Milano Libera Tutti @ Piazza Duca d’Aosta, Milano (10/05/2011)

Chiara Leandri | 13/5/2011

Milanoliberatutti, e tutti occupano Milano. Questa è un po’ la sensazione che si ha cercando di schivare migliaia di persone ammassate in Piazza Duca d’Aosta – piazza vituperata, piazza rivalutata, piazza periferica, di passaggio, ma anche piazza affacciata sulla Milano Bene di via Vittor Pisani. È la piazza, infatti, la vera protagonista della serata. Non i discorsi apologetici, non la musica. L’impressione generale, dopo la corsa notturna per riuscire a prendere l’ultima metro, è che i suoni siano stati più parte dell’insieme (per non dire una scusa) piuttosto che il fine ultimo dell’evento. L’Evento, sì. Perché siamo arrivati tutti qui attirati da un mix speciale, quel quid che ti diceva “stasera devi esserci, caschi il mondo”. La mia amica assenteista ha forgiato le parole più perfette a descrivere il tutto: il fatto che qualsiasi forma di vita intelligente sia così esaltata per l’evento di stasera la dice lunga sul fatto che a Milano non c’è proprio nulla da fare. Esatto. Perché siamo tutti qui? Un po’ perché ci sono tutti, un po’ per un certo tipo di musica, un po’ per spirito politico, ma soprattutto, e prima di tutto, per vivere la piazza e riprenderci quel “qualcosa da fare” che manca da troppo tempo. Se i locali chiudono, i gruppi non suonano, i valori non vivono, c’è però la voglia di reagire, seppur per una notte. Non farò discorsi politici, non è questo né il luogo né l’intenzione. Rendo l’atmosfera, il sudore e la presenza di tutti quei 30.000 che hanno avuto voglia di vivere Milano.
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I Blame Coco, la IT girl con le HIT

Elena Mariani | 13/5/2011

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Coco Sumner è in assoluto la IT girl del momento.

Dopo anni di droghe, sbevazzate nei locali di L.A, candidi seni esibiti al vento e rehab, finalmente siamo riuscite a sbarazzarci delle vecchie glorie come Mischa Barton (non è ancora finita, non mollare), Cory Kennedy e la peggiore di tutte: Peaches Geldof

Mentre tuo padre, Bob Geldof,cercava di salvare il mondo, per ben due volte di seguito, facendo cantare la stessa canzone strappalacrime, prima alle grandi star mondiali degli anni 80 e poi alle star fasulle degli anni 00, tu cosa facevi Peaches o figlia ingrata?

Aiutavi bambini in Cambogia?

Senza pensare in grande, aiutavi forse tua mamma a pulire casa?

No, non penso proprio.

Sì, Peaches perchè mentre tuo padre dava da mangiare al mondo, tu non mangiavi per diventare magra e famosa, per fare la modella, per drogarti e fingerti esperta di moda alle sfilate.

Questo facevi.

Invece Coco no.

Coco si è impegnata, anche suo padre ha cantato in quel grande inno di pace del 1984, ma lei si è impegnata lo stesso.

Come chi è il padre???

Il padre di Coco Sumner è Mr-sesso tantrico-Sting, ma partiamo dall’inizio.

Eliot Pauline Sumner nasce a Pisa nel 1990 da Sting, rockstar mondiale e Trudie Styler attrice/produttrice cinematografica inglese.

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1990, è la prima volta che mi trovo a scrivere di una giovane promessa più giovane di me.

Noi, nati nel 1989, abbiamo l’abitudine di detestare quelli del 1990, “capirai un anno di differenza” direte voi, invece quell’anno si sente eccome.

In quel solo anno è come se il tempo si fosse dilatato, distorto.

Loro, quelli del ‘90, da subito si sono dimostrati diversi da noi, il linguaggio, la postura, la camminata, le mode, non ci somigliavano più, non eravamo più noi.

Senza contare che Loro, quelli del ‘90, mi picchiavano duro fuori casa.

Ma questa è un’altra storia.

Coco Sumner, meglio conosciuta con il nome di I Blame Coco, sembra invece avere le idee chiare sia in fatto di musica che di stile.

