Howe Gelb & A Band Of Gypsies – Alegrias (Fire Records)

Marco Delsoldato | 19/5/2011

gelbUn discorso, per tre quarti, di rilettura di alcuni classici gelbiani ed un qualche capitolo inedito realizzato, in partenza, per un pubblico spagnoleggiante. Essendo andato (molto) bene, il prodotto è stato rivolto al mercato internazionale, senza nulla cambiare in forma e sostanza. In breve, Howe si fa accompagnare dal noto Raimundo Amador, specialista del flamenco in virtuosità di chitarra,  e dalla Band Of Gypsies di Siviglia. Il risultato è Alegrias, album piacevolissimo e curato nei minimi dettagli, seppur non propriamente necessario per chi del Gelb on fire riesce a rinunciare a qualcosa.  Una miscela latina di alt-country, folk e deserto, come se mettessimo l’Arizona al posto delle Asturie. Così si inquadra un divertissement un pò per tutti e un pò per nessuno. Seguaci Giant Sand esclusi, si intende.

Il sito Fire Records su Howe Gelb

Guarda il video di Uneven Light Of Day

Lava Lava Love – In the Aeroplane Over the Sea

Francesco Farabegoli | 19/5/2011

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Non riusciremmo a dire quale disco indie-rock degli anni novanta abbia definito maggiormente l’epoca in cui è uscito (Nevermind, Crooked Rain, At Action Park, Repeater, Spiderland etc). Siamo sicuri invece quale sia il disco indie degli anni novanta che ha maggiormente definito il decennio successivo: si chiama In the Aeroplane Over the Sea ed è il secondo album di una band chiamata Neutral Milk Hotel. È stato fatto uscire da Merge nel ’98 ed ha rosicato nel corso di anni il consenso che si riconosce ad un gruppo di capiscuola. La canzone che dà il titolo all’album diventata nel frattempo una delle principali materie di studio del pop acustico adolescenziale e sguaiato: la Canzone del sole dell’indiepop, grossomodo, coverizzata a botte di migliaia nelle camerette degli indie-adolescenti di tutto il mondo –e da lì sul tubo e nelle case di chiunque ne abbia voglia. Quella che state per ascoltare è la versione “truccata” dei Lava Lava Love: effetti vocali, effetti sonori, approccio più rock e meno orchestrale. È la bonus track del loro primo EP. Non l’abbiamo recensito, ma se l’avessimo fatto avremmo scritto qualcosa tipo “gradevole esercizio pop-rock molto simile ad un ragionevole incrocio tra i gruppi da cui LLL provengono”, che diamo per scontato sappiate quali sono. Buon ascolto.

Bang, bang! Shoot, shoot!

Francesco Locane | 18/5/2011

redAmiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla ventisettesima puntata della decima stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 22.30 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Formula classica: due film (tutti botti&sparatorie&corse) e un trailer.

Il primo film di cui vi abbiamo parlato è RED, di Robert Schwentke, con Bruce Willis, John Malcovich, Helen Mirren e Morgan Freeman. Il titolo sta per Retired Extremely Dangerous e in effetti il film parla di una serie di “pensionati” dei servizi segreti che si trovano ad affrontare un intricato rigurgito legato a una strage perpetrata nel 1981. Ritmo serrato, attori decisamente in parte, sequenze più che divertenti, una spruzzatina di commedia qua e là, la colonna sonora giusta (con i nostri Calibro35!): ma che volete di più? Andatelo a vedere.

Il trailer che vi abbiamo insufflato è relativo al “primo dance movie italiano”: Balla con noi. Roba da rimanerci secchi.

Infine, il secondo e ultimo film della puntata è l’ennesimo capitolo della saga di Fast&Furious, intitolato Fast &Furious 5, diretto da Justin Lin, con Vin Diesel e gli altri guaglioni della serie. Secondo il nostro FedeMC, che ne ha scritto sul blog, questo è il migliore dei film F&F: la redazione del programma, però, è divisa tra un giudizio complessivamente positivo e una bocciatura, salvo le sequenze d’azione. Dibattito!

Bene, è tutto: scriveteci a secondavisione (at) gmail (dot) com e a martedì prossimo!

