Se i Radiohead fossero una locuzione latina, sarebbero “dicunt”, si dice.
Si dice in giro che fra una settimana esce il nuovo disco, a sorpresa; si dice in giro che il disco è bello, no, è brutto; si dice in giro che uscirà un vinile corredato da un giornale; no, aspetta, si dice che il giornale verrà distribuito gratuitamente in tutto il mondo (cioè in 50 città); no, aspetta, entrambe le cose; si dice in giro che il giornale sarà tradotto solo in greco e polacco (questa, poi) e per il resto ci si arrangia con l’inglese; no, al contrario, si dice che in Grecia e Polonia uscirà solo in inglese; si dice in giro che dentro il giornale ci sia un codice con il quale puoi fare una cosa che ancora non si sa, ma di cui, in giro, già si parla molto.
Quando un paio di weekend fa sono stato ospite del RomaPopfest sono letteralmente caduto sulle ginocchia e poi capitolato durante il live de I Quartieri. La giovanissima band romana sul palco è stata una rivelazione. Difficile da spiegare cosa è successo, ci vorrebbe un paroliere consumato o un poeta professionista per rendere a parole la bellezza semplice delle loro canzoni fuori dalle assi di tempo e spazio. Ero tentato di comprare tutte le copie di Nebulose, l’EP pubblicato per la 24 Records, e pure la voglia di lasciarlo andare senza interruzioni per il resto della puntata è stata forte. Nulla in palio ma I Quartieri hanno vinto.
La Belle Epop è un tentativo di intrattenimento musicale in onda da Bologna, ogni sabato pomeriggio dalle 17.30 sulle frequenza di Città Del Capo – Radio Metropolitana. Per contattare la trasmissione, suggerire altre attività al conduttore, o supportarlo dal basso, l’indirizzo è (labelleepop@gmail.com) labelleepop (at) gmail (dot) com. Ecco la scaletta, buon ascolto del podcast!
Mariposa – Tre Mosse
Radio Dept. – Bus (live acoustic version)
A Classic Education – Night Owl
Alex Turner – Stuck On The Puzzle
I Quartieri – La Stanza Di Mimì
Let’s Wrestle – Dear John
Dum Dum Girls – There Is A Light That Never Goes Out (The Smiths cover)
Horrible Present – Floating Mess
Bass Drum Of Death – He’s So Fine
Trascurando il concetto primigenio di post rock, ormai- più che dimenticato- devastato da ciò che inevitabilmente è destinato a restare per impatto (con un certo menefreghismo didattico per incipit e città cimitero – cit. Cinzia Le Fauci), i due Colorlist sintetizzano algidamente l’attitudine modello Chicago, città da dove in effetti saltano fuori. Nel concreto modello di riferimento per certe sonorità, rispetto ad altre zone del mondo citate spesso a sproposito. Sempre, sia chiaro, volendo restare all’origine delle cose e non alle declinazioni NME. I tipi della Serein, spaziando nella (non) circonferenza Tortoise (che, per dire, oggi vi farebbero divertire più dei Battles), lavorano di sfumature e luci fioche, sfruttando i fiati come modello e l’arrangiamento per arrivare alla sostanza jazzata. The Fastest Way to Become the Ocean gioca nell’assuefazione reiterata e pacata, assumendo un colore celebrale affine al buon gusto e distante dall’imperativo delle danzatine. Roba che non potrà riempire troppi locali, ma facilmente colpirà chi non cerca nella forza bruta la soluzione di ogni problema.
Bambini, siamo nel 2011.
Questo può significare poco per molti di voi (molto per i catastrofisti della vulgata maya, ma ne parliamo un’altra volta), ma per altri vuole dire una cosina semplicissima: che vostra cugina del ’91 adesso ha vent’anni. Ok, respirate, è uno shock anche per me.
