Dopo una settimana di pausa dovuta a questioni tecniche, Kaleidoscope ritorna con una puntata interamente dedicata alla psichedelia statunitense di ieri e di oggi.
Un percorso che, evitando di trattare i soliti noti, ha tra i suoi protagonisti Sam The Sham e il suo turbante, i Mercury Rev freschi reduci da un passaggio in Italia, uno dei nomi più interessanti dell’attuale scena di San Francisco e i Black Angels alle prese con una cover dei Black Mountain.
La scaletta, nel dettaglio:
Sam The Sham And The Pharaohs – Li’l Red Riding Hood
Eleventh Dream Day – It’s Not My World
Mercury Rev – The Funny Bird / Tonite It Shows (Peel Session)
The Black Angels – No Satisfaction
The Fresh & Onlys – Tropical Island Suite
Bardo Pond – Wayne’s Tune
La vita è semplice, caro Francesco. Regola numero uno: non ti fare troppe domande. Segui il tuo istinto. Bene, lo faccio. Recensisco questo nuovo LP dei Bearsuit e non la faccio troppo lunga. Con cosa si comincia? Con i soldi. I soldi sono tutto nella vita. “Seguite i soldi” diceva Gola Profonda in Tutti gli Uomini del Presidente. Facciamolo allora. Questi cinque adorabili geni provenienti dalla suburbia buzzurra del Norfolk devono essere in bolletta pesante. Ovunque si vagoli in Rete non troverete altro che richieste di fund raising (che nemmeno alle primarie repubblicane…). Hanno chiesto i soldi per andare al SXWS (a quanto pare, missione compiuta). Li chiedono ora per continuare la loro traballante ed onesta carriera. Insomma, qui non vi si sta chiedendo semplicemente di ascoltare il pezzo su su Myspace e scaricare il singolino (o tutto il disco, se volete). Qui si aspira ai vostri risparmi. Prego i nostri più pignoli followers di non fare paragoni ineleganti con gli Ex-Otago (a proposito, ve lo ripeto carinamente, se non mi arriva la maglietta comincio a sparare per strada…). Con questi Bearsuit infatti stiamo al limite dell’assegno di mantenimento. In questo fanno il paio con quegli altri “senza tetto” dei Let’s Wrestle che stavano per finire nel salotto di casa mia la notte del loro concerto a Montreal (”qualcuno di voi avrebbe una stanza libera a casa sua? noi non sapremmo dove andare a dormire…”). Se li aggiudicò un poveraccio vicino a me (il “rischio” era peraltro altissimo: al concerto eravamo in sei…). Ma stiamo divagando. Parliamo del disco: Phantom Forest merita la sufficienza piena. Un buon prodotto indie di maniera che ha come riferimento essenziale, per capirsi, gli Architecture in Helsinky (ma meno gioiosi, più “in bolletta”). Il solito disordine organizzato (loro marchio di fabbrica) da cui emergono peraltro almeno tre “pezzi” di ottimo spessore (When Will I Be Queen?, Please Don’ Take Him Back e A Train Wreck). Il resto è tastierine Casio, qualche riferimento Art (lo dicono tutti, io sinceramente non so cosa significhi…) e femmine impegnate in “urletti” o “controcanti” celestiali (che a me piacciono così tanto…).
Bravi. Ma ora è tempo di non dimenticare l’assunto di partenza: Follow the Money. Seguite i soldi. Date Loro i vostri soldi (comprate il disco, andate ai loro concerti, fate come vi pare…). Perché? Ma perché se lo meritano. E perché, diciamocelo chiaramente, abbiamo buttato i nostri risparmi in indecenze molto peggiori.
Come dicevano Paola& Chiara, nel loro intramontabile tormentone estivo: “Festival sei tu la mia felicità, la mia notte maggica”, questi grandi raduni rendono indimenticabili le nostre giornate e in estate, si sa, è tempo di festival.
Il Coachella ha aperto le danze ad aprile, poi il nostrano piccolo e fresco Handmade questo primo maggio, più avanti il Benicàssim, il Sonar, il Glastonbury Festival e tanti altri ancora.
Questa settimana si vola a Barcellona, è tempo del Primavera Sound Festival!
I fortunatissimi che andranno (a cui rivolgo un calorosissimo saluto anzi, portatemi dei souvenir) si godranno concerti di Animal Collective, Ariel Pink’s Hunted Graffiti, PJ Harvey, Caribou, John Cale, i nostri A Classic Education e tantissimi altri. — Continua a leggere
“Credo che forse l’idea di fondo è… che viviamo in un’epoca in cui l’arte è stata ridotta al vuoto assoluto, e penso che invitando a parlare alcuni degli artisti più dinamici di questa epoca, e di ogni epoca, possiamo contribuire a rivitalizzare la missione dell’arte, che è quella di trasformare la cultura. Che ne pensi?” “Non saprei”.