Daft Punk – Derezzed (The Glitch Mob Remix)

Francesco Farabegoli | 18/5/2011

Quando uscirono le prime voci in merito ad un sequel di Tron in 3D con la colonna sonora interamente curata dai Daft Punk c’era sembrato la cosa più teorica e avventurosa della storia del cinema ad altissimo budget. L’uscita del leak della colonna sonora e del film nei cinema ha rivelato che l’una e l’altro erano nel migliore dei casi un lavoretto diligente e nel peggiore una colossale perdita di tempo e soldi. In una dimensione alternativa in cui tutto fosse suonato come doveva, probabilmente la colonna sonora di Tron avrebbe suonato tutta come il Glitch Mob Rx di Derezzed, che apre la versione R3CONF1GUR3D del disco: suoni gommosi-tondi di presa immediata e indicibile botta, immagini di motociclette laser che ti scorrono in testa incasinando il cervello, il gruppo con le tette più grosse della storia all’apice della sua cafonaggine, un potenziale massacro per le piste.

Daft Punk – Derezzed (The Glitch Mob Remix) by The Glitch Mob

Kaleidoscope #29

Aurelio Pasini | 17/5/2011

Mick Farren

Un grande ritorno per tutti gli ascoltatori di vecchia data di Kaleidoscope: una puntata monografica! Nello specifico, questa settimana si parla di Mick Farren, seguendone il percorso artistico dagli anni ‘60 dei Deviants e dei fasti dello UFO Club fino all’inizio del nuovo millennio. Un omaggio che ci sembrava quantomeno doveroso per un personaggio larger than life, che confidiamo sarà gradito tanto ai neofiti quanto a chi già ne conosce le gesta. In entrambi i casi, l’invito è al solito quello di farci sapere cosa ne pensate scrivendoci a leccarospi@gmail.com.

The Social Deviants – Nothing Man
The Deviants – Garbage
The Deviants – Let’s Loot The Supermarket
The Deviants – The People Suite
Mick Farren – Mona (The Whole Trip)
Mick Farren – Play With Fire
Mick Farren – Lost Johnny
Mick Farren – It’s Alright Ma (I’m Only Bleeding)
The Deviants – Child Of The Sky

Kaleidoscope va in onda tutti i martedì intorno alle 23.40 su Città del Capo – Radio Metropolitana.

Ascolta il podcast in streaming

oppure scaricalo.

Aidan Moffat & Bill Wells – Everything’s Getting Older (Chemikal Underground)

Marco Delsoldato | 17/5/2011

moffatLa sommatoria, evidente anche per i ripetenti in matematica, è l’attitudine moffatiana (classicamente Arab Strap) aggiunta alla visione fra jazz e tradizione pseudo orchestrale di Bill Wells. Questo è il fatto. Poi ci sono le impressioni, a tratti miracolose per chi, in Aidan, ha sempre creduto. Come perfetto compagno di birre. Ma anche come ballerino. O, se volete, becchino per anime fortunate. Allora se il termine post folk sarebbe comodo per spiegare ciò che di puro post folk ha qualcosa (ma non tutto), più chiaro sembrerebbe evidenziare l’ispirazione autorale e la scelta di arrangiamenti classici, eleganti e doverosamente sporchi. Con tanto pianoforte e fiati in ingresso, melodie in approccio pop e narrativa da tarda notte, in un pub,  per la pinta della staffa. Un retaggio (che definirei filosofico, ma poi mi scazzerebbero per eccesso d’amore) un pò malinconico e decandente nei rintocchi, eppure eccitante nella proposta di un futuro arabstrappismo ancora viscerale. Nell’impatto emotivo. E per stare bene. Ma davvero tanto.Anche quando si piange, perchè The Sadness In Your Life Will Slowly Fade.

Guarda il video di The Copper Top

Guarda il video di (If You) Keep Me In Your Heart

Encode: Core (Ghost Records, Venus Distribuzioni)