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La leggenda narra che, fin da bambina, Coco preferiva la collezione dei vinili di papino alle bambole, a 4 anni inizia a strimpellare la chitarra, Jimi Hendrix diventa il suo idolo.

A 9 anni si innamora dei Sex Pistols, del punk e delle atmosfere buie e anarchiche degli anni 70.

Timida e riservata, passa l’adolescenza a leggere di musica, a leggere biografie, a documentarsi, perché i figli dei grandi per provare ad essere grandi come i genitori devono studiare, più degli altri.

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A 14 anni la prima band “Coco and the Ladyboys”, che si esibiva in cover di brani punk e ora a soli 20 anni il disco d’esordio “The Constant”, un mix di attitudine punk, atmosfere nebbiose new wave e un’influenza importante come quella dei Kraftwerk a cui dice di essersi ispirata.

Non solo, alla ragazza piace parlare dei big della musica, ma in questo disco non mancano tocchi di genuina giovinezza, di electro pop spensierato, beat alla Duran Duran, accompagnati da questa voce suadente e mascolina che tanto cozza con l’immagine che si ha di solito della pop star giovane e fragile.

Coco non è così: riservata, sotto l’atteggiamento schivo si nasconde una boxeur dai pugni piccoli ma decisi.

Il viso squadrato, gli occhi azzurri e stretti come quelli del padre, i capelli sapientemente spettinati, fanno pensare che questa ragazza sia completamente estranea al mondo della moda.

Ahahah!

Ma non vi ho insegnato niente io?

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Lo stile decisamente boyish-grunge accostato a quel viso acqua sapone crea un binomio irresistibile.

Uno stile androgino, tipicamente british che gioca con shorts, T-shirt da rockstar, calzettoni a coste, camicie dal taglio maschile, cartella per la scuola di pelle e stringate da brava collegiale.

Confessa di non poter fare a meno delle sue stringate Church’s e dei giacconi del celebre marchio britannico Barbour, quello dei giacconi a vento che portavamo da bambini per intenderci.

No. Forse voi, nati nel 1990, no.

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Coco dice di sentirsi a disagio con tacchi e abiti da sera.

A differenza delle passate IT girl non è per niente una party girl, preferisce rimanere in pigiama sotto le coperte leggendo e ascoltando musica.

La sua avversione per i vestiti da sera non le ha impedito di posare per la campagna S/S 2008 di Burberry insieme ad altri figli d’arte, modelli e musicisti di band indie 100% british.

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Che ci stia mentendo?

Può darsi che sotto questa spavalderia da ragazzina rock ci sia un timido bocciolo di rosa?

Purtroppo cara Coco, per colpa di quelli spavaldi come te, nati nel 1990, spesso rimanevo a casa.

Passando le ore inchiodata davanti alla potenza visiva di MTV, ricordo quel magnifico duetto tra Craig David e Sting, fatto per sbrinare la carriera di paparino tuo, dove questo candido ammetteva quanto le sue bambine fossero emozionate a conoscere la popstar Craig David.

Non devi aver paura di ammettere qualche passo falso nelle tua cultura musicale, Craig David era davvero una popstar mondiale, era davvero il Re della “R’n'b Chart” del sabato pomeriggio.

Craig David era quello che, dopo l’esordio del brano “Rewind” remixato in tutti i club inglesi, a 19 anni, si è ritrovato 1° in classifica con quella bomba di “Fill me in“.

Belloccio, romantico, con quella voce calda, ci siamo cascate tutte.

Craig David era davvero l’enfant terrible che tu vorresti essere.

Datti tempo Coco, l’esordio interessante l’hai fatto, le basi ci sono, i contatti pure.

