Battles + Caribou – Villa Ada, Roma (23/06/2011)

Giampiero Cordisco | 30/6/2011

battles
Villa Ada come posto per concerti non è mica uno scherzo, e poi è divertente arrivare molto in anticipo sull’apertura dei cancelli ad ascoltare gli ultimi minuti di soundcheck. Lo giuro: i Battles stanno ultimando il soundcheck facendo Tonto, che dovrebbe essere il mio secondo o terzo pezzo preferito della loro discografia. Questo mi autorizza a pensare che potrebbero riproporre dei pezzi degli album vecchi, giusto? E invece nulla, niente pezzi vecchi.

Non credo che il problema dei Battles dell’epoca Gloss Drop (perché c’è un problema, ed è attuale e urgentissimo) sia il fatto che Braxton abbia abbandonato la formazione: il problema Battles epoca Gloss Drop è che la loro musica è diventata un concentrato di cerebralismi, l’ostentazione forzata di un modello di bravura tecnica da manuale, il tutto senza che possa avvertirsi il Cuore Pulsante del tutto. Se volete sapere la mia, vi dico subito che sarebbe stato così anche con Braxton, insomma ho la sensazione che questo processo fosse in atto già da un pezzo e che forse sia stata la coscienza di tutto questo (del non riuscire a mostrare anche il cuore oltre che il cervello) alla base dell’abbandono del suddetto Braxton. La formula si è raffreddata paradossalmente, il tentativo di recuperare una parte di fanbase in fuga buttando nella mischia anche elementi pop giocosi e casse dritte ha sortito l’effetto opposto, rivelando un che di piacionerìa spicciola che sarebbe stato meglio evitare, e Ian Williams, sul palco, non dovrebbe fare l’animatore benvestito, dovrebbe suonare e buttare il sangue, cosa che non invece non fa, e io non posso passarci sopra, Ian, mi spiace.

Il pubblico, almeno dove sto io, è distratto. O meglio: il pubblico se ne frega dei tre che stanno sul palco, il pubblico preferisce farsi le foto l’un l’altro con l’iPhone, chiacchierare di tutt’altro, assecondare le spinte ormonali alla ricerca di una scopata in mezzo ai pini. Non c’è da biasimare nessuno: il concerto parte bene ma poi arriva a una fase di stanca e piattezza sonora piuttosto preoccupante. Solo Ice Cream riesce a deviare il senso di “brutta storia” che aleggia nell’aria, ma Ice Cream è pur sempre il singolone di quest’ultimo disco un po’ così, e se non funziona neppure il singolone allora checcazzo.
— Continua a leggere

Junior Boys: It’s All True (Domino)

Daniele Giovannini | 30/6/2011

Tanta disco, tanto electropop, tanti stili indistricabilmente legati a un immaginario collettivo luccicante ma datato, sono spesso tanto arrangiamento e poca sostanza. Ciò che conta, in essi, è tutta una faccenda di timbri e tastierone, un’estetica non scampata agli anni ’90 ma glorificata poi nostalgicamente ad inizio secolo. Un’estetica che riporta a quando gli aeroplani non si schiantavano contro i grattacieli ma erano un esclusivo nonluogo fatto di martini cocktail, giacche di poliestere e lens flare. I Junior Boys erano sempre rimasti ambiguamente distanti da quell’universo lì, rappresentando piuttosto un fulgido esempio della dance-pop che metteva d’accordo pubblico e critica (ouch) nei metà anni duemila–i quali, a posteriori, sembrano di per sé durati un decennio. Ora, con la prematura dipartita di Johnny Dark va ammesso che il sound dei Junior Boys perse buona parte della scaltrezza del debutto. Acquistò, però, la patina untuosa e apprezzata dai più che li portò da qualche parte a metà strada tra Air e Fischerspooner. Il levigatissimo melodramma al neon di It’s All True è l’ultimo passo in quella direzione, indietro fino all’electropop di cui sopra: un album di pop sofisticato, abbigliato d’un viola dalle pieghe perfette, permeato da una grazia e una coolness anacronistiche-barra-postfuturistiche. Sono brani che starebbero probabilmente in piedi da sé senza l’armamentario di trucchi da Prefab Sprout, drum machine e cinguettii sintetici–ma anche con i quali, comunque, rimangono più adatti a un frigido dancefloor dei tempi andati più che a un’hipsterica notte dei giorni nostri. È un disco magistralmente equilibrato, quasi euforico per gli standard dei canadesi. È involuto come la buona new wave e paraculmente stiloso come ogni punto e virgola di casa Kitsuné e, per questo, non ci dispiace affatto.

