Crimea X: Otok (Secret Furry Hole)

Daniele Giovannini | 20/4/2011

otokxSenza alcuna pretesa di serietà socio-etnografica, credo sia possibile asserire che esiste un’intera generazione, o almeno una frazione di generazione, nata e svezzata in Italia nei secondi anni 80, cresciuta da genitori che furono ragazzi nei 70, in contesti urbani brutalisti risalenti agli anni 60. Il sottoscritto, membro del club, può rassicurarvi su quanto poco rassicurante sia, per un bambino, un’infanzia trascorsa sui sedili posteriori di una futuristica Golf dell’84, ad ascoltare cassette di prog distorte e riarse in mille vani portaoggetti, di notte, con il naso premuto contro un finestrino oltre il quale scorrono neon, cemento, acconciature cotonate, televisori monolitici dal refresh troppo lento per stare al passo del ritmo di Videomusic, un senso di disperatamente speranzosa disperazione, il male strisciante della techno, Milano Due, incidenti nucleari, poi altri neon—e il Challenger che esplode in cielo come i fuochi d’artificio di capodanni conditi da paillettes, Cinzano e sorrisi gialli. In quest’ottica, Otok è terrificante. È il celestiale fantasma di due decenni passati distorti da un Vangelis invecchiato male e da occhi bambini, e lo spettro di un futuro felice mai arrivato, distratto come fu dal tepore dei pozzi in fiamme e dalla magia dei traccianti nel cielo d’Iraq. Otok è il figlio kraut-emiliano di Jukka Reverberi e Dj Rocca, ovvero Crimea X—un EP che magari fu patinato trent’anni fa, fosse stato inciso trent’anni fa, gomito a gomito con Carpenter e le tempeste di neutrini, ma poi scartavetrato dal passare dei decenni. È il dolcevita di un Sagan che diserta in Unione Sovietica; l’unica musica che avrebbe avuto senso, in un pianeta dal fiato corto, sparare nelle profondità del cosmo a bordo della Voyager.

Visita il sito di Secret Furry Hole

Crimea X : Magnitogorsk by secretfurryhole

Kaleidoscope #25

Aurelio Pasini | 19/4/2011

Robyn Hitchcock

Questa settimana a Kaleidoscope si parla di psichedelia inglese tra gli anni ‘80 e ‘90.

Si parte con un nome di straculto come Nick Nicely, si conclude – inevitabilmente, forse – con gli Spacemen 3 e, nel mezzo, menestrelli acidi, arcidruidi, cover inaspettate, ma anche baggy, shoegaze e orientaleggianti prodromi brit-pop.

Nick Nicely – On The Beach (The Ladder Descends)
The Soup Dragons – I’m Free
Ride – Kaleidoscope
Ocean Colour Scene – No One Says
Julian Cope – Double Vegetation
Paul Roland – Venus In Furs
Robyn Hitchcock – Beautiful Queen
Spacemen 3 – Revolution

Kaleidoscope va in onda tutti i martedì intorno alle 23.40 su Città del Capo – Radio Metropolitana. Per contatti: leccarospi@gmail.com.

Ascolta il podcast in streaming

oppure scaricalo.

#RSD11 – titoli di coda

Francesco Farabegoli | 16/4/2011

in cui nuxx smonta e rimonta tutto quel che avete letto sotto. A caso, credo.