Datti tempo e la prossima volta ricordati: mai mettersi contro una del 1989.

leggi la recensione di “The Constant”

guarda il nuovo “Caesar” feat. Robyn


Be Forest

Benty | 12/5/2011


Foto: headphonesman.net

La quinta edizione dell’Handmade Festival organizzato a Guastalla il primo maggio scorso è stata (senza che ci giriamo tanto attorno) uno strepitoso successo. Di pubblico, date le oltre mille bellissime presenze durante tutta la gloriosa giornata di sole e la serata, e di musica. Al Cleb si è esibita infatti una line-up nutrita, variegata e validissima che ha offerto parecchi momenti di ragguardevole bellezza. Dai set infuocati di Cut e Smart Cops all’electro/hip hop grintoso dei Quackers And Mormons, dallo stile balearico della Casa Del Mirto e degli Welcome Back Sailors, all’indie epico degli ottimi padroni di casa A Classic Education. E poi ancora la sorpresa degli ospiti canadesi Snailhouse, il gran finale di Movie Star Junkies e Death Of Anna Karina. Noi siamo rimasti incantati soprattutto davanti ai Be Forest, trio di ventenni pesaresi di cui già la rete narra meraviglie da qualche mese. D’altronde che il loro primo notevolissimo album Cold esca per quei fighi della WWNBB “vuol dire qualità”, come diceva la reclame quando ancora i Be Forest non erano manco nati. Quindi li abbiamo importunati e abbiamo voluto intervistarli. Tracciamo prima due coordinate musicali per spiegare i motivi che ci hanno fatto spellare le mani quella domenica pomeriggio davanti a questi talentuosi ragazzi marchigiani. Un live sobrio e concentrato ma molto naturale, zero pose e molta sostanza. Musica dai riferimenti chiari e nobilissimi: sezione ritmica tesa ed essenziale, presa di peso dal post punk più scuro (primissimi Cure, Siouxie, e Joy Division) come se ci suonassero le chitarre degli shoegazer di ieri (My Bloody Valentine, Jesus and Mary Chain, Slowdive) e di oggi (XX, Dum Dum Girls). Atmosfere gelide, echi, delay, feedback e riverberi come panna montata, voce femminile delicata e malinconica e ciliegina sulla torta la bellezza che solo una gioventù sonica sul palco.
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Blank Dogs: Collected by Itself 2006/2009 (Captured Tracks)

Letizia Bognanni | 12/5/2011

blankdogsMike Sniper, si sa, non è uno a cui piace starsene a pettinare le bambole. E così, fra un album e l’altro, fra una collaborazione con altri artisti e un impegno con la sua etichetta Captured Tracks, ha trovato anche il tempo per rovistare un po’ in soffitta, dove ha trovato ben 27 canzoni che non erano mai state pubblicate su cd. Le ha ripulite, ma nemmeno tanto, rimasterizzate e infine messe insieme in questa raccolta per irriducibili fan del suo sporco sound. Sì perché non si può certo dire che due ore di Blank Dogs siano due ore dilettevoli, se non si è duri e puri appassionati di synth sbilenchi, voce disturbata e disturbante, produzione lo-lo-lo-lo-fi e rumorismi assortiti. Difficile quindi che questa uscita serva ad ampliare la base degli ascoltatori, ma d’altro canto il successo nazional-popolare non è mai stato una priorità per Sniper, che si è sempre coltivato i suoi duri e puri, quelli che, vero, non sono disturbati anzi deliziati dagli elementi disturbanti di cui sopra, ma che però sono anche attenti abbastanza da capire che i premi riservati a chi non si ferma di fronte a certe asperità sonore sono melodie sorprendentemente pop, e riff e giri di basso da mandare in sollucchero chiunque abbia a cuore i destini della New Wave. Non capita a tutti i musicisti di avere in soffitta così tanta roba da ripulire dopo meno di un lustro di carriera, speriamo solo che l’iperattivismo non gli prosciughi troppo presto la voglia di rinnovarsi e sperimentare, ‘ché le discoteche “off” hanno ancora bisogno di lui.

Il video di Leaving The Light On


Vitaminic è orgogliosa di presentare il tour di Blank Dogs in Italia.
Ecco le date:
18.05.11 – TORINO -SPAZIO 211

19.05.11 – BRESCIA -VINILE 45

20.05.11 – MARINA DI RAVENNA -HANA-BI

21.05.11 – MILANO -CIRCOLO MAGNOLIA

22.05.11 – CARPI -MATTATOYO

I podcast di Vitaminic: La Belle Epop

Federico Pirozzi | 12/5/2011

I Distanti alla radio sono una cosa, dal vivo sono un’altra: sono un fiume in piena tipo, che invece di spazzare via le forme di vita che investe, le ripulisce, la catarsi appunto. I Distanti sono serissimi ragazzi di Forlì che hanno scritto Enciclopedia Popolare della Vita Quotidiana: un disco che parla d’amore senza frignare, pubblicato per una label con “un cuore grande così”. Triste è una realtà discografica italiana che sta provando a portare nelle vostre case dei vinili, per nulla tristi. Questa puntata de La Belle Epop è partita proprio con uno di questi.

