Mashrooms: Mashrooms (Wild Love Records)

Marco Delsoldato | 15/6/2011

250_mr_homecoverDeragliamenti matematici su una invisibile autostrada che unisce la Sicilia a Louisville. Con tanta roba Touch And Go da ascoltare e predisposizione naturale per certe nevrosi. E’ il nuovo disco dei Mashrooms, realtà non sconosciuta a chi apprezza miscele noise adagiate su decostruzioni tanto granitiche quanto misurate nella ricerca dello spigolo migliore. In aggiunta una sorta di (personale) contemporaneità, nell’introdurre archi a screziare la circolarità di base, talvolta con delicatezza, in altre occasioni simulando una certa ruggine. Roba non nuova, eppure ben  fatta e sempre gradevole, sapendo quando rallentare e fermarsi per poi sfruttare le implosioni. Non cambieranno il mondo, i Mashrooms, ma mostrano gusto e coerenza invidiabili.

Ascolta Tiranno

I cani: Il sorprendente album d’esordio de I cani (42 Records)

Giorgio Busi-Rizzi | 15/6/2011

icaniIl mio amico Ciccio di Faenza è uno che ci va giù duro. Però fa anche il Cuba libre più buono del mondo, e glielo perdoni. Quando a capodanno tutta casa mia, sudata all’inverosimile, ballava I pariolini di diciott’anni e Ciccio mi si è avvicinato col bicchiere pieno, gli ho detto: sì, grazie. Ma avrei detto sì anche se mi avesse offerto della benzina, ballando da sobrio mi ricordo quanto sono sgraziato e inadeguato al mondo e non è bello. Però poi ho bevuto un sorso e ho sentito distintamente il sapore di rum, Coca-cola, zucchero di canna e lime, in equilibrio perfetto, come non l’avevo mai sentito al Covo dove il Cuba libre costa poco e sa di poco (però fa ballare lo stesso).
Certo ci va giù duro. Dice che a lui I cani non piace, e se gli chiedi perché risponde “testi meta sulla sfiga cantati sopra a dell’elettropop, non la mia tazza di tè. Fossero romagnoli almeno parlerebbero dei ciccioni che cercano figa all’Hana-bi”.
Però certe volte Ciccio non ci capisce un cazzo. Io non sono un fan del synth-pop, e ho letto un paragone col Battiato de La voce del padrone che non mi ha convinto granché. Ho sentito Le coppie unplugged – perché come tutte le persone sensate pedino I cani da almeno un anno – e mi è piaciuta di più della versione su cd.
Ma ridurre quei testi al namedropping (o alla sfiga, se è per questo) è ingiusto e inadeguato. Invece si può dire De Gregori: e non per i sandhi, ma per la reazione disarmante a cui ti costringe l’io narrante quando professa quell’assoluta mancanza d’innocenza e, con la stessa distaccata pacatezza, mette in gioco e giudica se stesso tanto quanto gli altri, si confessa medioborghese intellettuale non meno fallibile (stronzo? Stronzo) degli altri di cui parla, si prende per il culo fin dal moniker – e sarà pescare complimenti quanto vi pare, a me sembra sincero.
E si può dire Pezzali: perché prendetelo per il culo quanto vi pare, ma gli 883, in un momento in cui l’epos della canzonetta era fortemente sedimentato su una serie di modelli che già i trovatori ritenevano tristi e un po’ patetici, hanno preso la loro squallida vita di provincia e l’hanno messa giù nello stesso modo in cui parlavano la sera con gli amici (cfr.). E questa è un’altra cosa che I cani fa, attingere ad una realtà che viviamo tutti – più o meno, e più o meno direttamente, a seconda di quante coordinate culturali condividiate – e descriverla come quasi nessuno fa; il che rende i singoli (ma anche gli inediti, tipo la spettacolare Post punk) davvero memorabili, perché è impossibile che non ci sia nemmeno un verso che parla di voi, o di qualcuno che conoscete (dico, Velleità?).
Ma poi, la musica. Abbastanza ripetitiva, poco dinamica. Sì, beh. Ma io c’ero, al Miami, quando sul palco erano in cinque e lui era rigido dalla paura e si è tolto (si sono tolti) la busta dell’American Apparel e ora si sa che faccia ha, questo venticinquenne romano senza cognome. C’ero, bevevo un Cuba libre, e ballavamo e sapevamo i testi a memoria, e-
“Dai, fai basta, si è capito dove vuoi andare a parare. La tua solita metafora del cazzo: proprio come quel Cuba libre, I cani sa fare ballare, però ha un equilibrio perfetto, perché i testi sono intelligenti, anche se è fatto in casa – cioè lo-fi, arriva al punto, etc etc. Cheppalle.”
Ciccio. È che certe volte non ci capisce un cazzo. Io volevo solo dire che quel momento lì, in cui tutti ballavamo e sapevamo i testi a memoria, era perfetto così, e questo dovrebbe bastare, se fai pop.
Però sarebbe stato meglio con un Cuba libre di Ciccio, perché quello lì, sinceramente, faceva cagare (nel buio della camera rumore di una cannuccia che aspira un cocktail, quindi uno schiocco soddisfatto della lingua. In sottofondo Les Jambes de Steffi Graf di Vincent Delerm. Sipario).

