian piano una declinazione con cui contaminare il già dato, una nota di buio. L’incedere meccanico di tempi spezzati e di sub-bassi gommosi restano gli unici appigli per definire un genere che non è un genere ma una connotazione stilistica.
L’accoppiata Africa Hitech prende queste poche specifiche strutturali e le mischia con bravura e precisione chirurgica a tutta una koinè sonora fatta di house, techno, tribal, campionando roba black che solo la mia ignoranza mi impedisce di elencarvi con dovizia di particolari, facendo convivere truzzismi discosintetici con elementi etnici, bassi spigolosi, ghirigori computer music, andazzi urban e minimal d’accatto. Il risultato è un disco di spessore, che per metà mette voglia di riempire di subwoofer una delle tante fabbriche chiuse del Nord e attaccare la corrente e assaltare il banchetto delle tartine imbevute nella ketamina e ballare sottocassa mentre si propaga il mantra post-dancehall di Out In The Street o l’house tamarra ma perfetta di Our Luv (che suona come suonerebbero i Kraftwerk se avessero la residenza a Chicago), e per l’altra metà ti rimanda in Africa (nomen omen, d’altronde, e Spirit è stupenda e ci sono anche le cicale) per capire da dove è iniziato tutto questo. Se poi questa musica rappresenti un qualche futuro è una domanda quantomeno oziosa, se non proprio stronza: l’importante è che renda divertente il presente.
Vai sul sito della Warp
Vai sul sito di Africa Hitech e scarica Glangslap


Dunque.

Ci sono ancora spazio e leggerezza a sufficienza per trattare i musicisti come se fossero le figurine dei calciatori. Anche quelli seri come
Ah come si sta bene! Ah il caldo! Ah le maniche corte! Ah gli aperitivi sempre più lunghi e i pensieri sempre più brevi! E’ triste essere così condizionati dal sole alto e dai pollini infami al punto tale da trovare piacevole volatilizzare pacchetti di sigarette seduti in veranda ad ascoltare il puntualissimo marasma di indietronica e aperitiv-core che ci invade, si autoinvita a far parte della giornata a tutti i costi. E il ritorno di
Loom ha leccato il grande rospo: le dilatazioni “carine e coccolose” (cit.) del primo disco hanno lasciato il posto a una pièce onirica che rasenta la perfezione, e che sospinge Mornaite Muntide ai piani alti dell’avantgarde italiana. Senza tralasciare la tecnica di registrazione utilizzata (binaurale; se neanche voi ricordate cosa vuol dire, 

