Mombi: The Wounded Beat (Own Records)

Marco Delsoldato | 29/4/2011

mombiNuova squisitezza griffata Own Records, che con la qualità ha un rapporto oltremodo possessivo. Nel dettaglio arriva The Wounted Beat, griffato Mombi, ossia un duo formato da Kael Smith e Matt Herron. Siamo dalle parti della scrittura atmosferica intimista, sul modello evocativo alla Barzin . Si gioca col sogno, sporcando l’acustica folk attraverso una sensibilità figlia di chi prima ha ascoltato Mark Kozelek, poi ha imparato la lezione ed infine si è messo in proprio anche con l’elettronica soft. Roba notturna, estranea a qualsiasi tipo di frenesia. Ed elegante come poche altre in questo periodo.

Ascolta The Wounded Beat

Handmade Festival 2011, Guastalla (RE)

Federico Pucci | 29/4/2011

handmade

La primavera è la stagione delle migrazioni.

Lupi e orsacchiotti risalgono lentamente il dorso delle montagne per godere di una temperatura più fresca. Gli elefantini dell’hipster, invece, scendono a valle a sudare uno accanto all’altro. Celestopoli è in provincia di Reggio Emilia: siamo tutti quanti felici di ritrovarci, riconoscerci come gruppo, riconoscere i gruppi, passare un pomeriggio a incrociare le proboscidi in segno di reciproca stima, sederci sull’erba. The Cleb è una capanna fra i campi di Guastalla dove ogni anno, dall’ormai remoto 2007, Jonathan Clancy e compagnia organizzano il primo festival della primavera indie italiana.

In questi cinque anni la scena pachidermica si è evoluta, i barriti sono cambiati, la riserva – adeguatamente protetta dal bracconaggio – si è ripopolata. Anche le facce, esclusi i padroni di casa degli A Classic Education, si sono alternate piuttosto vivacemente. Nell’edizione 2011, ad esempio, uno spazio speciale del nostro cuoricino flanellato sarà occupato dagli Altro, dai Cut e dai Death of Anna Karina, collocati in un programma che a questo giro farà battere i piedi e dondolare il capo più che agitare i fianchi. Alcuni gruppi tornano da importanti turnée internazionali, altri da svolte stilistiche e concettuali, qualcuno cercherà di anticipare i progressi dello stile in materia di acconciatura della barba, Enzo metterà i dischi che fra qualche mese sfonderanno le compilation, Bologna andrà in campagna. Insomma, per essere un primo maggio, ci sarà parecchio da lavorare con l’esegesi: dico per chi preferisce l’esegesi alla birra e ai pic-nic.

E va pur bene così a noi rinoceronti, sempre pronti a rimestare col naso cornuto negli affari di re Babar: questa volta sarà accontentata la nostra smania di diversità e la smetteremo di criticare l’allegra comunità carnevalesca degli elefantini. Che, in fondo, lo avevamo capito tutti fin da bambini, Lord Ratacea è sempre stato un gran tenerone.

Ci vediamo lì, ungulati.
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Dinosaur Jr: Don’t

Francesco Farabegoli | 29/4/2011

Don’t è l’apice emotivo dei Dinosaur Jr e la loro canzone più bella. È come l’inizio di Little Fury Things sparato per 5 minuti a fila e senza le parti melodiche. Non è il loro pezzo più rappresentativo (probabilmente è il meno), né quello più conosciuto, né quello in cui Mascis dà la miglior prova di scrittura né altro. Don’t è il pezzo che chiude Bug, il loro terzo disco, quello che chiude in bellezza la prima fase della band e fa da anticamera al licenziamento di Lou Barlow.
Il 4 luglio, a Milano, i Dinosaur Jr suoneranno tutto Bug. Non è un’operazione cristallina (la reunion con Barlow con la scaletta presa in blocco dai primi tre dischi era più che sufficiente a celebrare quel periodo) ma è difficile scacciare la cosa e passare oltre. Penso a Don’t, alla possibilità di sentirla sparata a volumi osceni, J Mascis piegato sulla sua chitarra con i capelli bianchi a coprire il volto. Al momento è annunciata di spalla la Bud Spencer Blues Explosion, ma pare che altri immeritevoli rompipalle si aggiungeranno.