[Ogni riferimento a fatti o Cuba libre realmente esistenti è da considerarsi puramente casuale. Al Miami che io sappia manco lo fanno, il Cuba libre.]

Leggi la ponderatissima recensione alla copertina di Daniele, piena di spunti intelligenti
Guarda il delizioso video di Hipsteria! in esclusiva sul sito di Wired

Ascolta l’introspettiva Il pranzo di Santo Stefano

Leggi due belle interviste a I cani su Frigopop! (più nastrone in streaming!)
e su Dude magazine
Acquista Il sorprendente album d’esordio de I cani

Leggi tutti i testi del disco de I cani su Rockit

Kaiser Chiefs: The future is medieval (Fiction/Polydor)

Federico Pucci | 14/6/2011

kaiserSi può annunciare l’uscita di un album con due giorni di anticipo? Sì, se ti chiami Radiohead. Ma se ti chiami Kaiser Chiefs?

I Kaiser Chiefs sono quel tipo di gruppo di cui hai sentito tutti i singoloni, ma di cui nessuno che conosco ha ascoltato un album per intero, non volontariamente almeno. Da questa parte del mondo, di recente, è capitato di recuperare un vecchio successo per motivi decisamente extramusicali: è bastato fare un giro sui social network per ricordarci che effettivamente ci eravamo resi allegramente colpevoli di aver ballato una serie di pezzi uguali uno dopo l’altro. Poi ci siamo risvegliati dalla trance. Alcuni degni singoli abbandonati alla corrente dell’ennesimo revival post-punk/indie-pop costituiscono una referenza sufficiente per assumere la pretesa di sconvolgere il mercato discografico? A voi la risposta, ma intanto mi spiego meglio. — Continua a leggere

Kaleidoscope #32

Aurelio Pasini | 14/6/2011

Barrett Elmore

La nuova puntata Kaleidoscope si apre con un brano dei giovanissimi svedesi Barrett Elmore (nella foto), che vi avevamo presentato la settimana scorsa, e si chiude su avvolgenti cadenze dub. Nel mezzo, tra le altre cose, il percorso di alcuni musicisti inglesi dal pop al progressive, incendi, alluvioni, cover improbabili e, soprattutto, una ghiotta anteprima di quello che l’anno prossimo sarà un appuntamento fisso all’interno del programma.

Barrett Elmore – Dusk (Dance Of The Pixies)
The Cymbaline – Matrimonial Fears
The Flies – The Magic Train
Infinity – Time Keeper
Lula Côrtes e Zé Ramalho – Nas paredes de pedra encantada
Incredible Bongo Band – Apache
Lord Sitar – I Am The Walrus
Creation Rebel – Starship Africa Section 2

Kaleidoscope va in onda tutti i martedì intorno alle 23.40 su Città del Capo – Radio Metropolitana. Per contatti, richieste, critiche e suggerimenti: leccarospi@gmail.com.

