Ford & Lopatin: Emergency Room

Massimo Reali | 14/4/2011

Ford-Lopatin-Emergency-Room

Ventisei anni fa “Doc” Emmett Brown ci insegnava che non ci si può fidare dei libici, e che mai bisogna intrometterci nei loro affari sporchi. L’idea di futuro che ci proponeva la cultura di massa, e personalmente quella che all’età di dieci anni prendevo per vera, era quella di macchine del tempo riciclate da vecchie utilitarie, schermi a 3D e skateboard volanti. Ventisei anni dopo ci siamo accorti che magari alcuni libici sono cattivi anche se non gli rubi l’uranio e che molte delle invenzioni tecnologiche che ci eravamo immaginati erano troppo inutili anche per le trovate pubblicitarie di Steve Jobs. Daniel Lopatin e Joel Ford invece se ne fregano e portano avanti il loro mondo musicale come se fossero adesso in piedi su uno skate volante. Lasciano da parte il nome Games e scelgono di usare semplicemente Ford & Lopatin per raccontarci come si sta ancora benone a credere che il mondo sia da vedere tramite gli occhiali con le lenti blu e rosse e da ascoltare come se tutto lo scibile musicale finisse per venire filtrato dal freddo suono di un sintetizzatore o di una batteria elettrica. Che poi, visti i tempi, un po’ di amarcord su queste cose ci deve essere pure concesso.

#RSD11 – ruolino di marcia, 13 aprile

Francesco Farabegoli | 13/4/2011

giud(immagine disegnata all’uopo da Giudit)

La mia generazione è nata e ha vissuto i suoi anni fondamentali quando ancora i dischi e gli strumenti musicali erano gli unici modi per fare l’amore con la musica. Ripeto: un rapporto carnale, vero e tangibile. Quando provi questa intima passione è impossibile che tu riesca a liberartene.
Il Record Store Day, per quanto mi riguarda, è la festa degli innamorati.
Un amore anacronistico che durerà sempre.
Daniele, Frequenze Indipendenti

Però, girando e girando, un posticino l’avevo trovato. Inculatissimo in una vietta senza marciapiedi nell’intrigo dei sensi unici del centro c’era il Musicland, quello che definirei il reale punto di riferimento del me teenager in fatto di dischi. Ci ho preso robe che nemmeno ho più, tipo “90-93” o “Gli Amici di Roland“. Ai tempi io non avevo internet e per me l’informazione musicale arrivava unicamente dalle persone che conoscevo a scuola. Quindi andavo al Musicland e passavo gli espositori, chiedendo consigli e pareri. Era divertente.
Manq (a sorpresa)

Un finto burbero, una trasfigurazione-biker-ultrabarbuta di mio padre ma meno fascista di mio nonno. Se ti chiami Martino e vendi dischi in un paesello di quindicimila teste scarse ti becchi il corollario di diventare LA macchietta.
Alex, poco sopra

Il fatto é che in tutte le fasi dei miei ascolti la cosa bella del negozio di dischi era lo scartabellamento, e in aggiunta la richiesta di consigli a chi poi il disco te lo metteva in mano. Bastava dire “mi piace roba tipo” oppure se ti conoscevano il giusto e chiedevi “è uscito qualcosa di figo?” ti mettevano il disco o il vinile davanti.
Giorgio, Junkiepop

Negli anni ‘90, quando montò in me e nei miei amichetti, la passione per la musica suonata, sentita, illustrata, c’erano diversi negozi di dischi a Gorizia: ma sentivamo che il gestore del Music Shop era il solo che ne capisse effettivamente di musica. Era un tipo allampanato e gentile, alto e magro, con gli occhi azzurri ma perennemente arrossati e la barba sempre incolta. Oggi, col famoso senno di poi, avrei almeno una decina di ipotesi per passare una serata affinché questo aspetto governi la faccia di chiunque per il giorno successivo, ma allora le caratteristiche fisiche del gestore erano tutt’uno con quelle del suo negozio: la disposizione dei dischi negli espositori, l’odore dell’aria, il tintinnio del campanello che segnalava l’entrata o l’uscita di un cliente.
Francesco, A day in the life

