Minks: By The Hedge (Captured Tracks)

Andrea Prato | 16/2/2011

minksPoche sono le notizie riguardanti la band che si possono trovare in giro per web o blog, se non che provengono da Brooklyn e che sono appena usciti col loro album di debutto su Captured Tracks, etichetta che lo scorso anno ha lanciato artisti come Wild Nothing, Beach Fossils, Blank Dogs. Oltre alle scarse informazioni, anche la musica dei Minks sembra celare la propria immagine, immersa e impregnata di riverberi, echi new-wave e chitarre eteree. L’effeto globale simile al bagliore della luce del sole negli occhi purtroppo segue quel filone di band molto di moda in questo periodo, lasciando spesso poco spazio all’originalità. Una lunga strada percorre le tracce, trasportando con sé immagini, rumori, bisbigli e note non suonate. La confusione muove i fili delle armonie e delle ritmiche, casualmente. E proprio quando si pensa di aver trovato un sentiero sicuro e solido su cui poter costruire un’idea, ecco sprofondare e perdersi in un altro labirinto. A parte Funeral Song le altre canzoni scorrono come neve fusa al sole senza che possa lasciare segno. Proprio per questo si ha la sensazione che il disco resti un’opera incompiuta in cui si cerca più l’attualità che il proprio suono. Forse alla base sta la pretesa di non voler mirare a qualcosa in particolare, se non a creare un flusso sconsiderato, eterogeneo, spontaneo e strafottente. Se siete nello stato d’animo giusto riuscirete ad apprezzare e a immergervi, altrimenti considerate di avere un sottobicchiere in più.

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Tennis: Cape Dory (Fat Possum)

Alessia D'Urso | 16/2/2011

TennisCapita, no?, di affidarsi completamente a qualcuno, di aver unicamente voglia di abdicare ad un qualsivoglia potere decisionale e abbandonarsi alla -si spera- saggezza e intraprendenza altrui.
La musica è piena zeppa di esempi in merito: Take Me Out, Get Me Away From Here I’m Dying, Take My Breath Away… (pezzoni, eh?)
Nel nostro caso è la voce calda di Alaina Moore a esortarci, Take Me Somewhere canta la signora Tennis. E così è stato: otto lunghi mesi trascorsi in barca a vela hanno portato alla nascita dell’album più lollipop d’inizio anno. Atmosfere prettamente sixties zeppe di uuuuh, oooohh e shalalala, ritmi incalzanti e riff tropicali che mettono il sorriso sulle labbra, infondono rilassatezza e quasi obbligano a tenere il tempo.
Take me out baby, I want to go sail tonight. I can see the ocean floor in the pale moon light: inizia così, cullandoci, la title-track Cape Dory. E’ infatti la nota casa produttrice di yacht a dare il nome all’imbarcazione e di conseguenza all’album. I coniugi Tennis ci fanno viaggiare lungo tutta la costa orientale degli States, dal Maryland alla Florida, passando per il South Carolina, attraccando a Bimini Bay e facendo una tappa a Baltimore, allietati per tutta la durata del viaggio da piccole gemme pop dalla durata quasi punk.
Pigeon è semplicemente meravigliosa, mentre Seafarer ha come unica pecca un inizio con annesso coretto tipicamente baustelliano (che per fortuna dura poco).
Insomma: lasciate perdere se soffrite il mal di mare. Altrimenti, beh… godetevi il viaggio.