Non ho davvero idea di quante interviste a Ian MacKaye ho letto o visto, con i giornalisti più o meno improvvisati che gli fanno sempre e solo quelle domande: ogni volta mi stupisco di quanto tutto quello che esce dalla sua bocca sia giusto e corretto e basilare. Sul blog di Vice, in ogni caso, c’è un documento d’archivio che contiene la trascrizione di una chiacchierata tra Ian Svenonius e l’ex Fugazi/Minor Threat. È datata all’incirca 2006: Dischord ha compiuto 25 anni “lo scorso dicembre”, gli Evens “stanno per pubblicare un altro disco” e via di queste. La prima canzone di Get Evens si chiamava Cut from the Cloth, e i due dischi degli Evens sono bellissimi.
Efrim fa un giro da solo. O, quantomeno, scatta in avanti. Perchè se Plays “High Gospel” è, in effetti, il suo primo album solista, per alcuni tratti il miglior ricciolo Constellation sfrutta alcune delle consuete collaborazioni, dal violino di Jessica Moss alle intrusioni di Thierry Amar e David Payant. Ma, roba più importante, oltre a rendere un personale omaggio alla città di Montreal, il legame con l’altro si concretizza nel ricordo quasi religioso di Vic Chensutt ed in quello della cagnona Emma, fedele compagnia dei Silver Mt Zion e di chi, per registrare, passava all’Hotel2Tango. Quindi Efrim fa un giro da solo, eppure dentro porta tanta roba, fra pause, rarefazioni e singhiozzi. Poi si va ad ascoltare e le derive corali di autoralità avant (Our Lady Of Parc Extension And Her Munificent Sorrows) non spiazzano chi, del Menuck- protagonista o collaboratore che sia-, ha seguito la storia. Il problema, per lui (e, per inerzia, nostro) sarebbe quello di fermarsi, rinunciando agli scarti di un’elettronica claustrofobica in A 12-pt. program For Keep On Keepin’ On, all’approccio cosmico(Heaven’s Engine Is A Dusty Ol’ Bellows, ancor di più Chickadees’ Roar Pt. 2) e alla sofferenza strumentale di una chitarra lancinante espressa da August Four, Year-Of-Our-Lord Blues. Ecco, ad essere impossibile è la rinuncia ad una semplice canzone piano-voce ai confini con la perfezione (Heavy Calls & Hospital Blues) o alla preghiera ultima per un’amico (Kaddish For Chesnutt). Ricordo di un non abbandono, da comprendere nella catarsi conclusiva di I Am No Longer A Motherless Child, sorta di inno-confessione. Necessario per Efrim. E, alla fine della fiera, un po’ per tutti noi.
Quando uscì Jupiter avevo quattordici anni, l’anca spezzata per un incidente col motorino, una ragazzina che mi piaceva, le parolacce che uscivano da disegnini osceni fatti dai miei due amici sul gesso, mia madre che litigava coi medici nel corridoio e un numero di Rock Sound con lo specialone sulla scena bostoniana. A me fregava solo dei Derozer e l’avevo comprato perchè insieme ti regalavano una compilation supermaffa con i brufoli e i testi della scena punk italiana, ma dentro a sta compilation c’erano pure dei pezzi di gente pompata dall’hype del momento, un mischione a buffo insomma. Un po’ come se nell’ultimo video di Beyoncè uscisse Andrew W.K col cappello da cowboy in sella ad un rinoceronte blu, nonsense più totale, ma evidentemente una scelta redattoriale che pagava. Ad un certo punto parte Big Riff e non ci ho capito nulla. C’erano le urla anni ‘90, c’era il disagione, c’era persino la melodia ma non effeminata come quella degli AFI e soprattutto c’era un piglio compositivo che sembrava uscito direttamente dai festival drogati degli anni ‘60, rutti di Iron Butterfly e cose così. Naturalmente non usai il termine “piglio compositivo” per spiegare sto disco a uno dei miei due amici, cioè non me ne fregava nulla, è che dovevo tracciare una linea di demarcazione tra le sue aspettative di roba pesta ignorante e la realtà dei fatti che era roba pesta però da signori: non ci capì nulla nemmeno lui, non lo biasimo, non ci capì nulla nessuno su Jupiter all’epoca. Si sapeva solo che era un disco della Madonna e questo bastava e avanzava a tutti.
