Foo Fighters: White Limo

Alex Grotto | 21/2/2011

Foo-Fighters-White-Limo-Lemmy-novo-clipeIeri l’altro è stata una giornata pienissima: i Radiohead annunciano il disco nuovo in cinque giorni, le voci nella mia testa mi comunicano la presenza in rete di un download illegale dei Beady Eye e poi c’è la notizia vera: i Foo Fighters (mah, eh vabbè) hanno fatto il video del nuovo singolo e compare pure Lemmy (e qui è gioia vera). Alcune considerazioni del sottoscritto e assolutamente non doverose: il pezzo mi piace e funziona se considerato nell’orbita al limite dell’AOR dei Foo Fighters, Lemmy va per i 66 anni di cui quasi una cinquantina passati a suonare strafatto ed ubriaco e nonostante tutto sembra più giovane del Blasco, Dave Grohl all’ingrasso sta benissimo. La cosa che forse colpisce di più è la spettrale mancanza di strappone nel video, a parte una, ma eravamo stati ben abituati dalla cascionissima collaborazione nel progetto Probot. Io ho sempre avuto molte riserve nei confronti dei FF e un po’ mi spiace siano sempre stati considerati come la ruota di scorta simpatica di quello che suonava la batteria con Cobain, ma non riesco a tollerare per più di tre minuti il sound asettico di certi pezzi. Anche dei singoli, che comunque sono sempre stati più che azzeccati ed accompagnati da video particolari. Ecco, come dicevo, a sto giro il pezzo mi piace un casino, sarà colpa della febbre.

Radiohead: The King Of Limbs (autoproduzione)

Giampiero Cordisco | 21/2/2011

 Come più o meno il cinquanta per cento della popolazione mondiale in fibrillazione per le ventiquattro ore d’anticipo con cui gli si è dato in pasto The King Of Limbs, come se già non fosse stata sufficiente la fibrillazione causata dalle Cinque Giornate d’Anticipo con cui veniva comunicato al mondo la diffusione di un nuovo disco di uno dei gruppi più importanti di tutta la sfera ontologica della musica pop contemporanea (ma non così fibrillante, dopotutto, che questa storia dell’essere sempre presente e coinvolto nel Qui & Ora fenomenico in cui si verificano le occorrenze pop-culturali, questa smania di essere sempre hyper-aggiornati e di avere sempre qualcosa da dire nell’immediatissimo futuro [diciamo tre minuti dopo] successivo alla comparsa di una News Bomba nel feed reader – queste fisime del giornalismo musicale 2.0 mi hanno già stancato, per farla semplice) – come un casino di altre persone sparse in giro per il mondo, dicevo, ho dato il primo ascolto a The King Of Limbs mentre ero ancora a lavoro. Cosa comporta un primo ascolto siffatto: distrazione, innanzitutto, mancata immersione totale, altri cazzi a cui prestare attenzione, idioti che fanno squillare il telefono del mio ufficio evidentemente ignari del fatto che i Radiohead hanno prima annunciato l’uscita di un disco con cinque giorni d’anticipo e poi hanno anticipato questa uscita di un giorno, mettendo in discussione un ordine mondiale già compromesso da Sanremo 2011. Ho fatto un primo ascolto molto superficiale di tutto The King Of Limbs, insomma. Nel frattempo, “Radiohead” diventava trending topic su Twitter, e a migliaia – pensando di svelare un arcano che possedevano solo loro, e ognuno per sé – pubblicavano sulle proprie bacheche facebook il video di Lotus Flower. Quindi mi imbattevo nei primi commenti a caldo dell’infosfera tutta, fra recensioni istantanee e impressioni twittate da ogni dove. Mi soffermavo con piacere sulle stroncature, mi facevano ridere certi commenti del tipo “non sono nemmeno canzoni”, come se la “canzone” fosse l’Unità Minima, come se Pyramid Song (su Amnesiac, primi Anni Zero cosiddetti) fosse una canzone, come se non fosse successo nulla negli ultimi quarant’anni. Come se i Radiohead dovessero ancora fare delle canzoni, andare a Sanremo, venire eliminati la prima sera ma portare comunque a casa il premio della critica e un CD di Apicella con dentro delle banconote da cinquecento euro.

Ultimavo l’ascolto e mi restava solo un’impressione – un’impressione di luce.