Ora, la mia amica Viola ha una teoria (ne ha molte, in realtà, ma adesso mi concentrerò su una in particolare). Che i TARM, periodo ’97-’01, introducano perfettamente al punk. Prendi un (pre)adolescente che ancora non conosce il punk, gli dai i TARM e lo inizi.
Questo cd qui, invece, è l’introduzione ideale per vostra cugina del ’96 (l’altra) che ignora cosa siano gli anni ’90 musicali che voi (io, se non altro) ascoltate e le citate da mane a sera – e che secondo la mia amica Viola, sempre lei, sono l’ultima decade di Grande Musica prima dello sfascio attuale.
O se preferite, questo cd è un clamoroso compendio nineties che spazia tra i generi con un eclettismo coerente da best of e avrebbe fatto una figura clamorosa come colonna sonora di qualcuno di quei deliziosi film scazzati che adesso passano solo su Fuori Orario (Volete un nome? Mi invitate a nozze: S.F.W. Pensavate che avrei detto Clerks, eh? Dilettanti.). E del best of ha anche i singoloni: senza contare un clamoroso assolo apocrifo pavimentiano sulla canzone quidabasso, annusate Your Shoeso assaggiate Junk Food e ditemi se non avrebbero trovato un posto per i Cat Claws al Lollapalooza (cugi, questa te la spiego poi).
La politica della casa è non soffermarsi sulle canzoni singole, ma sul buon vecchio forum del Mucchio (forum! Sai che si parla di musica anche sui forum, cugina del ’96?) ci sono già bendue disamine canzone per canzone, che grossomodo combaciano tra di loro e con le impressioni del sottoscritto. Vorrei dire solo che il cd è diviso a metà da un intermezzo su musica del Duca Bianco (il negativo del duetto Bowie-Mercury), che contiene un contro-inno pensato per il mondiali passati, che riesce ad essere estremamente pop (in un senso totalmente positivo) e che è stato registrato alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani in una settimana circa. Il che significa, cugina del ’96, strumenti analogici belli belli, presa diretta e pochissime sovraincisioni (cioè si suona tutti insieme come se si fosse dal vivo e non ognuno nel suo loculo quando arriva il suo turno, o i suoi turni se è l’unico del gruppo che sa suonare davvero).
Sulla produzione di Fiorenza, e al solito su tutta la produzione della 42, io non voglio dire più niente; sia messo agli atti che per me, in ogni singolo disco della 42, è perfetta (in realtà, in ossequio agli anni ’90, qui potrei fare il pignolo rompicoglioni e discutere dell’eventualità di aggiungere una seconda chitarra distorta su Lovin’ Lovin’, delizioso blues che diventa sonico, ma glisserò).
Mettiamola così, invece: quest’album, gioiosamente impregnato di attitudine slacker, è bello e fatto come si deve. Si vende(rà) avvolto da un artwork coloratissimo ideato da Giuditta Matteucci, inframmezzato da foto metropolitane dei nostri opera di Annalaura Masciavè. Per comprarlo non è necessario essere fissati con gli anni ’90, né tantomeno avere 15 anni: basta voler passare bene cinquanta minuti (replicabili a piacimento grazie alle meraviglie della tecnica).
E ora vi saluto, che devo distribuire una fanzine con questa recensione. Anche a mia cugina.
Ascolta Downtown in streaming esclusivo per Vitaminic!