distanti-band-liveLa Belle Epop è un tentativo di intrattenimento musicale in onda ogni sabato alle 17.30 sulle frequenza di Città Del Capo – Radio Metropolitana di Bologna. Per intervenire in diretta, mandare dediche o anatemi musicati, l’indirizzo è (diretta[at]radiocittadelcapo.it) diretta (at) radiocittadelcapo (dot) it o (labelleepop[at]gmail.com) labelleepop (at) gmail (dot) com.

Distanti – Illuminismo
Herman Düne – Tell Something I Don’t Know
Gold-Bears – Record Store
Giorgio Tuma – Old Old Kiss
Unknown Mortal Orchestra – Ffunny Ffrends
Minks – Funeral Song
Wild Nothing – Gruesome Castle
Twin Shadow – Shooting Holes
His Clancyness – Sight Prayer
I Cani – Velleità

Scarica la puntata in mp3
oppure ascoltala in streaming

Tra il Texas e la Normandia, tra Melfi e Bucarest

Francesco Locane | 11/5/2011

angeleettony_frAmiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla ventiseiesima puntata della decima stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 22.30 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Tre film e un ospite nel menù di oggi.

Il primo film è l’esordio di Alix Delaporte, e si intitola Angèle et Tony. Ambientato in Normandia, il film racconta dell’incontro tra i due personaggi del titolo: lei è una giovane madre con un passato turbolento, lui un pescatore dal carattere chiuso e burbero. La Delaporte confeziona un film che si risolleva solo nel finale: la nostra Papessa, però, non è d’accordo.

Per il secondo film in scaletta, abbiamo sentito al telefono uno dei padri fondatori della trasmissione, FedeMC, con il quale abbiamo parlato di Machete, di Robert Rodriguez e Ethan Maniquis. Il film, nato da Grindhouse, fallisce per diversi motivi che abbiamo esaminato in onda e sul blog.

Infine abbiamo chiuso con l’esordio al lungometraggio di finzione di Massimo Coppola: Hai paura del buio non ci ha convinto più di tanto. Le intenzioni ci sono, un’idea personale di stile (sebbene troppo reiterata) anche: manca la storia e l’approfondimento dei personaggi. Sarà per la prossima volta.

Bene, è tutto: scriveteci a secondavisione (at) gmail (dot) com e a martedì prossimo!

Electrovenice 2011 – are you going?

Alice Lazzati | 11/5/2011

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Ci sono festival che crescono piano piano, altri che restano adorati da un pubblico di nicchia e poi ci sono quelli che appena nati sono quasi già immensi. L’Electrovenice è proprio uno di questi e fin dalla sua prima edizione del 2010 ha inondato Venezia con i fan della dance più eclettica. E proprio di questa caratteristica il festival si fa alfiere con la sua trasversalità di suoni e il suo desiderio di avvicinare artisti famosissimi alla scena italiana.
Tutto questo nel bellissimo contesto del Parco San Giuliano, dove potrete sfuggire al tedio dei primi giorni estivi ballando su gruppi imperdibili e riposando al verde dell’area.

A coronare questo scenario idilliaco ci pensa un cast impagabile che culminerà nella performance di Fatboy Slim, che porta la sua dance ibrida e incredibilimente amata dal pubblico italiano. Padre tutelare del big beat e creatore di remix storici per Beastie Boys e Underworld, il suo nome rievoca soprattutto i due concerti incredibili sulla spiaggia di Brighton nel 2001 e 2002 dove si radunarono più di 200.000 spettatori. Non possiamo desiderare altro!

