Il mio amico Ciccio di Faenza è uno che ci va giù duro. Però fa anche il Cuba libre più buono del mondo, e glielo perdoni. Quando a capodanno tutta casa mia, sudata all’inverosimile, ballava I pariolini di diciott’anni e Ciccio mi si è avvicinato col bicchiere pieno, gli ho detto: sì, grazie. Ma avrei detto sì anche se mi avesse offerto della benzina, ballando da sobrio mi ricordo quanto sono sgraziato e inadeguato al mondo e non è bello. Però poi ho bevuto un sorso e ho sentito distintamente il sapore di rum, Coca-cola, zucchero di canna e lime, in equilibrio perfetto, come non l’avevo mai sentito al Covo dove il Cuba libre costa poco e sa di poco (però fa ballare lo stesso).
Certo ci va giù duro. Dice che a lui I cani non piace, e se gli chiedi perché risponde “testi meta sulla sfiga cantati sopra a dell’elettropop, non la mia tazza di tè. Fossero romagnoli almeno parlerebbero dei ciccioni che cercano figa all’Hana-bi”.
Però certe volte Ciccio non ci capisce un cazzo. Io non sono un fan del synth-pop, e ho letto un paragone col Battiato de La voce del padrone che non mi ha convinto granché. Ho sentito Le coppie unplugged – perché come tutte le persone sensate pedino I cani da almeno un anno – e mi è piaciuta di più della versione su cd.
Ma ridurre quei testi al namedropping (o alla sfiga, se è per questo) è ingiusto e inadeguato. Invece si può dire De Gregori: e non per i sandhi, ma per la reazione disarmante a cui ti costringe l’io narrante quando professa quell’assoluta mancanza d’innocenza e, con la stessa distaccata pacatezza, mette in gioco e giudica se stesso tanto quanto gli altri, si confessa medioborghese intellettuale non meno fallibile (stronzo? Stronzo) degli altri di cui parla, si prende per il culo fin dal moniker – e sarà pescare complimenti quanto vi pare, a me sembra sincero.
E si può dire Pezzali: perché prendetelo per il culo quanto vi pare, ma gli 883, in un momento in cui l’epos della canzonetta era fortemente sedimentato su una serie di modelli che già i trovatori ritenevano tristi e un po’ patetici, hanno preso la loro squallida vita di provincia e l’hanno messa giù nello stesso modo in cui parlavano la sera con gli amici (cfr.). E questa è un’altra cosa che I cani fa, attingere ad una realtà che viviamo tutti – più o meno, e più o meno direttamente, a seconda di quante coordinate culturali condividiate – e descriverla come quasi nessuno fa; il che rende i singoli (ma anche gli inediti, tipo la spettacolare Post punk) davvero memorabili, perché è impossibile che non ci sia nemmeno un verso che parla di voi, o di qualcuno che conoscete (dico, Velleità?).
Ma poi, la musica. Abbastanza ripetitiva, poco dinamica. Sì, beh. Ma io c’ero, al Miami, quando sul palco erano in cinque e lui era rigido dalla paura e si è tolto (si sono tolti) la busta dell’American Apparel e ora si sa che faccia ha, questo venticinquenne romano senza cognome. C’ero, bevevo un Cuba libre, e ballavamo e sapevamo i testi a memoria, e-
“Dai, fai basta, si è capito dove vuoi andare a parare. La tua solita metafora del cazzo: proprio come quel Cuba libre, I cani sa fare ballare, però ha un equilibrio perfetto, perché i testi sono intelligenti, anche se è fatto in casa – cioè lo-fi, arriva al punto, etc etc. Cheppalle.”
Ciccio. È che certe volte non ci capisce un cazzo. Io volevo solo dire che quel momento lì, in cui tutti ballavamo e sapevamo i testi a memoria, era perfetto così, e questo dovrebbe bastare, se fai pop.
Però sarebbe stato meglio con un Cuba libre di Ciccio, perché quello lì, sinceramente, faceva cagare (nel buio della camera rumore di una cannuccia che aspira un cocktail, quindi uno schiocco soddisfatto della lingua. In sottofondo Les Jambes de Steffi Graf di Vincent Delerm. Sipario).
[Ogni riferimento a fatti o Cuba libre realmente esistenti è da considerarsi puramente casuale. Al Miami che io sappia manco lo fanno, il Cuba libre.]
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