Non dev’essere facile essere Julian Casablancas, anche se un musicista medio preferirebbe senz’altro essere lui piuttosto che, non so, Agostino Tilotta. Voi ricordate quanto e come gli Strokes cambiarono il mercato del rock con il loro disco d’esordio? Partirono con un EP su Rough Trade, scatenarono una guerra tra le major per accaparrarseli, uscirono con un bellissimo album di vintage-pop e vendettero un disastro di copie. La gente iniziò a gridare al ritorno del rock’n’roll in modo talmente violento e ripetitivo che ci ritrovammo in casa dischi di Vines e Jet prima di riuscire a renderci conto che qualcosa non andava. Gli Strokes andarono incontro ad una fine molto più indegna: la gente aspettava al varco il loro secondo disco per capire che via dovesse imboccare il mondo del rock, ma la band si ostinò –forse stupidamente- a fare l’unico disco che potesse concepire invece di tentare un altro ripescaggio a caso o non realizzare nulla, cadere in disgrazia ed alimentare una di quelle leggende del rock’n’roll tipo The La’s. Quello che è sicuro invece è che gli Strokes sono destinati ad una carriera stile Pearl Jam, vale a dire perdere con ogni nuovo disco un’altra fetta di fan della prima ora senza guadagnarne nessuno dei nuovi. È un atteggiamento rispettabile e parsimonioso. Cinque anni di break, anticipazioni sparse, la voglia di tornare in studio e tutte le chiacchiere hanno dato fondo alle modeste risorse di Casablancas e generato un disco nuovo chiamato Anglesche poco prima dell’uscita era già bollato come un aborto paraculo di improbabile ascendenza anni ottanta (nel senso proprio di new romantic), opinione a caso che ha infettato i circoli di chi benpensa fino a generare un passo indietro della band, che parla già di tornare in studio in fretta per fare uscire un altro disco –mentre Angles ancor oggi è in streaming integrale sul loro sito. In tutto questo, presto o tardi anche i benpensanti (e la band) prima o poi dovranno ASCOLTARE il disco, rilevare che è tutt’altro che imbarazzante ed accettare con un briciolo di onestà e malinconia che nonostante un paio di peccati veniali (l’apertura p-funk di Macchu Picchu et similia) il disco c’è. Loro sono senza dubbio un gruppo finto, costruito, terribilmente alla moda, noioso nelle uscite pubbliche, senza basi, composto da musicisti mediocri, troppo attento agli aspetti extramusicali e senza così tanta botta dal vivo, ma nel 2011 hanno ancora i pezzi. Non tutti e non sempre, magari, ma non credo di essere così stronzo se dico che la maggior parte delle sensazioni NME da tre minuti dell’ultimo decennio una Taken for a Fool o una Gratisfaction non ce l’ha nemmeno nel disco d’esordio.
Ospite speciale di questa puntata di Kaleidoscope è il giornalista e traduttore Alessandro Besselva Averame, insieme al quale abbiamo parlato di krautrock e dei suoi rapporti con la psichedelia, in un interessante viaggio all’interno del rock tedesco degli anni ‘70, sia nei suoi aspetti più lisergici e fricchettoni che in quelli maggiormente spirituali.
Questa, nel dettaglio, la scaletta:
Tangerine Dream – Ashes To Ashes
Ash Ra Tempel – Light: Look At Your Sun
Popol Vuh – Ah!
Agitation Free – Leila, Part 2
Amon Düül II – Sandoz In The Rain (Improvisation)
Valdinievole. Lo scorcio meno famoso della Toscana. E c’è un motivo. In venticinque anni che ci ho vissuto non ho mai visto una mostra d’arte, un evento che non fosse legato al commercio. Ci sono solo le puttane (storico l’articolo dell’Espresso che ribattezzava Montecatini la “Russia d’Italia”) e le terme. Li qualcuno ancora mi chiama “Biroff”, per sfottermi, per farmi sentire una spina. Perché è così che funziona, li. Tuttavia a Montecatini, in un vecchio garage dipinto di rosso ribattezzato Sheraton Mammuth Hotel io ho visto il rock. O almeno capito che volto avesse quella parola. Erano i Los Dragos, band dalle cui ceneri sono nati gli A Small Document. Non sono giovani, non sono fighi, non sono del giro. Nessuno li conosce. Tre teste diverse, tre caratteri diversi. BillyBoy, uno che da vent’anni smanetta coi pedali e gli amplificatori, con un tono di voce due toni più alto della media e una risata di volume e denti bianchi che ti rimane impressa. Le chitarre col teschietto sul ponte se le costruisce lui, una per una, i Baustelle le sfoggiano sul palco. Poi SirJoe, bella presenza, il Johnny Depp della zona, motociclista, vestito in pelle, un Clint Eastwood serio e silenzioso che però quando suona si tramuta in una maschera del teatro dell’assurdo. Alla voce Mocar, gigante dall’aspetto del tagliuaboschi urbano. Lo trovi la sera coi capelli arruffati, a bere duro. Non fa finta, è davvero Bukowski.