Ascolta il podcast in streaming

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Cults – Cults (Sony Music)

Francesco Mari | 14/6/2011

cults1I Cults sono una cosa strana. Ne parlammo da queste parti un po’ di mesi fa. All’epoca, in giro si trovava un singolino furbetto (Go Outside) accompagnato, su di un Bandcamp spettrale, da una manciata di canzoncine sparse caratterizzate tutte da una falso codazzo effimero. Da allora è passato un botto di tempo. I nostri eroi hanno trovato il tempo di fare un po’ di concertini, di girare uno spaventoso video (nel senso di cattivo gusto abbracciami tutto) e di firmare un contratto (sontuoso? non è dato saperlo…) con la Columbia (nello specifico, sono il primo gruppo ad essere messo sotto contratto dalla In The Name Of, fintissima label gestita da quella miserabile di Lily Allen). Insomma, nulla di nuovo sul fronte occidentale se non fosse che ora è davvero uscito il “fatidico disco d’esordio”, la “prima prova sulla lunga distanza” (insomma fate voi) e, mi sa proprio, che bisogna parlarne. Cominciamo evidenziandone, oltre che i riconosciuti pregi (scrittura ed arrangiamenti costantemente sopra la media) anche il difetto maggiore. E cioè, cari amici Cults, eravamo bravi tutti a fare un disco di 11 pezzi mettendoci dentro tutte, ma proprio tutte, le canzoni fino ad ora pubblicate (4/11, non male come media… uno si immagina le ore piccole che avete fatto…). Esaurita la quotidiana dose di puzza sotto il naso (della serie “non vi va bene mai niente”) diamo a Cesare quel che è di Cesare. Il disco comincia col botto: Abducted è il miglior pezzo mai pubblicato dai due cacchioni. Epico, “da colonna sonora” il giusto, con una melodia pazzesca. Da solo ci ricorda che siamo dalle parti delle “migliori menti dell’indie-pop” in circolazione. Dopo tre pezzi con cui i nostri eroi ci mostrano, come già segnalato, quanto e come bene hanno lavorato nei precedenti mesi (tra le vecchie “gemmine” riproposte si segnala You Know What I Mean, praticamente un raffinato plagio di Sad Eyed Lady of the Lowlands) i successivi pezzi ci mostrano una band in discreta forma tra un devoto pensiero (Walk at Night, “pezzone” di peso) dedicato al maestro Phil Spector (che Iddio, o chi per lui, lo abbia sempre in gloria, ovunque sia al momento…) ed una manciata di nuovi pezzi per cui, occhio che qui arriviamo alla follia, è giusto utilizzare il termine “Cults di maniera” (ma che esiste già una “maniera” dei Cults…).

Insomma, su queste “pagine” ci si chiedeva poco meno di un anno fa se i Cults sarebbero mai arrivati a fare un disco. Bene, ce l’hanno fatta. La classe c’è tutta, per carità. La sufficienza pienissima la raggiungono (ma anche oltre, non fosse per la presenza di almeno 5-6 pezzi di peso assolutissimo) ma un anno intero speso solo per fare CTRL-X e CTRL-V dei vostri file audio mi sembrano un po’ troppi. Lavorare un po’ di più la prossima volta. Grazie.

P.S. non è una questione personale. La Columbia vi ha pagato un sacco di soldi. E quelli, i soldi, li rivogliono prima o poi.

Bandcamp ufficiale

Sito Ufficiale

Video (bellissimo) di Abducted

Brunori Sas: Vol.2 Poveri Cristi (Picicca)