Ma c’è una ragione per il cazzo di X Factor domina la classifica ogni anno. E -badateci bene- su iTunes anche le cover fatte in quel programma! Questo perché la vasta maggioranza delle persone è passiva, e quello che gli viene detto di ascoltare, ascolta… e non gli frega un cavolo di scavare più in profondità. Se negozi di dischi son sopravvissuti finora forse è proprio perché si sentiva, almeno alcuni, un’esigenza diversa rispetto all’acquisto del mainstream. Il commesso, che dovrebbe quindi essere un pochino più motivato rispetto agli altri, ad esempio molti commessi americani dei negozietti di dischi sono m-blogger, riescono a darti almeno una dritta. Ecco perché anche qui resistono i negozi di musica lirica, a Parma. Visto lo zoccolo duro d’appassionati.
Francesca, Radionation

Però ricordo con piacere la lista dei due cd o cassette che mi si regalavano alla fine dell’anno scolastico al negozietto di paese che teneva i dischi e un po’ tutta l’elettronica. Ora è sparito e al paesino non c’è un cazzo di nessuno che vende cd. La trovo una roba tristissima, e prodroma di tutte le cose andate a rotoli nel paesino.
La stessa Francesca, nel suo blog

Originario dell’Abruzzo, Robertò ha un sogno: mettere soldi da parte con Hellnation per poi, da vecchio, comprarsi la squadra del Castel di Sangro. Qui ci sono i prezzi migliori di Roma e anche il servizio migliore. Nonostante abbia uno status semileggendario nella scena, Robertò è sempre disponibilissimo e gentilissimo con chiunque, dalla signora impellicciata capitata per caso che pretende di trovare là dentro un disco di Eros Ramazzotti al quindicenne esaltato e supponente con la cresta viola e il chiodo dei Rancid che però non sa neanche con chi sta avendo la fortuna di parlare.
Roberto, Metal Shock

Comprare un CD all’autogrill e comprarne uno in un negozio specializzato in “buona musica” non è la stessa cosa. E scaricarlo da Megaupload è un’altra ancora. Probabilmente lo sapevate già, magari non ci avevate mai pensato. Un negozio di dischi scelti uno a uno, provenienti da etichette indipendenti, curati fino all’ultimo dettaglio dentro e fuori, è una risorsa. Per capire come gira il mondo: il mondo vero, non solo quello della musica.
Santeria

E io, i soldi su un cd, non ce li butto più, anche perché, la maggior parte di quei soldi, finisce nelle tasche delle case discografiche, della SIAE e dello stato. Tutte entità a cui preferisco dare la minore quantità possibile dei miei risparmi.
Life is a lemon and i want my money back, grida Meat Loaf nelle cuffie che mi sono rimesso sulle orecchie. E cazzo se ha ragione.
Perché è vero, il negoziante ha ragione: in Italia non c’è la cultura del pagare il giusto prezzo per le cose. Preferiamo rubarle, se è possibile farlo a riparo dalla legge.
Ma è pure vero che, in Italia, il giusto prezzo non esiste. E che chi paga, paga per tre (quando va bene).
Arrivato a quel punto delle mie riflessioni, sto per andarmene.
Poi vedo il piccolo espositore dedicato ai vinili.

