Battles + Caribou – Villa Ada, Roma (23/06/2011)

Villa Ada come posto per concerti non è mica uno scherzo, e poi è divertente arrivare molto in anticipo sull’apertura dei cancelli ad ascoltare gli ultimi minuti di soundcheck. Lo giuro: i Battles stanno ultimando il soundcheck facendo Tonto, che dovrebbe essere il mio secondo o terzo pezzo preferito della loro discografia. Questo mi autorizza a pensare che potrebbero riproporre dei pezzi degli album vecchi, giusto? E invece nulla, niente pezzi vecchi.
Non credo che il problema dei Battles dell’epoca Gloss Drop (perché c’è un problema, ed è attuale e urgentissimo) sia il fatto che Braxton abbia abbandonato la formazione: il problema Battles epoca Gloss Drop è che la loro musica è diventata un concentrato di cerebralismi, l’ostentazione forzata di un modello di bravura tecnica da manuale, il tutto senza che possa avvertirsi il Cuore Pulsante del tutto. Se volete sapere la mia, vi dico subito che sarebbe stato così anche con Braxton, insomma ho la sensazione che questo processo fosse in atto già da un pezzo e che forse sia stata la coscienza di tutto questo (del non riuscire a mostrare anche il cuore oltre che il cervello) alla base dell’abbandono del suddetto Braxton. La formula si è raffreddata paradossalmente, il tentativo di recuperare una parte di fanbase in fuga buttando nella mischia anche elementi pop giocosi e casse dritte ha sortito l’effetto opposto, rivelando un che di piacionerìa spicciola che sarebbe stato meglio evitare, e Ian Williams, sul palco, non dovrebbe fare l’animatore benvestito, dovrebbe suonare e buttare il sangue, cosa che non invece non fa, e io non posso passarci sopra, Ian, mi spiace.
Il pubblico, almeno dove sto io, è distratto. O meglio: il pubblico se ne frega dei tre che stanno sul palco, il pubblico preferisce farsi le foto l’un l’altro con l’iPhone, chiacchierare di tutt’altro, assecondare le spinte ormonali alla ricerca di una scopata in mezzo ai pini. Non c’è da biasimare nessuno: il concerto parte bene ma poi arriva a una fase di stanca e piattezza sonora piuttosto preoccupante. Solo Ice Cream riesce a deviare il senso di “brutta storia” che aleggia nell’aria, ma Ice Cream è pur sempre il singolone di quest’ultimo disco un po’ così, e se non funziona neppure il singolone allora checcazzo.
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Basterebbero i titoli delle prime due canzoni (Trainspotting e You and I and The Screaming Trees) per cadere innamorati come pere (i frutti dico, non quelle di
Del pancrazio avevo vaghissimi ricordi liceali. Detta schietta, il nome lo ricordavo, ma non avrei mai saputo spiegare di cosa si trattasse. Poi un amico, su un forum di basket, mi ha illuminato. Scrisse, all’incirca, che il pancrazio antico doveva essere una disciplina interessante: era consentito tutto, tranne l’uso delle armi. Una gloria particolare era dovuta a quel vincitore che uccideva l’avversario. Non v’erano moltissime regole e gli arbitri chiamati a farle rispettare utilizzavano la frusta con gli atleti intenti a combattere. Si narra di un grande lottatore che vinse un incontro da morto: l’avversario cercò di strangolarlo, tuttavia la vittima di questa presa reagì e gli staccò un dito con un morso. Lo strozzatore si arrese per il dolore, ma la trachea dello strozzato era già irrimediabilmente lesionata e quindi morì. Vinse quindi il defunto. Ecco, non vorrei essere frainteso, 
“Pesca una carta” “Va bene questa?” “Vabbene, ora guardala, non mostrarla in giro, ricordatela” – è un sei di quadri. Sei sono anche le tracce contenute nel secondo free-download del secondo Venerdì di fila che su Vitaminic c’è un disco con la gente che urla forte, e questo è bene. Se non si fosse capito questo è il duemilaundici che suona come il duemilauno e mi fermo qui perchè sono stanco di inventarmi ogni settimana un pippone postadolescenziale su quanto fosse bello andare ai concerti di roba pesa fatti nei sottoscala dell’oratorio dove chi bestemmiava andava fuori. Allora si doveva bestemmiare in screamo così il sindaco, che poi era anche un chiesaiolo -che veniva a controllare se nessuno stesse facendo un sabba coi dischi di Venditti- non capiva e si rideva un sacco prima di rimanere a piedi col motorino. Dicevo, questo Venerdì è la volta dei