A fargli da spalla, ci sarà la genialità imprevedibile del produttore Deadmau5, alias il dj e produttore canadese Joel Zimmerman. Ad arricchire le sue performance ci pensano gli spettacolari visual che sono stati presentati in anteprima al Coachella e che ora invaderanno il palco dell’Electrovenice. Con Deadmau5 arrivano anche i sue mille riconoscimenti, da “Producer of 2007″ (per la rivista BeatMag) agli apprezzamenti di Laurent Garnier e della critica che l’ha definito l’erede dei Daft Punk.

Con Deadmau5 approda anche il giovanissimo dj e remixer Afrojack, che cresce negli ultimi anni sotto l’ala tutrice di David Guetta e ha conquistato il pubblico con pezzi come Math. Freschissimo di Grammy (per il remix di Revolver di Madonna) Afrojack ci porterà la sua esperienza e la sua incredibile freschezza!

Qui a Vitaminic vorremmo già fosse il 18 giugno e non vediamo l’ora di presentarvi gli altri artisti del festival! E voi?

ELECTROVENICE FESTIVAL 2011

Sabato 18 Giugno
Parco San Giuliano – Venezia

FATBOY SLIM
SVEN VÄTH
DEADMAU5 live
AFROJACK
GOOSE live
RESET!
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Kaleidoscope #28

Aurelio Pasini | 10/5/2011

Ed Ball

Tanti, ancora una volta, gli argomenti toccati questa settimana da Kaleidoscope: si parla infatti di Jimi Hendrix (nella doppia veste di musicista e produttore), Syd Barrett, serie televisive di culto, collaborazioni illustri, cover in chiave acustica di classici minori del pop inglese di fine anni ‘60, Mercury Prize e Record Store Day; e, soprattutto, si fa la conoscenza col genio multiforme e artisticamente sregolato di Ed Ball.

The Horrors - I Only Think Of You
Eire Apparent – The Clown
The Jimi Hendrix Experience – Cat Talking To Me
Jonny – Michael Angelo
The Prisoners – A Dream Is Gone
The Times – I Helped Patrick McGoohan Escape
Teenage Filmstars – Kaleidoscope
Television Personalities – I Know Where Syd Barrett Lives
Syd Barrett – Opel

Kaleidoscope va in onda tutti i martedì intorno alle 23.40 su Città del Capo – Radio Metropolitana. Per contatti, suggerimenti, richieste e critiche: leccarospi@gmail.com.

Ascolta il podcast in streaming

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Gazebo Penguins: Legna (To Lose La Track)

Alex Grotto | 10/5/2011

gazebi Io sono uno di quelli che ci rimane male di brutto quando parlando di calcio la gente se ne esce con perifrasi del tipo “Benetti era uno che faceva legna e basta” oppure “Con quei piedi lì al massimo puoi fare il taglialegna”, lasciando intendere un certo disprezzo o, se non altro, una carenza di ammirazione. Io invece quella gente lì, coi mattoni al posto dei piedi e una maledizione infame che impedisce loro di fare passaggi giusti oltre i dieci metri, l’ho sempre ammirata. E i Taglialegna, quelli che indossavano le camicie a quadri prima che diventassero la Stella di Davide del saperla lunga sugli hipsterismi al circolo ARCI, fanno una vita mica male ora che sono stati inventati il nastro trasportatore a ciclo continuo e i muletti diesel: non a caso Legna dei Gazebo Penguins (che esce l’11 Maggio come free download) è il modello top di gamma dei muletti diesel da segheria, perchè nel suo piccolo trasporta una quantità immane di volume e insolenza da fare spavento. Il secondo disco del trio emiliano-romagnolo, di cui mi va di ricordare anche la bella partecipazione al progetto Altri Giardini con un’ottima cover da indice puntato e culo sudato di Dividing Opinions, va ad aggiungersi al benessere incontrastato della Scena in questa annata, roba che ci sarebbe da raccogliere le firme fuori dalla stazione o da fare sacrifici umani per far sì che sia così ogni anno. E ci voleva proprio un disco così per riproporre i recenti fasti di Sfortuna dei FBYC (Jacopo Lietti, che col legno vive in simbiosi, è giustamente ospite in “Senza di te” e artefice dell’artwork del disco) in ambito di screamo-anzi-no-urlo, con testi e titoli di una genialità disarmante nella loro semplicità, come le belle cose di campagna. Un approccio quasi rurale e di fatica nel mettere insieme otto pezzi, otto legnate, otto calci nel culo come quelli che ti dava la nonna per insegnarti le cose e che ti facevano salire il rancore per dei giorni, su cui spiccano Dettato e Troppo Facile, pezzi che te li senti addosso come le vesciche dopo aver usato la vanga perchè questo è il miglior disco operaio e cassaintegrato e sognatore e invincibile e romantico che sia uscito in Italia in questo primo semestre, fatto scalciando e lottando dal basso senza bisogno di scimmiottare la pomposità e i pensieri di presunti modelli di cultura dell’INDIEITALIANO (maiuscolo e tutto attaccato perchè così è meno appagante da leggere e da immaginare): cosa che si dovrebbe apprezzare all’infinito e che in Legna è pezzo forte, sintomo di un invidiabile sincerità che arrichisce tutto il lato creativo del fare musica in questo modo; conseguentemente l’Igloo Audio Factory, dove il disco è stato registrato sotto la supervisione di Francesco Burro Donadello (GDM, Massimo Volume) e per la maggior parte direttamente live come fanno i veri uomini di sudore, si candida a diventare sede del sindacato dei fabbri, taglialegna, mazzuolatori e gente che semplicemente ci crede un casino: il classico lavoro che al telegiornale dicono che nessuno ha più voglia di fare. Ma quando mai. Essi, i Gazebo Penguins e la Scena, vivono.