RRobe, dalla parte di Asso Merrill

Bitch Magnet: Americruiser

Marco Delsoldato | 13/4/2011

bm

Attraverso una sintesi- in potenza- molto criticabile la metterei in questo modo: i Bitch Magnet sono il punto di incontro fra Squirrel Bait (apice dell’alienazione hardcore) e Slint (apice in senso letterale). Ripeto, potreste pure non condividere il concetto. Nel caso scrivetemi: ne discuteremo per ore sino a quando non vi avrò convinto ed illuminato. Appurato questo, ripensare o ritornare, nel 2011, ai Bitch Magnet è un divertissement come qualsiasi altra ipotesi di reunion. Solo che ci sono reunion e reunion. Mi spiego: i For Carnation (altri da citare in una qualche sintesi sul modello precedente) hanno deciso di riformarsi per festeggiare il decimo compleanno dell’ATP. Chi c’era (noi e svariati altri) ha goduto, si è commosso e ha compreso che certa roba (fatta così, suonata così) non uscirà mai più. Fatto il concerto e dato il regalo, i For Carnation sono tornati nel paradiso degli eletti senza alcuna voglia di bissare l’evento. Ad oggi non so se il ritorno dei Bitch Magnet sia la stessa identica cosa. Magari faranno altri concerti in giro. Magari (egoisticamente e moralmente lo spero) no. Però quando ho letto che a dicembre torneranno (al solito posto) ho mandato una decina di SMS con scritto fotta. Perchè sentire e vedere chi  ha composto un brano come Americruiser (prima di Spiderland) è una di quelle robe che dieci anni fa sognavi durante qualche polluzione notturna.  Ed il fatto di poter ascoltare- una volta, almeno e solo una volta- i brani di Umber dal vivo mi fanno mandare a farsi fottere etica, coerenza e critiche a certi fenomeni di periodo. Essendo, sia chiaro,  assolutamente di parte. Ma con la consapevolezza che chiunque abbia ascoltato Umber stia con me. Dalla parte giusta.

Che personaggi!

Francesco Locane | 13/4/2011

lo-stravagante-mondo-di-greenberg-locandina-italia_midAmiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla ventitreesima puntata della decima stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Ieri abbiamo parlato di tre film.

Il primo è stato Lo stravagante mondo di Greenberg, di Noah Baumbach, con Ben Stiller, Greta Gerwig e Jennifer Jason Leigh, che coproduce il film e ne firma la sceneggiatura insieme al regista. Una buona prova di Baumbach, che però forse vuole mettere troppa carne al fuoco, caricando tutto su Stiller. Molto brava, invece, la Gerwig e splendide le musiche e la fotografia.

Secondo film in scaletta: Non lasciarmi, di Mark Romanek. Il bravo regista prende un romanzo (assai lodato) di Ishiguro e lo mette in scena raffreddando una materia narrativa già glaciale di suo. Non male, ma spiccano le performance di Carey Mulligan e John Garfield, eccezionali: ne abbiamo parlato anche sul nostro blog.

E infine una cocente delusione: il ritorno al cinema di uno dei nostri idoli di sempre, John Carpenter, lascia l’amaro in bocca. The Ward, infatti, mostra poco del genio del regista americano che, innanzitutto, mette in scena un copione davvero debole. Peccato: ci uniamo a ciò che scrive FedeMC sul post del nostro blog.

Bene, è tutto: scriveteci a secondavisione@gmail.com, a martedì prossimo!