Da due anni i tre suonano assieme. Batteria e chitarra, ma niente paraculate alla White Stripes. The new middle age, un pezzo che se arrivasse da NY lo balleremmo la sera nei locali, Frank has gone to Hollywood, psichedelia dura e distorta buona come quella dei Black Angels o dei Black Rebel Motorcycle Club e Muddling head, il vero carrarmato di rock. Insomma, fuori dal giro ci sono sempre altri giri, se siete arrivati in fondo a questo pezzo, su questa pagina, significa che avete abbastanza pazienza da approfondire. E questi tre piccoli Stooges di provincia, saranno la cosa migliore che vi è capitata questa settimana.
Solo due anni sono passati da quando il musicista scozzese ha calcato i palchi italiani, ma tantissime cose sono successe. Collaborazioni con musicisti di altissimo livello come Joan As Police Woman, l’esplorazione di quella cultura americana (paese in cui Lloyd Cole abita ormai da moltissimi anni) e la composizione di Broken Record, per cui un gruppo foltissimo di artisti (oltre allo storico trio acustico The Small Ensemble) si è riunito.
Per celebrare questo evento Vitaminic vi invita alla data di Bologna e, in collaborazione con DNA Concerti vi regala i biglietti per parteciparvi!
Come sempre, è sufficiente scrivere per primi a (vitaminicontest@gmail.com) vitaminicontest (at) gmail (dot) com.
Domenica 3 Aprile
Bologna @ Chiesa di Sant’Ambrogio
h 20.30
Finalmente è primavera, finalmente c’è il sole e io ho adibito il balcone in camera a circolo Arci privatissimo, speriamo che non me lo facciano chiudere.
E’ primavera e vi capisco, abbiamo tutti voglia di ballare, ma non così.
Cos’è questa musica che si sente ovunque?
Perchè chi fa musica pop vuole fare musica da discoteca?
Che cos’ha di sbagliato il pop?
Niente.
Che cos’ha di sbagliato la musica house?
Tutto.
Tutti vogliono scalare la classifica con una hit dance da passare su MTV alle due di pomeriggio, fare video fin troppo tecnologici e super pieni, colorati, sbarluccicosi.
Sì, perchè a quanto pare è la primavera dei revival e dell’esagerazione.
Scusatemi ma non posso stare qui a guardare senza dire la mia, non ce la faccio.
Tutti gli artisti pop stanno cadendo sotto la mannaia glitterata della musica disco-house e io mi sento morire.
Partiamo dalla mia beniamina, colei che mi ha fatto credere di essere portoricana e di avere un futuro come ballerina.
Jennifer Lopez.
Sì, J.Lo è sicuramente una delle mie preferite, non solo perchè è bellissima e con un sedere che sfida la forza di gravità, non solo per le sue canzoni potentissime, non solo per le coreografie con lo sfondo digitale, non solo.
C’entra anche la storia con Puff Daddy, il famosissimo vestito di Versace e le sparatorie.
via
No ragazzi, è la fine, adesso non mi ferma più nessuno.
Jennifer mi ha colpito dritto al cuore quel 1999 con la sua prima hit “If you had my love” passando poi a “Waiting for tonight” dove il video è ancora il capodanno che sogno fino a “My love don’t cost a thing” dove dice al suo uomo esattamente quello che vorrei dire io:
“Amore non ho bisogno dei tuoi soldi, o dei tuoi gioielli. Ora sono io il Boss, ho solo bisogno del tuo sostegno, tutto qui”
Tutte le canzoni di Jennifer, tutti i suoi video, tutti i suoi film e tutte le sue relazioni avevano qualcosa da insegnarmi, ma ora…
Jennifer, Jenifer, Jennifer….che ti è successo?