Francesco Mari | 17/5/2011

codeBuone notizie dalla nostrana Terra dei Laghi. Dopo tanto tribolare (ben 8 anni, tra cambi di formazione e, uno si immagina, qualche ripensamento di “struttura”) finalmente è uscita, sempre via benemerita Ghost, la seconda prova sulla lunga distanza degli Encode. Tutto bene? Insomma. Cominciamo col dire che otto anni sono un botto di tempo. Non vogliamo farci i fatti dei nostri amici varesotti ma nemmeno gli Stone Roses ci misero otto anni per un secondo disco ed il rischio di produrre un disco “difficoltoso” e “fuori tempo massimo”, a questo punto, è altissimo. Non è colpa di nessuno (tanto meno mia…) ma, dal 2003, quasi tutto è cambiato intorno a noi. Pensare che abbiamo ricacciato fuori i Cardigans (il maglione, ovviamente). Peccato perchè, nello specifico, Core è un prodotto onesto (nel senso che si percepisce la passione e la voglia di combattere con le unghie e con i denti). Il pubblico di riferimento è quel coacervo di amanti del suono disordinato e impasticciato che tanto fece colpo nella seconda metà degli anni ‘90. Vi mancava tutto ciò? Bene, perchè gli Encode il loro sporco lavoro lo fanno molto bene. Una grande cura calligrafica. Una marea di sguardi alle scarpe. La (in realtà, rara e scostante) sensazione di eccessiva cerebralità nella scrittura dei pezzi. I nomi di riferimento metteteceli voi: i Pavement (Six Days), i tardi Sonic Youth, i Radiohead più narcolettici (The Flag), i June of 44 (Reckoning) e, in extremis addirittura, i vacui Boss Hogg (Ausfahrt). Insomma, gli inutili e dannosi anni ‘90 in tutto il loro splendore. Come salta immediatamente agli occhi e come volevasi dimostrare, si tratta per lo più di roba completamente fuori dalle orbite del gusto contemporaneo. Anche per questo il massimo rispetto va dato ad una band che, senza fare il “botto”, conferma doti innegabili e coraggio. Il problema è che, di questi tempi, avere coraggio non è una qualità molto apprezzata.

In bocca al lupo.

MySpace del gruppo.

Tipo una serie televisiva con Jack White

simone rossi | 17/5/2011

so' finiti i tempi cupi

Forse sapete che il nuovo film di Tarantino sarà uno spaghetti western con Will Smith. Ecco, facciamo finta che il film sia uscito. Poi facciamo finta che sia un film italiano, tipo Romanzo Criminale. Adesso facciamone una serie televisiva. Ma bella, eh, tipo la serie di Romanzo Criminale. Ecco, questo disco sembra la colonna sonora della serie televisiva tratta dal prossimo film western di Tarantino, con Norah Jones al posto di Nancy Sinatra e Jack White che invece di cantare Girl, you’ll be a woman soon se ne sta lì come una rosa col collo spezzato e il treno non arriva mai.
Ci hanno messo cinque anni a farlo, esce la settimana prossima, c’è già lo streaming, si chiama Rome, l’hanno registrato nella capitale con i poster di Morricone in saletta e i musicisti dell’epoca, però nel ventunesimo secolo, nell’arco di cinque anni, con calma, facendo altro, due teste del ventunesimo secolo: Daniele Luppi e Danger Mouse.
Daniele Luppi vive da tempo negli Stati Uniti – ho letto da qualche parte che è di origini cesenati, ma non sono sicuro – e di mestiere scrive musica per i film, fa gli arrangiamenti dei dischi, dirige le orchestre: da piccolo, racconta Daniele, era la fine degli anni ‘70, in televisione c’erano solo due canali e davano lo stesso film di Sergio Leone cinque volte all’anno. Quando non sparavano, quando non parlavano, quando partiva la musica dicevo ai miei genitori State un attimo zitti e premevo Rec sul mangiacassette che mi aveva regalato mio zio, registravo le musiche dalla televisione, Morricone, le cose di Rota e Piovani per Fellini, Bacalov, poi andavo in camera e me le tiravo giù con la fisarmonica. Le note erano sempre facili, bastava fischiare, per gli accordi mi ci voleva un po’ di più, ma alla fine ne venivo fuori. Poi il tempo è un signore galante e trent’anni dopo è il 2004 e Daniele ha i baffi e vive a Los Angeles e scrive quel tipo di musica lì, però nel ventunesimo secolo, a Los Angeles, coi baffi.
Danger Mouse, Topo Pericolo, sembra un fumetto, all’angrafe fa Brian Burton e nel 2004 diventa famoso perché prende le musiche del White Album dei Beatles e le parti rappate del Black Album di Jay-Z, le mescola nel computer e fa il Grey Album, bum, salto di paradigma. Io ho sempre pensato che sarebbe stato più divertente con il Black Album dei Metallica, ma che ci vuoi fare, Brian andava in giro fino all’altro ieri con i pantaloni bracaloni e il cappello al contrario, i Metallica, figurarsi.
I giornali bisognerà pur venderli anche ai giovani e nel 2004 il New York Times chiede al giovane talento Danger Mouse un elenco dei dischi che sta ascoltando più spesso ultimamente. Brian chiama sua madre e le dice Mamma, domani compra il giornale, poi accende l’iPod e scorre i pezzi che ha ascoltato più spesso e scrive l’elenco e dentro ci mette An Italian Story, un disco di Daniele Luppi di quell’anno lì. Non ci vuole Tarantino per capire che agli americani Morricone piace parecchio, poi Topo Pericolo ha fatto il DAMS cinema a Los Angeles e la Trilogia del Dollaro la sa a memoria, Daniele Luppi è uno che legge il Times, insomma, stima reciproca, pacche sulle spalle, feste, cose, gente, Daniele Luppi e Danger Mouse diventano super amici e si fanno dei gran giri in macchina e Daniele scrive gli arrangiamenti del disco dei Gnars Barkley (un’altra cosa famosa che ha fatto Danger Mouse) e ogni volta fare la musica insieme è uno spasso e ogni volta è un dirsi Eh, dovremmo proprio fare qualcosa di nostro, un giorno, io e te.
Sette anni dopo esiste un disco, questo disco, si chiama Rome ed è venuto come doveva venire: sembra la colonna sonora di una serie che non esiste tratta da un film western che non esiste. Ma bella, eh. Con Norah Jones che è tanto carina e Jack White che è tanto Jack White.
La storiella divertente da raccontare su Jack White a Roma è che Jack White non aveva mai scritto testi per le musiche di altra gente. Quando il Topo gli ha dato il disco con le basi, Jack White ha preso la macchina e si è fatto dei gran giri con le basi di Rome a volume molto alto e ci cantava sopra a caso, le note erano sempre facili, bastava urlare. Per decidere se una strofa andava bene Jack White guardava il contachilometri: se stava andando veloce, andava bene. Ah, e poi Norah Jones si è fatta la frangia.