#RSD11: Martino o muerte

Alex Grotto | 13/4/2011

rec
Martino ha dovuto convivere una parte importante della propria vita, quella dove si è guadagnato da vivere vendendo dischi ad adolescenti di campagna, con l’immaginario di quell’altro Martino del libro di Brizzi. Cioè a dire il vero nel mio paese quel libro l’avremo letto in sei ed apprezzato in due, ma io ho sempre visto il Martino dei dischi come una versione sopravvissuta ed invecchiata del Martino di Brizzi. Un finto burbero, una trasfigurazione-biker-ultrabarbuta di mio padre ma meno fascista di mio nonno. Se ti chiami Martino e vendi dischi in un paesello di quindicimila teste scarse ti becchi il corollario di diventare LA macchietta. Maiuscolo. Se poi ti va di alimentare il pregiudizio arrivando al bar, bevendo uno stravecchio per poi congedarti dicendo “Il caffè però lo bevo da un’altra parte!”, salvo poi riapparire al TG della sera dopo in sella alla tua vespa nella Barcellona degli anni ‘80 col suddetto caffè in mano, allora davvero te le cerchi. Mio padre diceva che Martino era tanto buono quanto alienato dalla realtà al punto che, se per fatalità (ebbrezza) fosse andato a sbattere con la vespa contro un albero, si sarebbe rimesso in piedi solo per chiedere scusa all’albero. Nella metà degli anni ‘90 decise di dare lo smacco definitivo al paesello aprendo The Wild Side, bilocale otto metri per otto un tempo macelleria, e per la prima volta si vedevano dei punk campeggiarne all’esterno seduti sul muretto: i punk di sedici anni che pisciano sul muretto antistante un negozio che vende dischi sono tipo i camion parcheggiati fuori dalle trattorie sulle tangenziali, vuol dire che ci si nutre bene, da pollice alto insomma. Ok, qualcuno di questi se ne usciva con roba dei Gesta Bellica (precursori della cinghiamattanza ed altre subumanità), ma bisogna anche saper perdere. Martino l’ho conosciuto tardi rispetto al resto della comunità che gli muggiva davanti, anche perchè mio padre ci aveva lavorato insieme in gioventù e mi diceva che mangiava cibo per gatti, anzi mangiavano: lui, la sua compagna sciancata e tatuata a cinquantanni, e i suoi gatti; però io volevo assolutamente un disco degli Hawkwind e quindi chissenefregava della sua dieta.
Hawkwind+-+Doremi+Fasol+Latido+-+Front
Strofinai i piedi sul tappetino di fuori per pulirmi le scarpe prima di entrare e Martino mi guardò male. Sfoggiai un “Buonasera” balbettando e Martino mi guardò malissimo. Chiesi un disco degli Hawkwind e Martino mi offrì da bere, una sigaretta e mi cacciò un clamoroso sorriso ammuffito ma appagato. Un pomeriggio passato in negozio da Martino era come trascorrere una settimana a Three Mile Island: se ne usciva radiottivi dal puzzo, ma non sbagliavi mai un acquisto, anche quando ti mostrava fiero le sue edizioni privatissime e limitatissime de Il Balletto di Bronzo, Biglietto per l’Inferno e Garybaldi. Era come andare a casa di un pazzo mai uscito da una certa decade, facciamo i ’70s, con un disturbo ossessivo-compulsivo di ammassare roba che sapeva sarebbe rimasta per lo più invenduta, ma “Non è mica colpa mia se la gente è ingorante”, diceva, rimarcando la prima differenza tra il suo negozio e una qualunque attività commerciale: lì dentro il cliente non aveva sempre ragione, anzi, non ce l’aveva mai; il cliente la ragione doveva guadagnarsela, perchè “i dischi non sono mica arredamento, i dischi sono animali e se ne compri uno che non ti piace non è che lo puoi buttare così a freddo. Se ti pigli un gatto (c’aveva la fissa dei gatti, prima che venisse a tutto l’internet) e quello dopo due giorni si ammala e perde il pelo, non è che lo riporti indietro al negozio e te la prendi con chi l’ha accudito prima, no? Al limite lo dai a qualcun altro che sappia apprezzarlo nonostante tutto. Ecco, io coi dischi la penso uguale. Vieni qua, ne parliamo, compri, se non ti piace lo dai ad un amico e torni qua che ti vendo dell’altro”. Hai voglia ad andargli poi a dire che il disco che t’aveva consigliato lui faceva pietà e dover affrontare una discussione infinita che si sarebbe conclusa con l’essere bandito da lì dentro per qualche mese: forse è anche per questo che i dischi comprati da lui erano tutti belli, lo diventavano per forza, anche Discipline. Poi anche lui doveva adattarsi per mangiare e non poteva essere sempre così talebano: sapeva fare anche del buon marketing Martino, appendendo di volta in volta i cartelloni di Antichrist Superstar, White Pony e gigantografie in cartone dei fratelli Gallagher o di Robert Plant per tirare dentro i fighetti e cavalcare l’onda. Poi però l’onda l’ha travolto, i punk che una volta gli pisciavano sul muretto di fronte sono scompars nel 2001, estinti come il dodo, dall’oggi al domani: si erano fatti la patente e non ci rimanevano più lì, nel paese. Io e loro siamo stati dei bastardi fortunati, abbiamo avuto la possibilità di avere un barbone borderline in centro che credeva di campare con la musica solida. Non ci sarà mai più, in paese, uno come Martino. E nemmeno Martino stesso: nel 2002 l’hanno arrestato per aver rapinato cinque discount e due tabaccai in provincia mascherato come uno dei Tre Allegri Ragazzi Morti.