Sei sempre bellissima, e te lo dico perchè ti amo davvero, ma questo è un passo falso Jennifer.
Nessuno voleva ballare la Lambada nel 1989 figurati nel 2011.
E Pitbull? ne vogliamo parlare? E’ Stato Marc Anthony ad obbligarti a dargli un lavoro?
Che la canzone sia orrenda l’abbiamo capito tutti, ma il video non fa altro che amplificare questo sentimento.
Jennifer dimena le extension per 4.26 minuti mentre la telecamera passa da una pubblicità all’altra.
Seriamente, da quando una che può permettersi gioielli Bulgari indossa degli orecchini Swarovsky?
Dai, non ci crede nessuno.
Ed eccoli lì i possenti lampadari di Swarovsky che illuminano tutto il locale barocco.
Tocca poi alla tutina sparkling (predetta dall’abito di Emilio Pucci ai Grammy Awards di quest’anno), l’abito dorato con piume e decori e le pettinature a nido di chiurlo.
C’è troppa roba, non che tu sia mai stata la regina della sobrietà eh, ma c’è davvero troppa roba.
Le riprese rallenting della gente che balla si alternano a primi piani EMOZIONANTI di Jennifer, Pitbull cerca di darsi un tono con il foulard di seta al collo mentre ci propina le sue basi house unite al rap.
E’ dal 2003 che ci sta provando, fermiamolo, siamo ancora in tempo.
Rinchiudiamo gli inventori della Macarena prima che qualcuno decida di fidarle vita.
L’altra che si è lasciata un pò prendere la mano è Britney Spears che per il nuovo singolo “Hold it against me” non ha voluto risparmiarsi.
Il video è un assalto visivo di colori e velocità, sicuramente il più costoso degli ultimi anni.
La canzone prende una brutta piega sin dall’inizio quando i bassi vengono pompati così a caso, perchè fanno ballare.
Tutto un TU-TTU-TTU fino a che, come in ogni canzone pop che si rispetti, la musica rallenta e tutto diventa mistico.
Che orrore e anche qui il video non aiuta di certo la povera Britney.
Troviamo sempre le pubblicità in bella vista, la Sony, il nuovo profumo della cantante “Radiance” e i trucchi del marchio “Make Up For Ever”.
Britney si presenta come un travestito imbizzarito, inseparabile dai suoi brutti vestiti e dalle calze a rete che indossa per ogni occasione.
La situazione non migliora con l’arrivo dell’abito da sposa (rimasuglio dell’ appassionante esibizione saffica con Madonna) che viene poi sporcato da getti di colore fluo mentre una Britney in versione guerriera combatte contro il suo alter ego.
La lotta è a basa di calci spaziali dati con scarpe glitterate, molto alte, cosce volanti che escono dall’armatura goth-glamour della nostra eroina.
Ma la cosa che mi ferisce di più è vedere i getti di tempera che colpiscono gli schermi tutto intorno che mandano i suoi vecchi successi.
Britney smettila, tu non devi odiare la vecchia te, tu non puoi odiare i tuoi vecchi successi perché quelle, fidati, sono hit che rimarranno nei secoli e nei secoli.
Mi piange il cuore vedere il getto che colpisce il suo viso in “Baby one more time” o in “Sometimes”, mi piange il cuore.
Insomma è tutto un incubo da cui non vedo l’ora di risvegliarmi, è tutto psicotico e poco interessante.
Ma la colpa di tutto questo sapete di chi é? Se c’è un gruppo che va incolpato per tutto, quel gruppo è quello dei BEP
Ogni anno riescono a vincere il Guinness dei primati per la canzone più brutta e, bisogna ammetterlo, si impegnano al massimo.
E’ dal “Pump it” che hanno deciso di usare interi pezzi di altre canzoni.