nuxx

La madre di Kekko mi ha invitato a pranzo a casa sua per festeggiare l’iTunes Record Store Day ascoltando la discografia completa dei Gerogerigegege, le ho detto che me ne sbatto il cazzo e che sarei andato al concerto dei Dinosaur Jr con Lory Del Santo.
Non è vero. Esco dall’ufficio di quello scoppiato di Alessandro Gallicchio alle undici e mezzo e mi metto in auto verso Pordenone pensando: “Ecco adesso si incazzerà a morte e si attaccherà al computer in camera di Kekko e giù di Napster col 56k. Che visione romantica…”
Penso che la madre di Kekko, super appassionata di noise giapponese, abbia smesso di ascoltare Lou Reed dopo aver finito l’università a Bari, quando si è trasferita a Firenze per aprire il Black Candy Store e inseme a Daniele Capezzone dei Matmos.
Quello che avvenne poi è narrato in un documentario trasmesso a tarda notte dalla gloriosa TMC2 verso la metà degli anni ‘90, introvabile se non su YouPorn.
Ma non celebrerò l’iTunes Record Store Day parlando della persona in questione (che purtroppo non vedrà il proprio nome celebrato per sempre su Vitaminic). — Continua a leggere

#RSD11 – ruolino di marcia, LAST MINUTE

Francesco Farabegoli | 16/4/2011


Docu-filmato del nostro Daniele Piovino

I Belle & Sebastian li avevo trovati per caso a Roma qualche mese prima, in una delle ore libere durante una gita (non andavo a Roma altrimenti: dal mio fazzoletto di provincia sono due ore e passa di pullman fino all’Anagnina, ed io ero molto pigro già all’epoca). Avevo trovato quel disco da Messaggerie Musicali – o almeno credo fosse MM. Ricordo che non avevo mai visto niente di così smisurato dedicato unicamente ai dischi; che c’era la possibilità di ascoltarne alcuni, evento che mi pareva inverosimile, e che sentivo che dovevo sanzionare la cosa in qualche modo compatibile col mio ristretto budget. Dei Belle & Sebastian avevo letto sul Mucchio, anche se non ricordavo bene a che proposito. La copertina era bella e il disco, a metà prezzo, lo comprai e lo ascoltai mezza volta, e non mi impressionò positivamente. Lo accantonai in un angolo dove rimase fino alla conversazione col giovane americano su Napster. Quindi, sentii per la prima volta, seriamente, If You’re Feeling Sinister. E.
Giorgio, Inkiostro

D’altra parte investire sul concetto di “negozio di dischi” come ultimo baluardo dell’amore ai tempi di amazon.it è una cosa che può funzionare giusto per un giorno all’anno, nella segreta speranza che non si diffonda come un virus. I negozi di dischi non sono romantici. Sono un simbolo della grettezza dell’individuo, una minuscola società della discriminazione e del malumore generico gestiti da persone che ne rappresentano al meglio i principi cardine.
L’unica cosa per cui ancor oggi i negozi di dischi (e quindi il RSD) hanno senso di esistere è che entrare in uno di questi negozi significa entrare in quella tipica durezza di cuore anni ‘90, nella quale è necessario SAPERE LA MUSICA anche senza Google a portata di mano. In poche parole, comprare al negozio di dischi è una cosa che richiede centinaia di ore di esperienza sul campo. O in alternativa, la perfetta conoscenza dell’agile manualetto in cinque punti che vi andiamo a sfoderare qui sotto.
Manuale di sopravvivenza, su Vice (è mio, per la verità)

Mi ricordo anche di Oggiono, ma ho dimenticato il nome del negozio. Fu la prima volta che avvicinai il sesso femminile da vicino. Ero già meno new wave, attecchiva la neo-psichedelia. Giravo vestito come Greg Prevost e ricordo che cercai anche di coltivare un ridicolo caschetto. Però a Monica piacevano ancora i Cure. Che ci vuoi fare. Per farla contenta, di sabato giravo con un crocifisso fosforescente su una camicia nera. Solo che lei faceva difficoltà, diceva la paura, mi guardava molto negli occhi, limonavamo appena, le carezzavo il maglione in zone sicure e ascoltavamo A Forest con le lacrime agli occhi. Del resto, avevo pratica solo su me stesso, non ero di grande conforto con la paura. Tornando poi deluso verso casa, in macchina, alla prima curva piantavo su i Fuzztones. Però da Oggiono, quel pomeriggio vicino al suo compleanno, tornai con la intiera discografia dei Cure a prezzo speciale, Three imaginary boys, Seventeen Seconds, Faith e Pornography: le scrissi un biglietto che terminava con ci perderemo assieme in questa fantastica foresta. Capitolò. Uscimmo di casa dopo Hanging Garden. Ciulammo come porcospini per tutta la notte sul sedile posteriore della panda verde di suo papà prestinaio.
Alessio, Trasmission

