(immagine disegnata all’uopo da Giudit)
La mia generazione è nata e ha vissuto i suoi anni fondamentali quando ancora i dischi e gli strumenti musicali erano gli unici modi per fare l’amore con la musica. Ripeto: un rapporto carnale, vero e tangibile. Quando provi questa intima passione è impossibile che tu riesca a liberartene.
Il Record Store Day, per quanto mi riguarda, è la festa degli innamorati.
Un amore anacronistico che durerà sempre.
Daniele, Frequenze Indipendenti
Però, girando e girando, un posticino l’avevo trovato. Inculatissimo in una vietta senza marciapiedi nell’intrigo dei sensi unici del centro c’era il Musicland, quello che definirei il reale punto di riferimento del me teenager in fatto di dischi. Ci ho preso robe che nemmeno ho più, tipo “90-93” o “Gli Amici di Roland“. Ai tempi io non avevo internet e per me l’informazione musicale arrivava unicamente dalle persone che conoscevo a scuola. Quindi andavo al Musicland e passavo gli espositori, chiedendo consigli e pareri. Era divertente.
Manq (a sorpresa)
Un finto burbero, una trasfigurazione-biker-ultrabarbuta di mio padre ma meno fascista di mio nonno. Se ti chiami Martino e vendi dischi in un paesello di quindicimila teste scarse ti becchi il corollario di diventare LA macchietta.
Alex, poco sopra
Il fatto é che in tutte le fasi dei miei ascolti la cosa bella del negozio di dischi era lo scartabellamento, e in aggiunta la richiesta di consigli a chi poi il disco te lo metteva in mano. Bastava dire “mi piace roba tipo” oppure se ti conoscevano il giusto e chiedevi “è uscito qualcosa di figo?” ti mettevano il disco o il vinile davanti.
Giorgio, Junkiepop
Negli anni ‘90, quando montò in me e nei miei amichetti, la passione per la musica suonata, sentita, illustrata, c’erano diversi negozi di dischi a Gorizia: ma sentivamo che il gestore del Music Shop era il solo che ne capisse effettivamente di musica. Era un tipo allampanato e gentile, alto e magro, con gli occhi azzurri ma perennemente arrossati e la barba sempre incolta. Oggi, col famoso senno di poi, avrei almeno una decina di ipotesi per passare una serata affinché questo aspetto governi la faccia di chiunque per il giorno successivo, ma allora le caratteristiche fisiche del gestore erano tutt’uno con quelle del suo negozio: la disposizione dei dischi negli espositori, l’odore dell’aria, il tintinnio del campanello che segnalava l’entrata o l’uscita di un cliente.
Francesco, A day in the life
Ma c’è una ragione per il cazzo di X Factor domina la classifica ogni anno. E -badateci bene- su iTunes anche le cover fatte in quel programma! Questo perché la vasta maggioranza delle persone è passiva, e quello che gli viene detto di ascoltare, ascolta… e non gli frega un cavolo di scavare più in profondità. Se negozi di dischi son sopravvissuti finora forse è proprio perché si sentiva, almeno alcuni, un’esigenza diversa rispetto all’acquisto del mainstream. Il commesso, che dovrebbe quindi essere un pochino più motivato rispetto agli altri, ad esempio molti commessi americani dei negozietti di dischi sono m-blogger, riescono a darti almeno una dritta. Ecco perché anche qui resistono i negozi di musica lirica, a Parma. Visto lo zoccolo duro d’appassionati.
Francesca, Radionation
Però ricordo con piacere la lista dei due cd o cassette che mi si regalavano alla fine dell’anno scolastico al negozietto di paese che teneva i dischi e un po’ tutta l’elettronica. Ora è sparito e al paesino non c’è un cazzo di nessuno che vende cd. La trovo una roba tristissima, e prodroma di tutte le cose andate a rotoli nel paesino.
La stessa Francesca, nel suo blog
Originario dell’Abruzzo, Robertò ha un sogno: mettere soldi da parte con Hellnation per poi, da vecchio, comprarsi la squadra del Castel di Sangro. Qui ci sono i prezzi migliori di Roma e anche il servizio migliore. Nonostante abbia uno status semileggendario nella scena, Robertò è sempre disponibilissimo e gentilissimo con chiunque, dalla signora impellicciata capitata per caso che pretende di trovare là dentro un disco di Eros Ramazzotti al quindicenne esaltato e supponente con la cresta viola e il chiodo dei Rancid che però non sa neanche con chi sta avendo la fortuna di parlare.
Roberto, Metal Shock
Comprare un CD all’autogrill e comprarne uno in un negozio specializzato in “buona musica” non è la stessa cosa. E scaricarlo da Megaupload è un’altra ancora. Probabilmente lo sapevate già, magari non ci avevate mai pensato. Un negozio di dischi scelti uno a uno, provenienti da etichette indipendenti, curati fino all’ultimo dettaglio dentro e fuori, è una risorsa. Per capire come gira il mondo: il mondo vero, non solo quello della musica.
Santeria
E io, i soldi su un cd, non ce li butto più, anche perché, la maggior parte di quei soldi, finisce nelle tasche delle case discografiche, della SIAE e dello stato. Tutte entità a cui preferisco dare la minore quantità possibile dei miei risparmi.
Life is a lemon and i want my money back, grida Meat Loaf nelle cuffie che mi sono rimesso sulle orecchie. E cazzo se ha ragione.
Perché è vero, il negoziante ha ragione: in Italia non c’è la cultura del pagare il giusto prezzo per le cose. Preferiamo rubarle, se è possibile farlo a riparo dalla legge.
Ma è pure vero che, in Italia, il giusto prezzo non esiste. E che chi paga, paga per tre (quando va bene).
Arrivato a quel punto delle mie riflessioni, sto per andarmene.
Poi vedo il piccolo espositore dedicato ai vinili.
RRobe, dalla parte di Asso Merrill