Il 16 Aprile è il Record Store Day e si dovrebbe andare tutti dentro dei veri negozi, non le grandi distribuzioni, a infilare la testa negli scatoloni per qualche ora. Martino ne sarebbe stato contento e pur di continuare a vendere qualcosa avrebbe accettato di rimanere in silenzio e battere solo gli scontrini, che le feste comandate gli facevano schifo, ma l’affitto non si paga con l’idealismo. I negozi di dischi sono come gli anziani delle case di riposo, si conoscono tutti e sono lì da un sacco di tempo, andateli a trovare spesso e non siate i soliti nipoti con la maglia degli Impaled Nazarene che si fanno vedere una volta all’anno per poi sparire: uno come Martino vi sarebbe venuto a prendere a casa.

#RSD11 – ruolino di marcia, 12 aprile

Francesco Farabegoli | 12/4/2011

rsd

Quando andiamo a Londra, anche noi cresciuti senza un negozio di dischi di fiducia ci sentiamo in dovere di fare una tappa da Rough Trade. Perché? Perchè è una figata, il negozio è esteticamente bellissimo, ci si trovano sempre le ultime novità, i commessi sono giovani almeno quanto te, ci vai a sentire gli in-store, c’è il bar caffetteria, il merchandising delle band, gli accessori music-related, le riviste. Insomma è un posto fantastico con una personalità tutta sua, dove probabilmente andresti anche se non hai nemmeno un penny per comprare un 7”.
I negozi di Roma invece sono tutto il contrario: bettole impolverate nascoste in viette sperdute, dischi ammassati come cassette di arance, commessi ultra quarantenni con lo sguardo basso che non dicono neache “ciao” quando entri.
Nonostante tutto, quando per la prima volta solo qualche mese fa sono entrata da Soulfood (Via di S. Giovanni in Laterano 192) non mi è sembrato vero stringere tra le mani un vinile degli Smith Westerns, un 7” dei Cat Walk e uno degli Spectrals arrivati freschi freschi da chissà dove.
Nur su Frigopop.

Il negozio di Fabio osserva la rigida regola della socialità temperata autoimposta che i negozianti ed i clienti di questo ambiente non vedono l’ora di mettere in piedi. Per certi versi le regole sono simili a quelle del barbiere di Gran Torino. Entri, insulti il negoziante, il negoziante insulta te. Cesena non è una città cosmopolita, per cui gli insulti a sfondo razziale non hanno senso di esistere, ma tutto il resto è permesso. Sono quasi convinto che prima o poi Fabio estrarrà un fucile a pompa e me lo punterà in faccia per il LOAL.
Anonimo, su Bastonate.