#RSD11 – ruolino di marcia, 15 aprile (seconda parte)

Francesco Farabegoli | 15/4/2011

rsds
(Sara per il RSD)

Un negozio di dischi è un posto dove il meglio che ti possa succedere è che accada l’imprevisto, che te ne torni a casa con una bustina e un supporto digitale su cui c’è registrata della musica che non stavi cercando proprio per niente.
Giampiero, Polimeri

Per sbarcare il lunario si è invento un mestiere: corre, urlando e fischiettando, per le strade del centro, oliando con delle bombolette spray le serrande dei negozi, in cambio di qualche spicciolo. In pratica: svolge un servizio, ma lo fa interpretando un personaggio. Dando vita a uno spettacolo.
Ovviamente è passato anche lui da Rock 86, ieri. E anche dopo che era andato via, tra una chiacchiera su un concerto dei Litfiba del 1989 che mise a ferro e fuoco un grande teatro cittadino, e un’altra sui Coldplay costretti a brindare col Cinzano al loro primo numero uno in Inghilterra, in quel di Misterbianco, il suo fischio continuava a risuonare, da lontanto, a tempo col disco degli Altra che stavamo ascoltando.
Emiliano, Stereogram

Tanto per rimanere nell’ambito delle cose rotonde, per come la vedo io un mondo senza negozi di dischi è come un mondo senza pizzerie: possibile, certo, ma più brutto. Voglio dire, perché rinunciarvi – alle pizzerie, e ai negozi di dischi – se non per una qualche forma di esecrabile masochismo?
Aurelio, Vitaminic

Quanto costa la musica? Perché costa così?
E’ questo che ti stai chiedendo? Sbagliato, dovresti chiederti:
Quanto sono dispoto a pagare perché questo sistema rimanga in piedi? O perlomeno, quanto sono disposto a pagare perché la parte che mi piace di questo sistema rimanga in piedi?
Francesco, Indieriviera

Io ovviamente non scarico musica perché ho amici altolocati come il Trota, Oscar Giannino e Daniele Capezzone che mi passano i dischi in anteprima esclusiva Rockit, ma quando un disco mi piace sul serio lo compro – perché in fondo è davvero bello odorare la copertina di un album appena aperto e poi mettere il cd nel lettore per la prima volta è sempre una bella sensazione. E se devo comprarlo preferisco recarmi da Semm Store a Bologna perché hanno tutto, i prezzi sono ragionevoli e poi nei cestoni con i dischi ad un euro ci trovo perle che suono quelle rare volte in cui posso fingere di fare il dj.
Accento Svedese

Ora l’unico negozio di dischi dove mi rifornisco e dove ho il piacere di stare lì, chinato sulle ginocchia a scorrere tra le copertine di cd e vinili interessanti e nuovi è Buscemi, dietro alla stazione di Cadorna. Ma uno è un po’ poco per una città come Milano. Ovvio che la situazione mi sembra inconciliabile perché il web è più comodo e soprattutto costa meno, d’altra parte non vorrei mai rinunciare al negozietto dove vai a comprare ma anche a parlare di musica. Dovrebbe esistere un posto che venda dischi fichi con personale fico a prezzi del web.
Pieromod

C’è sempre gente che ci chiede da quanto siamo aperti. Nessuno ci chiede come mai abbiamo deciso di aprire un negozio di dischi un paio di anni fa. Voglio smentire la diceria che chi compra i dischi è ormai un numero chiuso di persone: vado orgoglioso del fatto che spesso ci sono persone (spesso giovani) che si avvicinano all’acquisto della musica o di un libro proprio nel nostro negozietto.
Disorder parla con uno dei ragazzi del Black Candy Store