Il giorno dopo mi metto in strada e accendo il lettore. Vado nella luce, sotto un sole particolarmente bello e netto. Ascolto con attenzione, stavolta, non ho rotture di palle nelle immediate vicinanze, penso che un ascolto approfondito sia qualcosa di molto vicino a questo. E confermo l’idea di luce di tutto il disco: c’è una luminosità diffusa in ogni pezzo, e proviene da qualcosa di apparentemente ignoto, è la risultanza di arrangiamenti, armonie archetipiche per i Radiohead (quella roba che potrebbe essere una quinta diminuita o una settima dominante con scappellamento sul bemolle, il territorio di confine fra pop rock avant e jazz e tutto quello che vi pare), reverberi a strascico sulla voce di Thom Yorke, ritmi quadrati ma non per questo immediati né tanto meno semplici. E di fatto non si tratta di canzoni, o meglio: è un formato imprendibile, sono non-canzoni fatte di non-strofe e non-ritornelli, prive di momenti solisti in senso rocker-purista. Però sono canzoni, e ammesso che si possa aprire una discussione interiore, senza sentirsi stupidi, sull’essere o meno canzoni di certi pezzi se ne concluderà che interrogarsi su robe del genere è del tutto inutile. C’è una qualità ambientale in tutto il disco che non riesco a decifrare con esattezza. Sono continue le sovrapposizioni delle varie chitarre con i synth e le sezioni ritmiche. A questo proposito: l’elettronica è usata con parsimonia e in maniera molto organica rispetto a tutto il tessuto sonoro, è una componente basilare di molte composizioni, e pur non potendo affatto parlare di elettroacustica dobbiamo ad ogni buon conto notare che l’elettronica viene suonata come se fosse un altro strumento acustico, ce n’è di più che su In Rainbows ma non è in bella vista. Un’altra componente che esce con più forza rispetto alle incarnazioni Radiohead finora conosciute è sicuramente un’attitudine più totale verso costruzioni poliritmiche che si riflettono in umori percussivi a un passo da tropicalismi e mariachismi vari: se vi sembra che la sto sparando grossa ascoltatevi subito Little By Little, e poi ne riparliamo. E c’è Feral, l’episodio più trattato, che sembra una cover dei Mahjongg, o il pezzo perfetto per essere coverizzato dai Mahjongg: fate un po’ voi.

Sto cercando di analizzare l’ultimo disco dei Radiohead, ma mi rendo conto che è solo eccesso di zelo. Ribadisco una conclusione tutta personale che spero possiate condividere: per gruppi come i Radiohead non valgono più le coordinate di Bello/Brutto, Buono/Non Buono con cui potremmo sperare di comprendere altre realtà. Il loro percorso nella musica, la loro strada finora segnata all’interno della massa di significati del rock (usiamo ancora questo termine per semplificare, e parecchio) li ha portati all’elaborazione di un linguaggio totalmente autentico, personalissimo, riconoscibile, originale. Un canone. Giunti al loro n-esimo disco, il riconoscimento di questa originalità – da parte mia, e da parte vostra se siete d’accordo con me – il riconoscimento epistemico di questa originalità, dicevo, supera e rende inutilizzabile la valutazione estetica della Cosa. Cioè: non vale a un bel niente dire se questo disco sia bello o brutto. È una questione logica, alla fin fine. The King Of Limbs è un disco dei Radiohead: l’ultimo disco dei Radiohead è un disco dei Radiohead, e se vi sembra che stia delirando probabilmente avete ragione. Ma non venite a dirmi che avete bisogno di una sottospecie di recensione per capire se un disco vi piace o meno. Ci sono momenti davvero validi (la maggior parte) ed episodi più sterili (pochi, forse solo Give Up The Ghost), questo posso dirlo. E c’è tanta luce. Ma lo si capirà meglio fra alcuni anni, in quanto ad essere complessivamente buono o non buono, alla faccia del 2.0. Provate a riascoltare Kid A adesso, per dire.

E insomma: già l’idea di sfuggire all’immediatezza di questi tempi turbati dal turboconsumo, e la capacità intrinseca di prorogare un giudizio che invece si vorrebbe bell’e pronto per stare sempre sul pezzo, già questo la dice lunga sulla qualità della musica. Poi si potrebbe anche concordare con Everett True quando dice che i Radiohead non hanno più idee, ma non capisco la necessità di avere nuove idee se quelle vecchie sono ancora complesse e in continua elaborazione. Questo non è più rock, i Radiohead non sono più rock da Kid A in avanti. È un problema? NO. Mettetevelo in testa.
Tutto qui.

The new Radiohead record, The King Of Limbs, is through here.

AZURE RAY Contest!

Nur Al Habash | 21/2/2011

cover

Tornano i succosi contest di Vitaminic!
Questa volta vi regaliamo i biglietti per il tour di reunion delle Azure Ray, che presenteranno il loro Drawing Down The Moon in tre date in tutta Italia:

Venerdì 25 Febbraio: Roma – Circolo Degli Artisti
Sabato 26 Febbraio: Cavriago (RE) – Calamita
Domenica 27 Febbraio: Pisa – Caracol

Siete amanti di Au Revoir Simone e Beach House? Moby e Sparklehorse? Allora non potete perdere l’occasione di sentire le due ragazze statunitensi snocciolare le loro soavi melodie proprio davanti a voi.
Il modo è sempre lo stesso: mandate una mail a vitaminicontest@gmail.com e incrociate le dita.