I podcast di Vitaminic: La Belle Epop

Federico Pirozzi | 30/6/2011

karibeanRicordo a malapena la giornata da cui proviene questo podcast de La Belle Epop. Sabato a metà di un mese di giugno chiuso tra le quattro mura di un caldo che solo Bologna sa liberare. Hungover, borraccia di acqua fresca e il disco dei Karibean per schiarire la vista e aiutare i movimenti. Love, Tears and Spiritual Blessing EP è un bouquet di canzoni (free download) che la band di Osimo ci consegna con il volto sorridente e sporco di sabbia dell’italian east coast. Indiepop intaccato dalla salsedine, i coretti sottobraccio al posto della tavola da surf. I Beach Boys dopo una sbronza avrebbero messo su i Karibean.

La Belle Epop è un tentativo di intrattenimento musicale in onda ogni sabato alle 17.30 su Città Del Capo – Radio Metropolitana di Bologna. Per intervenire in diretta, mandare dediche o anatemi musicati, l’indirizzo è (diretta[at]radiocittadelcapo.it) diretta (at) radiocittadelcapo (dot) it o (labelleepop[at]gmail.com) labelleepop (at) gmail (dot) com.

Evripidis And His Tragedies – All Those Summer Parties
Comet Gain – Some Of Us Don’t Want To Be Saved
Razika – Taste My Dream
Karibean – Post-modern Weekend
Bodies Of Water – Triplets
I Cani – Le Coppie
A Classic Education – I Lost Time (Vision of Trees remix)
Raein – Se la notte sogno, sogno di essere un maratoneta
Brunori Sas – Il Giovane Mario
Unknown Mortal Orchestra – How Can U Luv Me

Scarica la puntata in mp3
oppure ascoltala in streaming

MiOdi 2011, Circolo Magnolia (Segrate)

Federico Pucci | 30/6/2011

Circa un mese fa ho assistito dal vivo a un’intervista di Radio Popolare a Steve Albini: fra gli aforismi che son corso a segnarmi sul diario c’era quest’elogio del Primavera Sound, secondo cui ciò che rende un festival migliore di altri è soprattutto il gusto degli organizzatori nel selezionare band e artisti diversi fra loro, eppure abbastanza vicini ad un’idea di comunità allargata, perché gli avventori casuali di un concerto non calcolato ne vengano incuriositi e soddisfatti. In un’epoca del piace-la-qualsiasi e nella quale internet anticipa e uccide la curiosità queste parole non solo non sono poco, sono tutto.

Quando ero bimbo, il mio negozio di dischi divideva rigidamente gli scaffali dell’Hard & Heavy da quelli del Punk: è vero che le categorie aiutano a capire, ma le divisioni impediscono di imparare. Così oggi, per gente cresciuta male come me, quella Terra-di-mezzo del suffisso -core è un reame incantato ancora da scoprire, un reame che negli ultimi tre anni ha avuto un’ambasciata sulle sponde umide dell’Idroscalo.
— Continua a leggere

Gran Galà di SecondaVisione: i premi

Francesco Locane | 29/6/2011

Amiche e amici di Vitaminic, grazie a tutti per averci seguito anche in questa decima stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema di Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Ieri, durante il Gran Galà, abbiamo assegnato i premi del meglio e del peggio della stagione cinematografica. Eccoli!

Gnocca dell’anno
Jessica Chastain per The Tree of Life

Gnocco dell’anno
James Franco per 127 ore

Film equo e solidale
Into Paradiso, di Paola Randi

Premio DAMS e Scienze della Comunicazione
Inception, di Christopher Nolan

Attrice filodrammatica
Keira Knightley per Non lasciarmi

Attore filodrammatico
Robert De Niro per Machete

Miglior colonna sonora
Trent Reznor e Atticus Ross per The Social Network

Miglior attrice
Leslie Manville per Another Year

Miglior attore
Jesse Eisenberg per The Social Network

Cesso di bronzo
Kill Me Please, di Olias Barco

Cesso d’argento
127 ore, di Danny Boyle

Cesso d’oro
Biutiful, di Alejandro González Iñárritu

Seconda Visione d’Oro
The Tree of Life, di Terrence Malick

Toni Servillo d’oro
Toni Servillo

Palla d’Oro
Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, di Apichatpong Weerasethakul (2010)

E’ tutto. Il blog continua, sebbene a rilento, date le calure estive, ma continuate a scriverci! La mail è, come sempre, secondavisione@gmail.com. Grazie e buone vacanze!