Il fatto non è quanti dischi brutti hai comprato, in locali ancora più brutti gestiti da personaggi di dubbio gusto. Il fatto è che andare a cercare negli scaffali polverosi di cd o vinili usati è una cosa che ha fatto al nostro sviluppo psico-fisico molto più dello sport e dei corsi di nuoto. E ci ha fatto diventare belli, alti e pure con i denti dritti.
No alla fine non è vero neppure questo. La questione è che averlo fatto ci ha fatto, e continua, a farci stare bene. E solo per questo che continuiamo a farlo.
Massimo, Sofabed

FIGHT NIGHT – Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o anche solo ricordarvi che domani è il giorno giusto per uscire, entrare in un negozio di musica serio (no catene) e comprare un disco. E suonarlo a rovescio, se proprio vi va.
Nanni Cobretti, I 400 calci

Un disco era una scelta, se ne prendevo uno avrei rinunciato a un altro, almeno per un po’. Il Baffo mi aiutava molto in questa scelta. Andavo alla cassa con due dischi e lui mi diceva, prendi quello lì, l’altro te lo faccio ribassato tra una settimana. Affare fatto. Il giorno che comprai la colonna sonora di The Doors al posto di Dangerous il Baffo mi fece un mezzo sorriso. Stiamo facendo progressi, fu il suo commento. Non l’avrei più comprato, Dangerous. Io non lo sapevo, ma il Baffo sì.
Caterina, Barabba

#RSD11 – ruolino di marcia, 15 aprile (prima parte)

Francesco Farabegoli | 15/4/2011

rsdt
Anzi no, non è vero, qualcosa compravamo. Discussioni talmudiche che duravano settimane per decidere cosa acquistare. Perché da quel cd non dipendeva solo la bontà dell’acquisto di chi lo comperava effettivamente, ma i destini di tutti noi che eravamo l’indotto di quel cd, che l’avremmo ascoltato riprodotto in cassettine di fattura domestica. E quindi eccoci lì, brufolosi e flanellati a bivaccare per ore nel negozio uscendo con UN unico cd a 19.900 lire in sei. Tanto comunque l’alternativa non c’era. O lì, o lì. Qualunque fosse il trattamento.
Tostoini, ovviamente anche l’immagine

E così, per quanto abbia visitato con devozione molti dei più celebri negozi di dischi in giro per il mondo (dal classico Rough Trade di Talbot Road a Londra, a Other Music a New York, ai Pet Sounds e Record Hunter a Stoccolma), e ad ogni viaggio cerchi sempre di trovarne qualcuno nuovo, quando parliamo di negozi di dischi a me continua a venire in mente il Play Loud di Cento, piccola cittadina di provincia in mezzo alla Bassa emiliana.
Enzo, Polaroid

Un negozio gestito praticamente sempre dalla stessa persona, una signorina dai capelli bianchissimi che ogni volta sembrava stupita dalle mie richieste. Ho comprato un milione di dischi lì, ma Vitalogy lo ricordo ancora come il più importante. Per le bestemmie formulate alla vista del prezzo e per Immortality, Better Man, Corduroy e Nothingman su tutte.
Non posso dire di aver instaurato, nel corso degli anni, un rapporto degno di nota con la negoziante dai capelli bianchi, ma ancora oggi credo mi ricordi come la persona che arrivava in negozio con un’unica domanda: “E’ uscito quello dei… ?”, ottenendo sempre la risposta: “Dovrebbe uscire domani” o “E’ arrivato stamattina”. Perchè compravo le riviste e conoscevo le date. Le riviste! Le date! Ora non so un cazzo di niente. Sono un ignorante di merda.