Tennis on Fat Possum
Tennis on MySpace

Redroomdreamers: Roosters On The Rubbish (Happy/Mopy Records)

Daniele Piovino | 15/2/2011

redroomdreamers-roosters-on-the-rubbish-cover1-300x300Il titolo, Roosters On The Rubbish, è un chiaro riferimento ad un’espressione napoletana (gall ngopp a munnezz) che  significa “voler fare il protagonista” ; Friend (A Song For Inigo) è un brano per un amico che non c’è più. Inigo Grasso era il bassista dei Growing Ocean, band partenopea della quale facevano parte Dario Bosco (voce e chitarra) e Alessio Sica (batteria) negli anni Novanta. Redroomdreamers è il loro nuovo progetto, e se ora Inigo non c’è più, qui c’è una traccia dedicata a lui; l’ultima: la loro malinconia e sofferenza e felicità e rabbia è lì, in musica, e nient’altro. “La morte, in un certo senso, è un’impostura” frammentata dal suono, dalla mano della consapevolezza che durante l’ascolto ti rimbocca le coperte e ti accarezza i capelli prima di darti la buonanotte.
Giunti a questo capoverso, certi redattori avrebbero (con molta probabilità) inserito un’analisi Passepartout su un certo approccio espressionistico di fare musica che, a volte, è anche capace di produrre quel genere di canzone che ti entra in testa senza chiedere permesso; oppure una colta considerazione sull’eredità lasciata dalla Seattle anni Novanta, e/o sull’influenza trascendentale di gente come Bill Callahan, Mark Kozelek, Built To Spill, Beck, American Music Club, Dinosaur Jr., Belle and Sebastian, Grant Lee Buffalo. Niente in contrario, ma sono convinto che questo disco abbia una sua autenticità. Qualcosa di vero che mi spinge a selezionare e cancellare ogni puerile descrizione sonora per ripiegare su una confessione alquanto trascurabile. Un ricordo che si può riassumere in poche parole: due ragazzi, due zaini, e una birra.
- È il primo compito in classe di Fisica che sego.
- Io sono già al secondo.
Silenzio.
- Oh comunque secondo me Immortality non è stata scritta per Cobain.
- E per chi?
- Per quelli come lui.
Bye bye, Friend.

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La neonata etichetta Happy/Mopy Records

Selton: s/t (Antistar)

Letizia Bognanni | 15/2/2011

seltonAvete presente quei filmetti italiani di una volta in cui c’era qualcuno che andava in Brasile, e allora sull’inquadratura panoramica con il cristo e il Pan di Zucchero partiva la musichetta tropicalista kitsch? Ecco, Nuoto, nuoto e niente più ci starebbe benissimo, in un contesto del genere, così come Tudo Azul, che però è di intenti un po’ più sofisticati. Ma attenzione, qui non stiamo parlando male dei Selton, anzi. Questo disco è divertentissimo. Forse con qualche canzone in meno sarebbe stato addirittura perfetto, ma anche così è quello che si suole definire una ventata d’aria fresca. Intanto, loro sono brasiliani per davvero, e quindi quando provano a sembrare Jobim lo fanno con cognizione di causa e simpatico accento portugues. Poi, trapiantandosi a Milano, hanno preso dello spirito meneghino la parte cabarettistica e surreale alla Jannacci e, in generale, dall’Italia hanno preso la spensieratezza del pop anni sessanta più scioccherello, però l’hanno arricchito con del sound autenticamente beat(les), un’ombra di ska, momenti a cappella, cosmopolitismo strumentale, e un senso di genuino gusto per il gioco del riciclo creativo. Giuliano Palma, fatti più in là.

Be Water unplugged

Joan As Police Woman: The Deep Field (Pias/Self)