E il mondo normale? Il mondo fatto da persone che non spendevano vagonate di soldi per un 7” pollici di importazione della fiorente scena noise giapponese (il gruppo si chiamava Gerogerigegege, il singolo “Tokyo Anal” e la persona in questione se non mi fa il piacere che mi ha promesso vedrà il suo nome sputtanato per sempre…)? Insomma, cosa pensava di Disfunzioni e di noi tutti, la maggioranza silenziosa? La risposta è semplice. Molta compassione e, sullo sfondo, inquietitudine. Ho le prove per questo. Il memorabile racconto di due miei colleghi di Università (gente che ascoltava Pino Daniele per intenderci). Carucci. Avevano deciso di farmi un regalo di compleanno. Raccolsero informazioni. I Germs, un disco dei Germs. Andarono a Disfunzioni di sabato pomeriggio. Il loro racconto del fragoroso impatto fra due tranquilli uomini medi e la fiorente scena punk e dark della capitale merita tuttora una sceneggiatura di Tarantino.
Francesco Mari, MyTapeRecorder

“The Velvet Underground & Nico” è ancora oggi il mio disco preferito, ho imparato a non ascoltarlo in macchina perchè richiede troppa attenzione e non posso permettermi di farlo diventare musica di sottofondo, non posso proprio.
Da quel giorno il rapporto con mio fratello è migliorato mano a mano che i cd e i vinili aumentavano in casa nostra…
Oddio, ci picchiavamo ancora e mi sono incazzata molto quando ho ricevuto come regalo un cd dei Cream, dajè non me ne frega niente dei capelli di Eric Clapton, io di lui conosco solo la storia con Lory Del Santo e la tragica morte del figlio.
Elena Mariani, Infetta

Voglio vederli, i miei dischi. Voglio accumularli in pile traballanti, di fianco a divano, per poi metterli su seguendo sentieri di passioni e ricordi. Perché dovrebbe essere meglio avere dei fantasmini digitali, sperduti nel computer? Perché? Domanda a cui non voglio risposta, non mi interessa. Resto qui, a Fort Alamo, a sentire la Rollins Band e i Laibach e i Led Zeppelin e i Residents, a manetta. Avevo smesso. Da qualche tempo ho ricominciato, e voi non immaginate quanto mi faccia sentire vivo.
Tito Faraci, Flusso di coscienza

Intendiamoci: il mio amore per il vinile è stato grande. Talmente grande da superare il pur ragionevole desiderio di perdita della verginità. E’ una storia per niente lunga: la scelta di fronte alla quale mi trovavo nell’estate dei miei 17 anni era strettamente economica. Con la somma di cui disponevo (racimolata fra regali e lavoretti di basso cabotaggio) non potevo certo scialare. O me ne andavo in campeggio all’estero con gli amici che ci erano già andati l’anno prima tornando a raccontarci mirabolanti gesta erotiche (che per essere delle “prime volte” uno a sentirli ci restava secco) o realizzavo il sogno di un’adolescenza passata sbavando alle spalle dei dj in consolle, ovvero comprarmi un mixer, due giradischi e i primi vinili di orrenda musica commerciale anni 90 (poche storie, se volevi imparare a mixare nel 1990 quella era la musica). Quindi mi fregio (wtf?) di essere fra i pochi casi mondiali in cui il vinile, per l’esattezza il desiderio di imparare a maneggiare vinile, prevalse persino su degli ormoni imbizzarriti da diciassettenne di provincia.
Benty, in zona cesarini.

Panda Bear: Tomboy (Paw Tracks)

Giampiero Cordisco | 12/4/2011

 Ognuno di noi ha delle classificazioni personalissime. Io ho una categoria mentale in cui segno i dischi che potrebbero piacere anche a mia madre, che della mia discografia ha apprezzato solo Floating Into The Night di Julee Cruise, mentre odia a morte i CCCP, forse per quella storia degli spermi indifferenti.