I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 21/2/2011

MOTHSNuovo appuntamento con il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni mercoledì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
Questa è una di quelle puntate in cui Enzo e la Fagotta decidono con generosità e saggezza di risparmiarvi le loro sciocchezze via etere dai microfoni di Via Berretta Rossa, quindi hanno selezionato un po’ della loro musica preferità di questa stagione e vi regalano un bel nastrone mixato con tanto ammmore.
Ecco la playlist:

Sea Pinks – Peripheral Vision
Popstrangers – Avenue
The Strokes – Under Cover of Darkness
Banjo or Freakout – Go Ahead
Destroyer – Kaputt
Dumbo Gets Mad – Marmelade Kids
Ducktails – Killin The Vibe
Horrible Present – Sliding Nights
Twin Shadow – At My Heels
The Babies – Wild 2
La Sera – Under the Trees
Soviet – Wimbledon
Green Like July – Flying Scud
Mylittlepony – Fragments Of An Island
The Feelies – Should Be Gone
The 1900s – Kidnap Runaway
Vivian Girls – I Heard You Say
Young Prisms – Sugar
Nikoo – Shameless
Jonas Alaska – In The Backseat
Fierce Creatures – Ships To Shore
Zoo Kid – Out Getting Ribs
MOTHS – Slow/Down

Scarica la puntata in mp3
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

Pj Harvey, la donna che voleva essere Tom Waits

Elena Mariani | 18/2/2011

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È San Valentino, ho camminato tutto il fine settimana e mi fa male ogni muscolo del corpo. Sono letteralmente a pezzi non ho nemmeno la forza di offendere i servizi romantici di Studio Aperto, non ho neanche voglia di lamentarmi. È San Valentino e non mi sento neanche come Bridget Jones, manco una pena d’amore, che vita noiosa. Non voglio far scivolare la giornata nei clichè da single, quelli che insultano gli amici fidanzati, quelli che ripensano ai sanvalentini passati magari sospirando mentre si ascoltano i Cure o i Death Cab For Cutie. No, non io. Non sono una sanvalentiniana ma non sono neppure una di quelle Riot Grrrl che fanno di ogni festa una scusa per declamare la loro indipendenza a colpi di slogan infervorati come “San Valentino non è una vera festa” “W le donne!” “Oltre alla gambe c’è di più”. Sì, non sono una femminista, non me ne frega niente delle donne, o meglio, non me ne frega niente della lotta tra sessi. Certo, odio molte donne come odio altrettanti uomini. Sono una traditrice del mio sesso, per questo passo il mio San Valentino ad ascoltare il nuovo album di Pj Harvey, un’altra traditrice.
— Continua a leggere

I Podcast di Vitaminic: La Belle Epop

Federico Pirozzi | 17/2/2011

Piazza Santo Stefano - BolognaBen trovati a La Belle Epop! Il programma radiofonico, o meglio, il tentativo d’intrattenimento musicale alla radio, comincia qui la sua quarta stagione. Un po’ ritardo, a dire il vero, per via del trasloco de La Belle Epop, trasferita da quest’anno in Emilia Romagna e in onda da Bologna, ogni sabato dalle 17.30, sulle storiche frequenze di Città Del Capo Radio Metropolitana.

Ecco quindi la puntata numero uno della stagione e il primo podcast su Vitaminic. Marasma totale, con il solo Federico Pirozzi al microfono e in regia. Così, proprio come succede ai nuovi inquilini negli appartamenti appena occupati, lui ha provato a ostentare disinvoltura muovendosi un po’ in punta di piedi tra gli scatoloni ancora nel mezzo e da svuotare. Va bene, l’importante è che ci siano state le canzoni. Eccole qui in scaletta. Buon ascolto!