Quando uscì Antenna di anni ne avevo diciassette, una ragazza che mi odiava e mi fumavo le cannine ascoltando i King Crimson insieme ai miei due amici. Lo comprai subito, ordinato dal Negative insieme alle magliette in ethernit da quattro soldi e le borchie da attaccare allo zaino: a sto giro avevo studiato i retroscena, ero pronto a scoprire tutte le influenze psichedlico-cascione che i bostoniani mi avrebbero sfoggiato alternandole a chissà quali badilate sulla nuca di volume. La realtà è che Antenna era un manifesto indecoroso per emo-perdenti con i capelli piastrati, una specie di spin-off troppo precoce di un qualcosa che avrebbe fatto il botto più avanti ma sempre orribile -un po’ come Baywatch Nights, praticamente X-Files Vs Dylan Dog con i personaggi di Baywatch- e la cosa mi uccise dentro. Qui finisce la mia conoscenza dei Cave In, evitati come la peste, come il tizio “strano in quel senso” che ti vergogni anche solo a salutare, con cui hai parlato per anni ma poi succede quel qualcosa che te lo fa ridurre a “conoscente di vista, credo” quando ne parli con gli altri. Qualche EP sparso, due side project separati, una reunion. Ora è uscito White Silence, la ragazza non ce l’ho, però ho una barba che cresce proporzionalmente alla mia agorafobia e si concilia bene col senso di fondo di questo nuovo disco: il mischione. Lo stesso nonsense di quella stupenda compila di Rock Sound, solo che ora è su un disco vero, una chiazza di avanzi hardcore, ballatone ammiccanti, qualche riferimento alla psichedelia dei tempi andati, accompagnati da una colata informe di fuzz settati a caso e urla che fanno stare da Dio. Alcuni pezzi (Vicious Circles er esempio) sono recuperati da vecchie scalette dei live e trovano spazio ora su un disco vero dopo anni rivelando che in fondo l’ispirazione c’è sempre stata, mancava forse il pubblico giusto o i tempi più maturi. Premesso che probabilmente lo ascolterò giusto un paio di settimane, per divertirmi, per non cascarci ancora e poi rimanere scottato quando il prossimo loro disco suonerà tipo wonky o altre amenità, è sicuramente un discomadonna ad interim.
La Belle Epop è un tentativo di intrattenimento musicale in onda ogni sabato alle 17.30 su Città Del Capo – Radio Metropolitana da Bologna. Per intervenire in diretta, mandare dediche o anatemi musicali, l’indirizzo è (diretta[at]radiocittadelcapo.it) diretta (at) radiocittadelcapo (dot) it o (labelleepop[at]gmail.com) labelleepop (at) gmail (dot) com.
Eddie Vedder – Sleepless Nights
Idiot Glee – Let’s Get Down Together
Thee Oh Sees – Stinking Cloud
The Crookes – Just Like Dreamers
Arnoux – Palia Udvar
Crystal Stilts – Silver Sun
[in diretta con Cat dal Salone del Libro per la rubrica "Le Letture Della Domenica"]
The Wave Pictures – Little Surprise
Crash Of Rhinos – Stiltwalker
Sonny And The Sunsets – She Plays YoYo With My Mind
Come fa a non predisporti bene una band che scrive pensavo fosse amore ed invece era pura odontoiatria? Il colpo di fulmine con L’Orso è scattato con questa frase: una sciocchezza, forse, ma efficace. Il richiamo a storie adolescenziali è esplicito già nel titolo dell’ep – L’adolescente – che riassume e tiene insieme le micro realtà di una quotidianità a tratti tenera, comunque non troppo distante dall’esperienza di una certa gioventù. C’è un filo che li lega a I Cani, anche se in questo caso si tratta di racconti in prima persona e di sonorità totalmente diverse. A tratti, sembra pure di sentire Vasco Brondi dopo una cura di prozac (o Dente che riarrangia i brani del suddetto), dal momento che tutto l’ep è pieno di espressioni come le fermate del tram che ci assalgono (e simili) che sembrano essere figlie dirette della scrittura brondiana. Possiamo parlare di un genere lo-fi come scelta di stile più che necessità, una declinazione milanese del tweepop scandinavo: ukulele, glockenspiel, chitarre ma anche qualche altra cosa che incuriosisce sulle possibilità future (prossime?) de L’Orso. Probabilmente, la distanza – anagrafica, geografica e ideologica – da quelle storie fa sì che mi restino in superficie; eppure è un ep che piace e che ho già dirottato a qualcuno: non fosse altro che per quella nuvola sul passato da liceale che – nel bene e nel male – fa sorridere.