Loro con i loro video tecnologici, le cuffie, i grandi computer, l’ iPad che da vita alle cose, le ballerine seminude che si trasformano in pixel, c’è altro?
Se non fosse che non li sopporto e che odio la loro musica, il loro gusto estetico non sarebbe malaccio.
C’è da dire che come gruppo questa piccola famiglia Benetton- multiculturale sa usare in maniera perfetta il mixaggio dei loro stili.
Sono partiti come (finto) gruppo r’n'b con uno stile urban, tute, top assimetrici, camicie pantaloni larghi, fino ad arrivare ad uno stile futuristico dove la pelle diventa il nuovo denim che va a mischiarsi con nuovi tessuti metallici, borchie, pizzi.
Sono molto scenici non c’è dubbio, ma “The time”?
Ma stiamo scherzando?
Chi siete voi per rovinare “Time of my life” il grande finale di Dirty Dancing?
Ci sono persone che hanno sognato di ballare con Patrick Swayze per anni e arrivate voi con questa musica da discoteca, i ritornelli che vanno in tilt e si ripetono.
Se Baby non era stata messa nell’angolo da nessuno, ora, ci hanno pensato loro.
Iniziare, come gli Smashing Pumpkins, con uno stacco strappalacrime è sufficiente a meritarsi un posto fra i dischi di questa primavera 2011 nel cuoricino dei fanatici della flanella. Ma anche dopo Belong, il disco omonimo procede frizzante: l’equinozio è passato, stappate le orecchie. E il momento dell’anno in cui luce e tenebre si dividono equamente il tempo dei viventi pare proprio la metafora giusta per questo pugno di canzoni leggere nella melodia e pesanti nella lirica (la frase “Write now, cuz all your real friends are words”, da Heavens Gonna Happen Now, me la sono segnata sull’agenda). Questo pugno di canzoni new wave, si sarebbe detto un tempo.
Comparare gli artisti di oggi con quelli di ieri è una pratica che un recensore dovrebbe evitare, e invece ci si casca tutti. Non parliamo poi dei giochi di parole tristissimi. I Pains non esisterebbero senza Cure, ad esempio (My Terrible Friend, però, te la tira proprio fuori). Tuttavia, oggi, rispetto al precedente album e al netto delle fonti pare sia passato un decennio, esattamente quello che separa il 1985 dal 1995. Le linee vocali strascinate che umiliano gentilmente il lavoro della band, la voglia di far sognare con il piede sul pedalino e il gain alto, gli arpeggi come assoli, le rullate che montano prima di uno stacco: tutti quanti segnali, cifre estetiche di un novantismo incipiente che trova il proprio culmine leggero in cima a una montagna fatta di riferimenti (e pure di qualche banalità romanticheggiante, come nel caso di Even in Dreams, che suona tanto cranberriana), e là sopra tira aria fresca e, a un certo punto, te ne frega poco di cosa sia fatta la terra che hai sotto i piedi, perché quantomeno non è un’impalcatura completamente artificiosa (vedi White Lies), semmai una piccola discarica abusiva. Un giorno quella terra mancherà, certo, e franerai giù come un imbecille, certo: purtroppo per gli enciclopedici iettatori – che ai PoBPaH riserveranno un addendum scrauso nella storia della musica – quando arriverà lo smottamento della pazienza, i nostri piedi saranno zompati da qualche altra parte, con o senza questo gruppo, con o senza le sue pretenziosità (la bella copertina dell’artista Winston Chmielinsky) e le ingenuità (la bella copertina che sa tanto di déjà vu).
A volte è giusto ascoltare un disco da usare come colonna sonora per una stagione, senza preoccuparsi troppo del senso di colpa secchione: almeno, così si dice in giro. Poi, chissà, ci dimenticheremo Belong dentro un ipod che riaccenderemo fra un lustro e, quando partirà un pezzo, capiremo come si sentono quelli che fanno della musica solo un materiale da sinestesie.