Cantare nei Fleet Foxes (e averci il blues)

simone rossi | 28/4/2011

robin

Visto il tipo di musica che facciamo – folk con i coretti – non eravamo pronti a un successo del genere. Tre anni fa siamo venuti fuori con il nostro primo disco omonimo, Fleet Foxes, Volpi Svelte, era un disco di folk con i coretti, non eravamo pronti a un successo del genere, e invece abbiamo venduto una barcata di copie e siamo stati in tour ininterrotto per un paio d’anni e devo dire che, a parte qualche servizio fotografico un po’ tremendo, insomma, questa faccenda del successo è stata tanto inaspettata quanto indolore, e ha stravolto le nostre vite.
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Josh T. Pearson: Last Of The Country Gentlemen (Mute)

Marco Delsoldato | 28/4/2011

joshIl genio di Josh T.Pearson è drasticamente attuale. All’epoca Lift To Experience passava come sorta di predicatore post-shoegaze: in The Texas-Jerusalem Crossroads tornava il messia e Josh ci raccontava tutto il sequel. Noi gli credavamo, perbacco, e quando i Lift To Experience sono scomparsi (molto velocemente), rimanemmo in attesa di una nuova resurrezione, più o meno personale. E se di dischi non ne uscivano, meno difficile era incontrare il nostro a qualche concerto. A me è capitato ad un ATP, non casualmente organizzato da Warren Ellis e i Dirty Three. Josh suonò il primo giorno, dopo la mezzanotte, al Centre Stage. Col suo cappello texano ed un’energia mistica da apostolo illuminato. Io gli ho creduto, cazzo, e immaginavo la sua scomparsa da Butlins sulle ali di qualche arcangelo a caso. Invece no, perchè il genio, lo ribadisco, è drasticamente attuale. Nei due giorni successivi del festival, il potenziale evangelizzatore con le stigmate girava allegramente fra piscina (con annesso slippino), minigolf e pub, alla -nemmeno tanto disperata- ricerca di una ragazza. Bene,  in quel momento io- che lo vedevo nel deserto a sconfiggere il demonio- ho compreso la contemporaneità e la purezza. Carnale e spirituale. Con gli amici lo chiamammo il millantatore. Sia chiaro, nel senso positivo che si può dare, oggi, al termine. Così quando è arrivato Last Of The Country Gentlemen ho potuto affrontarlo a testa alta. Senza deliri religiosi ad ingannarmi ed una certa cognizione nell’ascolto. Fondamentalmente potevo gustarmelo nella sua bellezza, lasciando da parte paranoie e referenzialità. Ecco allora il godimento per meravigliose desolazioni reiterate, stritolate sino all’eccesso con la dilatazione. Sette brani, con più della metà a superare i dieci minuti. Eppure strabordanti di gusto autorale. Poi arrivano i chierichetti (per dire, il sopracitato Warren Ellis) e con i violini decidono di straziare l’intensità acustica. Si dovrebbe star male, insomma. E si sta male, ma è quel male che fa stare bene.Per la chitarra scarna. Ed i racconti – a loro modo- solitari e terminali. E quando finisce il disco, invece di rimuginarci sopra, arriva la consapevolezza che, prima o poi,  lo vedrai  in bermuda a giocare a racchettoni. Ma quanto ci sta da dio al mondo, oggi,  Josh T.Pearson?

Ascolta e guarda un pò di roba:

Woman, When I’Ve Raised Hell

Country Dumb

Sweetheart, I’Ain’T Your Christ


Murcof: La sangre iluminada OST (InFiné)

Daniele Giovannini | 28/4/2011

sangre-iluminadaSpesso e volentieri si usano a sproposito nomi potenti per catalogare in qualche modo, quando persi o peggio ancora quando pigri, quello che passa per le orecchie. Fernando Corona—anche noto come Murcof, amabile producer messicano reso tale (amabile, non messicano) dal suo essere molto cosmico e poco balearico—nel 2007 pubblicò anonimamente la colonna sonora per un film, La sangre iluminada, che non ho visto né mi sembra di avere modo di acquistare legamente su internet ma che leggo essere pieno di deserto e smarrimento. La colonna sonora è scarna ma ascoltabile, raffinatissima, appropriatamente piena anch’essa di sogno e desolazione: e suona esattamente come Murcof suonerebbe, se Murcof avesse composto una colonna sonora. Si sarebbe usato il suo nome per descriverla, non sapendo che di Murcof in effetti si tratta. Rielaborata e firmata, La sangre iluminada esce ora, a quattro anni di distanza.