Deerhunter @ Locomotiv, Bologna (07/04/2011)

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I concerti che diventano belli non sono tantissimi. A me personalmente torna in testa la prima volta che ho visto gli Unsane dal vivo, la gente che si guardava intorno e lo sconforto che serpeggiava per tre o quattro pezzi. E il gruppo che s’era scaldato e iniziava a macinare e la musica che diventava un trattore e la gente sotto a urlare e stare bene, e la band sul palco che non riusciva a smettere di incrementare la potenza del suono e la ferocia dell’esecuzioni fino a fare finire il concerto in un bagno di violenza. Una volta la musica funzionava anche così: poteva capitare un inizio incerto. Oggigiorno il pop è più freddo, o forse i gruppi hanno giocato troppo al rialzo. Un concerto tende ad essere più che altro un’esperienza completa e/o un’economia d’insieme in cui tutto ha il suo peso e i passaggi poco interessanti uccidono l’attenzione. I Deerhunter arrivano al Locomotiv con alle spalle anni di aspettative e la certezza di essere sempre più lanciati verso il pantheon dei gruppi i cui dischi –nel bene o nel male- stanno definendo il pop colto della nostra epoca. Il locale è già gremito (più fotocamere che paganti), la gente chiacchiera e si rilassa e quando la band inizia sembra –semplicemente- troppo presto. Per uno che vive a cento chilometri dal locale non è una cattiva notizia. Il set parte con un pezzo confuso e sfilacciato, problemi al suono che sembrano evidenti e un’attitudine stile cover band di liceali alla prima data. Per certi versi è comico. La gente applaude e continua ad ammassarsi. Dentro al locale fa già caldissimo. La band ringrazia e attacca una Desire Lines che somiglia a quella che sta su Halcyon Digest ma senza quell’equilibrio magico. Mi prendo malissimo e inizio a pensare a un bluff di studio spinto a viva forza da gente non abituata a vedersi gruppi che san suonare. Inizio a maledire me stesso per aver riposto le aspettative in una band sbagliata, trovo giustificazioni seduta stante (è caldo, magari il suono non s’infila, etc), cado nello sconforto, inizio a pensare di uscire dalla sala e farmi una birra cinese. E poi il gruppo si infila nella coda che chiude il pezzo e semplicemente ESPLODE. Tutto quello che succede dopo è confuso: la band macina un pezzo dopo l’altro, il locale diventa un forno, devo uscire per respirare, torno dentro, esco ancora dopo un po’, rientro. La band spacca sempre. A mezzanotte è tutto finito. La gente esce di corsa a prendere una boccata d’aria. Hanno tutti la maglietta zuppa e il sorriso stampato. La foto, indovina un po’, è di Elena. Altre sue foto sono qui.

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