J Mascis – Not Enough
Horrible Present - Everything’s Already Done
Oh No Oh My – Walking Into Me
La Sera – Hold
The Strokes – Under Cover Of Darkness
The Gin And Tonic Youth – White Tight Tights
Zoo Kid – Out Getting Ribs
Yuck – Sunday
LCD Soundsystem – Dance Yrself Clean

Scarica la puntata in mp3…
…oppure ascoltala qui sotto in streaming:

Tormenta: La Ligne Âpre (Africantape)

Marco Delsoldato | 17/2/2011

250_album2142Non ve ne importerà nulla, ma la settimana scorsa sono andato a Torino a vedere le Final Eight di Coppa Italia di basket. Scritta meglio: sono andato solo giovedì, visto che la Virtus Bologna (di cui sono tifoso eccitato anche nei momenti di crisi) è uscita alla prima partita contro la Sutor Montegranaro (Sutor è proprio la griffe sociale, non un’idea mia per solleticare le vostre risate). Parrò folle, ma perdere contro gente delle Marche, oggi, è lecito. Meno giocare una partita pessima dal primo all’ultimo minuto. Causa prima delle successive nevrosi notturne del sottoscritto. Che mica sperava di vincerla la coppa, ma di fare un’altra figura sì. Detto ciò, e ribadito che sono cazzi miei, al ritorno nella nebbiosa emilia necessitavo di qualcosa di preponderante. Per chiarire, mia nonna (che la terra le sia sempre lieve) utilizzava il termine preponderante mentre cucinava i tortelli d’erbetta. Roba di classe paesana, senza lesinare burro e formaggio. Ecco, avrei avuto bisogno di quelli. Non avendoli per forza maggiore, sono passato ai Tormenta che, se mai leggeranno queste righe, mi auguro non prendano male la cosa. La derivata è un complimento. E ci arriverebbe qualsiasi corregionale. Più che un rosso di Bordeaux (loro città d’origine), i due sono dei tortelli spaccaculo, con effetto nausea per antipasti, secondi e dolci. Matematici sino al midollo, rifiutano le carezze per scegliere l’oppressione continua. Roba da star male e, per inerzia, farti incazzare ancora di più. Quindi terapeutica valvola di sfogo verso le ingiustizie di periodo. Trattasi di geometria assoluta. Ne stiano lontani quelli senza palle. Giochino o no a basket.

Ascolta Felure
Il sito Africantape

Social Distortion: Hard Times and Nursery Rhymes (Epitaph)

Francesco Farabegoli | 17/2/2011

Tra lutti, ghetti e matti

Francesco Locane | 16/2/2011

rabbit-holeAmiche e amici di Vitaminic, benvenuti alla sedicesima puntata della decima stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema che va in onda ogni martedì dalle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. Una puntata frastagliata: visioni casuali nel panorama cinematografico odierno, che non offre granchè.

Abbiamo iniziato con Rabbit Hole, di John Cameron Mitchell: Nicole Kidman e Aaron Eckhart hanno perso da poco il figlioletto e il lutto li sta distruggendo. Una grande prova di Eckhart, nonostante la Kidman sia sulla bocca di tutti. Non male: ne abbiamo parlato anche sul nostro blog.

Sec0ndo film in scaletta: Il truffacuori, di Pascal Chaumeil con Romain Duris e Vanessa Paradis. Questa commedia romantica è stata molto pubblicizzata: non siamo di certo dalle parti del capolavoro, ma si vede.

Infine, Into Paradiso, di Paola Randi con Gianfelice Imparato, Saman Anthony e Peppe Servillo. Parte bene questo film ambientato in un vicolo che racchiude una piccola comunità dello Sri Lanka nel cuore di Napoli. Tra momenti surreali, boss della camorra ghignanti e gli immancabili traffici illeciti, la commedia si perde dopo un po’, ma il tentativo è da lodare. Anche di questo film abbiamo parlato sul blog.

Bene, è tutto: scriveteci a secondavisione@gmail.com, a martedì prossimo!

White Lies: Ritual (Fiction)

Federico Pucci | 16/2/2011

white lies“Ti stavi contorcendo sul pavimento come una falena nella melassa”: non amo mai cominciare l’ascolto di un album dalla prima traccia e scelgo in mezzo, Holy Ghost, per quel suo titolo così ecumenico. Non è un buon inizio.

Partiamo dal principio. Ealing è un sobborgo a ovest di Londra, piuttosto anonimo, né bello né brutto, molto inglese. A nord ovest di Ealing c’è un sobborgo del sobborgo che si chiama Pitshanger, il cappio del fosso, ancora più inglese e quasi campestre. Qui ci è cresciuto Peter Crouch, per chi è pratico di calcio, e quasi negli stessi anni anche Charles Cave e Jack Lawrence-Brown, la sezione ritmica dei White Lies, due (poi tre) ragazzini brianzoli del Berkshire cresciuti fra pecore e centrali nucleari. La linea notturna N7 passa da Pitshanger e ogni venerdì catapulta tre adolescenti suburbani a Camden: lì puoi vedere tutte le mode hipster nascere e fiorire come tossici e, quando torni a casa nella tua cameretta, non puoi non esserti portato dietro qualcosa.
Invece no, i White Lies non portano dietro nulla: ragazzi-scimmia del post-punk, il loro revival è una replica ingiallita. Ingiallita e paracula. — Continua a leggere

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