Rome esce nei negozi il 17 maggio. Quella lassù è la copertina. Clash li ha intervistati un po’ tutti. Ho evitato di fare battute su Roma e il terremoto. Ho evitato di fare battute sulla faccia di Jack White in quella foto.

UPDATE: Ho visto adesso che hanno fatto un coso 3D tipo gli Arcade Fire.

Lady Gaga – Judas

Francesco Farabegoli | 17/5/2011

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Stiamo parlando di una professionista del cambiare aspetto, quindi non è affatto paradossale che a un certo punto –non necessariamente nel passato recente, e non necessariamente per tutti nello stesso tempo- siamo riusciti ad identificarla come una di noi. Lady Gaga in questo senso è la cosa più lontana possibile da Mad*nna: quest’ultima è stata probabilmente l’espressione popolare più di larga scala dell’epoca in cui nel pop trionfava il riciclaggio, e quindi è sempre stata altro, a prescindere da tutto; Gaga, o chi per lei, smonta pezzi a caso del pop e li rimette insieme in aggregati di tre/quattro minuti il cui principale pregio è quello di non avere identità (il che ci porta più dalle parti del, boh, riutilizzo). A un certo punto diventa roba squisitamente nostra.

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Dj Shadow – I Gotta Rokk

Francesco Farabegoli | 16/5/2011

Nel 1996 una label inglese di nome Mo’ Wax, da qualche tempo segnalata come una sorta di next big thing del pop colto, faceva uscire un disco intitolato Endtroducing. Era il primo album lungo di un dj di San Francisco, tale Josh Davis, che per nome d’arte aveva scelto Dj Shadow. Le note personali lo dipingevano come una specie di matto che non usciva mai di casa, ascoltava musica a caso da mattina a sera per collezionare dei break e poco altro. La musica contenuta all’interno del disco sembrava uscire dallo stereo come una specie di gavettone di realtà. Endtroducing diventò un classico immediato, lanciando il suo autore nell’olimpo dei dj/produttori più rispettati di sempre.

Molti artisti non riescono a rimanere in piedi dopo lo shock causato dal loro capolavoro. Dj Shadow ha continuato a suonare ed incidere musica, ha fatto tour dal vivo, ha prodotto documentari, realizzato video esaltanti, collaborato a gruppi di grande fattura e messo in piedi un’immagine da purista della vecchia scuola dell’hip hop che in qualche modo, sposandosi alla sua musica, l’ha ridefinita. Per quasi tutti è rimasto l’autore di Endtroducing. La sua stessa sfuggevolezza è diventata una specie di barzelletta, alimentata da dischi che non sono mai brutti ma non hanno -e non possono avere- quella complessità da outsider che aveva quel disco del ‘96. Il nuovo disco di Dj Shadow uscirà a breve: è facile prevedere che non potrà mai scalfire quel ricordo, ma dietro l’amara confessione di un titolo come I Gotta Rokk (il primo brano pubblicato) sembra esserci ben più che il triste epilogo della carriera di un ex-grande pronto alla pensione.

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