Amos Martino | 14/6/2011

brunoriChe sollievo! Temevo davvero che il Vol 2 di Brunori SAS fosse il disco interlocutorio – si dice così? – che alcuni fanno per rincorrere astruse vie artistiche e intellettualoidi; oppure c’era il rischio che si ripetessero le storie del super santos, dell’adolescenza sfigata che – per quanto ci abbiano folgorato due anni fa – adesso sarebbero state un po’ logore. Ma per fortuna Dario e i suoi se la sono cavata alla grande. Poveri Cristi è la naturale evoluzione del Vol 1; è naturale perché non c’è niente che non sia brunoriano – ci sono i nanananà, le schitarrate l’ironia, la tenerezza – ed è una evoluzione perché in molto, se non in tutto, c’è aria di novità. Nuova è la prospettiva dei testi, non esclusivamente introspettiva ma aperta al ritratto grottesco di un italiano medio – Il Giovane Mario – e, più in generale, nuovi sono gli episodi e le situazioni dalle dimensioni normalmente universali. È una atmosfera stralunata e romantica che rende unica nel suo genere la compagnia della Brunori SAS, sempre in bilico tra la canzonatura leggera e la riflessione commossa (Bruno Mio Dove Sei). La ditta si allarga anche a Dente in un brano – Un Sorriso – che è un dialogo tra amici perfetto per farci capire perché, quando due si lasciano, la colpa è sempre di tutti…e tre; la coppia Brunori-Dente ha funzionato live e anche su disco nonostante il mix tra accento cosentino e fidentino suoni abbastanza surreale. Altro bel duetto è quello con Dimartino, in Animal Colletti brano che gira a mille in un vortice di versi di animali, appunto, e protesta generazionale. Dal punto di vista musicale, poi, le canzoni hanno arrangiamenti davvero originali, che rivelano una grande abbondanza di creatività e in Mirko Onofrio che li ha curati. Scordatevi la chitarra solitaria: qui ci sono archi, fiati e strumentini vari che arricchiscono la tavolozza dei colori a disposizione di Dario. Dopo due anni in giro a fare il pieno di applausi, la ditta Brunori SAS torna come l’avevamo lasciata: travolgente, ironica, spietata, trascinata dall’entusiasmo che le gira intorno e con un “principale” sempre più ispirato.

Brunori SasRosa

Radio Dio presents RADIOAZIONI

Francesco Farabegoli | 13/6/2011

radiodio

In questa puntata RadioDio chiama a raccolta i suoi ascoltatori per invitarli a partecipare a delle RadioAzioni contro la Radioattività maligna imposta da governi corrotti e corporazioni senza scrupoli. La Radiazione è nemica quando subita passivamente dalle tv in casa o dalle antenne dei nostri nemici finti seguaci di dio, diventa amica quando diventa una RadioAzione, un’azione consapevole fatta attraverso le onde radio che si espandono nell’aere. Un tripudio di suoni radioattivi e di attivismo radio che vi svelerà tutto ciò che avevate sotto agli occhi ma che il Grigium vi ha sempre nascosto.

Spegnete le vostre tv, accendete le RadioAzioni per un Phuturo Verdeo!!

radioaz

Scaletta:

  1. Mad Professor vs Massive Attack – Radiations Ruling The Nations
  2. Kode 9 & Spaceape – Hole In The Sky
  3. Kode 9 & Spaceape – Otherman
  4. Pere Ubu – Chinese Radiation
  5. Kraftwerk – Radioactivity
  6. Dopplereffekt – Die Radiometre
  7. Pan Sonic – Radiokemia
  8. Boxcutter – Cold War
  9. Oneothrix Point Never – Zones Without People
  10. Charles Mingus – Oh Lord Don’t Let Them Drop That Atomic Bomb On Me
  11. Yo La Tengo vs Mike Ladd – Nuclear War
  12. Municipal Waste – Radioactive Force
  13. Guilty Connector – Nishi-Ogi Punk Waste
  14. Basic Channel – Radiance I

Scarica il podcast di RADIOAZIONI

Copertine da cani: il name-dropping, Vasco Brondi chi? e l’ethos degli anni ‘10

Daniele Giovannini | 10/6/2011

I-CANI-COVER

I dischi bisogna giudicarli sempre dalla copertina. Se non si capisce la copertina, è probabile non si capirà neanche il disco. Finisce così in malinteso e dal disco, per il bene di tutti, si sta alla larga. In questi anni qua però le regole sono cambiate: ed è tutto diverso. Acquisendo un disco, più o meno legalmente, la copertina la si ignora o non la si vede affatto. Su Rockit le copertine sono minuscole. E infine: le copertine, spesso, fanno schifo.
La copertina del disco di esordio dei Cani merita due parole a parte, a parte dalle parole riguardanti il disco in sé che sono venute prima e da quelle che, per diverse mezz’ore, seguiranno. Ai non romani per i quali gli anni ’90 non sono stati quelli delle elementari e delle comunioni forzose e delle medie e dei campi scuola, a loro la foto di copertina dei Cani non dirà niente. Anzi, come ho potuto constatare, ne ravviseranno la bruttezza e passeranno oltre.
Ma di foto del genere i romani nella metà sbagliata del loro essere ventenni ne hanno a pacchi: brutte, sbiadite, scattate con le usa-e-getta di mille gite scolastiche e grondanti storia personale, in un cassetto, ancora nella busta dello studio fotografico. La copertina de Il sorprendente album d’esordio de I Cani è la backstory della futura classe dirigente: la stronzetta del Gianicolo, la povera sfigata vittimizzata che si rifarà della bieca adolescenza in una vita di femminismo militante, il futuro cocainomane fricchettone e misogino che si paga l’uscita dalla prefettura coi soldi di papà, il ciellino. — Continua a leggere

Here I Stay Festival – are you going?