Manetti!: Manetti! (Sangue Disken)

Letizia Bognanni | 28/6/2011

manettiBasterebbero i titoli delle prime due canzoni (Trainspotting e You and I and The Screaming Trees) per cadere innamorati come pere (i frutti dico, non quelle di Trainspotting) di quest’album. I Manetti! hanno individuato il target e sanno bene come centrarlo al cuore. Non solo con i titoli, eh. La loro musica è tutta un invito a struggersi di eclettica nostalgia: per dire, Trainspotting comincia con una chitarra alla Cranberries e continua con uno shoegaze assassino – nel senso che farà morire di gioia gli orfani dei My Bloody Valentine. E vogliamo parlare di You and I and the Screaming Trees? Parliamone: su Stereogum c’è questo sondaggione in corso, peccato che loro sono americani e non conoscono i Manetti!, sennò il posto sotto ai Battles non glielo levava nessuno, a questa canzone che è fatta apposta per andare al mare in bicicletta sperando di incontrare il/la ragazzo/a dell’anno scorso ma anche, una volta ritrovatolo/a, per limonarci al tramonto. Anche la seguente Rock’n'Roll Night ha buone potenzialità estive, anche se dopo il micidiale dittico iniziale è dura mantenere il livello di acchiapposità. E infatti loro, che evidentemente non sono stupidi, non ci provano nemmeno, e per tenere viva l’attenzione preferiscono giocare con il post-rock (Surfers, dark! – quanto gli piacciono i punti esclamativi), il western sound (A.M. Summer Trio, John Play Special), il noise, e fare sfoggio di cultura pop, per il gaudio di tutti i nerd citazionisti d’italia. Gran paraculi. I like.

Il video di You and I and the Screaming Trees

Marissa Nadler: Marissa Nadler (Box Of Cedar)

Marco Delsoldato | 28/6/2011

nadlerDel pancrazio avevo vaghissimi ricordi liceali. Detta schietta, il nome lo ricordavo, ma non avrei mai saputo spiegare di cosa si trattasse. Poi un amico, su un forum di basket, mi ha illuminato. Scrisse, all’incirca, che il pancrazio antico doveva essere una disciplina interessante: era consentito tutto, tranne l’uso delle armi. Una gloria particolare era dovuta a quel vincitore che uccideva l’avversario. Non v’erano moltissime regole e gli arbitri chiamati a farle rispettare utilizzavano la frusta con gli atleti intenti a combattere. Si narra di un grande lottatore che vinse un incontro da morto: l’avversario cercò di strangolarlo, tuttavia la vittima di questa presa reagì e gli staccò un dito con un morso. Lo strozzatore si arrese per il dolore, ma la trachea dello strozzato era già irrimediabilmente lesionata e quindi morì. Vinse quindi il defunto. Ecco, non vorrei essere frainteso, Marissa Nadler è viva e, mi auguro, in buona salute. Personalmente l’ho sempre apprezzata. Non idolatrata, certo, ma stimata sì. Poi mi arriva con un disco omonimo che tenta di scimmiottare certo folk-pop balnerare e ci resto male. Pur avendo la consapevolezza che lei, per vincere, forse non poteva fare altro. Doveva cancellare il noto fingerpicking, strangolare la poesia (qui presente per l’ultimo saluto, Little King e poco altro) al fine di uccidere se stessa. Vincendo, sia chiaro, (In A Magazine potrebbe passare in qualche futura serie tv), ma rinunciando all’esistenza precedente. A meno che non arrivi il pronto soccorso, cosa che ai tempi del pancrazio era oggettivamente complessa.

Wikipedia sul pancrazio

Marissa Nadler ai tempi d’oro

Marissa Nadler oggi

Kaleidoscope #34

Aurelio Pasini | 28/6/2011

Luca G

Ultimo appuntamento della stagione con Kaleidoscope, evento che abbiamo voluto festeggiare con un ospite d’eccezione: Luca Giovanardi. Il quale, presente in studio, non soltanto ci ha presentato l’ultima fatica vinilico-cinematografico-esoterica dei suoi Julie’s Haircut, ma ha anche approntato una playlist con la quale ci ha illustrato almeno parte di ciò che significa per lui psichedelia: le frange più off del rock statunitense di fine anni ‘60, il jazz più acido, reminiscenze bollywoodiane e schegge bitt impazzite.

Questa, nel dettaglio, la scaletta:
Julie’s Haircut – The Tarot
The Red Crayola – Transparent Radiation
The United States Of America – The Garden Of Earthly Delights
Silver Apples – Oscillations
Gary Burton – Vibrafinger
Asha Bhosle – Dum maro dum (live)
Gianna – La cocaina
Julie’s Haircut – O Venezia Venaga Venusia

Nel ringraziare Luca e, naturalmente, quanti nel corso dell’annata ci hanno seguito sia via radio, in streaming o tramite podcast, diamo a tutti appuntamento a tra qualche mese per un un nuovo ciclo di puntate, sempre sulle frequenze di Città del Capo – Radio Metropolitana e qui su Vitaminic. Nel frattempo, potete contattarci all’indirizzo di posta elettronica leccarospi@gmail.com.