Panda Bear deve essere una brava persona; se ci fossero ancora dubbi sulle dinamiche interne agli Animal Collective da Merriweather Post Pavillion in poi (quel “poi” che deve ancora manifestarsi, tipo con un altro disco nel prossimo autunno), la sua ultima prova solista spiana il terreno. E se l’intento era quello di fare un disco “alieno”, come da intervista dello stesso Lennox sull’ultimo Rolling Stone, eccovi serviti, signori abitanti del Pianeta Terra, dove splende il sole e fa bel tempo e l’era democratica è un’idea aliena anch’essa. Disco panico, sciamanico, abbacinante, Tomboy sfiora il concetto di pace interiore, e per quanto sia magnifico e progressivo grufolare nel fango dei propri livori e affidare alla musica tutto il peso della catarsi e dell’esplosione interiore, dovremmo pur ammettere che staccare per un po’, fermarsi, rallentare, respirare, sono pur sempre azioni che bisogna compiere, di tanto in tanto, e senza troppa vergogna. E questa non è la solita menata sul tornare alla natura: è solo un invito alla consapevolezza. Qui il pop si è letteralmente squagliato in una deriva psichica in cui tutto è colore, e le armonie inneggiano a forme di divinità per nulla rissose né irraggiungibili né oscure – divinità pop non esclusive – e tutto è ambiente, ripetizione caleidoscopica, e allo stesso tempo ogni singolo drone è anche ritmo, pulsazione, battito primordiale. Sto andando a parare su qualcosa di shanti-shanti a base di retoriche flower-power e amore per la Creazione, quindi meglio smetterla ed entrare nei dettagli: le 11 tracce di Tomboy sono splendide, pensateci per il Record Store Day del 16 aprile. Dentro ci troverete armonie vocali piene d’aria (e cariche di echi e chorus e magie da studio, iperprodotte con bravura), ripetizioni circolari e concentriche, elettronica psicoattiva, meraviglia. C’è tutto il Portogallo: ve lo dice uno che non c’è mai stato. Sentirete il rollio dell’oceano, la continua risacca delle acque, una forma di malinconia annegata nella luce, la dimensione parallela di Merriweather Post Pavillion, la coda sgranata delle saturazioni ambientali, sentirete Sheherazade e converrete con me sul fatto che è un pezzo della madonna. Canzoni per il terzo millennio, volendo abusare di definizioni da Repubblica.it. Se questo è il pop, e dove andrà a parare, il pop. Io, nel frattempo, ho rimediato un altro disco per mia madre.

Vai sul myspace di Panda Bear
Vai sul sito della Paw Tracks

The Dø: Both Ways Open Jaw (Get Down!)

Daniele Giovannini | 12/4/2011

TheDoIl pop-rock amorfo e pastorizzato certificato da Bruxelles sotto l’egida degli influenti cugini parigini è la versione adulta, ripulita e rispettabile dell’anonimo ciarpame trans-nazionale di Eurovision. Il duo franco-finnico The Dø è esattamente questo: un omogeneizzato anodino, pan-europeo, politicamente corretto di tutto. Ma se tale tratto acquistava una connotazione negativa quando uscì A Mouthful, negativa perché amatissimo in Francia—non è vero: noi lo si odiava perché semplicisticamente divertente e soprattutto perché, in fondo, i Dø sono stilosi da far schifo—il loro secondo lavoro è qualcosa che nasce dalla consapevolezza che sull’essere neutrali si può costruire qualcosa di buono, senza necessariamente commettere l’harakiri concettuale di Tori Amos o diventare universalmente noti per il cioccolato e l’oro del Terzo Reich. Both Ways Open Jaws è un cavallo truccato da unicorno, cavalcato da Vashti Bunyan e da un art director delle pubblicità della Apple: per questa sua piacevolezza dalla personalità indefinita, è un disco dotato di un appeal quasi universale. Pieno di pop di mestiere intercalato con gemme di perfetto songwriting, possiede a tratti l’orecchiabilità raffinata di una Leslie Feist, la ricchezza di Wildbirds & Peacedrums, la sorpresa e gli arrangiamenti quieti eppur caotici dei Grizzly Bear, la controllata, rutilante, sensuale stravaganza degli Animal Collective dell’epoca di Sung Tongs. Ci sono novità che hanno il suono di qualcosa già sentito, tanti qualcosa già sentiti. Ma il dramma—e una delle virtù—dell’avant-pop è che le risorse mai si esauriscono, che ricombinare è lecito e basta aggiungere mezzo cucchiaino di qualunque cosa per realizzare qualcos’altro di meraviglioso, o intossicare. Both Ways Open Jaw è neutrale, tiepido e rassicurante, ma meraviglioso: ribollente di idee e meraviglioso.