Massimo, Dietnam

E insomma ero lì a Londra e mi ritrovo con la copertina del cd qui sotto in mano. Un disco che cercavo da 10 anni e più. Venduto in poche copie. Esaurito senza appelli altrove. Vado in cassa trionfante. Il cassiere è uno dei curatori dell’etichetta. Un vecchio punk come me. Lo ringrazio per quello che fa dopo aver pagato, in genere. Stavolta però il tipo prende la scatola e inizia a girare per il negozio. Dopo 10 minuti torna da me. “I’m sorry. There’s only the box in the store. I can’t find the cd”. “Will you reissue this record?” chiedo. “No chance. It was a bad seller. Try the internet”, mi risponde con un sorriso.
Paolo, The pulpit

La musica tra l’altro la metto io. Cioè, scelgo cosa ascoltare, beninteso con alcune limitazioni: e la prima limitazione è che il cd suonato deve essere presente in negozio. Beh sì, lo so che è una ovvietà, il problema è che anche se qui siamo pieni di musica, spesso manca proprio la musica che vorrei sentire. Non è colpa mia se il disco che ho scaricato ieri notte dall’mblog di turno, nel mio negozio inspiegabilmente non c’è. Che non ci sia è assolutamente sicuro, lo so perché sono sempre io a fare anche le ordinazioni: ed ammesso che quel disco scaricato ieri notte esca davvero su una qualche etichetta, sono abbastanza scarse le probabilità che tale etichetta sia distribuita da uno dei nostri distributori. Ne abbiamo parecchi di distributori, certo, però da qui a coprire tutto l’arco della NuovaP2 ce ne corre: e infine, se proprio avessimo quel distributore che distribuisce quell’etichetta che produce quel disco, ci arriverebbe tra un mese.
Massimo, complottoemezzo

Nel posto in cui sono cresciuto i negozi di dischi hanno sempre avuto scarsa fortuna, divorati dall’incompetenza e dalla pirateria.
Ricordo ancora quella volta in cui chiesi un disco dei Morcheeba, Who can you trust?, e mi sentii rispondere -
Antò, hai sentito? Questo vuole Murgita!
(all’epoca Roberto Murgita era un calciatore del Napoli).

Everybody Hertz, Frigopop

Che comprai Mellon Collie and the Infinite Sadness la sera in cui uscì, ma tardi, verso le 18 che era già buio, e piovigginava e poco prima di Rinascita c’era all’angolo una ragazza in lacrime, e quando poi uscii dal negozio lei era lì tutta consolata, abbracciata dal fidanzato, e questa è o non è la cosa più Smashing Pumpkins mai successa?
Ashared apil-ekur, Bastonate

In Italia una buona metà dei cittadini, forse anche di più, non usa Internet. La rete, specialmente a Frosinone che è una città non proprio all’avanguardia, è un lusso riservato soprattutto ai giovanissimi. Non è un caso che la mia clientela sia mediamente pittosto in là con gli anni. Le generazioni passate fanno fatica a legarsi alla musica senza l’oggetto intorno, non accettano di possedere una cosa evanescente.
Giulia, Inpausa, intervista Marco di Nordovest

La telefonata non si è conclusa così, è proseguita amabilmente con l’invito a continuarla nel negozio quanto prima. Nonostante l’abbia registrata, ho dato parola al titolare che non avrei pubblicato la chiacchierata originale. Il fatto poi è che questo atteggiamento di rifiuto gentile ricevuto, duro e puro, le cui motivazioni in realtà vanno al di là di quello che posso comprendere, o anche solo intuire, mi fa amare ancora di più quel posto.
Federico, La Belle Epop

#RSD11: Cose rotonde (e indispensabili)