I Blame Coco: The Constant (Island/Universal)

Chiara Leandri | 27/4/2011
i blame coco The_ConstantLa figlia di Sting? Una modella? Su, diciamocelo: non avrebbe mai sfornato un disco se non fosse famosa come la figlia di un musicista e bella come la figlia di un’attrice. Vorremmo tanto blindarci nel nostro consapevole scetticismo e continuare a nascondendoci dietro a frasi come è-carina-e-quindi-è-stupida. Ma se invece ci lasciassimo trasportare da questi 14 pezzi di puro pop? Alzi la mano chi non è stato affascinato da Selfmachine, pezzone da autoradio a tutto volume che col suo tintinnante riff e una voce misteriosamente androgina ci trascina sulle strade del nuovo decennio. Bene, voi fuori. Ora sotto chi non apprezza ragazzine ventenni che ascoltano Jimi Hendrix e poi, gazie al papi, si trovano un produttore svedese che sforni loro un bel dischetto da classifica. Grazie per essere passati. Rimaniamo solo noi, che, accantonando pregiudizi e resistenze del nostro gusto critico, ci facciamo contagiare dai tempi, rifiutandoci di ragionare come dei dannati vecchiacci. Perché è quello che abbiamo paura di diventare, diciamocelo. Decidiamo invece di dare una possibilità a colei che viene a reclamare un posto fra i Grandi, novella Pollon che vuol essere dea. La strada è ancora lunga, ci penseranno amici come RobynLa Roux, Pete Doherty o Plan B ad aiutarla. Le buone compagnie non fanno mai male, la sua storia ce lo dimostra. Lei, con quell’allure da modella che va molto bene per un videoclip, stuzzica la nostra voglia di giocare a fare un esperimento, la sociologia della scalata che si fa allettante. Ecco perché ancora oggi, dopo mesi che i suoi pezzi e i video e la fama rimbalzano fra i globi, vale la pena parlare di questa nuovabarraconosciuta bandbarracantante: perché ci stuzzica. Con quelle immagini patinate e con quei suoni totalmente al passo col gusto radiofonico. Ma a noi andrà bene, sì, perlomeno fintanto che usciranno pezzi come Caesar.
13 giugno – Maggio fiorentino, Firenze
14 giugno – Circolo degli Artisti, Roma

J Mascis @ Bloom (Mezzago, 17/04/2011)

Elena Mariani | 27/4/2011

J-Mascis-21

via

“Cos’è successo?”
“No niente mamma, ho pianto al concerto”

Questa è la fine ma partiamo dall’inizio.
J Mascis al Bloom, da solista.
J Mascis, l’anti divo, cantante dei Dinosaur Jr, quello che fa i video ancora sullo skate, se ne esce con un album solista Several Shades of Why e lo presenterà in Brianza.
Ed è subito morte, pianti, orgasmi ripetitivi e prevendite cliccate.
Non faccio altro che disegnarlo e chiedermi “Ma sarò pronta?” — Continua a leggere

Obsolescenza Programmata: Ora non so più

Daniele Piovino | 27/4/2011

VIVE copertina
Ora non so più è la prima traccia di Vive, una “compilazione delle rare esecuzioni live di Obsolescenza Programmata registrate con tecnologie diverse a seconda dei casi, spesso imprecise, imperfette, di un umore tragico e difficile, saturo di clip e nebbie digitali”. Senza tralasciare i (sapienti) riferimenti electro-industrial, mi piace pensare che il tessuto ricercato e impalpabile del suono sia, in un certo senso, anche ricerca epistemologica. Che la connotazione diafasica della parola “mamma” (minuto 3:33) sia il superamento di quell’intero asse immaginario che dal registro più familiare si muove verso un registro più aulico e sostenuto: la sintesi destabilizzante. Qualcosa che esula dalla produzione musicale e al contempo ne è alla base. Una consapevolezza simile l’ho avvertita rivedendo di recente il finale dello spettacolo Revelations di Bill Hicks:  “Una scelta, proprio ora, fra paura e amore. Ecco cosa possiamo fare per cambiare il mondo, proprio adesso, in un giro di giostra migliore.”
Utopia? Distopìa? Forse è solo una questione di monadi, ma non è il caso di filosofeggiare troppo, potreste sempre rispondermi che avete letto Wittgenstein.

OBSOLESCENZA PROGRAMMATA / Ora non so più by primoregistrazioni

Kaleidoscope #26

Aurelio Pasini | 26/4/2011

The Dream Syndicate

Se la scorsa settimana ci eravamo occupati di psichedelia inglese moderna, questa volta l’attenzione di Kaleidoscope si sposta verso gli Stati Uniti degli anni ‘80, per un viaggio tra sonorità garage, atmosfere acide e richiami Sixties che partirà da Los Angeles e ci porterà a New York, Boston e Seattle, per poi chiudere il cerchio e tornare nella soleggiata California.

Questa, nel dettaglio, la scaletta:
Droogs – Smoke And Mirrors
The Three O’Clock – With A Cantaloupe Girlfriend
True West – Hollywood Holiday
The Vipers – Medication
Lyres – Don’t Give It Up Now
Green Pajamas – My Red Balloon
The Tell-Tale Hearts – No Surprise
The Dream Syndicate – Halloween

Kaleidoscope va in onda tutti i martedì intorno alle 23.40 su Città del Capo – Radio Metropolitana. Per contatti: leccarospi@gmail.com.

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