Alice Lazzati | 9/6/2011

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Come ogni anno (il 2011 è la sua sesta edizione) l’Here I Stay Festival torna in Sardegna ad elettrizzare le notti di mezza estate! Il mix di artisti attesissimi e bellezze naturali cambia location e si insedia a Pozzo Gal, giusto a tre passi da una delle spiagge più invidiabili del mondo, Piscinas. La formula invece rimane invariata: una tre giorni intensissima di mare, concerti e dj-set di altissimo livello.

Ad incoraggiarvi a correre a comprare una tenda per il campeggio e un biglietto aereo ci pensano subito i primi nomi della line-up. Ad affollare le fila italiane ci pensa l’indie pieno di sfaccettature degli A Classic Education, ormai prodotto d’esportazione per eccellenza, e le performance incendiarie dei Buzz Aldrin. Dall’estero arriva invece il blues selvaggio di Bob Log III, one-man band definita da Tom Waits come “the loudest strangest stuff you’ve ever heard”, ma anche quello molto più dolce dell’inglese Duke Garwood.

Insomma chi non vorrebbe districarsi fra natura inesplorata e live da cui non sai cosa aspettarti? Scappare dalla noia estiva delle città vuote e degli scaffali deserti? Noi di Vitaminic non aspettiamo altro e invitiamo tutti voi ad essere della festa!

PROGRAMMA

29 / 30 / 31 luglio
Pozzo Gal / Ingurtosu / Arbus / Sardinia

Bob Log III (USA)
Movie Star Junkies (ITA)
A Classic Education (ITA)
Duke Garwood (UK)
Antonello Salis (ITA)
Zu (ITA)
Iosonouncane (ITA)
Buzz Aldrin (ITA)
In Zaire (ITA)
Blind Beast (ITA)
Bobsleigh Baby (ITA)
Father Murphy (ITA)
Musica Da Cucina (ITA)
Thee Oops (ITA)
Trees Of Mint (ITA)
Flying Sebadas (ITA)

INFO

www.hereistay.com
hereistayrecords.blogspot.com
(info@hereistay.com) info (at) hereistay (dot) com

Esmerine: La Lechuza (Constellation/Goodfellas)

Marco Delsoldato | 9/6/2011

esmeDetta schietta: nell’ultimo anno e mezzo, in casa Constellation, le sfighe sono state tante. Come le scomparse. Vic Chesnutt, certo, ma anche un’amica come Lhasa de Sela, cantautrice e collaboratrice degli Esmerine. E protagonista nell’album che la band ha voluto dedicarle. Perchè se l’omaggio è palese, la sostanza lo è altrettano nella conclusione (Fish On Land), dove (era il 2008) Lhasa canta rendendo oggettivo il termine straziante. E dove Bruce Cawdron e Rebecca Foon (uno Gybe, l’altra Silver Mt Zion: membri originari del progetto in questione a cui si sono poi aggiunti Sarah Pagè e Andrew Barr) scelgono solo l’adeguato (e riservato e rispettoso) accompagnamento. Poi c’è il resto, ovvio. E non va sminuito, considerando anche le presenza di Patrick Watson (ispirato come altre rare volte in Walking Through Mist) e dell’ormai noto sassofono di Colin Stetson. La somma è post rock autorale, da camera come affermano i vecchi saggi. Al confine col classico, anche senza riuscire (nei momenti meno legati alla canzone) a raggiungere le vette dei Rachel’s. Eppure la miscela, tolti alcuni barocchismi, funziona davvero. Roba elegante ed ispirata, ma che si può ascoltare anche con una Moretti da 66 cl. sulla tangenziale di Ferrara. Anzi, potrebbe pure purficare qualcuno.

Ascolta Walking Through Mist

Ascolta A Dog River

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