Chiara Leandri | 15/2/2011

df_coverCi si impiega sensibilmente di più per concepire un buon ritratto per un’ottima cantautrice che merita un’altrettanto ottima recensione. Dovrei spiegarvi il perché e il percome, non solo raccontarvi di come un disco può smuovere le corde interiori e solleticare con immenso piacere le orecchie della sottoscritta. No, non si può fare con troppa fretta. Sarà per questo che l’ascolto dura da settimane, ormai, e le stesure contano già troppe cancellature. Abbondavano aggettivi come “dolce, soffice”; frasi molto eteree; sensazioni di qualche attimo, appese nel nulla come le singole note che sentivo. Capitavano descrizioni crude, sbrigative e pungenti. Ad ogni ascolto mutava la percezione del tutto, e ad ogni brano capitava un umore diverso.
Joan è una scoperta che ti capita per caso.
Joan ti si rivela d’improvviso, e poi magari se ne sparisce per un po’ perché ha altro da fare. Tu te la dimentichi: non è certo quella che fa clamore, e non ti piace neanche ironizzare troppo quando ne passi una notizia. Se poi se ne esce con un disco così sussurrato, brumoso ed essenziale come To Survive, non ti puoi certo rimproverare più di tanto. Aggiungiamoci un passabile album (di) Cover, e le premesse per un arrivo in sottotono ci sono tutte. Ma poi ecco: ricompare furtiva, e colpisce subito nel segno.
Joan è una delle perle del 2011.
E’ una perla, sì. Quella che vorrò ascoltare tutto l’anno. Suonatelo in radio, col nuovo e orecchiabile The Magic. Condividetelo con gli amici di Facebook, impiantatelo fisso nelle playlist del vostro Mac. Andatela a sentire a teatro. Oscillate con lei fra dolcezza e suoni grezzi, potenti. Annusate e godete di questo calibrato mix di soul, jazz, rock e blues. Perché c’è tutto e manca davvero poco. Perché è difficile avere quella sensazione di un disco tutto uguale, di quelli che alla seconda nota li hai già capiti tutti. Qui no. Ed è per questo che ci sto spendendo non poche parole (e forse qualche in più del consentito): voglio dipingere bene il ritratto della Complessità, del Profondo. Ne uscirà una crosta da salotto biedermeier, eppure mi sento di aver fatto il mio sporco lavoro.

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Kaleidoscope #16

Aurelio Pasini | 15/2/2011

bevis frond

Come promesso la scorsa settimana, questa puntata di Kaleidoscope è dedicata a un personaggio di culto britannico, un vero e proprio eroe della psichedelia anni ‘80-’90: Bevis Frond, al secolo Nick Saloman.

Al nostro fianco, il giornalista e traduttore Carlo Bordone, che – novello Virgilio – ci ha fatto da guida all’interno di una produzione discografica sterminata e ci ha aiutato a tracciare il profilo di un artista forse discontinuo ma anche terribilmente geniale.

Questa la playlist dettagliata:
Starbuck – Let Your Hair Hang Low
The Bevis Frond – She’s In Love With Time
The Bevis Frond – Debbie’s New Song For Drums
The Bevis Frond – Lights Are Changing
The Bevis Frond – It Won’t Come Again
The Bevis Frond – Lord Of Nothing
The Bevis Frond – That’s Why You Need Us

Kaleidoscope va in onda tutti i martedì notte intorno alle 23.40 su Città del Capo – Radio Metropolitana. Per contatti, informazioni, suggerimenti, critiche e quant’altro, potete scrivere una mail a leccarospi@gmail.com.

Ascolta il podcast in streaming

oppure scaricalo.

Zu: Erinys

Francesco Farabegoli | 15/2/2011

Nello streaming del disco nuovo degli Aucan su Rockit il collega (e mi pare ex-Movimenta, rezpekt) Sandro Giorello scrive che, parole sue, l’Italia ha trovato i suoi nuovi Zu. Ora, con tutto il rispetto che porto a Rockit, al pezzo in sè, a Sandro G e (soprattutto) alla musica degli Aucan, mi viene solo spontaneo puntualizzare che 1 l’Italia non si stava proprio SBATTENDO a trovare i nuovi Zu (il disco di rock sperimentale del trimestre sembra poter essere il nuovo Verdena, per dire). E che 2 i nuovi Zu sono sempre gli Zu. In uno slancio di fede vado a postare la mia traccia preferita dell’ormai vecchiotto Carboniferous, nella segreta speranza che la band somatizzi quanto prima l’abbandono di Jacopo Battaglia e mi regali qualcosa di mostruoso.