Aurelio Pasini | 15/4/2011

La mia prima cassetta, 20 Greatest Hits dei Beatles, me la sono fatta regalare quando avevo dieci anni, nel 1985. Il primo vinile – il mix di Holiday Rap degli orridi MC Miker G & DJ Sven: ognuno ha i propri scheletri musicali nell’armadio – è arrivato un anno più tardi. Mio padre mi aveva promesso un giradischi per Natale, e io mi ero portato avanti e avevo cominciato a comprarne già mesi prima. Da allora i negozi di dischi sono diventati un luogo fondamentale per la mia vita. O, meglio ancora, una presenza indispensabile. Al punto di vivere la loro scomparsa come un fatto personale, un affronto portatomi da un’epoca di fruizioni sonore frettolose e incivili. Spiegare a chi ne è indifferente la passione e l’amore che ci stanno dietro è come far capire a un inglese perché gli spaghetti al ragù non hanno senso: tempo sprecato.

Tanto per rimanere nell’ambito delle cose rotonde, per come la vedo io un mondo senza negozi di dischi è come un mondo senza pizzerie: possibile, certo, ma più brutto. Voglio dire, perché rinunciarvi – alle pizzerie, e ai negozi di dischi – se non per una qualche forma di esecrabile masochismo?

discopizza

Tra i tanti meriti del Record Store Day, oltre a quelli più evidenti, c’è anche l’aver riportato negli appassionati l’attesa spasmodica per le uscite discografiche, che purtroppo si è ormai persa. Personalmente sono già in fibrillazione da parecchi giorni, e sto aspettando il 16 aprile con la stessa impazienza di un bimbo che aspetta la mattina di Natale per aprire i regali. E, quando domattina andrò al mio negozio di fiducia, mi aspetto di trovarlo pieno – e magari anche di riuscire a recuperare i dischi che cerco, che schifo non farebbe.

I podcast di Vitaminic: La Belle Epop

Federico Pirozzi | 15/4/2011

husband-love songLa settimana scorsa mentre si concludeva il primo pezzo R&B di sempre passato a La Belle Epop – ringraziamo il buon Massimo Reali per questo -, sfrontatamente, in diretta, ho provato a unirlo con Love Song, il brano successivo degli Husband, e parlarci anche su. Il sound scuro del duo italiano, sountrack da paesaggio urbano di una realtà governata dai droni, ho pensato si sposasse bene, per asfissia, con Glass Table Girls di The Weeknd. L’esperimento di mixing non è stato brillante, ma finché ci sono le buone canzoni, chissene.

La Belle Epop è un tentativo di intrattenimento musicale in onda il sabato pomeriggio da Bologna dalle 17.30 sulle frequenza di Città Del Capo – Radio Metropolitana. Per intervenire in trasmissione, suggerire altre attività al conduttore, o fargli compagnia in diretta, l’indirizzo è (diretta@radiocittadelcapo.it) diretta (at) radiocittadelcapo (dot) it. Ecco la scaletta, buon ascolto!

Toro Y Moi – New Beat
Massimo Volume – Mi Piacerebbe Ogni Tanto Averti Qui
Acid House Kings – I Just Called To Say Jag Älskar Dig
Belle And Sebastian – Sunday’s Pretty Icons
Dream Diary – Something Tells Her
[in collegamento da Firenze con Max Reali per la rubrica Disco Breakin']
The Weeknd – House Of Balloons/Glass Table Girls
Husband – Love Song
Dirty Gold – California Sunrise
Raphael Saadiq – Stereo

Scarica la puntata in mp3 oppure ascoltala in streaming

#RSD11 – ruolino di marcia, 14 aprile

Francesco Farabegoli | 14/4/2011
(Elena/Infetta per il RSD11)

(Elena/Infetta per il RSD11)

