
(Elena/Infetta per il RSD11)
Come ben vi ha già detto Nur, per noi gioventù 2.0 il Record Store Day forse non è proprio l’occasione per rivangare nostalgiche storie ed immagini in stile Super8 riguardo il piccolo negozietto di dischi dietro l’angolo fra i cui scaffali siamo cresciuti o nel quale investivamo la nostra paghetta settimanale. Noi siamo i figli di internet, dei forum musicali, del vecchio e caro eMule (ma qualcuno lo usa ancora?), e quasi sicuramente nessuno di noi ha avuto mai un negozio di dischi del cuore.
Ma, oltre ad essere la generazione di 2.0 figlia di internet, siamo anche la generazione 2.0 dei voli low cost, dell’Erasmus, dei master/corsi/tirocini all’estero. Di conseguenza siamo la generazione che già in tenera età ha avuto la fortuna di infilare le mani in pile di dischi e vinili fra i più assurdi e chiacchierare con commessi e gestori dai più svariati accenti.
Ramona, Frigopop
Mi era già capitato di andare in un negozio specializzato, a Milano, si chiamava Sound Cave: bastava scorrere i nomi dei gruppi per sfondare la quarta parete del metallismo e ritrovarsi nei campi beati del LOAL. Eppure, con un adeguato supporto (cioè Attilio che sentenziava «merda… merda… fico… pazzesco… brucialo…» mentre passava in rassegna i dischi che gli proponevo) oggi sono fiero di quella modesta ma decorosa discografia scandinava che mi saluta dallo scaffale con le sue copertine nere e i suoi font più o meno gotici. Oggi al posto di Sound Cave ci dev’essere un qualche show room, perché i vestiti non si possono (ancora) scaricare da internet.
Federico, Musica noiosa
Mi ricordo il mio paese senza negozi di dischi, e dovevo fare quindici chilometri per comprarne uno, prima con la macchina e la mamma, poi con la corriera, poi col motorino e alla fine con la macchina, da solo, senza mamma.
Mi ricordo che ci lavorava Cisco, in quel negozio lì, lavorava con la musica per vivere, prima ancora di vivere di musica e non lavorare.
Mi ricordo le bustine gialle con sopra il nome del negozio e mia madre che diceva Come son comode, queste bustine gialle, per raccogliere le merde del tuo cane.
Marco, Barabba

un negozio di dischi può davvero essere un luogo meraviglioso, dove passare ore ad ascoltare curiosare chiacchierare leggere.
per scoprire, giorno dopo giorno, che il proprio mondo è ancora più pieno di cose belle, e nuove, e inaspettate.
Elena, A visible sign of my own
Il periodo 1993-95 è stato il cuore della mia educazione sentimentale: occhi e orecchie spalancate, Videomusic e Radio Deejay a palla, l’“Intrepido” e “Dylan Dog” in edicola, e quando ero particolarmente ricco anche “Cyborg” e “Rockstar” (Max Prestia è stato il mio Lester Bangs), Last Action Hero e Il Corvo al cinema, le partite dell’NBA su Telemontecarlo con le telecronache di Guido Bagatta e Ugo Francica Nava, “Talk Radio” su Italia1, il Super Nintendo, le riviste di videogiochi scroccate dal compagno di banco ultraviziato che ovviamente aveva già il Super Nintendo in casa, i videogiochi della Simulmondo, le Nike Air Max, la pubblicità delle Nike Air Max con Charles Barkley che parlava in italiano, il Bologna in serie C1, Eric Roberts praticamente in ogni film al videonoleggio di fiducia… In tutto questo, Nannucci era il passaporto per i miei anni novanta: ci passavo davanti praticamente tutti i giorni, ogni pretesto era buono per entrare anche solo a dare un’occhiata o fermarsi fuori davanti alla vetrina a leggere la lavagnetta degli ‘ultimi arrivi’ scritti a pennarello in tre colori, rosso-verde-blu.
Matteo, Bastonate
Quei banchetti erano i nostri negozi di dischi preferiti, improvvisati forse, ma non per questo meno autentici, anzi, ancor più veri degli altri, perché dietro quel tavolinetto imbandito, il cantante si faceva venditore, il bassista con il polsino mi faceva perdere un paio di battiti ed il batterista mi offriva una birra e un autografo al volo, ricamato proprio lì, sul cd appena scartato, sul retro di copertina, sempre sotto ai numerosissimi ringraziamenti, dove a volte ti ritrovavi citata nemmeno sai come.
Tatiana, Smetto quando voglio
Il secondo era (e ignoro se lo sia ancora) il titolare del negozio di dischi più figo di Pescara. Egli somigliava al Michael Stipe del periodo di sospetta sieropositività, e io mi ero convinta che con lo Stipe condividesse anche l’orientamento sessuale, ipotesi avvalorata, fra l’altro, dalla sua militanza in una cover band dei Frankie Goes To Hollywood.
Un giorno lo vidi baciare appassionatamente una bionda sul lungomare Cristoforo Colombo.
Tale fu il dolore che smisi di frequentare i negozi di dischi.
Bugia. Iniziò l’era di Napster e smisi di frequentare i negozi di dischi.
Letizia, capitolazioni
Ecco, di storie simili- un po’ in giro per l’emilia e la romagna- ne avrei tante ed è palese il mio integralismo sul comprare i dischi nei negozi di dischi. Non tanto per questioni etiche o morali, quanto per avere veramente il disco. Per ascoltarlo mentre tieni in mano la confezione e sentirlo concretamente. Cioè, ascoltarlo in maniera sessuale senza alcuna virtualità. Ritengo inconcepibile, ad esempio, sentire un disco Constellation senza averlo addosso.
Marco, Happy days are here again