Visita il sito dei Dø

Kaleidoscope #24

Aurelio Pasini | 12/4/2011

Six Organs Of Admittance

Puntata idealmente divisa in due parti quella Kaleidoscope di questa settimana.

Nella prima ci siamo occupati di alcune nuove uscite discografiche, dando spazio alle atmosfere avvolgenti e acide degli Eternal Tapestry, al freak folk di Six Organs Of Admittance (nella foto) e ai Beady Eye più beatlesiani; servendoci dei Fab Four come ideale punto d’appoggio, nella seconda abbiamo invece fatto un salto all’indietro nel tempo, che ci ha portato prima dalle parti di Tel Aviv e quindi, dopo una sosta a Londra per salutare Jimmy Page, si è concluso in Cile.

Kaleidoscope è un programma dedicato alla psichedelia in onda tutti i martedì intorno alle 23.40 su Città del Capo – Radio Metropolitana. Per contatti: leccarospi@gmail.com.

Eternal Tapestry – Galactic Derelict
Six Organs Of Admittance – Dawn, Return Home
Beady Eye – Wigwam
Churchill’s – She’s A Woman
Cartoone – Mr. Poor Man
Aguaturbia – Crimson & Clover

Ascolta il podcast in streaming

oppure scaricalo.

#RSD11 – ruolino di marcia, 11 aprile

Francesco Farabegoli | 11/4/2011

endtroducing

La settimana inizia da dio.

Per me inizia tutto lì. Virus era un punto fermo della mia vita, così tanto che a un certo punto mi venne voglia di scrivere una storia ambientata in un negozio di dischi (no, High Fidelity non l’avevo ancora letto). Rileggendola adesso, ho pensato, oh, era il ’97 e già si parlava di recessione. Plus ça change.
Giulia Blasi, Stereogram.

Come se non bastasse, sabato sarà una festa memorabile per coloro che amano dire: “il giradischi ha un suono caldo e corposo”; “qui una volta era tutto vinile” e “l’mp3 è un formato di scarsa qualità: lo so perché le mie orecchie captano gli ultrasuoni”. Poi arriveranno quelli de “L’ODORE DELLA CARTA!” e si accorgeranno di aver sbagliato giornata.
Pop Topoi

nello stesso periodo, credo, aveva anche aperto un nuovo negozio di dischi a pesaro: il plastic. ora potrei tesserne le lodi fino domattina (sperando in un aumento ) in quanto saltuariamente ci lavoricchio anche io ma, effettivamente, è un gran negozio, c’ha un sacco di gran roba, il titolare ne sa a pacchi di dischi su qualsiasi cosa gli chiedi. è praticamente il meglio che è rimasto e spesso viene gente fino da ancora o da rimini a comprare roba, o altri turisti che capitano li coi lacrimoni perchè, dicono, dalle loro parti non ci sono negozi del genere.
Carlo Minucci AKA Gecco

una mattina entrano due signori. una coppia di una 50ina di anni. e si mettono a scartabellare tra i dischi punk. poi il signore prende su la copia di agheist de grein e dice questo è il gruppo di mio figlio. e marcello fa tutto stupito e eccitatone macchì?! bret ghereviz? e il tipo fa si col testone e va via. e marcello rimane fermo immobile a guardare verso la soglia appena attraversata dalla coppia con la fissità del macigno nello sguardo per dei lunghi interminabili secondi. al che gli faccio oh, marcello? e lui continuando a guardare la soglia con la stessa espressione scema dice avrei dovuto chiedergli l’autografo. “to marcello, sincerely brett guerewitz’s daddy”. ma che autografo sarebbe stato?
Jacopo&Febio, Vita di Legno

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