Come ben vi ha già detto Nur, per noi gioventù 2.0 il Record Store Day forse non è proprio l’occasione per rivangare nostalgiche storie ed immagini in stile Super8 riguardo il piccolo negozietto di dischi dietro l’angolo fra i cui scaffali siamo cresciuti o nel quale investivamo la nostra paghetta settimanale. Noi siamo i figli di internet, dei forum musicali, del vecchio e caro eMule (ma qualcuno lo usa ancora?), e quasi sicuramente nessuno di noi ha avuto mai un negozio di dischi del cuore.
Ma, oltre ad essere la generazione di 2.0 figlia di internet, siamo anche la generazione 2.0 dei voli low cost, dell’Erasmus, dei master/corsi/tirocini all’estero. Di conseguenza siamo la generazione che già in tenera età ha avuto la fortuna di infilare le mani in pile di dischi e vinili fra i più assurdi e chiacchierare con commessi e gestori dai più svariati accenti.
Ramona, Frigopop

Mi era già capitato di andare in un negozio specializzato, a Milano, si chiamava Sound Cave: bastava scorrere i nomi dei gruppi per sfondare la quarta parete del metallismo e ritrovarsi nei campi beati del LOAL. Eppure, con un adeguato supporto (cioè Attilio che sentenziava «merda… merda… fico… pazzesco… brucialo…» mentre passava in rassegna i dischi che gli proponevo) oggi sono fiero di quella modesta ma decorosa discografia scandinava che mi saluta dallo scaffale con le sue copertine nere e i suoi font più o meno gotici. Oggi al posto di Sound Cave ci dev’essere un qualche show room, perché i vestiti non si possono (ancora) scaricare da internet.
Federico, Musica noiosa

Mi ricordo il mio paese senza negozi di dischi, e dovevo fare quindici chilometri per comprarne uno, prima con la macchina e la mamma, poi con la corriera, poi col motorino e alla fine con la macchina, da solo, senza mamma.
Mi ricordo che ci lavorava Cisco, in quel negozio lì, lavorava con la musica per vivere, prima ancora di vivere di musica e non lavorare.
Mi ricordo le bustine gialle con sopra il nome del negozio e mia madre che diceva Come son comode, queste bustine gialle, per raccogliere le merde del tuo cane.
Marco, Barabba

avsomo
un negozio di dischi può davvero essere un luogo meraviglioso, dove passare ore ad ascoltare curiosare chiacchierare leggere.
per scoprire, giorno dopo giorno, che il proprio mondo è ancora più pieno di cose belle, e nuove, e inaspettate.
Elena, A visible sign of my own

Il periodo 1993-95 è stato il cuore della mia educazione sentimentale: occhi e orecchie spalancate, Videomusic e Radio Deejay a palla, l’“Intrepido” e “Dylan Dog” in edicola, e quando ero particolarmente ricco anche “Cyborg” e “Rockstar” (Max Prestia è stato il mio Lester Bangs), Last Action Hero e Il Corvo al cinema, le partite dell’NBA su Telemontecarlo con le telecronache di Guido Bagatta e Ugo Francica Nava, “Talk Radio” su Italia1, il Super Nintendo, le riviste di videogiochi scroccate dal compagno di banco ultraviziato che ovviamente aveva già il Super Nintendo in casa, i videogiochi della Simulmondo, le Nike Air Max, la pubblicità delle Nike Air Max con Charles Barkley che parlava in italiano, il Bologna in serie C1, Eric Roberts praticamente in ogni film al videonoleggio di fiducia… In tutto questo, Nannucci era il passaporto per i miei anni novanta: ci passavo davanti praticamente tutti i giorni, ogni pretesto era buono per entrare anche solo a dare un’occhiata o fermarsi fuori davanti alla vetrina a leggere la lavagnetta degli ‘ultimi arrivi’ scritti a pennarello in tre colori, rosso-verde-blu.
Matteo, Bastonate

Quei banchetti erano i nostri negozi di dischi preferiti, improvvisati forse, ma non per questo meno autentici, anzi, ancor più veri degli altri, perché dietro quel tavolinetto imbandito, il cantante si faceva venditore, il bassista con il polsino mi faceva perdere un paio di battiti ed il batterista mi offriva una birra e un autografo al volo, ricamato proprio lì, sul cd appena scartato, sul retro di copertina, sempre sotto ai numerosissimi ringraziamenti, dove a volte ti ritrovavi citata nemmeno sai come.
Tatiana, Smetto quando voglio