Ascolta il podcast in streaming

oppure scaricalo.

Do Nascimiento: s/t (Vita Di Legno/two-two-cats bad tapes)

Alex Grotto | 24/6/2011

cover low “Pesca una carta” “Va bene questa?” “Vabbene, ora guardala, non mostrarla in giro, ricordatela” – è un sei di quadri. Sei sono anche le tracce contenute nel secondo free-download del secondo Venerdì di fila che su Vitaminic c’è un disco con la gente che urla forte, e questo è bene. Se non si fosse capito questo è il duemilaundici che suona come il duemilauno e mi fermo qui perchè sono stanco di inventarmi ogni settimana un pippone postadolescenziale su quanto fosse bello andare ai concerti di roba pesa fatti nei sottoscala dell’oratorio dove chi bestemmiava andava fuori. Allora si doveva bestemmiare in screamo così il sindaco, che poi era anche un chiesaiolo -che veniva a controllare se nessuno stesse facendo un sabba coi dischi di Venditti- non capiva e si rideva un sacco prima di rimanere a piedi col motorino. Dicevo, questo Venerdì è la volta dei Do Nascimiento, che oltre ad avere uno dei nomi più belli degli ultimi cinque anni se ne escono con una tracklist che assomiglia alla lista di nozze di mia cugina, nel senso che ogni pezzo ha il nome di un oggetto pressochè fondamentale (Bicicletta, Cucchiaino, Rasoio, Ventilatore, Materasso, Megafono). La possibilità che in realtà siano gli strumenti magici usati dall’omonimo santone truffatore per sfuggire al fisco è alta e io che sogno in grande voglio credere sia questo il senso del tutto. In fondo uno che è latitante in Brasile a fare il parrucchiere qualcosa di magico ce l’ha sicuramente. L’asta di paragone è vicina ai Verme (con cui faranno qualche data ad Agosto, guarda caso. Ma potete pure andarveli a sentire prima al Tago Mago) per capirci nel presente: siamo nell’orbita di un’ingenuità belligerante, con i testi -che si trovano in un file di testo dentro lo zip e son cose- da imparare a memoria il prima possibile. Tutto cantato col cuore in mano, con spezzoni di dialoghi dall’accento genovese tra un pezzo e l’altro a suggello che sta roba qua è, come da manuale, registrata in presa diretta. Una coproduzione tra gli amici di (vita di) legno e gli altri amici di two-two-cats bad tapes che finirà su una cassetta a tiratura limitata di 100 copie, da sciogliere nell’acqua recitando il pin del vostro bancomat a voce alta.
Trovate e scaricate tutto quanto, GRATUITAMENTE, cliccando qua
“Allora, la indovini o no sta carta?” “No no lascia stare, che il sei di quadri porta sfiga. Infatti ti abbiamo già rubato l’autoradio col mangiacassette”

Birds Of Passage: Fantastic Frown

Marco Delsoldato | 23/6/2011

Ho scoperto Alicia Merz diversi mesi fa. Per caso, grazie agli Her Name Is Calla (dal che si può dedurre: segui  buona gente,  scopri buona gente. Ma è un’ipotesi più che una teoria). Riuscito ad ascoltare un suo pezzo, ebbi il tipico colpo di fulmine di chi ascolta un demo affine a certi gusti e fatto bene (il fatto bene dovrebbe valere in proporzione maggiore rispetto ai gusti). La contattai, sentì altre canzoni e la roba continuava a piacermi. Tanto. Poi Alicia, che si è scelta la griffe Birds Of Passage, ha finito un disco. Il primo, si intende, e l’ha intitolato Whithout The World, in uscita per Denovali Records (ok, stessa label degli Her Name Is Calla, ma non fate i maliziosi). Perbacco, mi piaceva ancora più del demo. Roba da clamore, per quanto personale. Tu senti questa tipa con il cognome della moglie di Fabio Bazzani (ed il nome abbastanza assonante), proveniente dalla Nuova Zelanda e ti aspetti una gossip girl maori. Invece si dilata e spazia come un drone angelico in bassa fedeltà, respirando atmosfere, mentre si delizia in ambienti eterei. Facendo, fra le altre cose, la cantautrice. Ritratta in una polaroid sfocata.

Archivi

wordpress visitors