Radiohead: Harry Patch (sulla strada per The King of Limbs)

Francesco Farabegoli | 14/2/2011

radiohead

La cosa più sconvolgente, parlando di Radiohead, è il fatto che riescano a tenere nascosta la notizia di un intero disco nuovo fino a cinque giorni prima dell’uscita. La quale è stata annunciata oggi, per un disco intitolato The King Of Limbs di cui ancora si sa nulla a parte che sarà il primo newspaper album della storia (la band ha cura di chiosare con un forse). Le specifiche dell’album le potete leggere qui. Sembra proprio un album, come quelli delle figurine. Ma al di là di quello che potrà essere, il punto sono proprio QUEI CINQUE GIORNI. L’annuncio (e il pre-order) oggi, i primi download il 19 (il disco nei negozi a fine marzo e l’edizione speciale in consegna a maggio). Sembra una cosa impensabile. Sembra Chinese Democracy al contrario. Sembra poter spaccare, a livello di marketing, quanto lo faceva In Rainbows.
Di tutti gli altri livelli, personalmente, non mi curo da un bel po’ di tempo. C’è da dire, tuttavia, che una delle due tracce singole mollate ormai diversi mesi fa mi sfagiolava parecchio. È il modo in cui continuo in qualche modo a vedere il tutto, cercando di non scadere nel fanatismo cieco o nell’odio immotivato (a volte è dura): un gruppo che sa vendersi, o regalarsi, come nessun altro; una band di cui tutto sommato è ancora bellissimo guardare i progressi della carriera. E una band che di tanto in tanto ne infila una proprio bella.

I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 14/2/2011

zoo_kidNuovo appuntamento con il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni mercoledì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. E mentre il format sta prendendo sempre più la deriva della bromedy, tra un brindisi e l’altro Enzo e la Fagotta continuano a suonare un po’ di dischi nuovi, un po’ di dischi meno nuovi e un po’ di dischi che non siamo sicuri siano già usciti oppure no. Polaroid alla radio, where the dream of the Nineties is alive.
Ecco la playlist della serata:

Zoo Kid – Ocean Bed
Soviet – Kids In My Backyard
Smith Westerns – All Die Young
Shrag – Heart Open / Mouth Shut
La Sera – Devils Hearts Grow Gold
The Tunas – The Ritual Bath
Oregon Bike Trails – High School Lover
Iron And Wine – Tree By The River
Ex-Otago – Costa Rica
I’m From Barcelona – Get In Line
Hunx & His Punx – Lovers Lane
Comet Gain – Working Circle Explosive
The Black Keys – Never Gonna Give You Up (Jerry Butler cover)

Scarica la puntata in mp3…
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

Buzz Aldrin: Machine 2999,99

Benty | 14/2/2011

Marziale e ossessiva, marziale e ossessiva. Basso-batteria duri come il diamante, chitarra che suona dilaniata e lontana, chitarra che graffia violenta e cupa, voce disturbante e acida, Bad Moon Rising, eccome. Silenzio. Dovevo andare sabato sera a vedermeli gli astronauti che ci salveranno dall’invasione dei conigli giganti, sarebbe stata la seconda volta dopo la sorpresa di qualche mese fa in un paesotto del maceratese, ché sembravano degli alieni invasati sul palco e quasi ci rimanevo secco. Quelle scene che ti fanno pensare “Qualunque sostanza abbiano assunto questi la voglio pure io, adesso”. Basso-batteria che schiantano, che non mollano l’osso di quel riff manco morti, chitarra che asseconda la paranoia, echi, riverberi, P.I.L., eccome. E invece poi non ci sono andato. Volume che aumenta implacabile, violenza che raddoppia. Poi silenzio. Poi di nuovo da capo, marziale e ossessiva, marziale e ossessiva. Dentro tutta la dissonanza e il rumore organizzato che amo, dai Velvet Underground ai Liars, tutte le inquietudini malate dai Suicide a alla new wave più claustrofobica. Diocristo, i Buzz Aldrin.

Buzz Aldrin – Machine 2999,99 by ghostrecords

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