Il secondo era (e ignoro se lo sia ancora) il titolare del negozio di dischi più figo di Pescara. Egli somigliava al Michael Stipe del periodo di sospetta sieropositività, e io mi ero convinta che con lo Stipe condividesse anche l’orientamento sessuale, ipotesi avvalorata, fra l’altro, dalla sua militanza in una cover band dei Frankie Goes To Hollywood.
Un giorno lo vidi baciare appassionatamente una bionda sul lungomare Cristoforo Colombo.
Tale fu il dolore che smisi di frequentare i negozi di dischi.
Bugia. Iniziò l’era di Napster e smisi di frequentare i negozi di dischi.
Letizia, capitolazioni

Ecco, di storie simili- un po’ in giro per l’emilia e la romagna- ne avrei tante ed è palese il mio integralismo sul comprare i dischi nei negozi di dischi. Non tanto per questioni etiche o morali, quanto per avere veramente il disco. Per ascoltarlo mentre tieni in mano la confezione e sentirlo concretamente. Cioè, ascoltarlo in maniera sessuale senza alcuna virtualità. Ritengo inconcepibile, ad esempio, sentire un disco Constellation senza averlo addosso.
Marco, Happy days are here again

Explosions In The Sky: Take Care, Take Care, Take Care (Temporary Residence)

Marco Delsoldato | 14/4/2011

eitsphIl lato comico della vicenda, a parte le menate sul post rock (e crescendo e arpeggi e implosioni e esplosioni e magari ascoltare i For Carnation farebbe bene), viene esaltato quando si nega l’assoluta indipendenza degli Explosions In The Sky. E, per farlo, addirittura ipotizzare cambi di rotta causa dueintrusionielettronichedue. Così, tanto per affondare- tramite sofismi da prima liceo- il coltello nel petto, tornare a parlare dei Mogwai e sputtanare il vivere bene. Il lato è comico, perchè gli EITS hanno sempre e solo fatto gli EITS. Se, per puro caso, entri dove stanno passando un disco di Munaf Rayani e soci non stai a pensare (nemmeno un secondo) chi sia a suonare. Sono gli EITS. E stai bene, perchè nel loro mood l’eleganza è unica, volendo irripetibile. Dopo un primo loro concerto (e qui parliamo di ben prima dell’organizzazione dell’ ATP: Cinema Corso, Finale Emilia, quaranta persone portate da Tizio. E fu una roba indimenticabile) non sarai mai spiazzato dai successivi. Saranno sempre belli, per eleganza e capacità live. Forse non indimenticabili come il primo, per inerzia e leggi della fisica. Gli EITS hanno questo gusto assurdo, per cui ripetendo se stessi rinnovano ogni volta le sensazioni. I Mogwai sono altro. Hanno scartato dopo ogni disco (almeno sino a The Hawk Is Howling), trasfigurando l’attitudine punk pur restando ancorati a certe dimensioni. Gli EITS non lo hanno mai fatto, presumibilmente fregandosene. Non hanno mai realizzato, e mai realizzeranno, un Rock Action. E non è detto sia un male. Sono solo cose diverse, prima o poi andrà pur compreso, legate ad un tipo di suono. Ma il trituramento dovrebbe terminare con questa evidenza. Allora è Take Care, Take Care, Take Care, splendidamente Explosions In  The Sky, con  firma Explosions In The Sky e destinato a far godere ad un concerto Explosions In The Sky. Per quel discorso di bellezza riconoscibile che, nel genere, non hanno altri. Senza doverci stare troppo a pensare. Un gioco di dinamiche note, eppure coinvolgenti e sempre perfette nell’equilibrio. Un bel disco, a cui andrebbero tolti i commenti esterni. Volendo anche il mio, servisse a eliminarne altri.

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